Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini nella critica del tempo

Mario Mancini
14 min readFeb 26, 2021

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Ettore, il figlio di Mamma Roma, sul letto di costrizione nel finale del film.

«‘A carognè, che sei de’ sinistra! Guarda che mica annamo d’accordo, sa’ se te metti a faà er compagno! Se te butti c0' quei morti de fame, tutti imbriaconi!»

Mamma Roma a Ettore mentre corrono in moto sulla via Appia

Sotto la sua finestra, la distesa di Roma, palazzoni e prati fumiganti, si apre immensa e indifferente sotto il sole.

Immagine di chiusura del film

Una prostituta, Mamma Roma, abbandona il marciapiede dopo il matrimonio del suo protettore e inizia una attività onesta. Suo figlio non l’ama, la donna tuttavia vuole assicurargli un futuro senza problemi e gli trova un impiego. Ma il ragazzo preferisce rubare.

Giuseppe Marotta

Roma, domenica, al cinema “Quattro Fontane” per vedere Mamma Roma. Se la pigliate incautamente da Piazza Barberini, la via Quattro Fontane vi oppone una salita formidabile, che recide il fiato; ma imboccandola da via Nazionale si scende, invece di issarsi, a P.P. Pasolini.

Eh. Non per nulla si tratta di un autore così vario, multiforme, opinabile. Ma di ciò riparleremo. Nella sala notai sufficienti “presenze”, come le denominano gli esercenti, e non dozzinali: gente del ceto medio, facoltosa magari, la quale ha sempre goduto e sempre gode, con una sorta di febbre suicida, il piacere di sentirsi aggredita e offesa, o addirittura lapidata.

Che razza di classe, accidenti, che si elimina con le proprie mani (sono tipicamente borghesi i cervelli di ogni rivoluzione) ma che rinasce puntualissima dalle proprie ceneri. Via, non divaghiamo. L’inizio del secondo film di Pasolini è magnifico, udite. Nello stanzone terreno di un’osteria di campagna, o di una fattoria, è in pieno svolgimento il banchetto nuziale di Carmine e di Clementina.

La sposa è una agiata contadina, squadrata con l’accetta, opaco e madida come una vetrina di fornaio di sobborgo in un piovoso giorno di novembre. Lo sposo è un ex-magnaccia, ringhioso e di fronte bassa quanto occorre.

Una tavolata di infimi e rischiosi individui, con reminiscenze e luci, irriverenti, di Ultima Cena (Rousseau il doganiere, al quale molti hanno accennato, mi pare che non c’entri affatto). In verità questa è anche una sbafata d’addio, perché il matrimonio consente al citato Carmine di abbandonare la “vita” facendosi mantenere dalla moglie cafona.

Egli lascia pertanto libera la femmina che ha lungamente sfruttato, e cioè Mamma Roma. Qualche obiezione all’agevole emblematica dei nominogli usati da P.P.P. fatela voi: tutto sommato gli Accattone e i Mamma Roma suoi valgono gli Ambiziosetti e gli Avarucci di Gandolin.

Dicevo che la scena è ottima e insisto. La ripudiata Mamma Roma, suo malgrado ferita nell’orgoglio sessuale, partecipa a suo modo alla festa. Ella irrompe nella sala pungolando certi agghindati maialetti e gridando: “A sora sposa, qua stanno li fratelli vostri!”

Ne deriva una “cantata a dispetto” (anche i napoletani della Sanità la praticano, e finisce spesso a coltellate; quante ne sentii, ragazzetto, presso le bettole che mi videro crescere); Mamma Roma canta:

“Fior de gaggia,
quando canto io canto con allegria,
ma se vi dice tutto rovino ‘sta compagnia!”

e Carmine ribatte:

“Fiore di sabbia,
tu ridi, scherzi, fai la santa donna,
e invece in petto schiatti dalla rabbia”.

E così via, fra le sghignazzate dei “papponi” invitati. C’è un afrore genuino, di fiato d’animale, di stalla calda e viva, in questo brano, che mi eccitò. Pensavo: “Ha camminato, Pasolini;” ed ero, mi succede con gli amici e coi nemici quando c’è di mezzo l’arte, contento.

Ma non furono che quei momenti, purtroppo, quell’indovinatissimo prologo. Esauriti i colpi d’ala che ho detto, il film atterra subito, e razzola sui detriti e gli avanzi di Accattone. Per favore, sentenziate voi. La flaccida, stanca liberta, ossia Mamma Roma, ha un figlio diciottenne, Ettore.

Va a ripigliarselo a Guidonia, là il ragazzo ha trascorso l’infanzia e la fanciullezza mentre lei si vendeva per l’esoso Carmine. Ha molti progetti. Una casa decente, un posto d’erbivendola al mercato, una dolce e fervida intesa col figlio.

È insomma un braciere di affetto materno, senza remore di pudore, né artistico né umano. Io non so quanti grembi raccontati da me in tanti libri spesso tacciati di esagerazioni patetiche, sono, al confronto, di ghiaccio. Ma il giovane Ettore? Benché ogni blatta, come diciamo a Napoli, sia bella per la sua mamma, egli, bruttezza a parte, non è che un bocciuolo di ignavia, di trivialità, di angustia mentale.

È irreparabilmente destinato all’ozio fatalistico della Magliana o di Panico, alle fragorose bravate, agli “scippi”; accreditiamogli pure gli indubbi torti della società che lo ignora e oscuramente lo minaccia, rendendolo asociale; accreditiamogli la solitudine, la mancanza di una famiglia, di qualche. illuminante esempio, di una qualsiasi educazione: per indulgenti e favorevoli che gli siate, ahimè, Ettore non è che il fratello minore di Accattone, lo abbiamo già commiserato nel primo film di Pasolini (e in due romanzi suoi, per giunta), non era il caso, no, di riproporcelo qui.

Ma Pasolini è ricco di fantasia verbale, non sostanziale: egli nel sottoproletariato; come abitualmente lo qualifica, non vede che il cinismo, il rancore, il turpiloquio, l’abiezione suddivisa, tout-court, in prostituzione e in crimini da quattro soldi. Bagasce, lenoni, ricettatori, ladruncoli, risse: la vita pullulante del Quarticciolo o di Portonaccio, secondo l’autore di Mamma Roma, comincia e termina in questi invariabili, monocordi elementi di narrazione.

Ma non voglio farmi, proprio io, maestro di nulla e di nessuno. Il guaio è che la materia dei sobborghi, identificata soltanto in ciò che salta agli occhi, riprodotta nelle sue grida ma negletta nel suo mormorio, non diventa mondo sotto le dita venete di Pasolini.

Egli mi potrebbe fondatamente obiettare: “Ma il mio personaggio, nel film, non è Ettore, è Mamma Roma”. Be’, questo derviscio, questa furia del calor di seno, per devoto al concetto di madre che uno sia, non attrae ne convince. Una madre che desidera un figlio pulito, afferra anzitutto il bacile e si lava.

Mamma Roma laida era e laida resta, anche se (fino a quando Carmine, stufo di pace rurale, non torna a riassoggettarla e a imporle di battere di nuovo il marciapiede la notte) lavora onestamente. Regala al figlio ozioso una motocicletta, e poi si meraviglia che il ragazzo non voglia saperne di faticare.

Per allontanarlo da una servetta, o quel che è, una tal Bruna la quale pur dandosi ai propri coetanei sull’erba non ha i modi, le stimmate della effettiva donnaccia, lo affida a Biancofiore, una malafemmina praticante, assidua, che potrebbe anche (riflettete) inoculargli una sifilide appena ricevuta, ancora avvolta, per così dire, nel cellophane dei massimi doni.

Per ottenere che il proprietario di una pizzeria di Trastevere ingaggi Ettore come garzone, ordisce un ricatto. Non ha altre valide armi, è l’intuibile replica dell’autore del film. Bene, e di che ha l’aria di lagnarsi, dunque? Conosco a fondo le Mamme Napoli, se non le Mamme Roma, e so fino a quale stoico punto sanno di combattere una guerra sleale, ingiusta e feroce da ambo le parti; esse non danno tregua e non la chiedono.

Mamma Roma è, mi rincresce, una figura debordante, prolissa, tumida, quasi dico forense, la vivente arringa di un avvocato del 1910, tutta una perorazione, tutta un acuto. Be’; riassumo. Ettore pianta l’uggioso lavoro e si rituffa nella scioperataggine (d’obbligo alle soglie della città). Di Accattone ha pure la tisi, ovviamente. Rubacchia negli ospedali; è agguantato; in prigione si rivolta, lo immobilizzano sull’atroce “letto di contenzione”, e là egli muore determinando una suggestiva immagine che a P.P.P. sembra un Masaccio e a me, invece, un Mantegna.

Adesso tiriamo le somme. L’interpretazione della Magnani, veemente, faziosa, arrivo a dire, non ha giovato al film: “Nannarella” è troppo vera per non risultare apocrifa nel quadro calcolato, intellettualizzato, di Pasolini.

Degli altri, volti fermi ed eguali di medaglie o di patacche, il migliore è Franco Citti, che poi doveva unicamente ripetersi. Nomi? Ettore Garofalo, Silvana Corsini, Luisa Orioli, Luciano Gonini, Vittorio La Paglia. Musiche di Antonio Vivaldi, il quale probabilmente dice: “Neh, ma dove sono capitato?” e non vieta alle sue ceneri di fremere. Pasolini ce l’ha a morte con la sprovveduta, a suo giudizio, critica cinematografica.

Avvezzo a intimidire la critica letteraria cianciando a tutto spiano di “fulgurazione figurativa”, di “stilemi”, di “fonemi”, egli non ammette di non aver saputo finora “épater le bourgeois” cinematografico; ci patisce, si arrovella. Ah Pasolini, dia retta a me. Non tenti di imbeccarci, noi siamo uccelli adulti e arruffati, con i quali già nulla ha combinato, nel proprio genere, il teorizzantissimo Antonioni. Sappia che un film, pur equivalendo a una magica, lunga successione di tele di Masaccio, può, non essendo pittura il cinema, risultare goffo e inutile.

Ed eccoci, infine, alla polemica insita in Mamma Roma. Sa Iddio se, in qualità di artista e di uomo, sto con il sottopopolo o con i suoi pasciuti nemici e antagonisti. Ma non mi vanno, egregio P.P., gli atteggiamenti di nobile difensore, di crucciato e straziato araldo che lei continuamente assume. Non li credo autentici e sorgivi.

Qualcuno deve, scusi, avere l’animo di rivolgerle un’imbarazzante, scoscesa domanda: e pazienza, lo faccio mestamente io. Perché lei, venuto dal Friuli, si interessò immediatamente alla sciagurata fauna delle borgate? Su, interroghi la sua coscienza, dinanzi al suo Dio se ne ha uno. Le accuse, le invettive, i moniti, o sprizzano da una quasi ascetica purezza di cuore, o sono peggiori dei mali che denunziano.

C’era una volta il barone meridionale e attempato della seguente barzelletta oscena che le porgo sufficientemente purgata. Egli si tirò in casa, a tarda ora, una ragazza di giro che tutt’a un tratto ebbe una crisi di pianto. Barone: “Che hai? Dimmelo, io posso e voglio capirti”. Ragazza: “Mi scusi; ma oggi è morto mio padre”. Barone: “Gesù. Poveretta. Di che?” Ragazza: “Di cancro”. Barone: “Oh santa Vergine! E sapeva niente di quello che fai?” Ragazza: “No. Ma dovevo pagargli le medicine, l’infermiera”. Barone: “Uh angelo mio… però… non potevi cercare un lavoro dignitoso?” Ragazza: “Lo feci, ma l’individuo che me lo offrì, l’indomani mi violentò”. Barone, profondamente scosso: “Inaudito. Ma che mondo è questo? Uomini o belve, siamo?” Eccetera. Alla fine, squassato dalla pietà, ma desideroso di tornare ab ovo, il barone dice, cambiando tono di voce, alla ragazza: “Be’, che aspetti, figlia mia? Spogliati”.

P. S. Leggo in questo momento, lunedì 24 settembre, che certi fascistucoli hanno preso a ceffoni Pasolini. Ritiro ogni mio dissenso. Mamma Roma è un capolavoro e chi lo boccia a mazzate è uno zulù.

Da Giuseppe Marotta, Di riffe o di raffe, Milano, Bompiani, 1965

Giovanni Grazzini

Il titolo allude al soprannome di una passeggiatrice, e si sa che il film è stato scritto per Anna Magnani. Resta però da vedere se protagonista ne sia la donna o suo figlio. Si tratta di questo. Assistendo al matrimonio dell’uomo che sinora l’ha sfruttata, Carmine, con una contadina, Mamma Roma matura la decisione di ritirarsi a vita privata, di metter su un banco di ortolana e di dedicarsi al figliolo, Ettore, un selvatico ragazzo di diciassette anni vissuto sinora in campagna, che si infischia della madre e ha già la vocazione del ladruncolo.

Vuol dargli un’educazione, un lavoro, sottrarlo a quella abiezione morale e sociale nella quale ella avverte, sia pure confusamente, di vivere. Intanto cambierà casa, per andare ad abitare in un quartierino più decoroso, nel quale Ettore abbia per amici dei figli di commercianti, di piccoli impiegati, dei “signorini”.

I sogni di Mamma Roma non si realizzano. Carmine torna, stanco della moglie contadina, e la costringe a riprendere la “vita” minacciandola, altrimenti, di rivelare al figlio il mestiere della madre. Che poveraccia si arrende, torna a battere il marciapiede, mentre Ettore, imbrancatosi con gli altri ragazzi del quartiere, i quali sono tutt’altro che quegli stinchi di santo che sperava Mamma Roma, rubacchia e si mette con una sgualdrinella.

A nulla valgono i tentativi della donna di riportare il figlio sulla retta via: è così inesperta, e sono così sbagliate le sue ambizioni, che rifiuta di mandarlo a lavorare come manovale (secondo l’aveva consigliata un prete), sembrandogli indecoroso, anzi gli compra una motocicletta, architetta un ricatto per costringere un trattore ad assumere Ettore come cameriere, lo manda a letto con una collega perché si dimentichi della ragazzina della quale è innamorato.

Ettore viene presto a sapere della professione della madre; per vendicarsene, lascia il lavoro e a poco a poco precipita nel teppismo. Arrestato mentre tenta di rubare una radiolina in un ospedale, finisce in prigione col solito attacco di tubercolosi fulminante. In preda a una crisi di delirio, muore legato sul letto di contenzione invocando la madre. Mamma Roma, che ha seguito sconvolta, e senza capire, le fasi del naufragio del figlio, viene a sapere della morte al mercato. Nel suo grido di dolore c’è la disperazione della creatura calpestata dall’ingiustizia della vita.

Davvero non ha capito nulla Mamma Roma? Il film vuole essere qui, in questa presa di coscienza, da parte della donna, della propria parte di responsabilità e della incapacità di comunicare la propria angoscia. Pasolini procede su un doppio binario: nel denunciare le colpe della società borghese e nel condannare, giustificandolo con la pietà, il salto di classe al quale aspira Mamma Roma, alla quale sembra voler far colpa di mirare troppo in alto, dal sottoproletariato alla piccola borghesia, di ignorare le “norme del suo destino”.

Poiché ovviamente le cause di questa confusione sono ancora da cercare nell’ambiente in cui la donna è nata e vissuta, il cerchio si chiude: è la società che ha ucciso Ettore, ma nella protesta di Mamma Roma, nel suo chiedersi chi è responsabile della ferocia della vita, c’è già un barlume di coscienza morale. Una speranza, insomma, che resta implicita nel personaggio, come accadeva in Accattone, e perciò assume una prospettiva universale, poeticamente più valida di quella scaturita dalla scelta politica che chiudeva Una vita violenta.

Ideologicamente il cammino di Pasolini è coerente:’ siamo ormai ben lontani dalla pura denuncia di Ragazzi di vita. Mamma Roma è un personaggio espresso in modi romantici e pensato con un suo reale calore artistico. In un romanzo avrebbe avuto un bellissimo rilievo. Portato sullo schermo convince meno, fors’anche perché l’esuberanza della Magnani un po’ lo soffoca, e per contrasto fa pensare che il vero protagonista del film avrebbe potuto essere il figlio, questo sgorbietto di natura che gli errori della madre, la quale gli ha dato soltanto un affetto travolgente, conducono al fallimento. Non ci stupiremmo se la critica marxista più ortodossa partisse proprio dalla condanna della madre, così priva di coscienza di classe, per rovesciare il senso che Pasolini ha voluto dare al film.

Al quale la regia non ha conferito eccezionale statura. Sottrattosi alla mitologia delle sordide borgate romane, Pasolini ha perso un po’ di mordente espressivo. Molte scene sono trite, non necessarie, raramente suscitano un’emozione. I personaggi non hanno più la funesta evidenza di Accattone, e l’impegno lirico-figurativo di Pasolini minaccia di risolversi in esercitazioni di bello stile.

Le analogie fra scene del film e quadri di pittori classici, la musica di Vivaldi, certe altre suggestioni letterarie, dichiarano sempre più scopertamente il pericolo di un manierismo che se è sempre stato il limite di Pasolini, rischia di condurlo al quadretto di genere, ora che la sua tematica tocca l’amor materno.

Sembra di poter dire che il problema espressivo, per lui, più che per qualsiasi altro regista, si identifica ormai con quello ideologico: farà ottimi film nella misura in cui i suoi fantasmi, liberati da certi schemi sociologici talvolta oleografici, risolveranno in poesia tutti i suoi tormenti.

Con Mamma Roma è su questa strada, ma egli ha avvertito lo sforzo quando si è chiesto se l’opera non sia fin troppo matura. In questo senso la scelta della Magnani lo ha costretto a caricare sulla figura della madre un peso che poteva essere più equamente distribuito, si direbbe che gli abbia bloccato l’ispirazione dirigendola su un personaggio che egli ha tentato di modulare, ma i cui chiaroscuri sono stati assorbiti dalla Magnani in un cliché di “mater gaudiosa” e “dolorosa” che ha bisogno di maggiore controllo.

Quanto agli altri attori, l’ombra della Magnani li oscura: il debuttante Ettore Garofalo non è simpatico ma riesce a esprimere la selvatichezza del ragazzaccio, Franco Citti è troppo azzimato per la parte dello sfruttatore di donne, Silvana Corsini, la sgualdrinella del quartiere, recita davvero male. Il malato al quale Ettore ruba la radiolina è Lamberto Maggiorani, il deluso eroe di Ladri di biciclette. Dice appena una battuta.

Da Eva dopo Eva. La donna nel cinema italiano, Bari, Laterza, 1980

Tullio Kezich

Maestro di contraddizioni, sempre tentato dalle imprese impossibili, stavolta Pasolini cerca di fondere la recitazione di Anna Magnani con quella dei suoi ragazzi di vita.

La poetica pasoliniana ha le sue crepe: la costante ripetizione dei motivi suburbani ingenera a tratti monotonia, la saldatura di tante intuizioni figurative e musicali non è sempre perfetta. Per esempio, la Magnani rimane un’attrice, anzi un grande personaggio, uguale a se stesso, la palma a ventaglio sul petto, la testa arrovesciata e la risata rauca.

Il regista non è riuscito a trasformarla, né a imbrigliarla, né a farla recitare come gli altri. Mamma Roma ha scompensi, zone grigie, intemperanze verbali provocatorie. Ma è un film come non se ne vedono tutti i momenti: si potrà non amare la vicenda, sopportarne male i personaggi, sperare che Pasolini autore di romanzi e di film rivolga la sua attenzione a un mondo diverso.

Eppure sarà difficile dimenticare gli antichi misteriosi ruderi della sua periferia, i carrelli a procedere sui lunghi monologhi della Magnani, la beccatissima battuta della ragazza che segue i suoi violentatori con la passiva rassegnazione di un animale, il giovane che serve i pasti in trattoria quasi danzando.

Insomma tutta l’osservazione minuta, attenta, felicissima, che si traduce in punte stilistiche di straordinario vigore: e, dietro, il dolore autentico, severo, compatto, che è la tremenda vocazione di Pasolini, il porto infernale da cui partono e al quale arrivano tutte le sue esperienze.

Da Tullio Kezich, Il cinema degli anni sessanta, 1962–1967, Edizioni Il Formichiere

Walter Veltroni

Forse Pier Paolo Pasolini si pentì di aver scelto Anna Magnani per interpretare la sua Mamma Roma. Non li divideva solo il modo di girare, una battuta alla volta senza lunghe sequenze, ma anche la diversa interpretazione del ruolo della protagonista. È stato lo stesso Pasolini a raccontarlo, con aspra sincerità. «Volevo spiegare l’ambiguità di una vita sottoproletaria con una sovrastruttura piccolo-borghese. Questo non è venuto fuori perché Anna Magnani è una donna che è nata e ha vissuto da piccolo-borghese e poi da attrice quindi non ha quelle caratteristiche».

Quella donna era, nel film, crocevia di molte contraddizioni: l’ambizione di essere una madre ritrovata, la volontà di scalare gradini sociali, la dipendenza da un uomo sfruttatore. Troppe cose insieme, per una donna che deve decidere tutto da sola.

Il film ha delle sequenze assolutamente memorabili, come l’amore tra il figlio Ettore e Bruna. E lo è questa città non ancora rinata e non ancora distrutta, questa umanità di proletari e sottoproletari in cerca di riscatto. Lo è il modo di raccontare di Pasolini, la scelta degli attori, intellettuali come Volponi o muratori come era divenuto il protagonista di Ladri di biciclette, Lamberto Maggiorani.

Nessuno ha mai più saputo raccontare il respiro di Roma popolare come quel fine poeta che era Pier Paolo Pasolini.

Da Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1994

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Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.