Pier Paolo Pasolini su Uccellacci e uccellini

Mario Mancini
34 min readFeb 28, 2021

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“È la crisi delle grandi ideologie,
delle grandi speranze…”

Il corvo

Non ho mai «messo al mondo» un film così disarmato, vulnerabile, fragile e delicato come Uccellacci e uccellini. Non solo non assomiglia ai miei film precedenti, ma non assomiglia ad alcun altro film. Non parlo della sua originalità — sarebbe stupidamente presuntuoso — ma della sua formula che è quella della favola col suo senso nascosto. Un racconto che come tutti i racconti consiste in una serie di prove che gli eroi devono superare. Ma contrariamente al solite essi non ricevono ricompensa alcuna per averle superate: né regno, né principessa. Non restano loro, dopo, che altre prove da superare. Nessuna favola propriamente detta finisce così. Inoltre, dal punto di vista dell’ambiente e dei personaggi il mio è un «racconto picaresco»: le esperienze a livello della stradi di due poveri cristi. (1)

Uccellacci e uccellini doveva essere un tipico film in prosa. Avevo deciso di cominciare la prima inquadratura con un obbiettivo, il 32, e d continuare così fino alla fine del film. I movimenti di macchina dovevano essere tutti funzionali: la macchina, insomma, non si doveva sentire, secondo la tradizione del film comico classico (Keaton, Chariot, ecc.).

Per la seconda volta (la prima volta mi era accaduto nel Vangelo) una così sicura programmazione tecnica mi si è mostrata subito sbagliata. Mi è stato fin dal primo momento impossibile applicarla al mio racconto ideo-comico (ho cominciato con l’episodio del corvo): e ciò mi ha posto subito in crisi, costringendomi ad adottare la tecnica, sia pur moderata, del cinema di poesia.

Che cos’è che ha causato la crisi iniziale di Uccellacci e uccellini, persuadendomi ad abbandonare la «tecnica del cinema di prosa», per aggrapparmi come a dei salvagente, agli stilemi del cinema di poesia? Questo film che voleva essere concepito e eseguito con leggerezza, sotto il segno dell’Aria del Perdono del Flauto magico, è dovuto in realtà a uno stato d’animo profondamente malinconico, per cui io non potevo credere al comico della realtà (a una comicità sostantivale, oggettiva).

L’atroce amarezza dell’ideologia sottostante al film (la fine di un periodo della nostra storia, lo scadimento di un mandato) ha finito forse col prevalere. (2)

Secondo me l’elemento nuovo in Uccellacci e uccellini è che io ho cercato di farlo più «cinema»: non c’è quasi alcun riferimento alle arti figurative e molti più riferimenti espliciti ad altri film. E’ diversamente da Accattone il prodotto di una cultura cinematografica più che figurativa. È sulla fine del neorealismo in quanto specie di limbo ed evoca lo spettro del neorealismo, particolarmente all’inizio con i due personaggi che vivono incarnati nella vita senza distinguervisi e senza rifletterci, cioè due tipici eroi del neorealismo, umili, comuni e inconsapevoli. Tutta la prima parte è un’evocazione del neorealismo, sebbene sia un neorealismo idealizzato. Ci sono altri pezzi come l’episodio dei clowns che sono deliberamente intesi a evocare Fellini e Rossellini. Subito dopo infatti, il corvo parla ai due e dice: «Il tempo di Brecht e Rossellini è finito». L’intero episodio era una lunga citazione. (3)

Ho fatto un tentativo per recuperare l’episodio del domatore e dell’aquila, riducendolo a una durata di otto-dieci minuti. Non so in questo momento se rientrerà o no nel film. In tal caso, verrebbe anch’esso narrato dal corvo, prima dell’episodio dei frati. La durata di otto-dieci minuti, riducendo l’episodio a quello che è sostanzialmente, un «ghirigoro simmetrico in molto bianco e molto nero», mi sembra ridargli almeno un po’ di quel valore poetico che, montato normalmente, aveva perduto. Aveva perduto per due ragioni: l’impossibilità di Totò a interpretare un «personaggio cosciente», in «possesso dei privilegi culturali» (a interpretare, dico, in modo non strettamente professionale). Egli è un «innocente»: ed è come «innocente» che può divenire poetico. L’altra ragione è la scarsità dei mezzi con cui ho girato l’episodio. (4)

Ciò che mi ha fatto decidere è stato Totò. Nell’episodio lui è un piccoloborghese che insegna ad un’aquila come diventare piccolo-borghese, ma che finisce col diventare lui un’aquila: il piccolo-borghese razionalista, conformista, istruito finisce sopraffatto dall’aquila e vola via — cioè la religione ha la meglio sul conformismo e l’educazione. Ma questo non ha funzionato, perché Totò non è un piccolo-borghese. La sua autentica personalità è trasparsa, e così c’era qualcosa che non andava nell’intero episodio. (5)

Ho quasi finito di montare il film. L’ho stretto, reso più rapido. Ho tolto un intero episodio, il primo. Non è più un film in tre episodi, ma un film unico, con dentro un altro breve film, come raccontato dal corvo parlante. Prodotto visivo, cioè, dell’ideologia del corvo, che riconosce, da marxista sia pure extravagante, la bontà di una certa politica della Chiesa, ecc. ecc., e comunque il significato anti-borghese di ogni sacralità. Ancora una volta, il film, concluso, ridimensiona certe crisi e opzioni tecniche sotto il cui segno era cominciato; e l’intenzione prima torna fuori. L’intenzione prima era di fare un ‘operetta poetica nella lingua della prosa. Le crisi e le opzioni tecniche all’inizio della lavorazione sono sfociate nell’adozione — nei particolari, nelle singole scene — di un certo quantitativo di «lingua della poesia». Ora, il film concluso, quasi definitivamente montato, è tornato ad essere quell’operetta poetica nella lingua della prosa che avevo pensato prima di cominciare la sceneggiatura. (6)

Prosa che però è quella delle favole, cioè una particolare prosa che ha una certa nervosità e una certa fantasia proprie della poesia, ma non ci sono i salti linguistici, le violenze linguistiche, del cinema di poesia: è un film raccontato in prosa con delle punte poetiche, cosa che è tipica delle favole. (7)

Il corvo «doveva essere mangiato», alla fine: questa era l’intuizione e il piano inderogabile della mia favola. Doveva essere mangiato, perché, da parte sua, aveva finito il suo mandato, concluso il suo compito, era, cioè, come si dice, superato; e poi perché, da parte dei suoi due assassini, doveva esserci «assimilazione» di quanto di buono — di quel minimo di utile — che egli poteva, durante il suo mandato, aver dato all’umanità (Totò e Ninetto). (8)

Essi mettono in scena un atto cannibalico, ciò che i cattolici chiamano comunione: essi divorano il corpo di Togliatti (o dei marxisti) e lo assimilano; dopo averlo assimilato essi continuano per la loro strada, così che sebbene tu non sappia dove conduce la strada, è chiaro però che hanno assimilato il marxismo. (9)

Va tenuto presente a questo punto che l’epigrafe da mettere in testa al racconto del corvo era una frase di Mao, trovata in un’intervista con un giornalista americano — frase che diceva pressappoco: «Dove vanno gli uomini? Saranno nel futuro comunisti o no? Mah! Probabilmente non saranno né comunisti né non comunisti… Essi andranno, andranno avanti, nel loro immenso futuro, prendendo dall’ideologia comunista quel tanto che può esser loro utile, nell’immensa complessità e confusione del loro andare avanti…».

Il corvo era dunque, a questa fase, l’ideologia marxista, nel punto in cui un suo «momento storico» preciso — ossia l’ideologia marxista degli anni cinquanta — stava per essere superato. (10)

Totò e Ninetto rappresentano gli italiani innocenti che sono intorno a noi, che non sono coinvolti nella storia, che stanno acquisendo il primo jota di coscienza: questo quando incontrano il marxismo nelle sembianze del corvo, (11)

Tutti in Italia sono marxisti, allo stesso modo che tutti in Italia sono cattolici. Un prete intelligente analizzerà sempre la società in termini marxiani, perfino il Papa lo fa: una frase di Paolo VI che ho messo in Uccellacci e uccellini è stata presa da tutti come una frase di Marx. (12)

Corvo (in sottofondo, quasi tra sé, ma senza rinunciare alla sua timida vocazione didascalica) Uno spetto si aggira per l’Europa, è la crisi del marxismo. Eppure bisogna a tutti i costi ritrovare la via della rivoluzione, perché mai come oggi il marxismo si è presentato come unica possibile salvezza dell’uomo. Esso salva il passato dell’uomo, senza il quale non c’è avvenire. Il capitalismo dice di voler salvare il passato, in realtà lo distrugge: la sua conservazione è sempre stata una manutenzione da museo, cretina e distruggitrice. Ma oggi la rivoluzione interna del capitalismo rende il capitalismo così forte, da fregarsene del passato. Egli può ormai permettersi di non rispettare più i suoi antichi pretesti, Dio, la Patria, ecc. La reazione si presenta ormai come partito giovane, dell’avvenire. Prospetta un mondo felice in mano alle macchine e pieno di tempo libero, da dedicare all’oblio del passato. (13)

Mai mi sono esposto e ho rischiato come in questo film. Mai ho scelto per tema di un film un soggetto così difficile: la crisi del marxismo della Resistenza e degli anni cinquanta — poeticamente situato prima della morte di Togliatti — subita e vissuta, dall’interno, da un marxista, che non è, tuttavia, disposto a credere che il marxismo sia finito (il buon corvo dice: «Io non piango sulla fine delle mie idee, perché verrà di sicuro qualcun’altro a prendere in mano la mia bandiera e portarla avanti! È su me stesso che piango…»). E naturalmente non è finito nella misura in cui sa accettare le nuove realtà evocate nel film: lo scandalo del Terzo Mondo, i cinesi, e, soprattutto, l’immensità della storia umana e la fine del mondo, con la religiosità che questo implica e che costituisce l’altro tema del film. (14)

Il tema veramente concreto della mia opera è il rapporto tra Terzo Mondo col mondo industriale, mondo industriale a cui appartiene anche il corvo ideologo marxista naturalmente. (15)

Corvo. Ah ah ah! Hanno fatto delle statistiche e hanno scoperto la legge che «chi parla uguale consuma uguale»… Così parlando tutti uguale, vestiranno tutti uguale, si motorizzeranno tutti uguale, ecc. ecc. E tutto si potrà fare in serie, finalmente.
Totò. Embèh, sia fatta la volontà dei Signori!
Corvo. A te, Ninetto, ti piacerà parlare uguale, vestirti uguale, mangiare uguale, motorizzarti uguale?…
Ninetto (con un guizzo ridente di suprema convinzione). A me sì!
Che so’ il più stupido, io?

Risuona più forte la luttuosa, epica musica di «Scarpe rotte».

Corvo (trasponendo favolosamente il suo pensiero). Eh, io conosco una persona che piange su questo, e dice che questa sarà la fine dell’uomo… e che se gli operai non si decidono a riprendere in pugno la bandiera rossa non ci sarà più niente da fare… perché essi sono gli unici che possono dare un’anima ai prodotti… In modo che i prodotti restino umani, e quindi il mondo sia sempre dell’uomo… Ma gli operai dormono, e producono in sogno… E i Ninetti consumano… prodotti senza anima che piano piano tolgono l’anima a chi ce l’ha… (16)

La morte di Togliatti simbolizza un cambiamento. Un’epoca storica, l’epoca della Resistenza, delle grandi speranze per il comunismo, della lotta di classe, è finita. (17)

Corvo. E c’era una volta un bel colore rosso… Ah borghesia, hai identificato tutto il mondo con te stessa; questa identificazione segna la fine del mondo; ma la fine del mondo sarà anche la tua! (18)

Tra tante difficoltà, ho avuto come compenso la gioia di dirigere Totò e Ninetto: concerto per Stradivarius e zufolo. Quale stupenda musica! (19)

Fonti

(1) «Cahiers du cinéma, n. 179, giugno 1966, p. 39; anche in Marc Gervais, P.P.P., Segehrs, 1973, pp. 142–3 col titolo «Lettre ouverte» tradotto da «Occhio critico», n. 2, 1966.

(2) Uccellacci e…, pp. 51, 2, 3.

(3) Stack, 99–100.

(4) Uccellacci, p. 55.

(5) Stack, p. 107.

(6) Uccellacci, p. 53.

(7) Con P.P.P., p. 81.

(8) Le fasi del corvo, in Uccellacci, p. 58.

(9) Stack, p. 106.

(10) Le fasi…, Uccellacci, p. 58–9.

(11) Stack, p. 106.

(12) Stack, p. 22.

(13) Uccellacci, p. 220.

(14) «Cahiers» e Gervais, cit.

(15) Cinema e teatro, conferenza-stampa Biennale Venezia 1967

(16) Uccellacci, p. 181.

(17) Stack, p. 103.

(18) Uccellacci, p. 207.

(19) «Cahiers» cit. p. 39 e Gervais p. 143.

Da: Pier Paolo Pasolini, Il cinema in forma di poesia, a cura di Luciano De Giusti, Pordenone, Edizioni cinemazero, 1979, pp. 47–52

Soggetto

1) L’aigle

Magari come epigrafe potremmo usare una frase di Mao che in una intervista dice pressappoco: «La Francia? Cosa vuole da noi la Francia? Appartiene forse al Terzo Mondo, ai popoli affamati? Ebbene, se è così accettiamo molto volentieri la sua amicizia…».

Il fondo della favola è la critica della crisi del liberalismo occidentale, e, nella fattispecie, del razionalismo parigino.

E M. Cournot è il domatore di un famoso circo francese, sceso a Roma. Sta dando una intervista a dei giornalisti italiani, che naturalmente disprezza (magari non a torto…): che cosa annuncia? L’inizio di una impresa sensazionale: l’addomesticamento di un’aquila.

Eccola là, l’aquila, ancora muta e selvaggia, in un angolo del circo che pare un Pantheon: tutt’intorno ci sono le effigi dei «grandi» francesi, messe in ordine, secondo l’importanza: Sartre come Mauriac, Claudel come Camus. In una grande parete, di fronte all’aquila, l’immagine di De Gaulle.

M. Cournot ha una moglie, una specie di Monica Vitti parigina, laica, intellettuale ecc., e ha un piccolo aiutante, Ninetto, di Giando e di sora Maria, abitante al larghetto Prenestino.

Cominciano così giorni memorabili al Grand Cirque le France. M. Cournot ha una tattica tutta speciale nell’affrontar è l’educazione delle bestie. Prima, fa, pedagogicamente, finta di niente. Si limita a dare esempi di buona educazione in loro presenza (l’aquila è là): pranza, fuma, legge il giornale. La cavia è Ninetto, l’assistente la moglie. Poi comincia piano piano, come se niente fosse, a rivolgersi alla bestia, con molta cortesia e molto tatto, ignorando educatamente il suo stato di bestialità. Insomma egli propone direttamente alla bestia come modello l’uomo parigino, (non ha sospetto della possibilità di altri modelli, nota dell’A.).

Egli comincia così a impartire all’aquila, nel Pantheon delle gerarchie isocefale dei Grandi, lezioni dirette di comportamento civile.

A tu per tu con l’aquila. Due grandi concezioni antitetiche della vita che si affrontano.

L’aquila tace, M. Cournot parla una lingua perfetta.

L’aquila continua a tacere, e M. Cournot comincia a impazientirsi.

L’aquila pare votata a un definitivo silenzio, e M. Cournot comincia ad asciugarsi il sudore e a sentire vacillare la propria dignità (da una parte la moglie, dall’altra l’animaletto italiano, Nino del Prenestino).

L’aquila non lo fila proprio per niente (espressione di Ninetto), e M. Cournot è all’esasperazione.

L’aquila pare perduta in sogni inattingibili, e M. Cournot scoppia: «Rispondi almeno! Di’ una parola! Cosa pensi, cosa fai!» e giù improperi furenti, rimproveri degni di un accademico di Francia, pronunciati con rabbia elegante degna di un xxxxxxxx: egli non è in grado di concepire quel silenzio, quello sciopero di ogni sentimento e di ogni idea, quella lontananza, quella sordità morale, quell’indifferenza al reale, quell’introversione pazzesca, quella irrazionalità (il corsivo è nostro).

Ma l’aquila tace.

Tace travolta da interessi interni intatti.

Tace.

M. Cournot ha allora una trovata pedagogica estrema. Fa portare nel Pantheon tutte le gabbie dove abitano gli animali addomesticati. Un leone del Mali, un serpente della Guinea, una tigre del Vietnam (la gabbia dell’Algeria è vuota; M. Cournot si raschia la gola, ehm, ehm) ecc. ecc. Ecco, lo vede, l’aquila? Tutti gli animali del Terzo Mondo (compreso Ninetto del Prenestino), parlano, e parlano educatamente, civilmente: la tigre, per esempio, non dice «Ho fame», ma «Ho un po’ di appetito».

Ma l’aquila tace.

«No, no, no, tu devi metterti in rapporto con me, e questo rapporto deve essere un rapporto dialettico!» urla M. Cournot, fuori di sé, ai limiti dell’infarto; e infatti brancola, vacilla e cade, fra le braccia della moglie che vomita ingiurie contro l’aquila (ingiurie francesi, molto istituzionalizzate: Merde, enfin!), e di Ninetto, che invece si rivolge pietoso all’aquila, nel suo dialetto che stabilisce subito un’omertà «tra poveracci», cercando di convincerla a parlare («E daje! e fa’ sto sforzo!»).

Su M. Cournot mezzo morto, si sente allora alzarsi una voce stridente e potente: «Volete proprio sapere cosa faccio?». Tutti guardano l’aquila, che si è decisa a parlare. «PREGO!»

M. Cournot rimane profondamente scosso da quella rivelazione.

Ed è così che comincia una seconda fase d’avvicinamento «dialettico» all’aquila. Comincia a leggerle dei testi religiosi. Pascal: no, pare che Pascal non vada bene… Forse dei poeti più moderni… a loro modo religiosi… Rimbaud… La Pacem in terris, infine…

Durante queste letture, che M. Cournot cerca di fare con calma, con amorevolezza pedagogica verso la bestia, benché ogni tanto esploda il suo furente stato di indignazione per lo «scandaloso rapporto dialettico» della bestia con la ragione, succede però qualcosa di strano, che non sfugge all’occhio attento di Ninetto.

Vogliamo dire che ogni tanto, M. Cournot si fissa a guardare la bestia, e rimane lì fissato, come una specie di trance: muto anche lui.

Ma c’è di più: quasi meccanicamente, a metà di una frase di Pascal o dell’Enciclica, M. Cournot non solo si incanta e si fissa, ma prende inavvertitamente per qualche istante lo stesso atteggiamento, e oseremmo dire, la stessa espressione dell’aquila.

Questi, che sono momenti rapidi e fugaci, quasi inavvertibili a un occhio che non sia quello sottoproletario di Ninetto, si fanno sempre più frequenti e insistenti. Non è raro infine che succeda di vedere l’aquila e M. Cournot appollaiati una davanti all’altro, in silenzio, con la stessa espressione, con gli stessi gesti…

Che cosa medita M. Cournot in quei lunghi silenzi regressivi?

Un bel giorno di scatto egli esce dal Pantheon, invano trattenuto dalla signora che ora ha verso di lui l’indignazione che si ha verso le bestie e i matti e i poveri: ma M. Cournot non la sente nemmeno, se ne va muto. Solo Ninetto, poverello, impressionato e pietoso (benché ogni tanto gli scappi di ridere) gli va appresso.

M. Cournot prende un treno, e Ninetto dietro. Il treno parte. M. Cournot non resiste a un violento impulso, e sale sul tetto del treno, appollaiandovisi, con l’espressione remota dell’aquila. Il treno arriva in vista del Gran Sasso. M. Cournot scende, con Ninetto svociato e afflitto alle tacche, che non smette di dire battute romanesche sulla pazzia del suo principale. In mezzo a una valle sotto le cime nevose, M. Cournot si raccoglie un momento, e poi ecco che spicca un gran volo su, verso l’azzurrità dei cieli.

Egli si libra, si libra, fatto aquila, su verso le alte vette, mentre inutilmente dalla valle, facendosi sempre più piccolo, Ninetto strilla: «A messié Cournot ’nd ’annate? A messié Cournot, ma che state a ffa! che state a ffa ! ».

P.S. — Ci siamo dimenticati di un particolare (a causa della fretta con cui abbiamo buttato giù questa storia, ad uso dei noleggiatori e degli esercenti, e quindi redatta in uno stile facile, convenzionale e un po’ volgare: che non si ottiene se ci si mette più di mezz’ora ogni tre cartelle). Il particolare è questo: M. Cournot è pieno di tic: sociali (quelli cioè tipici dei francesi, la pernacchietta espressiva che fanno a metà di un discorso ecc. ecc.) e personali (che sono una mezza dozzina tra i più buffi e inquietanti): ebbene, tali tic scompaiono man mano che M. Cournot regredisce allo stato irrazionale di aquila.

2) Faucons et moineaux

Non abbiamo presente una frase della famosa intervista di Mao, che si riferisca ai problemi della Chiesa o delle Chiese di fronte alla lotta di classe: ma pensiamo tuttavia che non sarà difficile trovarla, magari sotto forma allusiva o metaforica. Perché è proprio a questi problemi della Chiesa di fronte alla lotta di classe che, forse un po’ arcaicamente, la nostra seconda storia si riferisce.

È ben noto come san Francesco abbia parlato agli uccelli, e pare, con successo.

Ebbene, ecco san Francesco, con alcuni dei suoi frati, fra cui Fra’ Marcello e il novizio Fra’ Ninetto, proprio sotto il boschetto della Porziuncola, presso Assisi, dove la tradizione vuole che egli abbia predicato agli uccelli. Sta meditando. A lungo, naturalmente, nel silenzio rallegrato, appunto, da canti di uccelli. Poi alza gli occhi, e li punta su Fra’ Marcello e Fra’ Ninetto: per incaricarli dolcemente ma inappellabilmente, con la cocciutaggine dei santi, di continuare l’evangelizzazione degli uccelli. Cominciando magari da due categorie di uccelli molto diverse fra loro, per esempio i falchi, forti e prepotenti, e i passeri, indifesi e miti.

È una parola. Intanto, Fra’ Marcello e Fra’ Ninetto non sono mica santi che possono parlare con gli uccelli in italiano e questi li capiscono lo stesso. Sono loro, che per poter predicare agli uccelli, devono cominciare a imparare le lingue uccellesche. E non si è mai saputo che un uomo abbia potuto compiere un’impresa simile. Ma chi non è nato santo deve cercare di diventarlo coi pochi mezzi che come uomo ha a disposizione. Fra’ Ninetto è uno stupidello, nato solo per cantar litanie e andar alla questua: e poi è ancora un ragazzino. Ma Fra’ Marcello è adulto, ha scarpe grosse e cervello fino. Non ha studiato, è vero, nella sua terra ciociara, ma se avesse studiato, testone e fino com’è, avrebbe potuto anche diventare uno scienziato, magari piccolo piccolo, ma scienziato.

Con pazienza francescana e scientifica insieme, e con Ninetto storditello alle tacche, egli attraversa Assisi, e sale in cima alla rocca. Dove stridono i falchi.

Ai piedi della rocca Fra’ Marcello e Fra’ Ninetto si accampano, e lì Fra’ Marcello comincia le sue osservazioni. Passa l’estate, viene l’inverno, torna l’estate. E Fra’ Marcello è pronto. Va in cima a una balza, si fa il segno della croce, si raccoglie, poi comincia a stridere, a stridere. Ninetto come una scimmietta, lo imita: gli scappa da ridere, ma vince la tentazione, e con devozione aiuta il suo frate principale.

Da principio i falchi non capiscono, poi un po’ alla volta si rendono conto della novità, e stridendo, rispondono ai richiami. È tutto uno stridere, insomma, nel cielo di Assisi. (Delle didascalie, sullo schermo, tradurranno i dialoghi per gli spettatori, nota dell’A.) I falchi più di buona volontà cominciano a radunarsi intorno, e Fra’ Marcello comincia a evangelizzarli.

Fondu

I falchi sono evangelizzati, conoscono ora la parola di Cristo, e, falchescamente, come possono, rientrano nella grande famiglia della Chiesa cattolica apostolica romana. Tutti contenti per il successo. Fra’ Marcello e Fra’ Ninetto pensano ora alla seconda parte della loro missione: ai passeri.

I passeri non è difficile trovarli, vai per strada e eccoli lì.

I due frati scendono dalla rocca, e arrivano sulla piazza davanti alla chiesa di San Francesco (non importa anche se c’è un evidente anacronismo, le favole non se ne sono mai curate, nota dell’A.): dove saltellano dei passeretti allegri e affamati. Fra’ Marcello comincia le sue osservazioni. Passa l’estate, viene l’inverno, torna un’altra estate. E Fra’ Marcello non ci ha ancora capito niente.

Egli, è vero, ha imparato a cinguettare su tutti i toni. Prova a cinguettare, ma questo lascia indifferenti i passeri. Anche Ninetto cinguetta, molto abilmente e graziosamente. Ma i passeri niente. Continuano a saltellare, tic tic tic, tac tac tac, per i fatti loro.

Come tuttavia spesse volte è accaduto, è il caso ad aiutare la scienza. Ed è l’innocenza il veicolo del caso. Ninetto un bel giorno, storditello come, ragazzino com’è, è preso dalla ruzza, e si mette a saltellare, imitando i passeri. E Fra’ Marcello è fulminato dalla scoperta. Ecco! I passeri non parlano cinguettando, ma saltellando! Ma sì! I loro saltelli sono regolari, tic, tic, tic tic tic. Bisogna studiare i loro ritmi (una specie di alfabeto Morse, insomma. Nota dell’editore). E in capo a poche settimane Fra’ Marcello ha capito il linguaggio ritmico dei passeri.

Va in mezzo alla piazza, si fa il segno di croce in raccoglimento, e comincia, saltellando, la predicazione: tic tic tic, tac tac tac. E Ninetto dietro a lui, imitandolo come una scimmietta, o come quando uno che non sa ballare, impara dei nuovi passi di ballo. Tic tic tic, tac tac tac. Qualche passero comincia a capire l’antifona e si accosta.

Tic tic tic, fa saltellando, e vuol dire: «Che volete?».

Tic tic, tac, tac, tic, tic, risponde saltellando Fra’ Marcello e vuol dire: «Portarvi la buona novella».

Tanti passeri di buona volontà si radunano intorno, e l’evangelizzazione è così una danza, un po’ buffa, se vogliamo, ma molto innocente e quindi certamente gradita al Signore.

Fondu

Anche i passeri sono evangelizzati, anch’essi conoscono la parola di Cristo, e anch’essi, passerescamente, come possono, rientrano nella grande famiglia della Chiesa.

Tutti contenti, Fra’ Marcello e Fra’ Ninetto lasciano Assisi, e vanno a cercare san Francesco attraverso l’Umbria per raccontargli il loro grande successo.

Camminano per bei boschetti, tra ruscelli e castelli. E, per la lietezza, Fra’ Marcello, come sa, come può, lui che non è un umbro elegante, ma un ciociaro un po’ buffo, inventa una preghiera al Signore, limitandosi a dire tutto quello che si vede intorno, come se fosse la faccia di Dio, e anche se c’è qualcosa che non va, un ragazzino che ruba le mele, o una donna che litiga col marito, pazienza. La bellezza e la grandezza di Dio è tanta, che comprende tutto.

Ma ecco che mentre camminano tutti lieti, e un po’ esaltati dalla preghiera, vedono un falco che si precipita su un passerotto, e lo uccide.

I due fraticelli restano senza fiato, instupiditi. Poi Fra’ Marcello scoppia in pianto, e piange, piange come un vitellino, come una donnicciola, e benché a Fra’ Ninetto scappi da ridere a vedere il frate principale piangere a quel modo, piange pure lui.

Poi tra le lacrime Fra’ Marcello cade in ginocchio e si rivolge direttamente a Dio: «Ecco, come san Francesco mi aveva comandato, io ho evangelizzato i falchi, e ho evangelizzato i passeri, i falchi in sé ti onorano, e così i passeri in sé ti onorano. Ma perché un falco non riconosce in un passero un falco, e un passero non riconosce in un falco un passero? Perché ci sono queste classi dei falchi e dei passeri, e c’è questa lotta fra loro? Cosa posso farci, io, povero fraticello, Dio, nel tuo nome?».

3) Le corbeau

La «voce» giusta, aggiornata, onesta, anche profonda, o almeno profondamente comprensiva, dell’ideologia, è la voce del corvo: egli appartiene e non appartiene alla vita, comprende la vita con un distacco che è anche esclusione: ha esperienza di una vita che in fondo egli non ha, e questo lo mette in una posizione imbarazzante, povero animale parlante, di cui ha coscienza e ciò dà ancora più umanità alle sue parole, alla sua partecipazione, al suo impegno.

Il giorno è uno di quei giorni di sole, né primavera né estate, che si fanno godere dagli uomini quasi inconsapevolmente. Il sereno, la luce, l’arietta di mare ci sono, ma è naturale che ci siano. E il mondo intorno è quello dei poveri, com’è naturale che sia. Acilia, Vitinia, le campagne verso i Castelli o verso il mare, le casette, le baracche, i lotti, i casali rustici, i ponticelli, le siepi, le radure scottate dal sole.

Marcello e suo figlio Ninetto vanno, vanno, in quel bel giorno di sole. Vengono da un luogo povero e vanno in un altro luogo povero, a fette, col cavallo di san Francesco; oppure, di tanto in tanto, con un vecchio autobus scassato. Vanno.

Il corvo si aggiunge a loro, come un compagno di strada, irrichiesto, un po’ gratuito, imbarazzato: ma subito amico e comprensivo. Indovina subito, per scherzo, su di loro tante cose, i loro guai, le loro mire: non vuol farsi dire le ragioni di quella loro scarpinata, vuole indovinarle da solo: e ne dice tante, appunto, tutte reali; ma non azzecca, divertendosi molto, quella vera: essi vanno da una chiromante a farsi dare una medicina per far passare il verme solitario a Ninetto. Ah, ah, il corvo ride, con la sua timida risata filosofica.

Presto i tre diventano buoni amici, benché i due uomini, il padre, Marcello, un uomo tosto e fantasioso, e il figlio Ninetto, un paraguletto un po’ stupidello, tutto riso, come un arabetto, e sulla via di ingrassarsi e intostarsi come il padre, abbiano sempre un’ambigua riserva mentale, un dissimulato sospetto «qualunquistico» nei riguardi della bestiola tutta voce. Capiscono non capiscono? ascoltano o non ascoltano? Bene, un po’ questo e un po’ quello, come avviene nella vita.

Durante la gran scarpinata per le campagne oltre la periferia, succedono tante piccole cose, tanti piccoli incidenti: che non son nulla, e insieme sono delle enormità. È il corvo che ogni volta, da ogni particolare, trae i significati: la loro portata ideologica. E lo fa con estremo pudore, poveretto, e con assoluta lucidità, che non esclude l’umanità: egli tiene sempre presente che parla con dei semplici e si adatta a loro. Sarebbe assolutamente ingiusto definirlo un «rompicojoni», eppure, in fondo, sì, in fondo, lo è. Ma no, in fondo in fondo, non lo è…

Facciamo due o tre esempi, improvvisati (perché potremmo sceglierne anche degli altri). La mattina è avanzata, il luogo deserto. Ed ecco che padre e figlio avvertono certi stimoli, non piacevoli, per cui devono appartarsi dietro una grande siepe polverosa, perdendosi ognuno nella solitudine della sua privacy in una sorta di contemplativo raccoglimento.

Il corvo resta al di qua della siepe, pudicamente aspettando. Ma ecco che si sentono delle urla, che si avvicinano, e poi altre urla, più rauche, e poi le voci del padre Marcello e del figlio Ninetto, che rispondono, imbarazzate, offese… Il corvo vola oltre la siepe, giusto nel momento in cui padre e figlio si aggiustano l’ultimo bottone, e un energumeno capo, seguito da altri energumeni dipendenti, sta sopraggiungendo sul luogo. A farla breve: il padrone del campo, evidentemente esasperato per una lunga consuetudine, dovuta certo all’ubicazione solitaria e accogliente della sua proprietà, ce l’ha contro i due profanatori; li insulta; li minaccia; non solo, ma pretende da loro, che, con le loro mani, portino altrove ciò che vi hanno depositato. Marcello e suo figlio, per amore di pace, avrebbero magari anche abbozzato sugli insulti e le minacce, ma a quest’ultima pretesa, si sentono passare dalla parte della ragione, e cominciano a gridare insulti a loro volta ecc. ecc. Insomma, dopo le parole si viene ai fatti, Marcello e il figlio danno un sacco di botte al contadino, e ai due tre vecchietti che erano con lui, ma al sopravvenire dei figli giovani, uno armato di fucile, se la danno a gambe, e via a tutta callara per la campagna, sotto il sole, col fiatone, e due tre fucilate che echeggiano alle spalle dietro le siepi. Ecco, da questo episodio di violenza, le corbeau, che benché irrichiesto ha partecipato con imbarazzo e timida ironia alla deplorevole situazione, trova modo di fare molte osservazioni: la violenza nel mondo contemporaneo, la sua bestialità, ciò che ne dice Freud, ciò che ne dice Marx; l’esempio di Gandhi; il dialogo tra marxisti e cattolici fondato sulla non-violenza ecc. ecc.

Mentre egli, bonariamente e con grande semplicità di cose, ecco che sulla strada bianca, tre sagome nere si danno da fare intorno a un grosso cassone che si può a stento chiamare automobile. Sono tre napoletani, illuminati negli occhi obliqui come profeti o tigri, con venti centimetri di gamba di meno, e un negro.

Marcello e Ninetto sono chiamati dal dovere civico a dare una mano a spingere il macchinone carico, e lo fanno, malgrado i calli, e la corsa di poco prima. Spingono, spingono per un chilometro, ma la macchina non parte. Tutti accasciati si riposano sul ciglio della strada, e così si va sul discorso dei calli; neanche a farlo apposta i napoletani pare abbiano un rimedio infallibile, anche se un po’ costoso, che fa sparire i calli per sempre ecc. ecc. A Marcello, però, glielo potrebbero dare per mille lire. Il negro lo tira fuori, Marcello, pieno di speranza l’osserva, palpa e infine lo compra, coi soliti discorsi del burino che fa un affare ecc. ecc. Appena conclusa l’operazione, i napoletani e il negro montano in macchina, e questa, sia pur scricchiolando e scoppiando, parte. Allora padre e figlio sul ciglio della strada si tolgono pazienti e speranzosi scarpe e pedalini, e cominciano a ungersi i piedoni con l’unguento miracoloso. Ed ecco il corvo che fa la sua timida e un po’ forzata risata filosofica. «Leggete» dice, indicando la scatoletta. Ma i due ci sfangano poco a leggere: il padre incarica il figlio, che dopo molti sforzi riesce a dire a voce alta per intero una frase incomprensibile. È il corvo che ne spiega il significato: la pomata che si stanno dando ai piedi è un antifecondativo. Che è questo «antifecondativo»? fanno i due. Che è il «controllo delle nascite»? (Marcello ha otto figli). E di qui gli ilari discorsetti del corvo; sul vero grande problema del futuro, l’eccesso di popolazione; questo problema attualmente in India, in Cina; e ancora, il problema morale che implica il controllo delle nascite; la posizione della Chiesa, il Concilio ecumenico…

Ma sotto le sue parole, seguite dalle facce di Marcello e di Ninetto che sono un poema di curiosità vera o falsa, di cortesia doverosa e di sguardi al cielo come di chi si sente le scatole proprio rotte, di sguardi ammiccanti, tra loro, e di sguardi carichi di reale e intrattenuto rispetto verso il compagno di viaggio — ecco altri fatti, fatterelli, cose e persone di ogni giorno, nei pomeriggi di sole, nella campagna intorno a una grande città: ragazzini, nozze, soldati, fabbriche nuove di zecca, latitudine; ed ecco infine — cosa che non manca mai — su un ponticello, una prostituta. (Presenza del sottoproletariato, squilibrio fra vecchio mondo della fame e della miseria col nuovo mondo del neocapitale ecc. ecc. Ce n’ha da parlare il buon corvo…).

Una masnada di facce da galera in una macchina sta passando davanti alla donnaccia, ancora mal osservabile, sul suo muretto. La investono con una bordata dei soliti insulti indistinti, a cui lei indistintamente risponde; poi, più vicino, la macchina dei gangster, si ferma accanto a dei giovanottelli bravi, per aizzarli contro la donna. Dai mezzi discorsi, dalle battute si ricostruisce una cosa enorme, e cioè; la battona è là, fa la vita, per mantenere dei gatti: l’esercito di gatti affamati che vive intorno al Pantheon o a Largo Argentina. I gatti insomma sono i suoi sostenitori, o i suoi figli, come meglio si preferisca pensare.

I ragazzetti seguono l’incitazione dei grandi, e vanno a tormentare la battona: che è un curioso spettacolo, enorme come la Soreghina (?), ma zoppa, con un viso bellissimo, ma da matta. È dolce certo coi gatti suoi papponi, di cui i papponi umani sono invidiosi, ma è terribile coi rompiscatole: e infatti mette subito in fuga i ragazzini.

Tutto questo visto fugacemente dai tre che passano. Ma ecco che Marcello, poco più in là, accusa un terribile mal di pancia (i fagioli della merenda? l’aria freschetta del mattino?): il figlio lo guarda loffio. Ma lui incurante si getta tra le boschine, riguadagna il posto della donna, la guarda, si mette d’accordo, vanno insieme sul posto.

Il corvo intanto fa col figlio considerazioni umoristiche e leggere sul problema della prostituzione, su quella famosa frase di Fidel Castro: «No, noi non vogliamo sopprimere con la forza le prostitute dell’Avana: esse scompariranno da sole man mano che le condizioni di vita cambieranno»; e di qui delle considerazioni più vaste sulla trasformazione «naturale» di una società dopo un’eventuale rivoluzione, a seconda delle reali condizioni storiche…

Il padre torna, ma che è che non è, adesso è il Ninetto a essere preso da violenti attacchi di mal di pancia: devono essere stati proprio i fagioli, o la camminata mattutina sulla guazza. Scappa reggendosi la pancia tra le mani in mezzo alle boschine. Raggiunge la donna, si mette d’accordo, va con lei sul posto.

Poi i tre riprendono il cammino, col corvo che prende argutamente in giro padre e figlio; egli è escluso da quelle e dalle altre cose del mondo, però comprende tutto, umanamente, e quindi, con humour e quasi religiosa comprensione, ecc. ecc. Egli viene così a parlare, sempre con facilità e leggerezza, del problema del sesso nell’epoca moderna: sesso e morale arcaica o religiosa, sesso o morale reale, ovvero sesso e società contemporanea; il libero amore del primo comunismo, la rinuncia del comunismo a questa sua prima ipotesi; il moralismo marxista; lo stalinismo; la crisi del marxismo negli anni Sessanta…

«I maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante» — Giorgio Pasquali

Cammina e cammina, a un certo punto, mentre il corvo continua a parlare, padre e figlio cominciano a rivolgersi delle occhiate. Il padre, guardando con la coda dell’occhio il corvo, apre e chiude la bocca, facendo il gesto di masticare; il figlio non capisce e strizzando gli occhi esprime in silenzio la domanda: «Che?»; il padre ricomincia ad aprire e chiudere la bocca; e così il dialogo continua a lungo con cenni e ammicchi; ma i due non si capiscono perché il corvo, pur continuando a parlare, potrebbe accorgersi della loro disattenzione. Finché il padre si decide, chiede al corvo: «Permette?», si avvicina al figlio, e a bassa voce, come tra malandrini, gli comunica che ha fame, che si è rotto le scatole col corvo, e che gli è venuta l’idea di tirargli il collo e mangiarlo. Il figlio, prima è tutto una profonda colorazione di stupore, poi è subito preso e affascinato dall’idea, ed è tutto una colorazione di felicità e di dritteria.

Detto fatto, si riavvicinano al corvo, poveretto, che questa volta non ha capito e continua, continua a parlare, gli tirano il collo, lo spennano e lo mangiano.

Dopo averlo mangiato, riprendono la loro strada, e vanno, vanno, vanno, di spalle, per la strada bianca, verso il loro destino come nei film di Charlot.

(1965)

Da Pasolini per il cinema, Milano, Mondadori (Meridiani), pp. 809–823

Le fasi del corvo

L’idea del corvo è passata attraverso varie fasi. Prima si trattava semplicemente di uno spirito saggio, un sapiente, in fondo un semplice moralista (ma la prima idea era l’idea non di un film ma di un racconto). Poi da moralista è passato a filosofo. A questo punto è intervenuta l’idea di fare del racconto (che non avrei mai potuto scrivere, non possedendo io una lingua adatta) un film. Il filosofo ha dovuto quindi precisarsi, poiché senza la precisione non è possibile la semplificazione (necessaria non come elemento obbligatorio, ma come affascinante norma prosodica), per un prodotto i cui destinatari siano gli spettatori cinematografici, ecc. ecc.

Questo filosofo è stato allora, dapprima, un saggio «reale», che cerca, attraverso una scandalosa e anarchica libertà, la realtà empirica e assoluta, non sistematica, nelle cose. Un saggio quasi drogato, un amabile beatnik, un poeta senza più nulla da perdere, un personaggio di Elsa Morante, un Bobi Bazlen, un Socrate sublime e ridicolo, che non si arresta davanti a nulla, e ha l’obbligo di non dire mai bugie, quasi che i suoi ispiratori fossero i filosofi indiani o Simone Weil.

Ma, in questa concezione del corvo, i conti non tornavano. Infatti i due personaggi, padre e figlio, che vanno, vanno per le loro strade, sono, nella loro perfetta innocenza, nel loro candido cinismo, nel loro agire secondo un’intima verità — ossia secondo l’automatismo in qualche modo sempre autentico degli uomini semplici, nel più assoluto senso del termine — sono in realtà essi quello che avrebbe dovuto essere il corvo secondo quest’ultima concezione.

Egli avrebbe insegnato loro ad essere quello che essi sono da sempre, e per sempre, quello che essi sono per definizione. Non avrebbero mai dunque potuto mangiarselo, alla fine, com’era nel piano: ossia assimilarlo, e ricominciare ad andare, lungo le loro strade, prendendo di lui quel poco che potevano prendere — in attesa che un nuovo corvo venisse a dar loro coscienza delle cose.

Il corvo doveva dunque essere ben definito nel tempo e nella storia: dovevo trascegliere, nell’insieme che formava la complessa cultura del corvo anarchico e «indiano», l’elemento marxista, che non poteva in tal caso che essere una componente della sua cultura. Ho scritto la sceneggiatura tenendo dunque presente un corvo marxista, ma non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico, indipendente, dolce e veritiero.

A questo punto, il corvo è diventato autobiografico — una specie di metafora irregolare dell’autore. Così è nato il suo background psicologico: il marxismo innestato come una norma innocente, palingenesi non tuttavia matta ma ragionata, su una incrinatura della norma, sul trauma (la nostalgia della vita, il distacco coatto da essa, la solitudine, la poesia come compenso, il dovere naturale della passione, ecc. ecc.). Ma l’autobiografia si manifestava soprattutto nel tipo di marxismo del corvo. Un marxismo, cioè, aperto a tutti i possibili sincretismi, contaminazioni e regressi, restando fermo sui suoi punti più saldi, di diagnosi e di prospettiva (il contrasto italiano tra mondo preindustriale e industriale, il futuro dell’operaio, ecc. ecc.).

Tutto questo però mi portava a una contraddizione. Il corvo «doveva essere mangiato», alla fine: questa era l’intuizione e il piano inderogabile della mia favola. Doveva essere mangiato, perché, da parte sua, aveva finito il suo mandato, concluso il suo compito, era, cioè, come si dice, superato; e poi perché, da parte dei suoi due assassini, doveva esserci l’«assimilazione» di quanto di buono — di quel minimo di utile — che egli poteva, durante il suo mandato, aver dato all’umanità (Totò e Ni- netto).

Va tenuto presente a questo punto che l’epigrafe da mettere in testa al racconto del corvo era una frase di Mao, trovata in un’intervista con un giornalista americano — frase che diceva pressappoco: «Dove vanno gli uomini? Saranno nel futuro comunisti o no? Mah ! Probabilmente non saranno né comunisti né non comunisti… Essi andranno, andranno avanti, nel loro immenso futuro, prendendo dall’ideologia comunista quel tanto che può esser loro utile, nell’immensa complessità e confusione del loro andare avanti…».

Il corvo era dunque, a questa fase, l’ideologia marxista, nel punto in cui un suo «momento storico» preciso — ossia l’ideologia marxista degli anni cinquanta — stava per essere superato. Dovevo precisare questo punto nella contraddizione: se il marxismo del corvo coincide col mio marxismo, poiché io sono in evoluzione, e sono cosciente prima di ogni altra cosa della crisi del marxismo degli anni Cinquanta, egli non può avere una storia conclusa, non può essere così chiaramente un superato — come una storia semplice richiede — e quindi mangiato. Se invece il marxismo del corvo non coincide col mio, allora il corvo diventa un personaggio del tutto oggettivo, che dice cose che io non condivido più: un personaggio noioso e antipatico, in fondo staliniano, la cui voce risuona «vecchia» nel contesto tutto sommato molto nuovo della favola. Mentre invece la storia richiede che egli sia simpatico, che egli abbia ragione nei suoi interventi sia pure un po’ noiosi, ecc.: così che l’essere mangiato alla fine ispiri due sentimenti equivalenti: il senso piacevole di liberazione dalla sua ossessione ideologica che vuol spiegare tutto e sempre, e la compassione per la sua brutta fine.

Dovevo quindi staccare il marxismo del corvo dal mio, oggettivandone la sua attualità. Ossia anch’egli come me, doveva essere cosciente della crisi del marxismo — essere cioè un marxismo degli anni Sessanta — ma con delle ragioni che non fossero strettamente le mie.

In altre parole: io dovevo approfondire le mie ragioni, verificarle — studiare. Andare avanti, trasformarmi, capire, per poi prestare queste mie nuove prospettive marxiste al corvo. Far coincidere il mio nuovo marxismo e il suo, ma al di là della mia inerte, e puramente negativa, esperienza degli ultimi anni.

È quello che ho tentato di fare — che non è nulla per un ideologo, ma è forse abbastanza per un narratore di favole. In questo sono stato aiutato da un prezioso volume giuntomi al momento giusto: si tratta di un’antologia curata da Franco Fortini che, aggiungendosi all’altro suo recente libro, la Verifica dei poteri, sono stati i testi su cui ho cercato di comporre — a correzione della sceneggiatura — la figura ideologica del corvo, traendo dalla complicata e orrida matassa, un poetico filo riassuntivo.

(1965)

Da Pasolini per il cinema, Milano, Mondadori (Meridiani), pp. 824–827

Risvolto di copertina

Si può dire per il cinema quello che Goldmann dice per il romanzo? C’è stata anche nel film la soppressione del «soggetto» come «individuo problematico», corrispondente (Kafka-Nouveau Roman) alla trasformazione dell’economia liberale dal momento della libera concorrenza a quello dei cartelli e dei monopoli? Godard e, nell’insieme, il «cinema di poesia» tendono a distruggere anch’essi il romanzo come «ricerca demoniaca» dell’eroe (secondo la formulazione di Lukàcs: la «ricerca degradata di valori autentici in un mondo degradato»)? È chiaro che nel cinema c’è solo la tendenza a tutto questo. La destinazione e la produzione del film lo impediscono a priori: non è concepibile l’equivalente, nel cinema, del romanzo senza personaggio o della pittura non figurativa.

Forse inconsciamente, con Uccellacci e uccellini, ho cercato di liberarmi di tutte queste possibilità e impossibilità, dovute al mondo economico in cui opero. Trattandosi di tre favole, ossia di apologhi, che esprimono, attraverso ai personaggi e alla loro vicenda, «ideologia» dell’autore (ho infatti definito il mio film «ideo- comico»), ho eluso, non solo attraverso il tradizionale superamento o distacco dell’ironia, ma soprattutto attraverso la struttura tecnica stessa dell’opera, l’impossibilità di un autore a far altro, nel romanzo, che «una ricerca degradata di valori autentici in una società degradata»: perché io infatti rappresento due «personaggi veri» occupati, direttamente e esplicitamente, in una «ricerca degradata di valori autentici in un mondo degradato». Questo è l’oggetto stesso del mio film.

E non per nulla il corvo parlante, verso la fine, cita una frase di Lukàcs: «il cammino incomincia, e il viaggio è finito». Non accetto insomma di arrendermi all’ecolalia, all’imitazione della «realtà» (la scomparsa dell’individuo problematico, per il prevalere definitivo dei valori di scambio sui valori d’uso): il mio marxismo degli anni Cinquanta mi porta a continuare a credere, sempre parafrasando Goldmann, a una «ricerca che progredisce». Naturalmente senza ottimismo, anzi, nel più nero pessimismo.

Nell’allegoria di queste tre favole, la trama di fondo è la crisi e la necessità di rinnovamento del marxismo (il corvo parlante che sa di morire — assimilato dai suoi demoniaci, o angelici, ascoltatori). Su questa trama di fondo si fondano moltissimi altri motivi: prima di tutto la condanna alla tendenza del pensiero borghese a «negare ogni sacralità, che si tratti del sacro celeste delle religioni trascendentali o del sacro immanente dell’avvenire storico», per cui «il razionalismo borghese ignora nelle sue espressioni estreme l’esistenza stessa dell’arte». Onde si goda i suoi James Bond.

(1966)

Da Pasolini per il cinema, Milano, Mondadori (Meridiani), pp. 828–829

Lettera aperta ai critici milanesi

Cari amici, cari critici milanesi,

non ho mai dato congedo a un film così indifeso, così delicato, così riservato come Uccellacci e uccellini. Esso non solo non assomiglia ai miei film precedenti, ma non assomiglia a nessun film. Non dico per la sua originalità — sarei stupidamente presuntuoso — ma per la sua formula: che è quella della favola, col suo significato riposto.

Una favola che, come tutte, consiste in una serie di prove attraverso cui gli eroi devono passare. I miei eroi, nella fattispecie, dopo simili prove, non sembrano però ottenere nessun privilegio: né regni né principesse. Non resta loro, dopo quelle prove, che affrontare altre prove. Nessuna vera e propria favola era mai finita così!

Inoltre, in quanto ad ambiente e personaggi, la mia è una favola picaresca: le esperienze «a livello della strada» di due poveri diavoli. Ma il picarismo è esso stesso una ideologia. Invece la mia favola ha la sua ideologia altrove che nel picarismo: e precisamente in qualcosa che contraddice profondamente ogni poetica picaresca.

La favola che finisce come non deve finire, il picarismo che non dice quello che deve dire: ecco due motivi di delusione. Ma:

Bisogna deludere. Saltare sempre sulle braci come martiri arrostiti e ridicoli…

Questo dicevo in una mia poesia, chiamata per l’appunto Progetto di opere future.

Pietro Bianchi ha parlato, recensendo il volume di Uccellacci e uccellini — e certamente fuorviato dalla bonomia dei testi e del materiale fotografico –, di una mia pacificazione interiore: della caduta del vento impetuoso della gioventù.

Forse è caduto il vento, ma ciò che ne è seguito non è stata precisamente la bonaccia. Mai mi sono così esposto come in questo film. Mai ho assunto a tema di un film un tema esplicitamente così difficile.

La crisi del marxismo della Resistenza e degli anni Cinquanta — poeticamente, quello anteriore alla morte di Togliatti — patita e vista da un marxista, dall’interno; niente affatto però disposto a credere che il marxismo sia finito (dice il buon Corvo: «Non piango sulla fine delle mie idee, ché certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti! Piango su di me…»).

Non è finito, naturalmente, nella misura in cui sappia accettare molte nuove realtà (adombrate nel film: lo scandalo del Terzo Mondo, i Cinesi e, soprattutto, l’immensità della storia umana e la fine del mondo, con l’implicata religiosità, che sono l’altro tema del film).

In mezzo a tanta difficoltà, ho avuto in compenso la gioia di dirigere Totò e Ninetto, uno stradivario e uno zufoletto: ma che bel concertino !

Pertanto, anche se non posso imprudentemente schierarmi con quei critici e quegli amici che considerano questo il mio film migliore — credo, ancora con maggior orgoglio, di poter dire che è il mio film più puro.

(1966)

Da Pasolini per il cinema, Milano, Mondadori (Meridiani), pp. 830–831

La trama secondo l’autore

In un viaggio cominciato chissà quando e che terminerà chissà dove, un uomo cammina assieme al figlio ai margini di una periferia che sembra infinita, gremita d’inverosimili riferimenti stradali e popolata da angeli a riposo da guitti alacri da querolomani chiassosi e da altro…

Lungo il cammino, nel groviglio di piccole avventure, bizzarre, assurde, comiche, i due incontrano anche un corvo parlante che si unisce a loro per fare un tratto di strada assieme. L’insolito trio prosegue sotto il sole e il corvo cerca di far dire al padre e al figlio dove sono diretti, cosa fanno, come vivono e cosa pensano della vita; ma loro proprio non lo sanno!

Allora il corvo cerca di illuminarli spiegando a tutta prima la natura dei fatti nei quali si trovano implicati. È una fatica vana, ma il corvo persiste: egli è un conversatore tenace e cerca di coinvolgere i due innocenti con le argomentazioni della sua stringente dialettica. Totò e figlio ascoltano con pazienza e senza stupore quel corvo sapiente. Hanno per lui una certa reverenza ma anche molta indifferenza e si affannano è vero a dichiararsi d’accordo con alcune argomentazioni del corvo ma in cuor loro lo giudicano come un grande seccatore: egli parla, osserva, scevera, distingue e loro sono proprio incapaci di seguire ed apprezzare le sue dottrine.

Il corvo, a un certo punto, per dare maggiore efficacia alle sue parole racconta un’autentica storia che, com’egli sottolinea, tratta di «uccellacci e uccellini». E allora Totò, il padre, nei panni di un vecchio frate e Ninetto, il figlio, in quelli di un fraticello, si trovano a vivere un’avventura nell’anno 1200. San Francesco chiede loro di decifrare il linguaggio degli uccelli per poter predicare anche ad essi l’amore.

Il compito è arduo ma il vecchio frate Totò lo persegue con grande ardore e davanti ai ruderi di un castello allietato da molti falchetti, incurante del passare delle stagioni, della neve gelida, del vento che flagella, del sole che brucia, trascorre alcuni anni in ginocchio nella fiducia di riuscire a intendere, un giorno, il linguaggio dei falchi. Finalmente lo apprende.

Il vecchio frate affronta allora con lo stesso ardore lo studio difficilissimo della lingua dei passeri, e quando possiede il segreto dei due linguaggi egli può finalmente parlare agli uccellacci e agli uccellini nelle rispettive lingue e convertirli all’amore.

Ma nella gioia di questa mirabile scoperta i falchi, conquistati dall’amore, si precipitano sui piccoli passeri e li divorano. Frate Totò si dispera ma poi, con l’assistenza di frate Ninetto e con il conforto della parola di san Francesco, riprende da capo la sua predicazione: è vero, anche nella vita di tutti i giorni, anche i nostri, le classi sociali che pur sono evangelizzate non sono ancora sufficientemente educate per rispettarsi vicendevolmente. Le esortazioni che san Francesco rivolge, nel film, all’anziano frate racchiudono le medesime considerazioni sulla pace e la non-violenza che Papa Paolo VI ha annunciato all’assemblea delle Nazioni Unite.

Terminata la rievocazione dell’anno 1200, i tre amici, Corvo, Totò e Ninetto, proseguono nel loro cammino, assistono a piccoli fatti pieni di significato e vivono avventure che sono comiche e tragiche allo stesso tempo e che danno al corvo altri spunti per seguire la sua predicazione ideologica.

Ma Totò e Ninetto ormai a malapena nascondono la noia. Non ne possono più, confabulano a gesti, non a parole, il corvo li intimidisce — e ammiccando si mettono d’accordo: d’un tratto, zaf… gli tirano il collo, lo arrostiscono, e se lo mangiano.

Il corvo, ci dice l’autore, è il razionalismo ideologico superato dal messaggio giovanneo; la fine del corvo rappresenta l’assimilazione crudele di alcune idee. L’umanità ingurgita quello che deve divorare e procede avanti verso quali altri traguardi? Nel film l’umanità è considerata nell’immensità del suo tempo.

(1966)

Da Pasolini per il cinema, Milano, Mondadori (Meridiani), pp. 832–834

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Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.