L’Italia e Machiavelli

di Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Tratto da: La Costituzione della Germania, La formazione degli stati nel resto d’Europa

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A sinistra Hegel e a destra Machiavelli. Il grande filosofo tedesco era un ammiratore delle teorie politiche di Machiavelli.

È stata la pace di Vestfalia ad aver reso definitiva la condizione di indipendenza delle parti. Da sole esse non ne sarebbero state capaci, anzi, la loro lega era frantumata, ed esse stesse ed i loro territori, non più in grado di resistere da soli, erano nella morsa politica e religiosa di un despota come Ferdinando.

Persino la spedizione di Gustavo Adolfo — non per lui personalmente, che egli mori al culmine della fortuna, ma rispetto alla sua nazione — può essere collocata esattamente nella stessa classe delle spedizioni del suo successore Carlo XII. In Germania anche la potenza svedese sarebbe rimasta soccombente se la politica di Richelieu, poi realizzata secondo la stessa linea da Mazzarino, non avesse fatto propria, e sostenuto, la causa di essa.

A Richelieu toccò la rara fortuna di esser considerato il più gran benefattore sia da quello stato della cui gran-dezza egli pose il vero fondamento che da quello a spese del quale ciò accadde.

La Francia come stato, e la Germania come stato, avevano entrambe, al loro interno, gli stessi due principi di dissoluzione; nell’uno di essi Richelieu li distrusse radicalmente, e fece cosi della Francia uno degli stati più potenti, nell’altro diede loro tutti i poteri, e soppresse cosi l’esistenza di esso come stato. In entrambi i paesi egli portò a piena maturità il principio che costituiva la loro interna struttura; il principio della Francia era la monarchia, quello della Germania la formazione di una moltitudine di stati indipendenti. Nessuno dei due aveva ancora definitivamente abbattuto il principio opposto; Richelieu riuscì a portare entrambi i paesi al loro sistema stabile, ciascuno dei quali era opposto all’altro.

I due principi che impedivano alla Francia di diventare un solo stato, nella forma di una monarchia, erano i grandi e gli ugonotti; entrambi guerreggiavano contro il re.

I grandi, tra i quali c’erano anche i membri della famiglia reale intrigavano con gli eserciti contro il ministro. Va ricordato, peraltro, che la sovranità era da tempo sacro appannaggio del monarca, che nessuno osava metterla in discussione, e che i grandi non mettevano eserciti in campo per pretendere una propria sovranità, ma per essere i primi sudditi del monarca, come ministri, governatori di province ecc.

Il merito di Richelieu, di aver costretto i grandi ad obbedire al potere statale nelle sue più dirette emanazioni, cioè nel ministero, può avere, ad uno sguardo superficiale, l’apparenza di ambizione. Qualsiasi cosa i suoi nemici fossero, si ha l’impressione che essi siano caduti vittime della sua ambizione; questi, pur quando si ribellavano e congiuravano, affermavano, e con tutta sincerità, di non commettere alcuna colpa, e di essere sempre devoti al loro sovrano; per loro l’opporsi a mano armata alla persona del ministro non era un delitto né di diritto comune né di lesa maestà.

A piegarli però non fu la persona di Richelieu, ma il suo genio, che legò la sua persona al principio necessario dell’unità dello stato, e che rese dipendenti dallo stato le cariche statali. In questo consiste il genio politico, che l’individuo si identifichi con un principio: collegato ad esso, non può mancare di vincere. Ciò che Richelieu ha fatto, cioè l’aver dato l’unità al potere esecutivo dello stato è, come merito di un ministro, infinitamente più alto che l’aver arricchito il paese di una provincia, o l’averlo fatto uscire da una qualche situazione critica.

L’altro principio, che minacciava di dissoluzione lo stato, erano gli ugonotti, che Richelieu schiacciò come fazione politica; non si può assolutamente considerare il suo comportamento nei loro confronti come un’oppressione della libertà di coscienza. Costoro avevano propri eserciti, piazzeforti, alleanze con potenze straniere ecc., e costituivano cosi una sorta di stato sovrano; contro di loro i grandi avevano formato la Ligue, che aveva portato lo stato francese sull’orlo del baratro. Entrambi gli opposti partiti erano un fanatismo armato, e non facevano alcun conto del potere statale.

Richelieu, col distruggere lo stato degli ugonotti, distrusse anche le ragioni della Ligue, e poté cosi mettere fine al residuo, rimasto senza ragioni e senza principi, di quella situazione, cioè all’insubordinazione dei grandi. Eliminando lo stato degli ugonotti egli lasciò loro la libertà di coscienza, chiese, culto, diritti civili e politici, del tutto come ai cattolici. Con la sua logica di uomo di stato egli scoprì ed esercitò la tolleranza, il che, oltre un secolo dopo, venne affermato come un prodotto di una umanità più colta, e come la più splendida benemerenza della filosofia, e dell’ingentilirsi dei costumi; e non era per ignoranza e fanatismo che i francesi, sia durante la guerra che nella pace di Vestfalia, non pensarono a tracciare una linea divisoria tra stato e chiesa in Germania, che fecero della religione il fondamento di una diseguaglianza di diritti politici e civili, e che affermarono, in Germania, un principio che nel loro paese soppressero.

Riuscì così alla Francia, e anche all’Inghilterra, alla Spagna e agli altri paesi europei di pacificare e di unificare quegli elementi che fermentavano nel loro seno, e che minacciavano di distruggere lo stato; e di giungere, attraverso quella libertà dell’ordinamento feudale che aveva indicato loro la Germania, a edificare un centro ispirato a leggi liberamente stabilite e che sapesse raccogliere tutte le forze — la forma propriamente monarchica, o quella che oggi si chiama repubblicana –, che però può trovar posto anche sotto il principio della monarchia limitata, quella, cioè, che si fonda sulle leggi: ma, questo, qui non interessa. È da quest’epoca, nella quale i vari territori giunsero ad essere uno stato, che data il periodo della potenza e della ricchezza dello stato, e del benessere, libero e legale, dei singoli.

L’Italia, invece, ha avuto in comune con la Germania lo stesso corso del destino; con la sola differenza che essa, avendo, già prima un più elevato grado di cultura, fu condotta prima dal suo destino a quella linea di svolgimento che la Germania sta percorrendo ora fino in fondo.

Gli imperatori romano-germanici rivendicarono per lungo tempo sull’Italia una sovranità che, come in Germania, era effettiva nella misura e fin quando era affermata dalla personale potenza dell’imperatore. La brama degli imperatori, di conservare entrambi i paesi sotto il loro dominio, ha distrutto il loro potere in entrambi.

In Italia ogni punto di essa acquistò sovranità; essa cessò di essere un solo stato, e divenne un groviglio di stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; e per un breve periodo si videro anche le forme degenerative di queste costituzioni, la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia. La situazione d’Italia non può essere definita anarchia perché la moltitudine dei partiti in contrasto erano stati organizzati. Malgrado la mancanza di un vincolo statale in senso proprio una gran parte di quegli stati si univa insieme per far fronte comune contro il capo dell’impero, mentre gli altri si univano per allearsi con lui. Il partito ghibellino e quello guelfo, che allora si ramificavano in tutta la Germania e in tutta l’Italia, sono tornati a presentarsi nella Germania del XVIII secolo come partito austriaco e partito prussiano — salvo i mutamenti dovuti alla diversità dei tempi.

Non passò molto tempo da quando le singole parti d’Italia ebbero dissolto lo stato prima esistente e furono ascese all’indipendenza che esse stimolarono la avidità di conquista delle potenze più grandi, e diventarono il teatro delle guerre delle potenze straniere. I piccoli stati che si contrapposero, sul piano della potenza, ad una potenza mille e più volte maggiore, ebbero a subire il loro necessario destino, la rovina: e accanto al rimpianto si prova il sentimento della necessità, e della colpa imputabile a pigmei che, ponendosi accanto a colossi, ne vengono calpestati.

Anche l’esistenza dei maggiori stati italiani, che si erano formati assorbendo una quantità di stati minori continuò a vegetare, senza forza e senza vera indipendenza, come una pedina nei piani delle potenze straniere; si conservarono un po’ più a lungo per la loro abilità nell’umiliarsi avvedutamente al momento giusto, e di tener lontano, con continue mezze sottomissioni, quell’assoggettamento totale che da ultimo non poté mancare.

Che cosa è stato della moltitudine degli stati indipendenti, Pisa, Siena, Arezzo, Ferrara, Milano, di queste centinaia di stati — ogni città ne costituiva uno? Che cosa è stato delle famiglie dei tanti duchi e marchesi del tutto sovrani, delle case principesche dei Bentivoglio, Sforza, Gonzaga, Pico, Urbino ecc., e della innumerevole nobiltà minore? Gli stati indipendenti vennero assorbiti da quelli più grandi, questi da quelli più grandi ancora, e così via; ad uno dei più grandi, Venezia, la fine è stata data, ai nostri giorni, da una lettera di un generale francese, recapitata da un aiutante. Le case principesche più illustri non hanno più sovranità, e nemmeno peso politico, in un ordinamento rappresentativo. Le stirpi più nobili sono diventate aristocrazia di corte.

In questo periodo di sventura, quando l’Italia correva incontro alla sua miseria, ed era il campo di battaglia delle guerre che i principi stranieri conducevano per impadronirsi dei suoi territori, ed essa forniva i mezzi per le guerre, e ne era il prezzo; quando essa affidava la propria difesa all’assassinio, al veleno, al tradimento, o a schiere di gentaglia forestiera sempre costose e rovinose per chi le assoldava, e più spesso anche temibili e pericolose — alcuni dei capi di esse ascesero al rango principesco quando tedeschi, spagnoli, francesi e svizzeri la mettevano a sacco, ed erano i gabinetti stranieri a decidere la sorte della nazione, ci fu un uomo di stato italiano che nel pieno sentimento di questa condizione, di miseria universale, di odio, di dissoluzione, di cecità concepì, con freddo giudizio, la necessaria idea che per salvare l’Italia bisognasse unificarla in uno stato.

Con rigorosa consequenzialità egli tracciò la via che era necessaria, sia in vista della salvezza sia tenendo conto della corruttela e del cieco delirio del suo tempo, ed invitò il suo principe a prendere per sé il nobile compito di salvare l’Italia, e la gloria di porre fine alla sua sventura, con le parole seguenti

« E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, che il popolo d’Istrael fusse schiavo in Egitto, ed a conoscere la grandezza e l’animo di Ciro, che i Persi fussero oppressi da’ Medi, e ad illustrare l’eccellenza di Teseo, che gli Ateniesi fussero dispersi; così al presente, volendo conoscere la virtù di uno spirito Italiano, era necessario che l’Italia si conducesse ne’ termini presenti, e che la fusse più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz’ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, ed avesse sopportato di ogni sorta rovine. E benchè infino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno da poter giudicare che fusse ordinato da Dio per sua redenzione; nientedimanco si è visto come dipoi nel più alto corso delle azioni è stato dalla fortuna reprobato in modo, che, rimasa come senza vita, aspetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine alle direpzioni, e a’ sacchi di Lombardia, alle espilazioni, e taglie del Reame, e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite».

«Qui è iustitia grande: iustum enim est bellum qui- bus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est».

«Ogni cosa è concorsa nella vostra grandezza. E rimanente dovete fare voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci tórre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi».

«Né posso esprimere con quale amore e’ [il redentore d’Italia] fussi ricevuto in tutte quelle province che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbano? quali populi li negherebbano la obbedienza? quali invidia se li opporrebbe? quale Italiano li negherebbe l’ossequio?»

È facile rendersi conto che un uomo il quale parla con un tono di verità che scaturisce dalla sua serietà non poteva avere bassezza nel cuore, né capricci nella mente. A proposito della bassezza, nella opinione comune già il nome di Machiavelli è segnato dalla riprovazione: principi machiavellici e principi riprovevoli sono, per lei, la stessa cosa. Il cieco vociare di una cosiddetta libertà ha tanto soffocato l’idea di uno stato che un popolo si impegni a costituire che forse non bastano né tutta la miseria abbattutasi sulla Germania nella guerra dei sette anni, e in quest’ultima guerra contro la Francia, né tutti i progressi della ragione e l’esperienza delle convulsioni della libertà francese per innalzare a fede dei popoli o a principio della scienza politica questa verità: che la libertà è possibile solo là dove un popolo si è unito, sotto l’egida delle leggi, in uno stato.

Già il fine che Machiavelli si prefisse, di innalzare l’Italia ad uno stato, viene frainteso dalla cecità, la quale vede nell’opera del Machiavelli nient’altro che una fondazione di tirannia, uno specchio dorato presentato ad un ambizioso oppressore. Ma se anche si riconosce quel fine, i mezzi — si dice — sono ripugnanti: e qui la morale ha tutto l’agio di mettere in mostra le sue trivialità, che il fine non giustifica i mezzi ecc. Ma qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda. Una condizione nella quale veleno ed assassinio sono diventate armi abituali non ammette interventi correttivi troppo delicati. Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia.

È perfettamente assurdo considerare l’esemplificazione di una idea la quale è attinta direttamente dalla visione delle condizioni d’Italia come un compendio di principi politico-morali buono per tutti gli usi, e adatto a tutte le situazioni, cioè a nessuna. Il Principe si deve leggere avendo ben presente la storia dei secoli precedenti a Machiavelli, e quella dell’Italia a lui contemporanea: allora non soltanto il Principe sarà giustificato, ma esso comparirà come una grandissima e vera concezione, nata da una mente davvero politica che pensava nel modo più grande e più nobile.

Non sarebbe superfluo dire qualche cosa su un aspetto che di solito viene trascurato, cioè sui tratti davvero ideali che Machiavelli esige da un principe che sia eccellente — ed a tali condizioni non ha assolto nessuno dei principi che hanno regnato dopo di lui, neppure colui che lo ha confutato –. E quanto a ciò che vien detto «i mezzi ripugnanti» che Machiavelli avrebbe consigliato, ebbene, è da un ben altro angolo visuale che essi vanno considerati. L’Italia doveva essere uno stato; questo valeva come principio anche allora, quando l’imperatore continuava ad essere considerato il signore da cui ogni prerogativa derivava — e questo universale è ciò che Machiavelli presuppone, questo egli esige, questo è il suo principio per rimediare alla miseria del suo paese. Posto questo, il comportamento del principe si configura in tutt’altro modo.

Ciò che sarebbe riprovevole se esercitato da un privato contro un privato, o da uno stato contro un altro stato, o contro un privato, è adesso una giusta pena. Promuovere l’anarchia è il peggiore delitto, anzi, l’unico delitto che si possa commettere contro uno stato; ad essa si possono ridurre tutti i delitti che lo stato è tenuto a reprimere, e coloro che aggrediscono lo stato non indirettamente, come gli altri delinquenti, ma direttamente, sono i criminali peggiori — e lo stato non ha dovere più alto che quello di conservare se stesso e di debellare nel modo più sicuro tali criminali. L’esercizio, da parte dello stato, di tale altissimo dovere non è più un mezzo, ma pena — e se si vuole, invece, che la pena sia un mezzo allora la punizione di ogni delinquente dovrebbe essere definita una cosa ripugnante, ed ogni stato il quale, per mantenersi, fa ricorso a pene quali la morte, o lunga prigionia, adopererebbe mezzi ripugnanti.

Il Catone minore della storia romana ha il privilegio di essere citato da tutti i venditori ambulanti di libertà — lui che più di ogni altro contribuì a che l’autorità suprema venisse affidata al solo Pompeo, e non per amicizia verso Pompeo, ma perché l’anarchia era il male peggiore egli si suicidò non perché era tramontata ciò che allora i romani chiamavano ancora libertà, l’anarchia — il partito di Pompeo, al quale egli aderiva, non era infatti che un partito, contrapposto a quello di Cesare — ma per caparbietà, che non volle sottomettersi ad un nemico che aveva odiato ed offeso; la sua morte fu una questione di partito.

Colui dal quale Machiavelli aveva sperato la salvezza d’Italia era, secondo ogni evidenza, il duca di Valentino, un principe il quale, con l’aiuto di suo zio, ed anche col suo coraggio, e con inganni di ogni genere, aveva messo insieme uno stato con i principati dei duchi Orsini, Colonna, di Urbino ecc., e con le signorie dei baroni romani.

Per ciò che riguarda la sua memoria, e quella di suo zio: anche se non si tiene conto di tutte quelle azioni loro attribuite da voci incontrollate, e dall’odio dei loro nemici, la loro memoria, di essi in quanto uomini, è stata bollata a fuoco dalla posterità — ammesso che questa possa presumere di dare, su uomini, un giudizio morale; a rovinare sono stati il duca e suo zio, ma non la loro opera. Sono essi ad avere conquistato uno stato al Soglio romano, uno stato della cui esistenza Giulio II seppe ben servirsi, e renderlo temibile, e che sussiste fino al giorno d’oggi.

Machiavelli attribuisce la caduta di Cesare Borgia, oltre che agli errori politici, anche al caso, che lo volle immobilizzato dalla malattia proprio nel momento più decisivo, quello della morte di Alessandro; noi, invece, dobbiamo scorgere, nella sua caduta, una più alta necessità, che non gli consentì di godere dei frutti delle sue azioni, né di utilizzarli per giungere ad una potenza anche maggiore. La natura infatti, come si vede dai suoi vizi, sembra averlo destinato ad uno splendore effimero, e ad essere un mero strumento della fondazione di uno stato; ed inoltre una gran parte della potenza alla quale egli arrivò non si basava su un diritto naturale interiore, e neanche su uno esteriore, ma soltanto sul ramo spurio della dignità ecclesiastica di suo zio.

L’opera del Machiavelli resta una grande testimonianza, che egli rese sia al suo tempo, che alla propria fede, che il destino di un popolo che precipita verso il suo tramonto politico possa essere salvato dall’opera di un genio. Malgrado i fraintendimenti, e l’odio contro il Principe del Machiavelli, c’è qualcosa che va notato sul singolare destino di quest’opera: per una sorta di istinto, un futuro monarca che rese manifesta nel modo più chiaro, in tutta la sua vita e in tutte le sue azioni, la dissoluzione dello stato tedesco in stati indipendenti, ha fatto una esercitazione scolastica su questo Machiavelli, e gli ha opposto moralistici luoghi comuni — la cui vanità ha poi dimostrata egli stesso, sia col suo modo di agire che, esplicitamente, nei suoi scritti, quando, per es., nella prefazione alla storia della prima guerra di Slesia egli nega che i trattati internazionali siano ancora vincolanti quando non corrispondono più all’interesse di uno stato

Ma ci sono anche quei lettori più sottili, che non potevano non prendere atto della genialità delle opere del Machiavelli, e insieme pensavano in modo troppo morale per approvare i suoi principi: con le migliori intenzioni, e ben decisi a salvarlo, hanno conciliato questa contraddizione in modo davvero franco ed elegante, sostenendo che Machiavelli non aveva affatto pensato sul serio quelle cose, che era tutta una sottile presa in giro, una ironia. Non si può proprio fare a meno di complimentarsi per la loro sottigliezza con questi lettori che colgono cosi bene l’ironia.

La voce di Machiavelli si è dileguata senza produrre alcun risultato.

Fonte: Hegel, Scritti politci, a cura di Claudio Cesa, Torino, Einaudi, 1972, pp. 98–108

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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