Stuart Mill: Governo e Parlamento

e il rischio della dittatura della maggioranza

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Bansky, Devolved parliament, 2009, Collezione privata

John Stuart Mil

John Stuart Mill (1806–1873) è uno degli ultimi grandi rappresentanti della tradizione empirista inglese e uno dei «rinnovatori» del liberalismo. Nato a Londra dal filosofo James Mill, fu dal padre educato alle idee utilitaristiche di Bentham e degli economisti inglesi.

Fu funzionario della Compagnia delle Indie e deputato.

Stuart Mill raccoglie la tradizione del liberalismo inglese in un’età che già registra le prime grandi e strutturali alterazioni dell’«armonia» e regolarità della società privatistica. Nel 1824 sono abolite in Inghilterra le leggi che vietavano le coalizioni e si sviluppa quel primo grande movimento operaio che fu il cartismo.

Nascono le Trade Unions. Il 1848 mostra sul corpo dell’Europa continentale l’efficienza e la pressione delle nuove idee socialiste. La stessa Inghilterra vittoriana registra modificazioni economiche e politiche sostanziali che vanno dalla lotta sindacale alla estensione del suffragio.

Il liberalismo classico è dunque in crisi e non pochi teorici inglesi vanno rivedendone l’impianto cercando di adattarlo alle strutture di una società nella quale sono sempre più numerosi sia i segni delle crisi, sia i segni dell’associazionismo.

L’opera di Stuart Mill si inserisce appunto in questo tentativo. Egli tien fermo, innanzi tutto, al principio che «individualismo equivale a sviluppo» e che soltanto un sistema di sicure garanzie individuali può consentire quel libero dinamismo e quella «varietà di stato» che già per Humboldt costituivano il fondamento del progresso civile.

Ma è appunto questo fondamento che comincia a mostrare i segni della crisi. Da una parte infatti si manifestano fenomeni di livellamento e «assimilazione» dai quali sorge una forza nuova, quella della «opinione pubblica», dall’altra, nella misura in cui quei fenomeni siano impediti, si approfondiscono fratture gravi, come lo sciopero, che minano le basi stesse della convivenza.

Tali contraddizioni non sono soltanto della realtà: si riflettono nel piano stesso della teoria e nel pensiero stesso di Stuart Mill. Così egli avverte lo sviluppo di un «complesso di forze così potentemente ostili all’individualismo, che non è facile prevedere come esso potrà uscirne. “

« La pretesa generale di rendere tutti gli altri simili a noi cresce in proporzione dell’atmosfera favorevole in cui s’imbatte. Se si attende per resistervi che la vita sia ridotta ad un modello unico, tutto ciò che si stacca da un tale modello sarà considerato come cosa empia, immorale e persino mostruosa e contro natura. La specie umana diverrà ben presto incapace di comprendere la diversità, quando si sarà assuefatta per un certo tempo a non averla più sott’occhio».

Ma avverte anche quanto sia indeclinabile il «diritto di tutti alla partecipazione al potere supremo» e riconosce esplicitamente — proprio contro le assunzioni classiche del liberalismo di Kant e di Constant — che «quando il potere risiede esclusivamente in una classe, questa classe sacrificherà a se stessa coscientemente e deliberatamente tutte le altre classi».

Il suo pensiero politico resta costantemente combattuto fra la paura della democrazia e la sua necessità. Teorizzando nei dettagli il modello di Stato rappresentativo che era già stato sbozzato al livello filosofico generale egli ammonisce che «ci dovrebbe essere in ogni costituzione un centro di resistenza contro il potere predominante e, di conseguenza, in una costituzione democratica, un mezzo di resistenza alla democrazia», «un freno solido all’influenza della maggioranza».

Ma studiando le risultanze del meccanismo liberale tradizionale non può non rilevare:

«O l’intera tendenza del moderno progresso sociale è falsa, o bisogna spingerla fino all’abolizione totale di tutte le esclusioni e di tutte le incapacità che mettono fine ad ogni onesta attività di un essere umano».

Si batte cosi per il suffragio elettorale alle donne e con altrettanto accanimento polemizza contro la

«falsa democrazia che non è in realtà che il governo esclusivo delle classi operaie» affermando che «la sola possibilità di sfuggire ad una rigida legislazione di classe e alla più pericolosa ignoranza politica riposa sulla tendenza che possano aver le masse senza educazione a scegliere dei rappresentanti politicamente preparati e a seguire le loro opinioni».

Chiede per un verso l’espansione della democrazia e vede per un altro nella sua logica evoluzione avanzare lo spettro del «dispotismo» delle masse. Cosi tutto il suo sistema costituzionale si concentra nello studio dei freni atti a contenere ai massimi livelli dello Stato quella espansione che vuole invece promuovere alla sua base.

Lamenta che «gli individui si smarriscono nella massa» e riconosce d’altronde «una tendenza irresistibile nel mondo moderno verso una costituzione democratica della società, accompagnata o meno da istituzioni politiche popolari».

Dal primo punto di vista fa appello ai diritti della minoranza e dell’individuo, dal secondo cede alle tendenze del secolo.

La sua contraddizione non è mera inconsequenzialità, è invece proprio lo specchio di tendenze contraddittorie che operano nella realtà politica cosi come nella struttura teorica del liberalismo.

Il passo che proponiamo è tratto dalle Considerazioni sul governo rappresentativo (traduzione italiana di Pietro Crespi, Milano, 1946). Da questo testo estraiamo alcune pagine sulla struttura del governo rappresentativo, sui rapporti fra parlamento e governo e sul pericolo di una legislazione di classe.

Umberto Cerroni

Il governo rappresentativo

Trattando la questione dei governi rappresentativi, quel che importa è di non perdere mai di vista la distinzione fra il suo concetto e le forme particolari in cui questo concetto si è concretato in seguito allo sviluppo dei fenomeni storici o sotto l’influsso dei principi di un determinato periodo.

Governo rappresentativo significa che la nazione tutta, o almeno una parte numerosa di essa, esercita per mezzo di deputati, periodicamente eletti, il supremo controllo del potere, controllo che non manca in nessuna costituzione. Questo supremo controllo deve essere posseduto per intero dalla nazione. Una collettività deve essere in grado di esercitare quando vuole qualsiasi funzione governativa.

Non è necessario che la legge costituzionale le dia questa potestà; tale potestà non esiste esplicitamente nella costituzione britannica; tuttavia in pratica è come se ci fosse. Il potere di esercitare il controllo finale è unico tanto in un governo composto da forze diverse ed equilibrate, quanto in una monarchia o in una democrazia pura.

Ciò convalida quell’opinione degli antichi, opinione ripresa dalle grandi autorità del nostro tempo, secondo cui una costituzione perfettamente equilibrata è impossibile. L’equilibrio c’è quasi sempre, ma mai i piatti della bilancia sono perfettamente a livello.

Se ci limitiamo a guardare alla superficie delle istituzioni politiche non sempre ci appare la forza preponderante. Nella costituzione britannica ciascuno dei tre membri, che hanno funzioni coordinate nell’esercizio della sovranità, è investito di poteri tali che, se esercitati per intero, potrebbero arrestare tutto il meccanismo del governo.

Dunque ciascuno di essi possiede nominalmente un uguale potere nel contenere e nel trattenere gli altri due. Senza alcun dubbio ciascuno dei tre membri impiegherebbe tutti i poteri, che ha a sua disposizione, per difendersi se venisse attaccato da uno degli altri due o da tutti e due insieme.

Chi può impedirgli di servirsene aggressivamente? Le norme consuetudinarie della costituzione, cioè in altri termini la morale politica positiva del paese: ed è questa morale che dobbiamo prendere in considerazione se vogliamo sapere dove risiede il potere supremo nella costituzione.

Per legge costituzionale la Corona può rifiutare il suo assenso ad ogni atto del Parlamento e nominare o mantenere nel suo impiego qualsiasi ministro, malgrado il parere contrario del Parlamento.

Ma la moralità costituzionale del paese annulla questi poteri, impedisce che se ne faccia uso esigendo che il capo dell’amministrazione sia sempre virtualmente nominato dalla Camera dei Comuni: in tal modo essa fa di questo corpo il vero sovrano dello Stato.

Queste norme non scritte, che circoscrivono l’uso dei poteri legali, non hanno effetto e vita che a condizione di adeguarsi alla situazione concreta delle forze politiche.

In ogni costituzione c’è un potere più forte, un potere che otterrebbe la vittoria se le funzioni di equilibrio, sul quale si fonda la costituzione, venissero meno e le forze potessero scatenarsi l’una contro l’altra.

Le norme costituzionali hanno valore concreto ed effetto pratico, nella misura in cui concedono di dominare a quella forza costituzionale che di fatto prevale. In Inghilterra questa forza è il potere popolare.

Se quindi le precauzioni legali della costituzione britannica, così come le massime non scritte che regolano di fatto la condotta delle differenti autorità politiche, non dessero all’elemento popolare nella costituzione questa concreta supremazia in tutti i settori delle attività governative, corrispondente alla sua forza reale nel paese, la costituzione non possiederebbe quella stabilità che invece la caratterizza, o le leggi o le norme consuetudinarie dovrebbero al più presto mutare.

Cosi il governo britannico è un governo rappresentativo nel vero senso della parola, e i poteri che esso affida nelle mani di coloro che non sono direttamente responsabili verso il popolo, non possono essere considerati che come precauzioni prese dal potere centrale stesso contro i propri errori.

Tali precauzioni sono sempre esistite in tutte le democrazie ben costituite. La costituzione ateniese ne era munita, e non mancano nella costituzione degli Stati Uniti.

Mentre è essenziale per un governo rappresentativo che la supremazia effettiva nello Stato appartenga ai rappresentanti del popolo, si domandano quali saranno le vere funzioni che assolverà direttamente e personalmente il corpo rappresentativo, quale sarà il suo preciso ruolo nel meccanismo governativo.

Sotto questo rapporto, il regime rappresentativo può assumere le più diverse fisionomie, purché le funzioni di controllo siano sempre interamente assicurate al corpo rappresentativo.

Parlamento e governo

Il vero compito di un’assemblea governativa non è di governare, al quale è inadatta; ma di sorvegliare e di controllare il governo, di sottoporre alla critica tutti i suoi atti, di esigerne l’esposizione e la giustificazione quando essi appaiono discutibili, di biasimarli se sono condannabili, di allontanare dal loro impiego gli uomini che compongono il governo se abusano del loro incarico o se l’assolvono in un modo contrario alla volontà espressa dalla nazione, e di nominare virtualmente o espressamente i loro successori.

Questo è indubbiamente un potere ampio e una garanzia sufficiente per la libertà della nazione. Inoltre il Parlamento ha un’altra funzione che non è meno importante della prima: di costituire contemporaneamente un «comitato delle controversie» e un «congresso delle opinioni»; una arena dove non solamente l’opinione generale della nazione ma anche l’opinione delle diverse categorie della nazione, e, per quanto possibile, quella di tutti gli individui illustri del paese, possa esprimersi liberamente e provocare la discussione, dove ogni cittadino possa essere sicuro di trovare qualcuno che esponga la sua opinione, come potrebbe far lui stesso o meglio ancora, non esclusivamente ad amici o simpatizzanti ma a degli avversari in modo da sottoporla alla prova dei dibattiti; dove coloro la cui opinione è travolta abbiano la soddisfazione di essere stati ascoltati e poi messi da parte non per capriccio arbitrario ma per ragioni reputate superiori e giudicate tali dai rappresentanti della nazione; dove ogni partito o opinione possa radunare le sue forze e vedere realmente quali e quanti sono i suoi seguaci; dove ogni opinione prevalente nella nazione si palesi veramente tale manovrando le sue forze in presenza del governo, il quale cosi può e deve cedere di fronte a questa semplice manifestazione, senza attendere che essa faccia uso reale della sua forza; dove infine gli uomini di Stato possano verificare con maggior garanzia che non altrove quali opinioni e forze salgono e quali declinano; e siano in grado di prendere le loro disposizioni in rapporto non solamente ai bisogni attuali ma alle tendenze in via di progresso.

I nemici delle assemblee legislative le hanno sovente rimproverate d’essere luoghi di chiacchiere e di parole inutili. Non so come un’assemblea potrebbe impiegare il suo tempo più utilmente se non parlando, dato che l’oggetto di questi discorsi sono i grandi interessi pubblici e ogni parola rappresenta l’opinione o di una classe importante della nazione, o di un individuo in cui una di queste classi ha posto la sua fiducia.

Un’assemblea in cui ogni interesse, ogni sfumatura di opinioni può veder rappresentata la sua causa sostenuta con ardore di fronte al governo e agli altri interessi ed opinioni, e può costringere tutti ad ascoltarla, ad approvare le sue richieste, o a dimostrare chiaramente perché vengono respinte, una tale assemblea è in se stessa una delle più importanti istituzioni politiche che possano esistere e uno dei più preziosi benefici di un governo libero.

Tali «chiacchiere» non sarebbero mai state trattate con disprezzo se non si avesse loro permesso di intralciare l’attività pratica, cosa che non si verificherebbe se le assemblee sapessero e riconoscessero che parlare e discutere costituiscono la funzione fondamentale, mentre l’azione come risultato della discussione è il compito non di un corpo numeroso ma di individui idonei a tale scopo.

Il vero compito di un’assemblea è di sorvegliare che questi individui siano scelti onestamente e intelligentemente e, ciò fatto, di non più immischiarsi nella loro condotta se non per criticarli o suggerire loro delle direttive, o infine per accordare e rifiutare il suggello del consenso nazionale.

È per mancanza di questa giudiziosa riservatezza che le assemblee popolari vogliono fare ciò che non sono atte a fare convenientemente, cioè governare e legiferare, e non intravedono per la più gran parte di questa attività altro meccanismo che il proprio, benché naturalmente ogni ora passata a discorrere sia un’ora sottratta ai problemi concreti.

Ma il fatto stesso che rende un’assemblea inadatta ad essere un consiglio legislativo qualificandola per altri compiti, è che non costituisce la selezione delle migliori menti politiche del paese, la cui opinione è dubbio che rappresenti realmente quella della nazione; invece se ben costituita è un autentico campionario di tutti i gradi di intelligenza delle persone che hanno voce nel governo.

Il ruolo delle assemblee è di indicare i problemi, di essere un organo per le richieste popolari, un luogo di discussioni per tutte le opinioni sugli affari piccoli o grandi, e nel contempo di contenere attraverso la critica, e se necessario ritirando loro ogni appoggio, quegli alti funzionari che dirigono direttamente gli affari pubblici o che nominano coloro che ne sono diretti responsabili.

Per godere sia dei vantaggi del controllo popolare che dei benefici di una amministrazione e di una legislazione intelligente (che divengono ogni giorno più necessari a misura che i problemi crescono di importanza e complessità) è assolutamente necessario ridurre in quei limiti razionali le funzioni dei corpi rappresentativi.

Non si riesce ad ottenere entrambi questi vantaggi se non separando queste funzioni, mettendo cioè da un lato il compito di criticare e controllare, dall’altro la direzione effettiva della cosa pubblica; affidando il primo ai rappresentanti della maggioranza, la seconda ad un piccolo numero di uomini eminenti, esperimentati, preparati da una educazione e da una esperienza particolare, personalmente responsabili di fronte alla nazione.

Pericolo di una legislazione di classe

Noi sappiamo quali argomenti potenti, tanto più pericolosi in quanto contengono una parte di verità, si possono usare contro il diritto di eredità, contro il diritto di fare legati, contro ogni vantaggio, che una persona sembra avere su un’altra.

Noi sappiamo come si possa dimostrare facilmente l’inutilità di quasi tutti i rami della scienza, la completa soddisfazione di coloro che non sanno niente.

Quanti uomini pii, pur non essendo completamente ignoranti, considerano inutile studio scientifico delle lingue c della letteratura antica; altrettanto inutile e ogni forma di erudizione, come la logica e la metafisica; oziose e, frivole la poesia e le belle arti, e nociva l’economia politica! La storia stessa è stata dichiarata inutile o addirittura dannosa.

La conoscenza della natura esteriore, acquisita dall’esperienza, che serve direttamente alla produzione delle cose necessarie o piacevoli, sarebbe la sola ad essere riconosciuta dal popolo non appena fosse, anche in minima misura, incoraggiato a dubitare di tutte le grandi cose che abbiamo sopra enumerate.

È ragionevole pensare che anche da menti più coltivate di quelle della maggioranza numerica ci si possa aspettare una così delicata coscienza, un così giusto apprezzamento di tutto ciò che ferisce il loro interesse apparente, che rigetteranno questi e altri innumerevoli sofismi che si faranno loro incontro non appena giungeranno al potere, seguiranno le loro inclinazioni particolari e gli scopi meschini del loro egoismo contro la giustizia, a spese di tutte le altre classi e della posterità?

Dunque uno dei più grandi pericoli della democrazia, come di tutte le altre forme di governo, consiste negli interessi «sinistri» di coloro che posseggono il potere: questo pericolo è quello di una legislazione di classe, di un governo che ricerca (sia che vi riesca sia che fallisca) il profitto immediato della classe dominante a detrimento totale della massa. Una delle più importanti questioni da risolvere, nella scelta della migliore costituzione di un governo, è come difendersi efficacemente da questo pericolo.

Se noi consideriamo classe, politicamente parlando, un numero qualsiasi di persone che hanno il medesimo interesse «sinistro», cioè il cui interesse diretto o apparente genera le medesime cattive tendenze, la cosa più desiderabile sarebbe che nessuna classe, isolata o unita ad altre, fosse capace di esercitare un’influenza preponderante in seno al governo.

Una comunità moderna che non è divisa da forti antipatie di razza, di linguaggio o di nazionalità, può essere considerata divisibile in due grandi sezioni che corrispondono, salvo qualche sfumatura, a due direzioni opposte di interessi apparenti.

Chiamiamole (per usare dei termini generali) l’una la sezione dei lavoratori, l’altra dei datori di lavoro, includendo tuttavia nella seconda non solamente i grandi capitalisti e quelli che hanno ereditato la loro fortuna, ma anche quelle categorie di lavoratori che usufruiscono di alti introiti (i liberi professionisti), la cui educazione e il cui tenore di vita li assimilano ai ricchi, e la cui tendenza e ambizione è di elevarsi fino a questa classe.

D’altra parte noi possiamo porre tra i lavoratori quei piccoli impiegati ai quali i loro interessi, le loro abitudini e la loro educazione hanno dato i desideri, i gusti e le ambizioni delle classi operaie di essi fanno pure parte un numero considerevole di piccoli commercianti.

In una società cosi composta, se fosse possibile creare un sistema rappresentativo teoricamente perfetto riuscendo poi a mantenerlo in questo stato, la sua organizzazione dovrebbe essere tale che queste due classi (operai e affini da una parte, datori di lavoro e consimili dall’altra) si equilibrassero usufruendo di un egual numero di voti in parlamento; poiché supponendo che la maggioranza di ciascuna classe sia guidata soprattutto dai propri interessi di classe, solo una minoranza di ogni classe subordinerebbe tali interessi al buon senso, alla giustizia e al bene comune: questa minoranza unendosi alla massa di un’altra classe, trascinerebbe quest’ultima contro le richieste della propria maggioranza che non è degna di prevalere.

La ragione per cui, in una società passabilmente costituita, la giustizia e il bene generale finiscono quasi sempre per prevalere, è che l’interesse egoistico dei singoli si trova solo di rado compatto: alcuni traggono vantaggio da interessi che sono di danno alla collettività, ma altri invece da interessi che si identificano con il bene della collettività; e coloro che sono animati da considerazioni più elevate, quantunque poco numerosi e troppo deboli per prevalere contro tutti gli altri, dopo non molte discussioni e pochi dibattiti riescono in genere a far pendere la bilancia in favore di quegli interessi privati che coincidono con quelli della comunità.

Il sistema rappresentativo dovrebbe essere costituito in modo da mantenere questo stato di cose: cioè non dovrebbe permettere ai numerosi interessi di classe di essere cosi influenti da prevalere sulla verità e sulla giustizia o contro altri interessi particolari. Dovrebbe garantire sempre un equilibrio siffatto, tra i vari interessi individuali, da costringere ciascuno di essi a non poter contare sul successo che a condizione di attirare a sé almeno una gran parte di coloro che agiscono per motivi più elevati e sulla base di vedute più complessive e aperte.

Tratto da: Il pensiero politico, a cura di Umberto Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1966, pp. 746–754

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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