Voltaire su John Locke

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A sinistra John Locke, a destra Voltaire, grande estimatore del pensatore inglese. Una stima guardata in patria con molto sospetto tanto da attirare su le sue “Lettres écrites de Londres sur les Anglois et autres sujets“ (1734) una lettre de cachet volta a imprigionare l’autore. Per sfiggirle Voltaire dovrà rifugiarsi a Basilea.

Non vi fu forse mai uno spirito più saggio, più metodico, un logico più rigoroso di Locke; eppure, non era un grande matematico. Non aveva mai potuto sottomettersi alla fatica dei calcoli né all’aridità delle verità matematiche, che inizialmente non presentano al nostro spirito niente di concreto; e nessuno ha mai provato meglio di lui che si può avere una mente geometrica senza gli ausili della geometria. Prima di lui, grandi filosofi avevano deciso categoricamente che cosa sia l’anima dell’uomo; ma poiché non ne sapevano assolutamente nulla, è giustissimo che fossero tutti di pareri diversi.

In Grecia, culla delle arti e degli errori, dove grandezza e stoltezza dello spirito umano si spinsero tanto oltre, si ragionava sull’anima come da noi.

Il divino Anassagora, cui fu dedicato un altare per aver insegnato agli uomini che il Sole è più grande del Peloponneso, che la neve è nera e che i cieli sono di pietra, affermò che l’anima è uno spirito aereo, e tuttavia immortale.

Diogene [Apollonia (V sec. a.C.] — non quello che divenne cinico dopo esser stato falsario, ma un altro — assicurava che l’anima è una porzione della sostanza stessa di Dio; e almeno questa idea era brillante.

Epicuro [1] suddivideva l’anima, come il corpo, in tante diverse parti; Aristotele, ch’è stato spiegato in mille modi perché era incomprensibile, credeva — a sentire taluni dei suoi discepoli — che l’intelletto di tutti gli uomini fosse una sola e identica sostanza.

Il divino Platone, maestro del divino Aristotele, e il divino Socrate, maestro del divino Platone, dicevano che l’anima è corporea ed eterna; senza dubbio, Socrate lo aveva appreso dal suo demone. Taluni, a dire il vero, pretendono che un uomo il quale si vantava di avere un demone in famiglia fosse certamente un pazzo o un briccone; ma costoro fanno troppo i difficili.

Quanto ai nostri Padri della Chiesa, parecchi di loro, nei primi secoli, hanno ritenuto l’anima umana, gli angeli e Dio forniti di corpo.

Il mondo si raffina continuamente. San Bernardo[2], secondo la testimonianza del Padre Mabillon[3], insegnò a proposito dell’anima che, dopo la morte, essa non vede affatto Dio in cielo, ma si limita a conversare con l’umanità di Gesù Cristo; ma quella volta non fu creduto sulla parola: l’avventura della Crociata aveva un po’ screditato i suoi oracoli. In seguito, sono venuti mille Scolastici, come il Dottore — irrefutabile, il Dottor sottile, il Dottore angelico, il Dottor serafico, il Dottor cherubico, i quali sono stati ben sicuri di conoscere l’anima con assoluta chiarezza, ma ne hanno sempre parlato come se avessero voluto che nessuno ne capisse niente.

Il nostro Cartesio[4], nato per scoprire gli errori dell’antichità ma per sostituirvi i propri, trascinato da quello spirito sistematico che acceca i più grandi uomini, immaginò di aver dimostrato che l’anima fa tutt’uno col pensiero, come la materia — secondo lui — fa tutt’uno con l’estensione. Egli assicurò che si pensa continuamente, e che l’anima giunge nel corpo provvista di tutte le nozioni metafisiche, conoscendo Dio, lo spazio, l’infinito, possedendo tutte le idee astratte, colma insomma di mirabili cognizioni, che disgraziatamente dimentica uscendo dal ventre materno.

Malebranche, dell’Oratorio, nelle sue sublimi illusioni, non solo ammise le idee innate, ma non dubitava che noi vediamo tutto in Dio, e che Dio, per così dire, sia la nostra anima.

Dopo che tanti ragionatori hanno costruito il romanzo dell’anima, è venuto un saggio, che ne ha fatto modestamente la storia[5] Locke ha spiegato all’uomo la ragione umana, come un bravo anatomista spiega le parti del corpo umano. Egli si aiuta sempre con la fiaccola della fisica; talvolta osa parlare affermativamente, ma ha anche il coraggio di dubitare. Invece di definire d’un sol tratto quello che non conosciamo, egli esamina per gradi quello che vogliamo conoscere. Prende un bambino al momento della nascita; segue passo, passo i progressi della sua intelligenza; vede quel che ha di comune con gli animali e quello che lo rende superiore ad essi; consulta soprattutto la propria testimonianza, la coscienza del proprio pensiero.

Egli dice:

Lascio a coloro che ne sanno più di me di discutere se la nostra anima cominci ad esistere prima o dopo l’organizzazione del nostro corpo: ma confesso che a me è toccata in sorte una di quelle anime rozze che non pensano continuamente, ed ho anzi la disgrazia di non concepire come sia più necessario per l’anima pensare continuamente che per il corpo essere sempre in movimento.

Per conto mio, mi vanto dell’onore di essere su tale punto altrettanto stupido quanto Locke. Nessuno mi farà mai credere che io pensi continuamente; né mi sento maggiormente disposto di Locke a immaginare che, alcune settimane dopo esser stato concepito, io fossi un’anima sapientissima, che conosceva allora mille cose poi dimenticate nascendo e che possedeva molto inutilmente nell’uterus delle nozioni, sfuggitemi poi nel momento in cui ne avrei avuto bisogno e che non ho mai più potuto riapprendere bene in seguito.

Dopo aver demolito le idee innate, dopo aver rinunciato del tutto alla vanità di credere che si pensi continuamente, Locke stabilisce che tutte le nostre idee ci vengono dai sensi, esamina le nostre idee semplici e quelle composte, segue l’intelletto umano in tutte le sue operazioni, dimostra a qual punto i linguaggi che gli uomini parlano siano imperfetti e quale abuso noi facciamo continuamente dei termini. Passa infine a considerare l’estensione, o piuttosto il nulla, delle conoscenze umane. È in questo capitolo che egli osa modestamente esprimersi in tal modo:

Noi non saremo forse mai capaci di conoscere se un essere puramente materiale pensi o no.

Queste sagge parole parvero a più di un teologo una scandalosa dichiarazione che l’anima è materiale e mortale. Alcuni inglesi, devoti a modo loro, suonarono l’allarme. I superstiziosi sono nella società quello che i codardi sono in un esercito: hanno e danno terrori panici. Si gridò che Locke voleva distruggere la religione: eppure, in questa faccenda, la religione non c’entrava affatto; era una questione puramente filosofica, del tutto indipendente dalla fede e dalla rivelazione.

Bastava esaminare senza acrimonia se vi è contraddizione nel dire che la materia può pensare, e se Dio può comunicare alla materia il pensiero. Ma i teologi, quando non si è del loro parere, cominciano troppo spesso col dire che si reca oltraggio a Dio. Somigliano a quei poetastri i quali gridavano che Boileau[6] sparlava del re, perché si burlava di loro.

Per non avere espressamente detto ingiurie a Locke, il dottor Stillingfleet[7] si è fatta la reputazione di teologo moderato. Egli è sceso in lizza contro di lui, ma è stato sconfitto perché ragionava da teologo, mentre Locke ragionava da filosofo, esperto della forza e debolezza dello spirito umano, e si batteva con armi di cui conosceva la tempra[8].

Se io osassi parlare dopo Locke su un argomento così delicato, direi:

Gli uomini disputano da lungo tempo sulla natura e sull’immortalità dell’anima; riguardo alla sua immortalità, è impossibile dimostrarla, poiché si discute ancora sulla sua natura, e sicuramente occorre conoscere a fondo un essere creato per stabilire se sia o no immortale. La ragione umana è così poco capace di dimostrare da sé l’immortalità dell’anima, che la religione è stata obbligata a rivelarcela. Il bene comune di tutti gli uomini richiede che si creda l’anima immortale; la fede ce lo ordina; non occorre altro, la questione è risolta. Diversamente stanno le cose circa la natura dell’anima: alla religione poco importa di quale sostanza essa sia, purché sia virtuosa; è come un orologio che ci è stato dato da regolare, ma l’operaio non ci ha detto di che cosa sia composta la molla.

Io sono corpo e penso: non ne so di più. Vorrò attribuire ad una causa sconosciuta ciò che posso tanto comodamente attribuire all’unica seconda causa che conosco? A questo punto, tutti i filosofi universitari mi fermano per polemizzare, dicendo:

Non vi è nel corpo che estensione e solidità, ed esso non può avere che movimento e apparenza. Ora, movimento e apparenza, estensione e solidità non possono formulare un pensiero: dunque l’anima non può essere materia.

Tutto questo grosso ragionamento, tante volte ripetuto, si riduce in definitiva a dire:

Non conosco affatto la materia; ne indovino imperfettamente talune proprietà; ora, io non so affatto se queste proprietà possano essere unite al pensiero. Dunque, poiché non ne so assolutamente nulla, assicuro in modo categorico che la materia non può pensare.

Ecco esattamente la maniera scolastica di ragionare. Locke direbbe con semplicità a questi signori:

Confessate almeno che voi siete altrettanto ignoranti di me; né la vostra immaginazione né la mia possono concepire come un corpo possa avere delle idee; e capite forse meglio come una qualsiasi sostanza possa averne? Voi non concepite né la materia né lo spirito: come osate affermare alcunché?

Interviene poi il superstizioso a dire che occorre bruciare, per il bene delle loro anime, coloro che suppongono si possa pensare col solo aiuto del corpo. Ma non potrebbe essere proprio lui colpevole di empietà? Chi oserà infatti affermare, senza assurda empietà, che è impossibile al Creatore dare alla materia il pensiero e il sentimento? Vedete, vi prego, in quale imbarazzo vi siete cacciati, voi che limitate in tal modo la potenza del Creatore!

Le bestie hanno gli stessi organi di noi, gli stessi sentimenti, le stesse percezioni; sono dotate di memoria, mettono insieme delle idee. Se Dio non ha potuto animare la materia e darle la capacità di sentire, delle due l’una, o le bestie sono semplici macchine o hanno un’anima spirituale.

Mi sembra quasi dimostrato che le bestie non possono essere semplici macchine. Ecco la mia prova: Dio ha dato loro precisamente gli stessi organi per sentire che ha dato a noi; dunque, se esse non sentono, Dio ha fatto un lavoro inutile. Ora Dio, per vostra stessa ammissione, non fa nulla invano; dunque non avrà fabbricato tanti organi del sentire perché poi non vi sia capacità di sentire; quindi, le bestie non sono semplici macchine.

Le bestie, secondo voi, non possono avere un’anima spirituale; ecco che, vostro malgrado, non resta altro da dire se non che Dio ha dato agli organi delle bestie, che sono materia, la facoltà di sentire e di percepire che in loro voi chiamate istinto.

Ebbene, chi può impedire a Dio di comunicare ai nostri organi più sottili quella facoltà di sentire, di percepire e di pensare che noi chiamiamo ragione umana? Da qualunque lato vi volgiate, siete costretti ad ammettere la vostra ignoranza e la potenza immensa del Creatore. Non ribellatevi quindi più contro la saggia e modesta filosofia di Locke: lungi dall’esser contraria alla religione, essa potrebbe costituirne una prova, se la religione ne avesse bisogno. Infatti, quale filosofia più religiosa di quella che, affermando solo ciò che concepisce chiaramente e sapendo confessare la propria debolezza, vi dice che bisogna ricorrere a Dio per poter spiegare le cause prime?

D’altronde, non bisogna mai temere che una concezione filosofica possa nuocere alla religione di un paese. I misteri che ci circondano hanno un bell’essere contrastanti con le nostre dimostrazioni, essi non son meno riveriti dai filosofi cristiani, i quali sanno che gli oggetti della ragione e quelli della fede sono di natura differente. I filosofi non costituiranno mai una setta religiosa. E perché? Perché non scrivono per il popolo, e sono privi di entusiasmo.

Dividete il genere umano in venti parti: ve ne sono diciannove composte da coloro che lavorano con le proprie mani e che non sapranno mai che vi sia al mondo un Locke. Nella rimanente ventesima parte, quanto sono pochi coloro che leggono! E tra quelli che leggono, almeno venti leggono romanzi, contro uno che studia la filosofia. Il numero di coloro che pensano è straordinariamente esiguo ed essi non intendono turbare il mondo.

Non furono né Montaigne, né Locke, né Bayle[9], né Spinoza[10], né Hobbes[11], né milord Shaftesbury[12], né Collins[13], né Toland[14] ecc., a portare nella loro patria la fiaccola della discordia; sono per lo più dei teologi, che avendo avuto dapprima l’ambizione di esser capi di setta, ben presto hanno avuto quella di diventare capi di partito. Ma che dico! Tutti i libri dei filosofi moderni messi insieme non faranno mai nel mondo tanto chiasso quanto ne ha fatto, in altri tempi, la disputa dei Francescani sulla forma della loro manica e del loro cappuccio.

Note

[1] Epicuro (341–270 a.C.), la cui filosofia si sviluppa sulla scia dell’atomismo di Democrito.

[2] Bernardo di Chiaravalle (1091–1153), nato· in Borgogna, mistico ascetico soprannominato doctor mellifluus, autore di Sermonit. Gli accenni sono ripresi dal Bayle.

[3] Jean Mabillon (1632–1707), benedettino francese, creatore della scienza diplomatica.

[4] René Descartes (1596–1650), uno dei maggiori filosofi francesi di tutti i tempi, autore del celebre Discorso sul metodo.

[5] Voltaire allude qui al Saggio sull’intelletto umano di Locke.

[6] Nicolas Boileau (1636–1711), noto ai contemporanei col nome di Despréaux con cui infatti lo designa Voltaire, grande poeta e trattatista, autore dell’Art poétique e delle Satyres.

[7] Edward Stillingfleer (1635–99), vescovo di Worchester, autore di un’opera intitolata A discourse in vindication on the doctrine of Trinity (1697), in cui attacca i soriniani, gli antitrinitari e Locke.

[8] A partire dal 1751, la lettera xiii termina a questo punto e i periodi successivi sono sostituiti da due lunghi brani intitolati L’anima e La tolleranza, che insieme formano parte dell’articolo “Anima” del Dictionnaire phìlosophique. Nel 1738 Voltaire pubblicò un frammento intitolato xxvi lettera sull’anima, il cui titolo mostra l’intenzione di collegarla alle Lettere filosofiche; G. Lanson ritiene che si tratti della redazione originale della lettera xiii, poi edulcorata e presentata nel 1734 in una forma meno audace e pericolosa (e in proposito esiste una lettera di Voltaire a J.B. Formont del 6 dicembre 1732 in cui si legge: «Sono costretto a cambiare tutto ciò che avevo scritto a proposito di Locke, perché, in fin dei conti, voglio vivere in Francia, dove non è permesso essere tanto filosofo quanto un inglese. Debbo camuffare a Parigi quel che a Londra potrei dire chiaramente”); ma R. Naves non condivide tale opinione e pensa che si tratti piuttosto del rimaneggiamento più personale di un testo forse contemporaneo alle Lettere filosofiche ma che non può esserne considerato parte integrante. È certo, comunque, che questa lettera xiii contiene una coraggiosa professione di fede filosofica.

[9] Pierre Bayle (1647–1706), filosofo razionalista francese, autore del celebre Dictionnaire historique et critique (1695–97), di cui Voltaire si servi largamente nei suoi lineamenti di storia della filosofia.

[10] Baruch Spinoza (1632–77), filosofo panteista olandese, autore dell’Etica e del Trattato teologico-politico.

[11] Thomas Hobbes (1588–1679), filosofo inglese, teorico dell’assolutismo, la cui opera più nota è il Leviatano (1651), combatte anch’egli la dottrina cartesiana delle idee innate.

[12] Anthony Ashley Cooper conte di Shaftesbury (1671–1713) filosofo inglese amico di Locke, autore di un’opera molto nota intitolata Characteristics of men, manners, opinions, times (1711), che con la sua concezione di un cristianesimo tollerante ebbe una grande influenza sui filosofi francesi del xviii secolo, e in modo particolare su Diderot.

[13] Anthony Collins (1676–1729), uno dei maggiori rappresentanti del deismo inglese, autore di un Discorso sul libero pensiero (1713).

[14] John Toland (1670–1722) è l’autore del Cristianesimo senza mistero (1720), trattato di filosofia deista.

Fonte: Voltaire, Lettere inglesi, a cura di Paolo Alatri, Editori Riuniti, Roma 1971, pp. 77–84

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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