Marat l’amico del popolo

A 250 anni dalla morte

Mario Mancini
7 min readSep 11, 2022

Speciale Marat
Introduzione. Marat, l’Amico del Popolo
1. Protagonisti della rivoluzione francese di François Furet e Denis Rochet
2. La morte di Marat e Carlotta Corday di Jules Michelet
3. La bella e lo squallido di Thomas Carlyle
4. L’influenza di Marat di Louis R. Gottschalk
5. Marat socialista? di Jean Jaurès
6. Marat dietro le quinte di Victor Hugo
7. Testi di Marat: Dispotismo e libertà | I diritti civili

“Think | Tank”. Il saggio del mese [agosto 2022]

Nota sulle illustrazioni delle speciale Marat. Le illustrazioni sono tratte dal film di Peter Brook del 1966 dal titolo “Marat-Sade” (disponibile su YouTube e dalla miniserie della televisione francese del 1989 dal titolo “La Révolution Française”. Il film di Brook è ispirato al dramma teatrale di Peter Weiss “La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat”, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade. Nel film Ian Richardson interpreta Jean-Paul Marat, Glenda Jackson è Charlotte Corday e Patrick Magee interpreta il Marchese de Sade. La miniserie “La révolution Française” è diretta Robert Enrico e Richard T. Heffron e ha come interpreti principali: Andrzej Seweryn nelle vesti di Maximilien de Robespierre, Klaus Maria Brandauer come Georges Jacques Danton, Vittorio Mezzogiorno interpreta Jean-Paul Marat, Jean-François Balmer è Luigi XVI e Jane Seymour Maria Antonietta d’Austria. In questa illustrazione si vede il volto di Marat, prestato da Vittorio Mezzogiorno, dalla miniserie e alcuni popolani dal film di Brooke. Ambedue le produzioni sono disponibili su YouTube. Nel 2020 Netflix ha prodotto una serie televisiva drammatica soprannaturale francese dal titolo La Révolution cancellata dopo la prima stagione, ancora disponibile su Netflix.

Nel 2023 ricorre il 250° anniversario della morte di Jean-Paul Marat (Parigi, 1743–1793) per mano di Carlotta Corday, uno degli episodi che definiscono la Rivoluzione francese e per tanto tempo avvolto tra mito e realtà.

La fortuna storiografica di Marat nella critica classica

Gli storici non sono stati molto teneri con Jean-Paul Marat. Anche il suo aspetto fisico non ha contribuito alla sua fortuna nella storiografia della Rivoluzione francese. Jules Michelet, lo storico par-excellence del periodo rivoluzionario, ne parla in questi termini «un mostro, un essere fuori della natura, fuori della legge, fuori del sole… Scrive articoli che incitano all’assassinio, al massacro, al saccheggio». Chateubriand nel 1820 scrive di lui «un Caligola da quadrivio… che assunse la parte del pazzo alla corte del popolo».

Già i suoi contemporanei non avevano mancato di utilizzare giudizi estremi sia drammatici che grotteschi rivolti a Marat: «folle bilioso», «iena», «aborto della natura», «cannibale», «bestia feroce», «sadico», «isterico», epilettico», «allucinato», «commediante», «saltimbanco», «pulcinella», «arlecchino».

La virulenza di questi giudizi che si spingono a includere elementi personali come l’aspetto fisico e la malattia è forse attribuibile al ruolo preminente avuto da Marat nelle giornate di settembre del 1792, la caduta della Gironda e l’avvio della funesta fase del terrore.

Appropriato a questo proposito è il commento di Celestino E. Spada nella introduzione alla sua antologia di scritti di Marat:

«L’attenzione di cui è stata oggetto sua persona sgraziata, la cura posta nel classificarlo, definirlo, rinchiuderlo nella specie del “non-umano”, come batrace, come iena, come donna o folle rivela la incompatibilità, la non identificazione dell’uomo Marat con quel concetto di uomo che la cultura classica aveva ritagliato, come la specie di Linneo, su determinati caratteri culturalmente valutati».

La critica democratica

Marat è indubbiamente una figura fuori dal coro in tutti i sensi. L’asprezza delle sue posizioni, il disprezzo per la tattica, per le mezze misure, i compromessi politici contribuivano al suo isolamento anche all’interno dei Cordiglieri e dei Girondini.

È proprio questa sua collocazione estrema inizia ad avvicinare e ad attrarre l’ala democratica verso la figura de il pensiero di Marat. La sua morte da martire della libertà, con le spoglie tumulate al Pantheon, la sua fede quasi religiosa nella rivoluzione costruirono una sorta di culto di Marat.

Nell’elogio funebre Danton, che fino ad allora se ne era tenuto a debita distanza dalle posizioni incendiarie di Marat, usò, da maestro dell’oratoria qual era, queste parole che facevano intendere una sorta di raccolta di un’eredità politica:

«Ebbe la febbre rivoluzionaria: aveva ragione, perché conosceva tutta la scelleratezza dei nemici della rivoluzione».

Il Direttorio, che rimosse le spoglie dal Pantheon per tumularle in una fossa comune, ne fece il capo espiatorio di tutte le nefandezze della rivoluzione.

La critica democratica, invece, inizia a vedervi una delle prime espressioni politiche del proletariato moderno, un pensiero e un’azione che, come scrisse Jean Jaures, «si addice all’infanzia del proletariato».

Nel solco di Rousseau

Quale è allora il vero Marat.

Il suo pensiero si iscrive nella circonferenza di idee e di principi tracciata da Jean-Jacques Rousseau. Anche la sua esperienza in Inghilterra lo porta a farsi le visioni entusiastiche ed idilliache di un Voltaire o di un Montesquieu.

L’Inghilterra non gli appare il regno della democrazia politica e del progresso scientifico quanto una società basata sul privilegio e sulla disuguaglianza dove un manipolo di landlord gestice il potere a proprio vantaggio.

Verso Montesquieu non ha che parole di lode tanto da scrivere un Éloge del suo pensiero Di Montesquieu accoglie il principio della divisione dei poteri, seppure con una accentuazione del principio di sovranità popolare e controllo della rappresentanza che nell’autore delle Spirito delle leggi non c’è..

Tutto il suo pensiero politico è improntato sin realtà ulle idee di Rousseau. Scrive Spada:

«Russoiani sono i temi ricorrenti nelle sue opere politiche: la sovranità popolare, il carattere puramente tecnico della delega ai rappresentanti, il mandato imperativo, il diritto di resistenza alle leggi ingiuste e ai mandatari infedeli; il tema della volontà generale e della virtù, chiave di volta e garanzia dell’intera struttura politica democratica. Di ispirazione russoiana (la sproporzione fra le ricchezze dei privati è un ostacolo alla pura democrazia politica) è la critica che egli fa, contrapponendosi anche in ciò a Voltaire e a Diderot, dell’assolutismo illuminato, la cui opera, egli dice, si risolve in un rafforzamento del potere dispotico dei principi sui sudditi».

E ancora con Rousseau egli condivide il moralismo, l’idea della necessità dell’aggregazione etica dei cittadini, dei virtuosi e degli onesti nello Stato politico, e di una società di piccoli proprietari cui lo Stato impedirà di accumulare ricchezze: l’ideale spartano. Anch’egli dà voce, quindi, e interpreta le esigenze e la protesta della piccola borghesia, degli artigiani e dei contadini, contro l’assolutismo e la finanza».

L’influenza di Marat

Gli studi più moderni sulla rivoluzione francese, in rapporto ai classici ottocenteschi, hanno ridimensionato molto l’influsso di Marat sugli avvenimenti. Nello stesso “Ami du Peuole” ci sono delle pagine sconsolate sull’inerzia, l’assenteismo politico e la cecità dei parigini nei confronti dei propri rappresentanti. Proprio le invettive estreme sono la manifestazione di un certo isolamento del quale soffriva anche tra i sanculotti, oltreché nelle fazioni a ci si riferiva.

Questo scarso seguito si deve anche, come sottolinea Celestino Spada, di una certa indeterminatezza nelle classi sociali alle quali si rivolge che manifesta una certa assenza di basi sociali delle sue teorie e della sua azione politica. Il suo è un appello al popolo, ma il popolo di Marat precise Spada:

«l’appello al popolo non è rivolto al proletariato industriale (i cui connotati all’epoca sono del resto molto incerti), né ai contadini; ma genericamente ai non abbienti, alle masse urbane, che per la loro condizione più si avvicinano a quell’ideale spartano che egli ha fatto proprio; in sostanza è un appello a una forza etica, alla «parte più sana della nazione», agli uomini «che non hanno serrato il cuore alla pietà e alla virtù». Egli, come Rousseau, non avendo tradotto la politica in termini sociali, risolve le forze sociali in forze etiche e il problema della trasformazione rivoluzionaria della società non in un problema non socio-politico, ma etico».

La preminenza del fattore etico potrebbe anche spiegare l’estremismo e la crudeltà delle sue posizioni, l’incitamento alla soppressione fisica degli avversari, dei corrotti che gli appare l’unico mezzo per realizzare la rivoluzione.

Purtroppo Marat non vide l’esito della rivoluzione a cui aveva contribuito in modo così significativo. Ad impedirlo furono le stilettate di Carlotta Corday che misero fine alla sua vita. Di seguito riportiamo alcune ricostruzioni classiche della morte e dell’azione di Marat con due scritti dello stesso Marat.

Gli episodi dello speciale

Il primo è un profilo dei protagonisti della rivoluzione francese dopo l’esecuzione del re scritto da due storici francesi di orientamento liberale, François Furet e Denis Rochet autori di una Storia della Rivoluzione Francese (1965).

Il secondo è un classico. È tratto dalla Storia della Rivoluzione francese (1847) Jules Michelet, unanimemente considerato il capolavoro della storiografia liberale sulla grande Rivoluzione.

Il terzo è un altro classico della storiografia sugli eventi del 1979–93. È un profilo di Carlotta Corday ricostruito magistralmente, anche da grande penna qual era, dello storico e pensatore scozzese, Thomas Carlyle, che, invece, potremmo considerare il capolavoro, insieme alle Riflessioni del Burke, della storiografia conservatrice sull’89.

Il quarto episodio è il capitolo conclusivo di uno dei biografi di Marat, già professore di storia all’Università di Chicago, Louis R. Gottschalk, stimato studioso della Rivoluzione Francese e di La Fayette.

Il quinto è un altro classico della storiografia della rivoluzione francese. È il capitolo che Jean Jaurès nella sua Storia socialista della Rivoluzione Francese dedica al pensiero sociale di Marat per rintracciarne elementi riconducibili al pensiero socialista. Dall’inizio del XX secolo fino alla suo assassinio nel 1914 per mano di un nazionalista fanatico, Jaurès guidò la SFIO, il Partito socialista francese.

Il sesto episodio è un estratto da Novantatré, l’ultimo romanzo del grande scrittore francese Victor Hugo. In quest’opera di fantasia, scritta magistralmente, Hugo tratteggia un profilo della personalità di Marat durante i lavoro della Convenzione.

Concludiamo con due scritti di Marat, uno tratto dal suo pamphlet Le catene della schiavitù (Les Chaînes de l’esclavage, 1774) e l’altro da Plan de législation criminelle (1780) e da Project de Déclaration des droit de l’homme et du citoyen, suivi d’un Plan de Constitution juste, sage et libre (1789). Questi scritti sono stati raccolti, curati e tradotti da Celestino Spada nel suo volume L’Amico del Popolo, Roma, Editori Riuniti, 1968

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Mario Mancini
Mario Mancini

Written by Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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