Il concetto di Stato

di Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Tratto da: La Costituzione della Germania

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Una moltitudine di uomini può darsi il nome di stato soltanto se è unita per la comune difesa di tutto ciò che è sua proprietà. È perfettamente ovvio, ma val la pena di dirlo chiaramente, che questa unione non ha solamente l’intenzione di difendersi, ma si difende davvero, con le armi, quale che sia la potenza di cui dispone e il successo che può ottenere. Nessuno, infatti, potrebbe negare che la Germania sia unita, in vista della sua difesa comune, da leggi e da parole; ma qui non è lecito far distinzioni tra leggi e parole da una parte, e fatti e realtà dall’altra, né dire che la Germania si difende con tutte le sue forze non, naturalmente, nei fatti e in realtà, ma con leggi e a parole.

La proprietà, e la difesa di essa mediante una unione statale, sono infatti cose che hanno uno strettissimo legame con la realtà: l’idealità di esse sia pure quel che si vuole, ma non è uno stato.

Progetti e teorie possono pretendere di essere considerati reali nella misura in cui sono attuabili, ma il loro valore è lo stesso, siano essi tradotti in realtà o no; una teoria dello stato, invece, parla davvero di stato e di costituzione solo se essa coincide con la realtà. Se la Germania pretendesse di essere uno stato ed una costituzione, malgrado le forme di essa siano senza vita, e la sua teoria senza realtà, essa direbbe una bugia; ma se davvero promettesse con parole una difesa comune, bisognerebbe ascrivere ciò o alla debolezza della vecchiaia, che continua a volere anche quando non ha più forze, o alla disonestà, che non mantiene ciò che ha promesso.

Onde una moltitudine formi uno stato si esige che essa costituisca un comune apparato militare e un potere statale. Il modo con cui, date queste premesse, ne scaturiscono effetti e aspetti particolari, o il tipo dell’ordinamento, è un che di irrilevante rispetto al fatto che una moltitudine costituisca un potere. Ciò che è compreso in questa peculiarità può presentarsi nelle forme più svariate, e, in uno stato determinato, ci può essere, al riguardo, anche una totale mancanza di regole unitarie e di simmetria; nella nostra indagine, noi dobbiamo tenere ben distinto ciò che è necessario onde una moltitudine sia uno stato ed un potere comune, e ciò che è soltanto una particolare modificazione di questo potere, che non fa parte della sfera del necessario, ma di ciò che per il concetto si colloca nella sfera del meglio, con tutte le sue variazioni, e per la realtà in quella del caso o dell’arbitrio.

Questa distinzione ha una rilevanza assai notevole per la tranquillità degli stati, la sicurezza dei governi e la libertà dei popoli. Perché se l’universale potere statale esige dal singolo solo ciò che per esso è necessario, e modella le sue istituzioni al solo fine che ciò che gli è necessario gli sia dato, esso è in grado, per il resto, di garantire la libertà vivente e la propria volontà dei cittadini, e di lasciare a quest’ultima, inoltre, un vasto campo di azione.

Inoltre, il potere statale, concentrato nel governo, il suo centro necessario, non sarà guardato con odio dai singoli, che sono alla periferia, per ciò che esso necessariamente esige, e di cui ciascuno può rendersi conto che è indispensabile all’Intero: non avverrà cosi il rischio che, se il necessario e l’arbitrario sono sottoposti al centro del potere statale, i cittadini confondano le due sfere in proporzione diretta al rigore con cui lo stato si fa sentire nell’una e nell’altra, minacciando, qualora si levino contro entrambe, anche lo stato, in quel lato che è la sua necessità.

In quella parte della realtà di uno stato che appartiene al caso va compreso anche il modo con cui il potere statale, nel suo insieme, giunge ad esistenza in un punto unificatore supremo. Che a detenere il potere sia uno solo o molti, che l’uno o i molti ascendano a questa maestà per nascita o per elezione, tutto ciò è indifferente rispetto a quell’unico carattere necessario, che una moltitudine costituisca uno stato.

È altrettanto indifferente che tra i singoli sudditi del potere statale universale ci sia o no uniformità di diritti civili. E non val la pena di parlare della ineguaglianza naturale, di talenti e di energia dell’anima, ineguaglianza che introduce una differenziazione assai più notevole della ineguaglianza di condizione civile.

Che uno stato, tra i suoi sudditi, abbia servi della gleba, cittadini, liberi gentiluomini, e principi, i quali, a loro volta, abbiano dei sudditi, e che inoltre questi ceti particolari, che sono particolari membra politiche, abbiano esistenza non in forma pura, ma con le più infinite variazioni, tutto ciò non impedisce ad una moltitudine di formare un potere statale più di quanto le particolari membra geografiche non possano costituire province variamente collegate con il diritto pubblico interno.

Per ciò che riguarda le leggi civili in senso stretto, e l’amministrazione della giustizia, l’eguaglianza di leggi e di procedura, o quella dei pesi, delle misure o del denaro non farebbe dell’Europa un solo stato, come d’altra parte la loro diversità non sopprime l’unità di uno stato. Se non fosse già implicito nel concetto di stato che le specifiche norme sulla posizione legale della proprietà di singoli rispetto a singoli non riguardano lui come potere statale, il quale, in questa veste, deve decidere solo in quale relazione la proprietà sta con lui, ciò ci potrebbe essere insegnato dall’esempio di quasi tutti gli stati europei: tra di essi i più potenti degli stati che meritano davvero questo nome hanno leggi del tutto eterogenee.

Prima della rivoluzione la Francia aveva una tal molteplicità di leggi che accanto al diritto romano, in vigore in molte province, vigeva in altre quello burgundo, bretone e cosi via: quasi ogni provincia, per non dire quasi ogni città, aveva un particolare diritto consuetudinario, per cui uno scrittore francese disse, a ragione, che, viaggiando per la Francia si cambiavano leggi con la stessa frequenza dei cavalli di posta.

Altrettanto estraneo al concetto di stato è il modo con cui vengono emanate le leggi, se da una particolare potestà, o se con svariati tipi di partecipazione dei diversi corpi statali, o, in generale, dei cittadini; estraneo gli è altresì il carattere delle corti di giustizia, se, nelle diverse istanze, i membri di esse ereditino la funzione giudiziaria, vi vengano designati dal potere supremo, lo ricevano dalla libera fiducia dei cittadini o siano cooptati dalle stesse corti; estranea, anche, l’ampiezza della giurisdizione di una determinata corte, se essa abbia assunto per caso quelle dimensioni, se ci sia una suprema istanza cui appellarsi per tutto lo stato ecc.

Così, è indipendente dallo stato la forma dell’amministrazione, la quale può anche non essere uniforme: i modi di designazione dei consigli comunali, i diritti delle città e dei corpi statali ecc. Tutte queste circostanze hanno per lo stato un’importanza solo relativa, e la forma della loro organizzazione non incide sulla sua vera essenza.

In tutti gli stati europei vige, tra le diverse classi, l’ineguaglianza delle imposte quanto all’importo materiale, ma, più ancora, l’ineguaglianza dal lato ideale, cioè dei diritti e dei doveri relativi, e della origine di essi. Come la ineguaglianza dei contributi alle spese statali derivante dall’ineguaglianza di ricchezze non imbarazza affatto lo stato — gli stati moderni, anzi, si basano proprio su questa –, così esso non è disturbato dalla diversa misura con la quale contribuiscono i diversi ceti, nobiltà, clero, cittadini e contadini: è nella stessa diversità dei ceti, prescindendo da tutto ciò che va sotto il nome di privilegio, che ha la sua radice il fatto che essi contribuiscono in modo diverso — perché la proporzione può essere fissata solo dal lato del prodotto, non dal lato essenziale di ciò, di cui una parte viene versata come imposta, cioè del lavorare, che è non calcolabile, ed in sé diseguale.

Altre accidentalità, che le diverse parti geografiche di uno stato siano tassate in modo diverso, le metamorfosi che subiscono le imposte ai diversi livelli di riscossione, per cui sullo stesso identico podere una città riscuote la tassa fondiaria, un privato il fitto, una abbazia la decima, un gentiluomo i diritti di caccia, il comune il diritto di pascolo ecc., che le diverse entità territoriali e i più svariati corpi abbiano, ciascuno, un proprio sistema fiscale — queste accidentalità, si diceva, restano fuori dal concetto di potere statale, al quale, come centro, è necessaria solo quella determinata quantità, mentre gli è indifferente l’origine delle diverse correnti che in essa confluiscono; si può aggiungere che tutto il sistema fiscale può essere fuori di lui, e che egli, pure, può essere potentissimo: sia che, come nell’antico ordinamento feudale, il vassallo, in caso di necessità provvede con prestazioni personali a tutto ciò di cui ha bisogno per il servizio che presta allo stato, mentre quest’ultimo, per il resto, ha la fonte delle sue rendite nei demani, oppure, se si vuol fare anche questa ipotesi, che a coprire le spese bastino le entrate dei demani — per cui lo stato, pur dovendo essere, secondo le esigenze dei tempi moderni, una potenza finanziaria, non sarebbe il centro a cui confluiscono le imposte: ciò che egli incassa sotto questo titolo, e secondo il carattere tipico della maggior parte delle tasse, si trova sullo stesso piano dei diritti particolari degli altri che, rispetto allo stato, sono individui privati

Una comunanza altrettanto labile, o addirittura nessuna comunanza tra le diverse membra può esservi, ai nostri tempi, quanto ai costumi, alla cultura e alla lingua; l’identità di queste cose, il pilastro che una volta teneva unito un popolo, va annoverato adesso tra le contingenze la cui esistenza non impedisce ad una moltitudine di costituire un potere statale.

Roma, Atene, o anche qualsiasi piccolo stato dell’età moderna non potrebbe sussistere se nei suoi confini si fossero parlate le molte lingue che sono in uso nell’impero russo, e tanto meno se tra i loro cittadini i costumi fossero così diversi come sono in quell’impero, o semplicemente se in essi ci fosse stata quella differenza di costumi e di cultura che si ritrova in ogni capitale di un grande paese.

La diversità delle lingue e dei dialetti — e quest’ultima rende la separazione più tesa di quanto non faccia il non capirsi affatto — la diversità di costumi e di cultura tra ben distinti ceti sociali, che consente quasi di individuare gli uomini dall’aspetto esterno — tali elementi, eterogenei e in pari tempo potentissimi, potevano essere soggiogati e tenuti insieme nell’impero romano (all’epoca

della sua maggiore espansione) dal preponderante peso del potere, e negli stati moderni dallo spirito e dall’arte delle organizzazioni statali: in questo modo l’ineguaglianza della cultura e dei costumi diventano sia un necessario prodotto che una necessaria condizione della sussistenza degli stati moderni.

La religione è ciò in cui si esprime il più intimo essere degli uomini; anche se tutte le altre cose, esteriori e disperse, possono essere indifferenti, gli uomini pure si riconoscono in lei come in un centro immutevole, solo in grazia del quale, al di là dell’ineguaglianza e della mutevolezza degli altri rapporti e delle altre condizioni, poterono concepire reciproca fiducia, ed esser sicuri uno dell’altro. Ebbene, negli stati moderni ci si accorse che neanche qui è indispensabile che ci sia identità.

Persino nell’inverno dell’Europa l’unità di religione è sempre stata la condizione basilare di uno stato. Non si conosceva altro che questa e senza questo primo esser-uno non si riteneva possibile alcun altro esser-uno, né alcuna confidenza. In certi periodi questo vincolo ha operato con tanta energia da trasmutare improvvisamente, e più volte, in un solo stato popoli solitamente estranei l’uno all’altro, e separati da inimicizie nazionali; in uno stato che non fu soltanto una santa comunità dei cristiani, né una coalizione unificante i loro interessi, e quindi la loro attività: fu come una compatta potenza terrena, come stato, che esso ha conquistato combattendo la patria della sua vita insieme eterna e temporale, scendendo sull’Oriente come un solo popolo ed un solo esercito.

Come, prima e dopo questo periodo, essendo i popoli separati, l’eguaglianza delle religioni non impedì le guerre, né li unì in uno stato, così, ai nostri tempi, la diversità di religione non frantuma uno stato. Il potere statale ha saputo separarsi, come diritto pubblico puro, dal potere religioso, e dal suo diritto, e acquistare quella stabilità e quella organizzazione che gli consentono di non aver bisogno della chiesa, e di metterla di nuovo in quella condizione di separazione da sé nella quale, quando essa era alle origini, la aveva posta lo stato romano.

A dar retta alle teorie dello stato che all’epoca nostra sono state sia affermate da pretesi filosofi e professori dei diritti dell’umanità, che realizzate in mostruosi esperimenti politici, tutto ciò che noi abbiamo escluso dal necessario concetto del potere statale viene invece — con l’eccezione di ciò che è il più importante, lingua e cultura, costumi e religione — sottomesso alla diretta attività del supremo potere statale, nel senso che tutto viene stabilito da esso, che tutti questi lati, fino ai fili più sottili, sono tirati da lui.

È ovvio che il supremo potere statale debba esercitare l’alta vigilanza sopra i lati, di cui si è parlato, dell’equilibrio interno di un popolo, e sulle forme organizzative di esso, stabilite dal caso o da un antico arbitrio, onde queste non ostacolino l’attività essenziale dello stato; è ovvio che il potere statale debba anzitutto garantire la propria sicurezza, e che in vista di questo fine, non sia tenuto a rispettare i sistemi subordinati di diritti e di privilegi.

Ma è un gran vantaggio dei vecchi stati d’Europa il fatto che il potere statale, assicurato il necessario ai suoi bisogni ed al suo movimento, lasci libero campo alla diretta attività dei cittadini nei particolari della giustizia, dell’amministrazione ecc., per ciò che riguarda sia la nomina degli impiegati qui necessari, che la cura degli affari correnti e l’applicazione delle leggi e del diritto consuetudinario.

Data l’estensione degli stati odierni è del tutto irrealizzabile l’ideale per il quale ogni uomo libero debba aver parte alle deliberazioni ed alle decisioni sulle questioni politiche generali. Il potere statale deve concentrarsi in un punto, sia per l’esecuzione, che spetta al governo, sia per la decisione relativa.

Se questo centro è sicuro di per se stesso per l’ossequio dei popoli, e la sua stabilità è consacrata nella persona del monarca, scelto secondo una legge di natura e il diritto di nascita, allora un potere statale può, senza timore e gelosia, affidare ai sistemi e ai corpi subordinati, nell’ambito delle leggi, di regolare e di mantenere una gran parte dei rapporti generantisi nella società: e ogni corpo sociale, ogni città, villaggio, comune ecc. può godere della libertà di fare e di eseguire direttamente ciò che ricade nel suo ambito.

Come le leggi su questi temi sono derivate via via dai costumi stessi, divenuti sacra tradizione, così anche il sistema giuridico, le istituzioni della bassa giurisdizione, i diritti che in essa spettano ai cittadini — i diritti delle amministrazioni cittadine, la riscossione delle imposte, sia quelle destinate allo stato che quelle necessarie ai bisogni delle stesse città, e l’impiego legale di queste ultime tutto ciò, insomma, che rientra in questa sfera si è creato comunitariamente per proprio istinto, è cresciuto da se stesso, e dopo essersi generato, si è anche mantenuto.

Neppure la così minuziosa organizzazione degli enti ecclesiastici è stata opera del supremo potere statale, e l’intero ceto ecclesiastico si mantiene e si integra, più o meno, per forze interne. Le grandi somme spese annualmente per i poveri in un grande stato, le più importanti istituzioni assistenziali che si estendono in tutte le parti di un territorio non traggono la loro origine da tasse che lo stato avrebbe stabilito, come non è per suo comando che tutta l’organizzazione si mantiene ed opera.

La massa di proprietà e le entrate relative derivano da fondazioni e donazioni di singoli, e l’amministrazione e il funzionamento di tutta l’organizzazione non dipende dal supremo potere statale; egualmente, la più gran parte delle istituzioni sociali interne si è fatta attraverso la libera attività dei cittadini, in risposta al bisogno di ogni particolare ambito, e la loro durata e vita si mantiene appunto in garanzia di questa libertà, non disturbata da gelosia o da pedanteria del supremo potere statale — è sufficiente che il governo in parte le protegga, in parte limiti la crescita troppo rigogliosa di certe parti, che ne soffocherebbe altre, pure necessarie.

Il pregiudizio fondamentale delle nuove teorie, in parte messo ad effetto, è che lo stato sia una macchina con una sola molla la quale comunica il movimento a tutto il resto del meccanismo senza fine; tutte le istituzioni implicite nell’essenza di una società devono procedere dal supremo potere statale, ed essere da lui regolate, comandate, sorvegliate, guidate.

La pedantesca mania di regolare ogni particolare, la servile gelosia nei confronti di quel gruppo sociale, o di quelle corporazioni ecc., che si governano ed amministrano da soli, questo continuo voler interferire in ogni autonoma attività del cittadino che tocchi non, beninteso, il potere statale, ma ogni campo di interesse generale, tutto ciò è stato vestito con i panni dei principi di ragione, i quali imporrebbero che non venga speso neanche un centesimo degli stanziamenti pubblici fatti per i poveri in un paese di venti o trenta milioni di abitanti senza che ci fosse non solo il permesso, ma anche l’ordine, il controllo e la vigilanza del governo centrale.

Nel settore dell’istruzione, per es., le nomine di ogni maestro di villaggio, ogni soldo speso per un vetro della finestra della scuola — e lo stesso si potrebbe dire per la stanza del consiglio comunale, per la nomina dell’usciere o della guardia, o del giudice del villaggio — deve essere una diretta emanazione, una conseguenza del governo centrale. In tutto lo stato il movimento di ogni boccone, dalla terra che lo produce fino alla bocca, deve avvenire secondo una linea studiata, calcolata, rettificata e comandata dallo stato, dalla legge e dal governo.

Non è questo il luogo di soffermarsi diffusamente sul fatto che il centro, cioè il potere statale, il governo, debba lasciare alla libertà dei cittadini ciò che non gli è necessario per la sua destinazione, che è di organizzare e mantenere il potere, ciò che non gli è necessario, insomma, per la sua sicurezza interna ed esterna; e che nulla deve essergli così sacro quanto garantire e proteggere, in tali cose, la libera attività dei cittadini, senza stare a calcolare l’utilità: questa libertà, infatti, è sacra in se stessa.

Ma parliamo pure dell’utilità. Se si deve calcolare quale guadagno sia prodotto dal fatto che i corpi particolari amministrino direttamente i loro affari, provvedano alla giustizia, nominino coloro cui spetta attendere a ciò, ecc., sarà necessario mettere nel conto tre ordini di fattori: in primo luogo ciò che è tangibile, il denaro che in questo modo giunge nelle mani del supremo potere statale, — in secondo luogo l’intelligenza e la perfezione con cui, in una macchina, tutto procede con movimento uniforme, secondo un attentissimo calcolo e in vista dei fini più savi — in terzo luogo, invece, la vitalità, lo spirito soddisfatto e l’orgoglio, di uomini liberi che nutrano rispetto per se stessi, che scaturisce dalla partecipazione della propria volontà agli affari pubblici, purché si tratti di settori che non sono necessari per il supremo potere statale.

Sul primo punto, per ciò che è tangibile, quello stato il cui principio è il macchinismo universale pretende, senza tollerare dubbi, di essere migliore di quello che affida larga parte delle cose minori ai diritti ed alla autonoma attività dei suoi cittadini. In generale, bisogna però osservare che è del tutto impossibile che quello stato sia migliore, a meno che non imponga tasse assai più gravose. Perché, assumendo a proprio carico tutti i settori dell’amministrazione, della giustizia ecc., dovrà accettare anche il gravame delle spese relative, le quali, essendo il tutto organizzato sulla base di una universale gerarchia, dovranno essere coperte con normali imposte; al contrario, lo stato il quale, di fronte ai bisogni di quelle istituzioni che si occupano del contingente e del particolare (giustizia, spese per l’istruzione, contributi per l’assistenza ai poveri ecc.) rimette anche le spese a quei corpi particolari che a ciò sono stati interessati, vede queste spese coperte senza la forma di imposte. Chi ha bisogno del giudice, dell’amministratore o di un maestro, o chi non può fare a meno di pensare ai poveri, qui paga di tasca sua; non ci sono tasse, nessuno paga per un giudice, un amministratore, un maestro, un prete di cui non abbia bisogno; analogamente, chi sia eletto a cariche minori, di giudice, di amministratore degli affari di una città o di una corporazione, dai membri stessi di queste, costui è già pagato con l’onore che gli viene così reso: ma se egli fosse tenuto a prestare questi uffici allo stato, deve chiedere un compenso, perché qui manca tale onore interiore.

Questi due punti — ed anche ammettendo, per il primo, che un popolo spenda di più provvedendo direttamente ai propri bisogni, il che non è credibile — hanno come conseguenza l’uno che nessuno contribuisce finanziariamente per qualche cosa che non gli sia indispensabile, e che non sia un bisogno di tutto lo stato, l’altro che ci sia per tutti un reale risparmio; tutti e due, poi, che il popolo si senta trattato ragionevolmente e secondo la necessità, al primo punto, e con fiducia e libertà al secondo: un fatto, questo, che è il principale elemento di differenza tra il secondo e il terzo gruppo di fattori che stiamo calcolando.

La gerarchia ispirata alla macchina, altamente competente e votata a nobili fini, non dimostra nessuna fiducia ai cittadini da lei amministrati, e non se ne può quindi attendere alcuna; — non è sicura dell’esito se non di quelle attività che essa stessa abbia ordinato ed eseguito, bandisce cosi doni e sacrifici spontanei, dimostra al suddito di esser convinta della sua incompetenza, di non avere alcuna considerazione per la sua capacità di valutare e di fare ciò che è conforme al suo privato benessere, di credere che nessuno abbia senso di onore; essa non può contare quindi su alcun operare vivente, su nessun appoggio che muova dal senso di dignità del suddito.

Tra i due atteggiamenti la differenza è troppo grande perché possa coglierla un uomo di stato che considera soltanto ciò che si può ridurre a cifre ben precise: è una differenza che si manifesta anzitutto nell’agiatezza, nel benessere, nel coraggio e nella soddisfazione dei cittadini di uno stato, e nell’ottusità, nella umiliazione che si ribalta costantemente in protervia, nella miseria, dell’altro — il quale, nelle cose più grandi, in cui ciò che appare alla superficie è soltanto il lato casuale dell’avvenimento, regola e rende necessaria proprio questa casualità.

C’è una infinita differenza tra un potere statale organizzato in modo da avere nelle mani tutto ciò su cui può contare, non avendo però, di conseguenza, null’altro su cui far conto, e quello che, oltre a ciò che è nelle sue mani, può contare anche sulla libera adesione, l’orgoglio e lo spontaneo impegno del popolo, uno spirito onnipotente ed invincibile che quella gerarchia ha proscritto, e che può aver vita soltanto dove il supremo potere statale lascia tutto ciò che è possibile alla autonoma gestione dei cittadini.

Ammesso che quel tono pedantesco di governo possa durare, soltanto il futuro ci potrà informare sulla vita noiosa ed arida che potrà generarsi in uno stato moderno di questo genere, nel quale tutto è regolato dall’alto e nulla che abbia una rilevanza pubblica è affidato, per l’amministrazione e l’esecuzione, alle parti del popolo che vi sono direttamente interessate — è in questo modo che si è organizzata la repubblica francese ma quale vita e quale aridità domini in un altro stato, quello prussiano, che è organizzato nello stesso modo, balza agli occhi di chiunque metta piede in uno qualsiasi dei suoi villaggi, o veda la sua completa mancanza di genialità scientifica ed artistica, o consideri la sua forza non sulla base della effimera energia alla quale un singolo genio ha saputo sospingerlo per un periodo limitato.

Per concludere, non soltanto noi, in uno stato, distinguiamo il necessario, che deve trovarsi nelle mani del potere statale ed essere stabilito direttamente da lui, da ciò che è senza dubbio necessario in un popolo che conosca il vincolo sociale, ma che è indifferente per il potere statale come tale; noi, anche, riteniamo felice quel popolo al quale lo stato lascia una larga libertà nelle pubbliche attività di rango subordinato, e infinitamente forte un potere statale che possa essere sostenuto dallo spirito libero, e non mortificato dalla pedanteria, del suo popolo.

Il fatto che in Germania, insomma, non sia stata soddisfatta la servile pretesa di sapere che leggi, giustizia, imposizione e riscossione delle imposte, ecc., lingua, costumi, cultura, religione siano regolati e governati da un centro, e che ci sia invece, al riguardo, la più disparata varietà, tutto questo non impedirebbe che la Germania costituisse uno stato, se, per il resto, fosse organizzata come un potere statale […]

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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