La scrittura e la parola

Da: Il grado zero della scrittura, Parte seconda

Vai all’indice le libro mosaico “Il grado zero della scrittura” di Roland Barthes

I ritagli di Matisse: “La perruche et la sirène”, 1952

Poco più di cento anni fa, gli scrittori in generale ignoravano che esistessero più maniere — e diverse — di parlare francese. Verso il 1830, quando la borghesia, bambina innocente, si diverte con tutto ciò che trova ai margini del proprio terreno, cioè nell’esigua porzione di società ch’essa divide con i vagabondi, i portinai e i ladri, si cominciò a inserire nel linguaggio letterario propriamente detto qualche pezzo staccato, preso in prestito dai linguaggi inferiori, purché fossero molto eccentrici (senza di che sarebbero stati pericolosi).

Questi gerghi pittoreschi decoravano la letteratura senza minacciare la sua struttura. Balzac, Sue, Monnier, Hugo, si compiacquero di rimettere in uso alcune forme aberranti della pronuncia e del lessico; frasario dei ladri, parlata contadina, gergo tedesco, linguaggio dei portinai.

Ma questo linguaggio sociale, specie di costume teatrale messo sopra a un’essenza, non impegnava mai nella sua totalità chi lo parlava, le passioni continuavano a funzionare al di sopra delle parole.

Si dovette forse arrivare a Proust perché lo scrittore fondesse interamente uomini e loro linguaggi, e non presentasse le sue creature se non sotto le loro pure specie, sotto il volume denso e colorato del loro parlare.

Mentre le creature batacchiane, ad esempio, si riducono facilmente ai rapporti di forza della società di cui formano, per così dire, i ricambi algebrici, un personaggio proustiano, invece, si condensa nell’opacità di un linguaggio particolare, e solo a questo livello si integra e si ordina realmente tutta la sua situazione storica: la sua professione, la classe, la fortuna, l’eredità, la biologia.

Cosi, la Letteratura comincia a conoscere la società come una Natura di cui forse potrebbe riprodurre i fenomeni. Durante i periodi in cui lo scrittore segue i linguaggi realmente parlati, non più a titolo pittoresco, ma come oggetti essenziali che esauriscono tutto il contenuto della società, la scrittura assume come punto d’incontro dei suoi riflessi l’espressione reale degli uomini; la letteratura non è più orgoglio o rifugio, comincia a diventare un atto lucido di informazione, come se prima di tutto le fosse necessario conoscere, riproducendola, la circostanza della disparità sociale; essa si propone di rendere un conto immediato, preliminare rispetto a qualsiasi altro messaggio, della situazione degli uomini murati nella lingua della loro classe, regione, professione, eredità o storia.

A questo proposito il linguaggio letterario fondato sull’espressione sociale non si libera mai di una qualità descrittiva che lo limita, perché l’universalità di una lingua — nello stato attuale della società — è un fatto auditivo, non elo- cutivo: all’interno di una norma nazionale come il francese, le parlate differiscono da gruppo a gruppo, e ogni individuo è prigioniero del proprio linguaggio: fuori della sua classe, la prima parola lo segnala, lo situa interamente e lo mette in mostra con tutta la sua storia.

L’uomo è rivelato dal suo linguaggio, tradito da una verità formale che sfugge alle sue falsità interessate o generose. La diversità dei linguaggi funziona dunque come una Necessità, e proprio per questo istituisce una tragicità.

Cosi la reintegrazione del linguaggio parlato, immaginato dapprima nel mimetismo divertito del pittoresco, ha finito per esprimere tutto il contenuto della contraddizione sociale: nell’opera di Céline, per esempio, la scrittura non è al servizio di un pensiero come un ben riuscito ornamento realistico che sia sovrapposto alla pittura di una sottoclasse sociale; essa rappresenta veramente l’immersione dello scrittore nella spessa opacità della condizione che egli descrive.

Senza dubbio si tratta sempre di una espressione, e la Letteratura non è superata. Ma bisogna convenire che fra tutti i mezzi di descrizione (poiché fino a oggi lo scopo della Letteratura è stato soprattutto questo), l’apprendimento di un linguaggio reale è per lo scrittore l’atto letterario più umano. E tutto un settore della Letteratura moderna è attraversato dagli squarci più o meno precisi di questo sogno: un linguaggio letterario che raggiunga la naturalezza dei linguaggi sociali. (Basta pensare ai dialoghi dei romanzi di Sartre, per dare un esempio noto e recente.)

Ma, qualunque sia la riuscita di queste pitture, esse non sono altro che riproduzioni e si direbbero arie racchiuse tra lunghi recitativi di una scrittura del tutto convenzionale.

Queneau ha voluto precisamente dimostrare che la contaminazione col parlato del discorso scritto, era possibile in tutte le sue parti, e in lui la socializzazione del linguaggio letterario coglie contemporaneamente tutti gli strati della scrittura: la grafia, il lessico — e più importante anche se meno vistoso — il periodare.

Evidentemente, questa scrittura di Queneau esce dall’ambito della Letteratura, perché è sempre consumata da una parte ristretta della società; non porta una universalità, ma solo un’esperienza e un divertimento. Ma almeno, per la prima volta, non è la scrittura a essere letteraria; la Letteratura è respinta dalla Forma e si riduce a una semplice categoria; la Letteratura è l’ironia, l’esperienza profonda essendo in questo caso costituita dal linguaggio.

O, piuttosto, la Letteratura è ricondotta apertamente a una problematica del linguaggio; effettivamente ormai essa può essere solo questo.

Per questa via vediamo delinearsi l’area possibile di un nuovo umanesimo; al sospetto generale riservato al linguaggio in tutta la letteratura moderna, potrebbe sostituirsi una riconciliazione del verbo dello scrittore e di quello degli uomini. Solo allora lo scrittore potrebbe dirsi interamente impegnato, quando cioè la sua libertà poetica si collocasse all’interno di una condizione verbale i cui limiti fossero quelli della società e non quelli della convenzione o di un pubblico particolare; altrimenti l’impegno resterà sempre nominale e potrà, si, assumersi la salvezza di una coscienza, ma non fondare un’azione.

Proprio perché non c’è pensiero senza linguaggio, la Forma è la prima e ultima istanza della responsabilità letteraria, e proprio perché la società non è riconciliata, il linguaggio, necessario e necessariamente orientato, crea per lo scrittore una condizione tormentata.

Fonte: Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Milano, Lerici editore, 1960, pp. 97–102.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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