Le sei regole per scrivere con stile

Estratto da: Sara Sacco (a cura di), Scrivere, narrare, parlare, pubblicare: Con una breve storia dell’editoria italiana di Michele Giocondi e un intervento di Chris Anderson sulla coda lunga, goWare, Firenze, 2017, pp. 32–34

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La decadenza della nostra lingua probabilmente si può curare. Coloro che lo negano argomenterebbero, se avessero comunque di che argomentare, che la lingua riflette meramente le condizioni sociali esistenti e che noi non possiamo influenzarne lo sviluppo armeggiando con le parole o le costruzioni. Per quanto riguarda il tono e lo spirito generale di una lingua, questo potrà anche essere vero, ma nel dettaglio non è vero. Alcune parole ed espressioni particolarmente sciocche sono spesso scomparse non attraverso un processo evolutivo, ma in seguito all’azione consapevole di una minoranza. […]

C’è una lunga lista di ammuffite metafore di cui ci si potrebbe parimenti sbarazzare se ci fosse un po’ di gente che se ne occupasse; e sarebbe anche possibile far passare a miglior vita la formula della doppia negazione not un-, come pure ridurre la quantità di latino e di greco nel periodare comune, eliminare espressioni straniere e ingiustificati termini scientifici, e, in generale, far passare di moda la pretenziosità. La difesa della lingua inglese sottintende anche più di tutto ciò, e forse è meglio cominciare col dire che cosa non sottintende.

Per cominciare essa non ha niente a che vedere con l’arcaismo, con il recupero di parole ed espressioni obsolete, o con la costituzione di un inglese “standard” da cui non si può mai derogare. Al contrario, essa riguarda soprattutto l’eliminazione di ogni termine o espressione che abbiano perduto la loro utilità. Non ha niente a che fare con una corretta grammatica e sintassi, che non hanno alcuna importanza se si riesce a farsi capire, o con l’evitare gli americanismi o con l’avere un cosiddetto “bello stile” di prosa.

D’altro canto essa non riguarda nemmeno la falsa semplicità o il tentativo di rendere colloquiale l’inglese scritto. E neanche implica che in ogni caso vadano preferiti i termini sassoni a quelli latini, bensì che si preferiscano le parole più brevi e sintetiche per rendere i propri contenuti. Sarebbe soprattutto necessario che il contenuto scegliesse le parole appropriate e non il contrario. In prosa, il peggio che si può fare con le parole è di sottomettersi a esse.

Quando si pensa a una cosa concreta, si pensa senza parole, e in seguito se si vuole descrivere ciò che ci si è rappresentati ci si danna finché non si trovano i termini più adatti. Quando si pensa a qualcosa di astratto, uno sarà più incline a usare delle parole astratte fin dal principio, e a meno che non si faccia uno sforzo consapevole per evitarlo, le espressioni più comode al momento si faranno subito vive e faranno il lavoro per noi, a prezzo della confusione o della distorsione del significato.

Forse è preferibile smetterla di usare paroloni più lunghi possibili e cercare invece di rendere i propri contenuti così chiari come se fossero percepibili con i sensi o mediante delle illustrazioni. In seguito si potrà scegliere e non semplicemente accogliere le espressioni che rendono meglio il significato, e poi fare dei cambiamenti e decidere quale impressione verosimilmente faranno a un altro le proprie parole. Quest’ultimo sforzo mentale eliminerà ogni immagine confusa o usurata, tutte le frasi fatte, le ripetizioni inutili, la generale vaghezza e imprecisione. Ma poiché si può sempre dubitare dell’effetto di una parola o di un’espressione, si ha bisogno di regole sulle quali contare nel caso l’istinto fallisca. Penso che le seguenti regole si adatteranno alla maggioranza dei casi:

(i) Non usate mai una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che si è soliti veder pubblicata.

(ii) Non usate mai una parola lunga laddove va bene una parola più corta.

(iii) Se è possibile eliminare una parola, eliminatela.

(iv) Non usate la forma passiva quando potete usare quella attiva.

(v) Non usate mai una parola straniera, un termine scientifico o gergale se potete pensare a un equivalente nella lingua d’ogni giorno.

(vi) Infrangete una qualsiasi di queste regole se vi portano a scrivere qualcosa di assolutamente ignobile.

Queste norme sembrano elementari, e tali sono, ma richiedono un mutamento profondo in tutti coloro che sono abituati a scrivere nello stile attualmente di moda. Certo si potrà rispettarle tutte e continuare a scrivere in un cattivo inglese, ma non si arriverà mai a scrivere il genere di roba che ho citato in quei cinque esempi all’inizio di questo articolo.

Non ho considerato qui l’uso letterario della lingua, ma la lingua come mero strumento per esprimere il pensiero e non per nasconderlo od ostacolarlo. Stuart Chase e altri sono giunti ad affermare che tutte le parole astratte sono prive di significato, e hanno usato ciò come pretesto per sostenere una sorta di quietismo. politico. Giacché non si sa cosa sia il fascismo, come si potrà mai combatterlo? Ebbene, mentre non bisogna mandare giù delle assurdità del genere, si è però costretti a riconoscere che l’attuale caos politico è legato al declino della lingua, e che forse si può determinare qualche progresso anche partendo da una terminazione verbale.

Se si semplifica la propria lingua, ci si libera dalle peggiori sciocchezze dell’ortodossia, non ci si esprimerà in nessun gergo obbligato e, se diremo qualcosa di stupido, la sua stupidità parrà ovvia anche a noi. Il linguaggio politico — e con i dovuti distinguo ciò è vero per tutti i movimenti politici, dai conservatori agli anarchici — è studiato per far sembrare vere le menzogne e I’assassinio giustificabile, e per dare una parvenza di solidità anche all’aria fresca.

Non è possibile cambiare tutto ciò in un istante, ma si possono almeno modificare le proprie abitudini e si può di tanto in tanto, se ci si diverte abbastanza, gettare alcune espressioni, tipo tallone d’Achille, focolaio o crogiuolo e altri rifiuti simili, nel posto che meritano: il secchio della spazzatura.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.