Elezioni americane: l’elezione del Presidente e del Vicepresidente

Quinta intervista al prof. Stefano Luconi

Mario Mancini
8 min readFeb 11, 2024

Vai alla prima intervista: come funzionano le primarie e i caucus
Vai alla seconda intervista: requisiti, modalità e strumenti di voto
Vai alla terza intervista: il finanziamento delle campagne dei candidati
Vai alla quarta intervista: le convenzioni dei partiti e la vicepresidenza
Vai alla quinta intervista: l’elezione del Presidente e del Vicepresidente
Vai alla sesta intervista: elezione e prerogative del Congresso
Vai alla settima intervista: la transizione e l’insediamento del nuovo presidente
Vai agli altri articoli della serie “Tendenze attuali”

Fonte: Wikipedia

Eccoci arrivare alla quinta delle sette interviste al prof. Stefano Luconi, docente di Storia e istituzioni delle Americhe all’Università di Padova e autore con goWare di un libro-guida alle prossime elezioni presidenziali. Oggi parleremo dei meccanismi elettorali, piuttosto differenti a quelli a cui siamo abituati in Europa, che portano un candidato alle Casa Bianca nelle elezioni presidenziali del primo martedì dopo il primo lunedì di novembre che quest’anno cade il giorno 5.

Questa data è fissata dalla legge federale ed è stata scelta per consentire un periodo sufficiente per il conteggio dei voti e per la transizione tra l’amministrazione uscente e quella entrante che avviene ufficialmente il 20 gennaio, purché non sia di domenica, dell’anno successivo all’elezione.

Ascoltiamo subito il prof. Luconi su questo appuntamento cruciale non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto il mondo.

Intervista al prof. Stefano Luconi

D: Gli americani eleggono direttamente il presidente e il vicepresidente?
R:
No, gli statunitensi eleggono i titolari di entrambe le cariche in modo indiretto. Si recano alle urne o si esprimono per posta per designare i delegati dello Stato dove risiedono all’interno di un collegio di grandi elettori che, in seguito, elegge il presidente e il vicepresidente.

D: Come avviene concretamente?
R:
I candidati a grande elettore si presentano ai votanti di ciascuno Stato riuniti in liste contrapposte. Ognuna è collegata a uno dei candidati alla presidenza (e a chi è stato nominato come sue vice) e contiene un numero di aspiranti grandi elettori equivalente a quelli in palio nello Stato. Il collegamento consiste nell’impegno dei componenti la lista a votare per un candidato specifico.

D: Che cosa trovano gli elettori sulla scheda se votano per il presidente in modo non diretto?
R:
Sulla scheda elettorale, i cittadini non trovano le liste degli aspiranti grandi elettori ma i nomi dei candidati alla presidenza a cui le liste sono collegate. Pertanto, se non insorgono contestazioni sul voto (come è invece avvenuto nel 2020), una volta eletti i grandi elettori (quest’anno il 5 novembre), non è necessario aspettare che votino a loro volta per conoscere chi sarà il presidente.

D: Di quanti grandi elettori dispone uno Stato?
R:
Ogni Stato dispone di un numero di grandi elettori pari a quello dei suoi seggi al Senato (due per tutti, a prescindere dalla popolazione) e alla Camera (proporzionale a quello degli abitanti). Il Distretto di Columbia (l’area metropolitana di Washington, che non è parte di uno Stato), pur priva di una delegazione al Congresso, esprime tre grandi elettori. Poiché i membri del Senato sono 100 e quelli della Camera 435, i grandi elettori sono in totale 538. Per essere eletto presidente serve la maggioranza assoluta dei loro voti, cioè 270.

D: Con quale sistema sono eletti i grandi elettori?
R:
I grandi elettori sono attribuiti con il sistema maggioritario in 48 dei 50 Stati: la lista, cioè il candidato alla presidenza collegato, che ottiene la maggioranza dei voti conquista tutti i grandi elettori dello Stato. Fanno eccezione Maine e Nebraska, che assegnano due grandi elettori alla lista che consegue la maggioranza dei voti a livello statale e un altro alla vincente in ciascuna circoscrizione della Camera in cui i due Stati sono suddivisi.

D: Questo sistema che conseguenze ha sulla elezione del Presidente
R:
Il sistema maggioritario rende importante vincere negli Stati più popolosi, in quanto hanno molti grandi elettori, anziché ottenere il successo nella maggioranza degli Stati. Inoltre, i voti per i candidati alla Casa Bianca sconfitti (formalmente per le liste dei grandi elettori collegate) nei singoli Stati non concorrono alla ripartizione dei grandi elettori. Pertanto, qualora un candidato vinca con uno scarto ristretto in alcuni grandi Stati che assegnano molti grandi elettori e perda con ampio margine nei piccoli Stati che dispongono di pochi grandi elettori, può accadere che alla maggioranza del voto dei grandi elettori non corrisponda la maggioranza del voto popolare.

D: Ci sono altri fattori di cui tenere conto?
R:
Anche la geografia ha una rilevanza. Ciascun partito è ben radicato in alcuni Stati dove il suo successo nelle elezioni presidenziali può essere dato quasi per scontato. Per esempio, i repubblicani non perdono in Texas dal 1976 e i democratici hanno sempre vinto nello Stato di New York dal 1988 e in California dal 1992. Di contro, ci sono Stati — detti swing States (Stati “in bilico”) — in cui l’allineamento dei votanti è estremamente fluido e il partito di maggioranza varia da un’elezione a un’altra.

D: E in questi stati si gioca una partita grossa, vero?
R:
Verissimo. È qui, dove l’esito del voto è aperto, che si gioca la vera partita tra i candidati e il responso delle urne può rivelarsi decisivo per conquistare la Casa Bianca. Dopo che la Florida si è trasformata in un bastione repubblicano negli ultimi anni, oggi gli swing States sono Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin.

D: E quest’anno come sono messi i candidati negli swing States?
R:
Uno dei maggiori problemi di Biden è che i sondaggi lo danno sconfitto da Trump con largo margine proprio in cinque di questi sei Stati potenzialmente determinanti e impegnato in un testa a testa nel Wisconsin. Il sostegno a Israele, per esempio, lo penalizza in Michigan, dove vive una nutrita comunità arabo-americana. Il fenomeno degli swing States, però, non è una novità, sebbene gli Stati “in bilico” siano cambiati nel tempo.

D: Ci fa qualche esempio di stato in bilico nel passato?
R:
Per esempio, nell’ultimo quarto dell’Ottocento erano Indiana, New York e Ohio. Non a caso, 16 dei 20 candidati alla presidenza e alla vicepresidenza presentati da repubblicani e democratici tra il 1876 e il 1900 risiedevano in uno di questi tre Stati: per cercare di ingraziarsi gli elettori degli Stati decisivi i partiti schierarono politici che erano anche loro concittadini.

D: Torniamo un attimo al voto popolare che se non capisco male non è determinante nella conquista della Casa Bianca?
R:
Infatti non lo è. Può diventare presidente chi non ha conseguito la maggioranza dei voti dei cittadini. L’esempio più recente è stato nel 2016, quando Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti popolari in più di Donald Trump ma quest’ultimo entrò alla Casa Bianca. In precedenza una situazione del genere si era verificata in occasione dell’elezione di John Quincy Adams nel 1824, Rutherford Hayes nel 1876, Benjamin Harrison nel 1888 e George W. Bush nel 2000, quando fu decisivo il risultato della Florida, conquistata da Bush con una maggioranza di appena 537 voti popolari su quasi 6 milioni di schede valide.

D: Appare una cosa molto poco popolare?
R:
In effetti non è popolare né molto democratica e non vuole esserlo.

D: In che senso non vuole esserlo. Chi lo ha deciso?
R:
Lo stabilirono nel 1787 gli estensori della Costituzione federale, i rappresentanti dell’élite socio-economica che aveva conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Costoro aborrivano la democrazia perché la ritenevano una forma di governo che consentiva alla maggioranza di prevaricare sulle minoranze. Così, tra il popolo e la principale carica federale, inserirono il filtro dei grandi elettori che, in origine, non erano neppure eletti dai cittadini bensì dalle assemblee legislative degli Stati.

D: Questa regola che appare in contraddizione stessa con l’esercizio della democrazia come può essere modificata?
R:
Per passare alla più democratica elezione diretta del presidente bisognerebbe cambiare la Costituzione. Gli emendamenti, però, richiedono la ratifica da parte dei tre quarti degli Stati. Quelli più piccoli sono contrari all’abolizione del collegio elettorale per non perdere il poco rilievo politico di cui ancora godono.

D: Che vantaggiano hanno questi Stati a mantenere questo sistema?
R:
La loro posizione ha una sua logica. La necessità di conquistare i grandi elettori Stato per Stato costringe i candidati a considerare gli interessi di realtà statali con un corpo elettorale di gran lunga meno numeroso di un singolo quartiere di una metropoli come New York o Los Angeles. Wyoming, Vermont o Alaska, ad esempio, hanno ciascuno meno di un milione di abitanti, mentre il solo distretto newyorkese del Queens ne ha quasi due milioni e mezzo. Se il presidente fosse votato in modo diretto, gli Stati meno popolosi sarebbero condannati alla marginalità politica, perché nessun candidato impiegherebbe tempo e risorse per contendere ai suoi rivali poche centinaia di migliaia di voti su un totale di oltre 160 milioni.

D: Il sistema elettorale è veramente bipartitico?
R:
Siamo soliti pensare al quadro elettorale statunitense in termini di bipartitismo, cioè di contrapposizione tra i soli democratici e repubblicani. In realtà, per la Casa Bianca corre una pletora di indipendenti e di candidati di formazioni minori. Quest’anno l’indipendente più noto è Robert F. Kennedy Jr., figlio dell’omonimo senatore ucciso nel 1968 e nipote del presidente John F. Kennedy assassinato nel 1963. In lizza ci saranno anche i candidati del Green Party e del Libertarian Party, che devono essere ancora nominati dalle rispettive convenzioni.

D: E nelle ultime presidenziali quanti candidati si sono presentati?
R:
Nelle elezioni del 2020 gli aspiranti alla Casa Bianca furono ben 36, tra cui l’eccentrico rapper e produttore discografico Kanye West. Jo Jorgesen, del Libertarian Party, raccolse quasi due milioni di voti popolari a livello nazionale, piazzandosi terza dopo Biden e Trump, ma altri undici candidati ne ricevettero meno di mille a testa e l’indipendente Zachary Scalf appena 29. West ne ottenne poco più di 66.000.

D: Si è mai verificato che gli indipendenti abbiamo determinato il non raggiungimento del quorum per essere presidente?
R:
In effetti la molteplicità dei candidati implica la possibilità teorica che nessuno ottenga 270 voti elettorali. In tale evenienza, verificatasi solo nel 1824 ma non per la presenza di indipendenti e quando il quorum era più basso perché l’Unione non aveva ancora 50 Stati, l’elezione del presidente passa alla Camera, che lo sceglie con un ballottaggio tra i tre candidati più votati dal collegio elettorale.

D: E allora che cosa succede?
R:
In questo caso, ogni Stato dispone di un solo voto e le preferenze dei singoli membri della Camera sono conteggiate all’interno di ciascuna delegazione statale per stabilire a chi lo si debba assegnare.

Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022) e L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023).

Libri:
Stefano Luconi, La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre, goWare, 2023, pp. 162, 14,25€ edizione cartacea, 6,99€ edizione Kindle
Stefano Luconi, Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022, goWare, 2022, pp. 182, 12,35€ edizione cartacea, 6,99€ edizione Kindle

--

--

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.