L’hacker e Heidegger

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A sinistra uno schizzo di Martin Heidegger, a destra l’immaginaria ricostruzione, con il volto di Walter White (Bryan Cranston in “Breaking Bad”), della figura di Mr White Hat, il protagonista del clamoroso hacking di un servizio di criptovaluta. In reatà di Mr White Hat non si conosce né il genere, né la nazionalità e non si sa se è una persona o un gruppo. Nella sua rivendicazione ha menzionato (in tedesco) un famoso passo di Heidegger (Sein zum Tod, da “Essere e tempo”). “Preferisco lavorare nell’ombra e salvare il mondo”, ha scritto sulla blockchain di Ethereum. Molto batmaniano, oltre che heideggeriano.

Salvare il mondo

Nell’ultimo episodio della prima stagione della serie Mr. Robot, il cattivissimo Tyrell Wellick (l’attore svedese Martin Wallström) chiede a Elliot Alderson, l’incasinato e dissociato hacker (interpretato dal premio Oscar Rami Malek): “Perché l’hai fatto?”. Elliot, che ha appena compiuto il più grande hacking della storia, risponde senza esitare: “L’ho fatto per salvare il mondo”.

Recentemente l’hacker Mr White Hat ha usato le stesse parole dopo aver asportato tokens del valore di 600milioni di dollari da Poly Network, un servizio di decentralized finance che rende interoperabili le principali bockchain.

Sulla blockchain pubblica di Ethereum, Mr White ha rivendicato il gesto e, spiegando i motivi per i quali l’ha fatto, ha scritto: “I soldi non mi interessano… Preferisco lavorare nell’ombra e salvare il mondo”. Sarà così, ma per ora ha restituito solo una parte dei 600 milioni prelevati.

Il meme “salvare il mondo” è il cuore dell’etica hacker di tutte le generazioni. Come i fratelli del blues erano in missione per conto di Dio, e tutto diventava possibile, così gli hacker sono in missione per l’umanità e anche per loro tutto è lecito a prescindere o meno dall’esistenza di Dio (la condizione postulata da Ivan Karamazov).

L’etica hacker

Gli hacker hanno fatto molta strada da quando negli anni Cinquanta e Sessanta si impossessavano al MIT del tempo di utilizzo dei mainframe IBM, i bestioni del tempo. In qualche modo, da allora, l’hacking è diventato mainstream.

Oggi il cuore del campus di Facebook a Memlo Park si chiama Hacker Square, uno spazio dove la pavimentazione forma la gigantesca scritta Huck. Ma anche Facebook si è allontanato dal “fai in fretta e rompi tutto” e ora è un bestione da un trilione di dollari odiato dagli stessi hacker alla cui etica si erano ispirati i fondatori.

Steven Levy già nel 1984 in un libro importante dal titolo Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica, ha individuato i principi fondamentale della filosofa hacker che sostanzialmente sono rimasti tal quali. Questi principi sono:

  1. Illimitato e totale accesso ai computer.
  2. Applicare sempre l’imperativo pragmatico (hands-on imperative, mettici le mani dentro).
  3. Tutte le informazioni devono essere a disposizione di tutti.
  4. Diffidare dell’autorità, promuovere la decentralizzazione.
  5. Giudicare gli hacker per il loro hacking.
  6. Su un computer si può creare arte e bellezza.
  7. I computer possono cambiare il mondo in meglio.

L’ideologia hacker

Si è anche sviluppata una vera e propria ideologia hacker che combina cultura popolare, che attinge molto dalla fantascienza e dai fumetti, e cultura alta che occhieggia alla linea di pensiero Kirkegaard-Nietzsche-Heidegger-esistenzialismo.

Sempre Mr White Cap ha scritto sulla blockchain di Ethereum — dove ha avviato una conversazione un po’ surreale con Poly Nerwork e il pubblico:

Confido che la mia vita sia fatta di esperienze uniche, per questo mi piace conoscere e hackerare tutto con l’obiettivo di combattere il fato [leggi la morte]. Per un attimo ho esplorato il senso della vita.

Più esistenzialista di così, si muore. E infatti ha accompagnato queste considerazioni menzionando “Sein zum Tod” (Esserci-per-la-morte) un passo di Essere e tempo, l’opera magna di Martin Heidegger.

Che centra Heidegger? Ha forse il suo pensiero influenzato l’ideologia hacker? Che cosa possono avere in comune le due cose?

Certo la complessità del pensiero di Heidegger e anche la cripticità del suo linguaggio hanno qualche affinità con le medesime caratteristiche del codice utilizzato dagli hacker nelle loro azioni di haking (vedi sempre Mr. Robot).

Ma ciò che forse è più interessante per l’ideologia hacker è la riflessione del secondo Heidegger sulla tecnica come destino dell’essere e anche quella del primo Heidegger sull’autentico-inautentico e sull’esserci per la morte.

Dove ci porta la tecnica?

Nel pensiero dell’ultimo Heidegger, la tecnica moderna (cioè la tecnologia, lui la chiama cibernetica) costituisce l’inveramento della metafisica del pensiero occidentale e il fine ultimo dell’Essere. Con la tecnologia l’Essere pone un controllo globale conoscitivo e operativo sull’intero Ente, cioè su ciò che spontaneamente esiste, sulla natura.

L’agire tecnico è l’ultima e definitiva fase del progetto soggettivo-metafisico di piegare la natura ai propri scopi. In questa finalità il progetto dell’Essere assume una valenza nichilistica, distruttiva per l’Essere stesso, che si esprime nella perdita d autenticità e nell’angoscia.

Heidegger è il pensatore che meglio di chiunque altro ha saputo individuare, descrivere ed estrarre, senza però offrire soluzioni, le grandi inquietudini del mondo contemporaneo. Il concetto di angoscia diventa veramente centrale nella sua riflessione degli ultimi anni, sempre più impregnata di pessimismo.

Nella Questione della tecnica del 1960 scrive questo passo che dice molto anche della “bellezza” del linguaggio del filosofo tedesco:

La centrale idroelettrica non è costruita nel Reno come l’antico ponte di legno che da secoli unisce una riva all’altra. Qui è il fiume, invece, che è incorporato nella costruzione della centrale. Esso è ciò che ora, come fiume, è, cioè produttore di forza idrica, in base all’essere della centrale (M. Heidegger, La questione della tecnica, Firenze, goWare, 2016, pag. 40).

È proprio cambiata l’essenza del fiume, e in questo cambiamento c’è anche l’essenza della tecnica che muta proprio il paradigma del nostro pensarla e viverla:

È proprio la tecnica ad esigere da noi che pensiamo in un senso diverso ciò che si intende generalmente con il termine «essenza» (Wesen). (Ivi, pag. 56).

In quest’altro bellissimo passo scrive:

La betulla non oltrepassa mai la sua possibilità. Il popolo delle api abita dentro all’ambito della sua possibilità. Solo la volontà, che si organizza, con la tecnica, in ogni direzione, fa violenza alla terra e la trascina nell’esaustione, nell’usura e nelle trasformazioni dell’artificiale. Essa obbliga la terra ad andare oltre il cerchio della possibilità che questa ha naturalmente sviluppato, verso ciò che non è più il suo possibile, e quindi è l’impossibile”(Oltrepassamento della metafisica, tr. it. Mursia, Milano 1991, p. 64).

La tecnica è dunque l’incorporazione della natura e in questo senso costituisce, allo stesso tempo, il destino (Geschick) e il pericolo (Gefahr) dell’uomo. Destino perché essa è inevitabilmente legata al suo Esserci. Pericolo perché diviene strumento dell’annichilimento dell’Essere stesso e dell’asservimento dell’intero Ente.

Essere per la morte

Per Heidegger l’esistenza è un essere-per-la-morte, la cifra fondamentale della vita è la morte. E qui entra in gioco la riflessione del primo Heidegger, quella in Essere e tempo (uscito nel 1927) che ha così impressionato Mt White Hat.

Nel passo di Essere e tempo citato dall’hacker, Heidegger sostiene che la morte è la possibilità più propria dell’Esserci. Tutte le altre possibilità (esistenti nella strumentalità dell’esistenza) perdono valore se confrontate con la morte. La consapevolezza che deriva da questa presa di coscienza, che si accompagna all’angoscia, annulla il potere del mondo sull’Essere. È in questo momento che si raggiunge la libertà dell’esistenza.

Estratto da “Essere e tempo”: L’esserci-per-la-morte

Fonte: Farinetti, Lezioni di storia della filosofia, Zanichelli editore, 2010

La morte

La morte è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’Esserci incombe a se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’Esserci puramente e semplicemente del suo esser-nel-mondo. La morte è per l’Esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa sua possibilità l’Esserci incombe a se stesso, esso viene completamente rimandato al suo poter-essere più proprio. In questo incombere dell’Esserci a se stesso, si dileguano tutti i rapporti con gli altri Esserci.

Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l’estrema. Nella sua qualità di poter-essere, l’Esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza incombente eccelsa. La sua possibilità esistenziale si fonda nel fatto che l’Esserci è in se stesso essenzialmente aperto e lo è nel modo dell’avanti-a-sé. Questo momento della struttura della Cura ha la sua concrezione più originaria nell’essere-per-la-morte. L’essere-per-la-fine si rivela fenomenicamente come l’essere per la possibilità eccelsa dell’Esserci caratterizzata.

Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’Esserci non se la crea però accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzi tutto e per lo più l’Esserci non ha alcuna «conoscenza» esplicita o addirittura teorica di essere consegnato alla morte e che perciò essa fa parte del suo essere-nel-mondo.

L’angoscia

L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. L’angoscia davanti alla morte è angoscia «davanti» al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. Il davanti-a-che dell’angoscia è l’essere-nel-mondo stesso. Il perché dell’angoscia è il poter-essere puro e semplice dell’Esserci.

L’angoscia non dev’essere confusa con la paura del decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di «depressione», contingente, casuale, del singolo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’Esserci, essa costituisce l’apertura dell’Esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine. Si fa così chiaro il concetto esistenziale del morire come esser-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile, e si fa più netta la differenza rispetto al semplice scomparire, al puro cessare di vivere e infine all’«esperienza vissuta» del decesso. […]

La certezza

Attraverso la situazione emotiva tipica della quotidianità e mediante quell’atteggiamento di superiorità «ansiosamente» preoccupato, anche se apparentemente privo di angoscia di fronte al «fatto» certo della morte, la quotidianità tradisce una certezza «superiore» a quella puramente empirica. Si sa della certezza della morte, ma non si «è» autenticamente certi della propria. La quotidianità deiettiva dell’Esserci conosce la certezza della morte, eppure elude l’esserne certa. Questa elusione testimonia fenomenicamente, proprio in virtù di ciò che essa elude, che la morte deve esser concepita come la possibilità più propria, incondizionata, insuperabile e certa.

Si dice: «La morte verrà certamente, ma, per ora, non ancora». Con questo «ma…» il Si contesta alla morte la sua certezza. […]

Questo pensiero è costantemente rimandato a un «più tardi», facendo appello alla cosiddetta «opinione generale». In tal modo il Si nasconde ciò che la certezza della morte ha di caratteristico, ossia che essa è possibile a ogni attimo. La certezza della morte si accompagna alla indeterminatezza del suo «quando». L’essere-per-la-morte la elude attribuendo alla morte il carattere della determinatezza. […]

L’autentico e l’inautentico

È possibile per l’Esserci comprendere autenticamente la possibilità più propria, incondizionata, insuperabile, certa e come tale indeterminata? E possibile, cioè, che esso si mantenga in un essere-per-la-fine autentico? Finché questo essere-per-la-morte autentico non sarà stato evidenziato e determinato ontologicamente, l’interpretazione esistenziale dell’essere-per-la-fine continuerà a restare incompleta. […]

Di fatto l’Esserci si mantiene, innanzi tutto e per lo più, in un essere-per-la- morte inautentico. Come dev’essere caratterizzata «oggettivamente» la possibilità ontologica di un essere-per-la-morte autentico se, in ultima analisi, l’Esserci non si rapporta mai autenticamente alla propria fine e se questo essere autentico, per il suo senso stesso, resta inevitabilmente nascosto agli altri? […]

Abbiamo fissato il concetto esistenziale della morte e, con esso, ciò a cui deve rapportarsi un essere-per-la-fine autentico. È stato inoltre caratterizzato l’essere-per-la- morte inautentico ed è stato stabilito negativamente ciò che un essere-per-la-morte autentico non può essere. In base a queste indicazioni positive e negative dev’essere possibile progettare la struttura esistenziale di un essere-per-la-morte autentico.

Prendersi cura

L’Esserci è costituito dall’apertura, cioè da una comprensione emotivamente situata. Un essere-per-la-morte autentico non può eludere la possibilità più propria e incondizionata, né può coprirla fuggendo e reinterpretarla per la comprensibilità del Si. Il progetto esistenziale di un essere-per-la-morte autentico deve quindi chiarire i momenti di un simile essere che lo costituiscono come comprensione della morte nel senso di un essere che non fugge e non copre la sua possibilità più propria.

Prima di tutto bisogna caratterizzare l’essere-per-la-morte in quanto essere-per una possibilità, e precisamente per una possibilità eminente dell’Esserci stesso.

Essere-per-una-possibilità, cioè per un possibile, può significare: mirare a un possibile nel senso di prendersi cura della sua realizzazione. Nel campo dell’utilizzabile e della semplice-presenza si incontrano continuamente possibilità di questo genere: il raggiungibile, il controllabile, il fattibile e così via. Il mirare a un possibile prendendosene cura tende all’annullamento della possibilità del possibile rendendolo disponibile. Ma la realizzazione che procura un utilizzabile (il fabbricare, il preparare, il sostituire eccetera) è sempre soltanto relativa, perché anche il «realizzato» conserva ancora il carattere ontologico dell’appagatività. Benché realizzato, esso rimane sempre, in quanto reale, un possibile-per… qualcosa di caratterizzato dal «per». […]

La consapevolezza

La morte, in quanto possibile, deve allora palesarsi il meno possibile nella sua possibilità. Al contrario, nell’essere-per-la-morte, se esso, comprendendo, deve dischiudere questa possibilità come tale, la possibilità deve esser compresa senza indebolimenti come possibilità, deve esser sviluppata come possibilità e in ogni comportamento verso di essa deve essere sopportata come possibilità. […]

La vicinanza massima dell’essere-per-la-morte come possibilità coincide con la sua lontananza massima possibile da ogni realtà. Quanto più questa possibilità è compresa senza veli, tanto più puramente la comprensione penetra nella possibilità in quanto impossibilità dell’esistenza in generale. La morte, in quanto possibilità, non offre niente «da realizzare» all’Esserci e niente che esso stesso possa essere come realtà attuale. Essa è la possibilità dell’impossibilità di ogni comportamento verso… ogni esistere. […]

La libertà per la morte

L’essere-per-la-morte è essenzialmente angoscia. Una testimonianza infallibile, benché «soltanto» indiretta, è offerta dall’essere-per-la-morte stesso quando capovolge l’angoscia in una paura codarda e, con il superamento di quest’ultima, manifesta la viltà davanti all’angoscia.

Ciò che caratterizza l’essere-per-la-morte autentico progettato sul piano esistenziale può essere riassunto così: l’anticipazione svela all’Esserci la dispersione nel Si-stesso e, sottraendolo fino in fondo all’aver cura che si prende cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: la libertà per la morte.

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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