Berggasse n° 19

di Bruno Bettelheim

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Lo studio di Freud alla Berggasse 19 di Vienna fotografato da Edmund Engelman nel 1938, pochi giorni prima della partenza di Freud e della famiglia per Londra.

Nel giugno del 1938, alcuni giorni prima che Freud e la sua famiglia abbandonassero Vienna alla volta di Londra, il loro amico August Aichhorn chiese a un giovane fotografo, Edmund Engelman, di scattare qualche fotografia della casa dove avevano abitato, in modo che rimanesse una documentazione del luogo in cui era nata la psicoanalisi.

L’idea era di fare le fotografie all’insaputa di Freud, per non turbare ulteriormente quell’uomo ormai anziano e gravemente ammalato in un momento in cui già era angustiato per le vessazioni a cui i nazisti sottoponevano lui e la figlia e per l’ansia circa l’imminente partenza.

Il caso volle, però, che Freud si trovasse a passare davanti a casa mentre Engelman la stava fotografando; accettò quindi di posare per alcuni ritratti, e questo rende ancora più pregnante la serie di fotografie pubblicate nel libro di Engelman, Sigmund Freud’s Home and Offices, Vienna 1938 (traduzione italiana: Edmund Engelmann, Berggasse 19. Lo studio e la casa di Sigmund Freud, Abscondita, 2010)

Il fotografo era svantaggiato dal fatto di non poter usare il lampo al magnesio, dovendo evitare di attirare l’attenzione della Gestapo, che teneva sotto stretta sorveglianza la casa di Freud da quando questi, grazie all’intervento di influenti amici stranieri, aveva ottenuto il permesso di trasferire all’estero i suoi beni, tra i quali la sua collezione di oggetti d’arte e di antichità, a lui molto cara.

La sorveglianza della Gestapo era volta a impedire che altri ebrei introducessero di straforo nell’appartamento di Freud oggetti di valore, per sottrarli alla confisca da parte dei nazisti.

Sei mesi dopo anche Engelman lasciò Vienna. Non osò portare con sé i negativi delle fotografie di Freud, per timore che potessero destare sospetti durante l’ispezione dei suoi bagagli, impedendogli la partenza. Li lasciò quindi in custodia ad Aichhorn.

Alla morte di questi, dopo la guerra, i negativi furono spediti a Londra ad Anna Freud, che alla fine li restituì a Engelman. Questa fu la genesi del libro citato, come spiega Engelman stesso nella nota finale.

A partire dal 1891, un edificio come tanti, di quattro piani, sito al numero 19 della Berggasse ospitò al mezzanino l’abitazione e lo studio di Freud. E là Freud sarebbe rimasto, se l’avvento del nazismo non l’avesse costretto a lasciare molto a malincuore Vienna, un anno prima di morire.

Al numero 19 della Berggasse Freud giunse alle rivoluzionarie e inquietanti intuizioni su di sé e sugli altri che hanno radicalmente modificato la nostra visione dell’uomo. In quella casa curò i suoi pazienti, scrisse quasi tutte le sue opere più importanti e tenne il gruppo di discussione del mercoledì, dove era solito verificare le sue nuove idee e che costituì la prima e per molto tempo l’unica società psicoanalitica.

In quella casa Freud accoglieva gli amici, e poi i seguaci, che venivano da tutto il mondo a trovarlo. Là abitò con la famiglia per quasi mezzo secolo. È più che naturale, dunque, domandarci se quello scenario non ci consenta di comprendere più intimamente alcuni degli eventi fondamentali della storia della psicologia.

Dubito tuttavia che le fotografie, che ritraggono l’ambiente tipicamente vittoriano in cui ebbe inizio la psicoanalisi, contribuiscano a gettare nuova luce su di essa. Come lo studio minuzioso del divano sul quale si sdraiano i pazienti non suggerisce necessariamente in che cosa consista la psicoanalisi, così l’osservazione dell’ambiente che la vide nascere non serve a spiegare né l’uomo che la creò né la sua opera.

Eppure, l’ambiente fisico in cui una persona sceglie di vivere e che si crea intorno, alla fine ci dice sempre qualcosa circa il suo stile di vita, i suoi interessi e le sue preferenze. Pur non spiegando Freud e la sua opera, quelle fotografie ci danno la possibilità di gettare uno sguardo nell’intimità della vita di Freud, almeno per quel che riguarda gli aspetti esteriori.

E, come tutti sappiamo anche senza essere psicoanalisti, per quanto diverse possano essere, tra esteriorità e interiorità esiste sempre una certa relazione.

Berggasse, “via del Monte”, è una denominazione fuorviarne, che attribuisce un peso sproporzionato alla ripida ma bassa collina che la delimita a una estremità. Per gran parte della sua lunghezza, infatti, la strada è pianeggiante e abbastanza ampia, e il numero 19 si trova nel tratto piano.

La via emana un senso di rispettabilità borghese, ma non dell’alta borghesia né della borghesia intellettuale. La Berggasse è una via banale e qualunque in un quartiere come tanti altri del nono distretto di Vienna.

E lo stesso vale per il numero 19, come si può vedere dalle fotografie che ritraggono l’entrata, le scale della casa e la porta dello studio di Freud.

Quante volte da giovane sono passato davanti a quell’edificio, scegliendo quella via squallida e in salita per raggiungere la mia destinazione, solo perché ci abitava Freud. Alzando lo sguardo alle sue finestre, mi domandavo ogni volta come mai quel grande uomo avesse scelto di andare a stare proprio lì, quando a Vienna cerano tante altre vie più attraenti, con costruzioni più belle, o comunque situate in paraggi più pittoreschi o di qualche interesse storico.

Solo ora, che dai quei luoghi mi separano una vita intera e un oceano, mi viene in mente che si potrebbe anche considerare l’ubicazione della casa di Freud come un simbolo del corso della sua vita.

Il tratto pianeggiante della Berggasse partiva da quello che era il mercato delle pulci permanente di Vienna, un labirinto di negozietti di rigattieri, quasi tutti, ai tempi di Freud, ebrei poveri. Nei pressi dell’altro capo della via, in cima alla collina, sorgevano le cliniche universitarie, l’Università di Vienna e alcuni dei più eleganti quartieri dell’alta borghesia attorno al municipio, da dove veniva la maggior parte dei pazienti e dei visitatori di Freud.

È possibile che l’ubicazione della sua casa riflettesse la percezione che Freud aveva della propria vita? Gli inizi erano stati quelli del figlio di un commerciante ebreo di scarsi mezzi e di scarso successo. Era cresciuto ed era andato a scuola nel secondo distretto, come la maggior parte dei ragazzi più poveri.

Ed è nelle immediate vicinanze del secondo distretto, dove continuarono a vivere i suoi genitori, che inizia la Berggasse. Benché indubbiamente si fosse lasciato alle spalle il tipo di vita che caratterizzava il secondo distretto, Freud non ottenne mai la cattedra universitaria cui aveva sempre ambito, né fu mai realmente accettato negli ambienti dell’alta borghesia viennese.

E appunto là, nel tratto in piano della via, a metà strada tra le sue origini ebree e i quartieri dei ricchi e degli intellettuali sulla collina, Freud andò ad abitare. A me non era mai sembrato il posto logico per l’abitazione del genio di fama mondiale che aveva inventato la psicoanalisi, però forse quello era il luogo in cui egli si sentiva più a suo agio, perché in qualche modo rifletteva la sua vita esteriore e la sua carriera.

Può darsi, inoltre, che la scelta di quella strada e di quella casa riflettesse la convinzione di Freud che le apparenze superficiali rivestono un’importanza relativa: la sua percezione che dietro un’esteriorità convenzionale possono celarsi significati reconditi ben più importanti; e più la superficie è normale, più accuratamente è custodito il segreto.

Può darsi allora che il fatto che Freud abitasse in quella casa anonima, rispettabile e qualunque non fosse dovuto semplicemente all’idea che la vera originalità non ha bisogno di mettersi in mostra, che è meglio protetta da ingiustificate interferenze se è nascosta dietro la normalità, ma anche alla convinzione che, se vogliamo capire una persona, dobbiamo scavare sotto la superficie.

Con questa interpretazione in mente, siamo ora pronti a cogliere nelle fotografie di Engelman cose che potrebbero sfuggire agli occhi di un osservatore casuale nell’appartamento al mezzanino della Berggasse n° 19.

La curiosità di chi vede per la prima volta lo studio di Freud si appunta immediatamente sul divano psicoanalitico, introdotto da Freud stesso, sulla sua sedia dietro il divano e sul tavolo sul quale soleva scrivere e dove compose le sue opere e intrattenne la fitta corrispondenza che, a suo modo, preparò la strada al futuro della psicoanalisi. E infatti Engelman puntò l’obiettivo principalmente su questi tre arredi.

Tra gli innumerevoli oggetti che affollavano il gabinetto psicoanalitico e lo studio, il divano è uno dei più vistosi, ma anche uno dei meno interessanti. Lo ricopre un tappeto orientale, un altro è appeso alla parete contro la quale poggia il lato lungo del divano.

Tappeti orientali ricoprono i pavimenti, come era costume nella Vienna borghese dell’epoca, ma ve ne sono anche sopra i tavoli, cosa, questa, meno comune. Tutto ciò doveva accentuare l’atmosfera di calore e di agio, di intimità quasi, della stanza.

Più sorprendente è notare che sul divano sono disposte pile di cuscini, sicché il paziente non stava in posizione supina, bensì quasi seduto. Da quella posizione, a meno che non tenesse gli occhi chiusi, non poteva fare a meno di avere il colpo d’occhio di una stanza molto accogliente e zeppa di oggetti, che in ogni punto rifletteva il gusto fortemente personale, per non dire eccentrico, del suo analista in fatto di antiquariato.

Le due stanze sono letteralmente invase da una profusione di antichità: una collezione che procurava a Freud, come era solito ripetere, “più piacere di ogni altra cosa”.

Basta osservare queste fotografie per convincersene; dappertutto nelle due stanze si vedono oggetti antichi: lungo le pareti, in parecchie file sui tavoli, sugli scaffali, nelle bacheche. Persino sulla scrivania ci sono una ventina di statuette disposte in modo che Freud le aveva di fronte mentre lavorava: da qualunque parte guardasse, le aveva sempre davanti agli occhi.

Tutti questi oggetti e oggettini non sono disposti in modo sistematico, per esempio per tema, per età o per provenienza. Ci sono reperti greci o romani accanto ad altri egizi o cinesi. (Da notare che, nonostante il forte senso di identità ebraica di Freud, nella sua collezione non ci sono reperti della civiltà giudaica, una omissione comprensibile, forse, da parte di un uomo che considerava Mosè un egizio. E i pezzi egizi sono i più numerosi.)

Si ha l’impressione che nella mente di Freud ciascun oggetto occupasse un posto preciso, a seconda del significato che rivestiva per lui. E rimane la voglia di capire perché e come quegli oggetti così disparati, che egli aveva disposto l’uno accanto all’altro, fossero associati nella sua mente.

Non era cosa insolita al tempo di Freud che membri della borghesia colta di Vienna facessero collezione di oggetti d’arte, né che tale collezionismo fosse limitato all’antichità classica.

L’educazione umanistica che veniva impartita agli appartenenti a questa classe, con la sua enfasi sulla cultura greca e latina, li rendeva spesso insensibili all’arte contemporanea che andava fiorendo intorno a loro; e a quanto pare Freud condivideva questo atteggiamento.

Ciò nonostante, la sua collezione presenta alcuni aspetti del tutto particolari, sui quali vale la pena di riflettere. Innanzitutto, Freud preferiva di gran lunga gli oggetti intatti, disdegnando i frammenti o i pezzi in qualche modo mutili. In secondo luogo, il suo interesse era di natura essenzialmente archeologica e non estetica.

Come dichiarò Freud stesso, le qualità formali non gli interessavano: l’importante era che l’oggetto testimoniasse del passato dell’uomo, indipendentemente da ciò che poteva rivelare circa il suo senso del bello.

Infine, particolare quanto mai degno di nota e, se riferito alle abitudini di altri collezionisti, molto insolito, tutti questi innumerevoli oggetti e oggettini erano stipati esclusivamente nel gabinetto di consultazione e nello studio: nessuno sconfinava nelle altre stanze, che costituivano l’abitazione della famiglia.

Quale dichiarazione più esplicita, da parte di Freud, che la collezione era parte integrante dei suoi interessi psicoanalitici, e non della sua vita di padre di famiglia? È una contrapposizione che sembra affermare: “Per quanto la mia vita come scopritore dell’inconscio possa essere eccezionale, la mia vita familiare rimane assolutamente normale”.

A questo punto non vale neppure la pena di analizzare le fotografie dell’appartamento dove viveva la famiglia: sono immagini della tipica abitazione di una tipica famiglia borghese agiata della Vienna del tempo.

Tutti i mobili che possiamo vedere, compresi i ninnoli dell’unica vetrinetta riprodotta, mancano di qualunque tratto distintivo. Nella vetrina sono allineate foto di famiglia e altri ricordi, quali si potrebbero trovare in qualunque altra casa della Berggasse, anzi in qualunque abitazione vittoriana.

Appunto perché costituivano un simbolo del suo lavoro psicoanalitico, Freud era più che disposto a condividere i suoi “interessi archeologici” con pazienti e colleghi.

Ora possiamo capire perché i pezzi della sua collezione dovessero essere molto antichi, perché dovesse trattarsi di oggetti che erano rimasti nascosti alla vista per lungo tempo e che erano stati “dissotterrati” nella stessa forma esatta in cui tanto tempo prima erano stati seppelliti.

Se è vero che quegli oggetti erano importanti per Freud in quanto simboli del lavoro a cui aveva dedicato la vita, allora si spiega come mai fossero stipati in uno spazio ristretto, apparentemente alla rinfusa, esattamente come gli eventi rimossi giacciono stipati alla rinfusa nell’inconscio.

Si spiega anche perché per Freud non contasse il loro valore estetico. Per lo psicoanalista, la bellezza sta nel completo e lineare recupero di ciò che è rimasto a lungo sepolto nell’inconscio, e non nell’eventuale interesse estetico del materiale “dissotterrato”.

Quanto più in profondità una cosa è stata sepolta, quanto più accuratamente è stata resa inaccessibile (come gli oggetti delle tombe egizie), tanto più grandiosa è l’impresa psicoanalitica che ne permette il totale recupero.

E se questo era per Freud il significato simbolico della sua collezione di antichità, possiamo capire perché si tratti perlopiù di oggetti funerari. Non, come è stato ipotizzato da alcuni, a causa di una loro associazione con l’istinto di morte, o di un interesse morboso di Freud per la morte.

Al contrario, si potrebbe supporre che questi piccoli tesori dissotterrati simboleggiassero le cose che stanno nascoste nel profondo, cose la cui stessa esistenza era ignorata e che tuttavia possedevano realtà e potevano essere riportate alla luce, aumentando così il piacere di vivere.

Se questo è vero, c’è da sperare che, oltre a dargli la gioia del collezionista, la sua raccolta, indubbiamente anomala per un privato che disponeva di poco tempo e spesso di scarsi mezzi, sia anche servita a rammentargli con un senso di soddisfazione come egli fosse riuscito a dissotterrare tesori infinitamente più preziosi di quelli riportati alla luce da Schliemann.

Mentre altri archeologi hanno arricchito le nostre conoscenze storiche, rendendoci accessibili oggetti capaci di comunicare un piacere estetico, Freud, senza l’aiuto di nessuno, ha riportato alla luce qualcosa che ci può liberare dalla rimozione e dall’angoscia, e che dunque non solo accresce la nostra conoscenza e il nostro piacere, ma ci può anche rendere padroni di noi stessi.

Questa recensione del libro Sigmund Freud’s Home and Offices, Vienna 1938: The Photographs of Edmund Engelman, New York, Basic Books, 1976, fu pubblicata con il titolo Where Psychoanalysis Was Bom su “The New York Times Books Review” del 2 gennaio 1977.

Ora in: Bruno Bettelheim, La Vienna di Freud e altri saggi, Feltrinelli, Milano, 1990, pp. 31–37

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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