Pier Paolo Pasolini su Il fiore delle mille e una notte

Mario Mancini
4 min readMar 12, 2021

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La scena finale del Fiore della Mille e una notte.

Che notte! Dio non ne ha creato
di eguali. Il suo inizio fu amaro,
ma come dolce è la sua fine!

Nur ed Din, al termine del film

Pasolini sul set del Fiore delle mille e una notte. Sullo sfondo lo splendido scenario della moschea Imam a Isfahan in Iran.

Per quanto riguarda i miei film, visti dalla parte subiecti, cioè dall’interno, visti da me, devo dire che questi ultimi film, i film della trilogia che sto facendo, la trilogia della vita, costituiscono per me un’esperienza affascinante e meravigliosa. E i critici — nessuno mi pare — sono riusciti a capire il senso che ha per me — indipendentemente dai risultati — questa esperienza, questo entrare nel più misterioso degli ingranaggi del fare artistico, questo procedere nell’ontologia del narrare, nel fare il cinema, cinema come si vedeva da ragazzi, senza con questo cadere nel commerciale o nel qualunquistico; ecco per me, debbo dire, è stata l’idea la più bella che abbia avuto, questo voler raccontare per la gioia del raccontare, per creare dei miti narrativi, al di fuori della ideologia, proprio perché ho capito che fare un film ideologico è molto più facile che fare un film privo apparentemente di ideologia. Apparentemente: perché in ogni film c’è la sua ideologia, prima di tutto intrinseca a se stessa, cioè poetica e poi esterna, che è la ideologia politica più o meno sottintesa. (1)

L’opera poetica, in particolare, costituisce sempre un’impresa «contestatrice» nella misura in cui, infrangendo il codice, essa introduce delle innovazioni in rapporto ad esso e in relazione al contesto sociale in cui esso è in vigore. (2)

Ed è molto più difficile fare questo genere di film nei quali l’ideologia è indiretta, nascosta, implicita, che fare film a tesi scopertamente su una ideologia. Almeno a me riesce più facile; a me che sono stato sempre un regista ideologico, che ha, sempre, in ogni suo film affrontato un problema, fare film nei quali apparentemente non c’è ideologia, in cui tutto è sciolto nell’essere, è stata l’esperienza più affascinante. Ma nessun critico mi pare ha avuto l’immaginazione di capire questo. Ed è per ciò che io vado avanti su questa strada, malgrado tutti quanti non facciano altro che chiedermi «quando tornerai a fare i film di una volta?». Non hanno capito che se da me si aspettano lo scandalo, lo scandalo è questo. (3)

La televisione è irrealtà. Tutto ciò che passa attraverso il video non ha più rapporti con ciò che noi viviamo. Il mio obbiettivo è stato di oppormi all’eccesso di politicizzazione, all’eccesso di utilitarismo dei gauchistes, e nello stesso tempo all’irrealtà della cultura di massa. Di fare dei film in cui si ritrovi il senso esistenziale del corpo, del fisico, questo slancio vitale che si sta perdendo. Nella mia trilogia ho tentato di ancorarmi all’esistenziale, in maniera totale, assoluta. Estremista a mia volta. Ora, il punto estremo di ciò che è corporeo è il sesso. Fare film che non possano mai essere accettati dai benpensanti ufficiali. (4)

L’inizio del film è diventato graffiato e un po’ sommario anche perché ho tolto un quarto d’ora. Per esempio, alla scena della vendita della schiava, che è «rubata», ci arrivavi in un disegno più pacato, più costruito. Questo accorciare ha reso l’inizio più impressionistico. Nella seconda parte, e questo non è più casuale, scatta l’invenzione a scatole cinesi. Una serie di figure realistiche, che man mano vedi essere incastrate in altre figure realistiche, diventa serie di figure di finzione. (5)

Non sono stato fedele alla lettera alle Mille e una notte: ho fatto delle cose arbitrarie. Ma quello che mi interessava non era rappresentare, sia pur indirettamente, la cultura araba, o siriana ecc., ma una forma, diciamo così, drammatica, fantastica, di cultura popolare; la mia polemica era contro la cultura della classe dominante, eurocentrica. (6)

Le mille e una notte sono un modello narrativo. Mi hanno influenzato talmente che il romanzo che sto scrivendo, e che finirò tra quattro-cinque anni, segue gli stessi canoni. Il narrare illimitato. Una cosa dopo l’altra e una dentro l’altra all’infinito.
film che né è venuto fuori è l’unione di due elementi che ci sono anche nel libro, ma che io ho un po’ occidentalizzato; realismo e visionarietà. C’è tanta polvere, ci sono tante facce povere, ma c’è anche un ritmo ampio, l’illimitatezza dei sogni. (7)

Da: Pier Paolo Pasolini, Il cinema in forma di poesia, a cura di Luciano De Giusti, Pordenone, Edizioni cinemazero, 1979, pp. 102–104

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Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.