Voltaire: Poema sul disastro di Lisbona

Con la lettera di Rousseau (1756)

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A Parigi si balla…

“Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”: così annotava amaramente Voltaire all’indomani del catastrofico terremoto che il 1 novembre 1755 che aveva distrutto la città di Lisbona e ucciso quasi metà della popolazione della capitale lusitana.

Questo evento colpì l’immaginario di Voltaire, un intellettuale modano, disincantato e alle volte cinico, come un meteorite che cade dallo spazio siderale in uno stagno. Il grande illuminista ne fu sconvolto. Scrisse di getto una composizione poetica, il Poema sul disastro di Lisbona. 234 versi furenti contro la teodicea di Leibniz. Se la prese anche con Pope. Tanto, tanto pessimismo per un uomo dei Lumi

Roba che non piacque a Rousseau, anch’egli ugualmente colpito dalla quella sventura. L’introverso ginevrino scrisse una lunga “noiosa” (a suo stesso dire) lettera a Voltaire motivando le sue “rimostranze” e il suo “dissenso” dal poemetto. Uno scritto, piuttosto velenoso e mellifluamente ossequioso, che a volte richiama lo scrittore oscuro e tenebroso delle Confessioni, tanto quello più solare dei trattati filosofici.

Voltaire si curò poco della critica di Rousseau. Consegnò le sue riflessioni al Candido, ovvero dell’ottimismo. Un romanzo-pamphlet che solo lui poteva scrivere.

Mentre nella Ginestra del Leopardi, anch’egli folgorato dal terremoto di Lisbona, non c’è alcuna luce in fondo al tunnel della storia, nel Candido volterriano c’è una flebile luce. È la luce della modernità.

Nell’ultma riga del romanzo, rispondendo a Pangloss, il teodiceo, il giovane e sempliciotto Candido espone il suo programma di vita “… ciò nonostante bisogna coltivare il nostro giardino” (il faut cultiver notre jardin). Inteso come spazio interiore ed esteriore. Non è forse la stessa cosa dell’epitaffio kantiano “La legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me?”. E non è forse quello anche il senso del finale di Guerra e Pace quando Pierre Bezuchov, di fronte a tanto male, mormora “eppur Bisogna vivere, bisogna amare, bisogna credere!”.

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Poema sul disastro di Lisbona

Traduzione italiana di Francesco Tanini

Poveri umani! e povera terra nostra!
Terribile coacervo di disastri!
Consolatori ognor d’inutili dolori!
Filosofi che osate gridare tutto è bene,
venite a contemplar queste rovine orrende:
muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri.
Donne e infanti ammucchiati uno sull’ altro
sotto pezzi di pietre, membra sparse;
centomila feriti che la terra divora,
straziati e insanguinati ma ancor palpitanti,
sepolti dai lor tetti, perdono senza soccorsi,
tra atroci tormenti, le lor misere vite.

Ai lamenti smorzati di voci moribonde,
alla vista pietosa di ceneri fumanti,
direte: è questo l’effetto delle leggi eterne
che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta?
Direte, vedendo questi mucchi di vittime:
fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati?
Quali peccati? Qual colpa han commesso questi infanti
schiacciati e insanguinati sul materno seno?
La Lisbona che fu conobbe maggior vizi
di Parigi e di Londra, immerse nei piaceri?
Lisbona è distrutta e a Parigi si balla.
Tranquilli spettatori, spiriti intrepidi,
dei fratelli morenti assistendo al naufragio
voi ricercate in pace le cause dei disastri;
ma se avvertite i colpi avversi del destino,
divenite più umani e come noi piangete.

Credetemi, allorquando la terra c’inghiotte negli abissi
innocente è il lamento e legittimo il grido:
ovunque avvolti in una crudele sorte,
in furori malvagi e imboscate mortali,
subendo l’attacco di tutti gli Elementi:
compagni dei miei mali, possiamo pur lamentarci.
E’ l’orgoglio, direte, il ripugnante orgoglio
che ci fa dir che il mal poteva esser minore.
Interrogate, orsù, le sponde del mio Tago,
frugate, orsù, fra le macerie insanguinate,
chiedete ai moribondi, in preda a gran terrore,
se è l’orgoglio che grida: “aiutami o cielo!
O ciel, pietà per le miserie umane!”

“Tutto è bene , voi dite, e tutto è necessario”.
Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona,
l’ universo peggior sarebbe dunque stato ?
Siete davvero certi che la causa eterna
che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa
non poteva gettarci in questi tristi climi
senza accenderci sotto dei vulcani?
Così limitereste la potenza suprema?
D’esser clemente allor le impedireste?
Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani
Mezzi infiniti adatti ai suoi disegni?
Umilmente vorrei, senza offendere il Signore,
che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro,
avesse acceso il fuoco in un deserto;
rispetto Dio, ma amo l’universo.
Se l’uomo osa dolersi di un sì terribile flagello
non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente .

I poveri abitanti di queste desolate rive,
tra gli orrendi tormenti sarebber consolati
se qualcun gli dicesse: “Sprofondate e morite tranquilli,
le vostre case per il bene del mondo son distrutte;
altre mani costruiranno altri palazzi;
altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader;
il Nord si arricchirà delle vostre odierne perdite,
i vostri mali d’ oggi sono un ben sul piano generale;
agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli
di cui sarete preda nel fondo della fossa”?
Orribile linguaggio per degli infortunati!
Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore!

Non opponete più alla mia angoscia
le immutabili Leggi di Necessità:
questa catena di corpi, di spiriti e di mondi.
O sogni dei sapienti! O abissali chimere!
Dio tiene in man la catena e non è incatenato;
Dalla sua saggia scelta tutto è stabilito:
Egli è libero, giusto e affatto implacabile.
Perché dunque soffriam sotto un Signore equanime?

Ecco il nodo fatal che scioglier si doveva.
Osando negarli guarirete i mali nostri?
Le genti tremebonde sotto una man divina
Del mal che voi negate han cercato il perché.
Se la legge che da sempre governa gli elementi
può far cader le rocce con lo spirar dei venti,
se le querce frondute s’incendian con la folgore,
pur non avvertono i colpi che le atterrano;
ma io vivo, io sento ed il mio cuore oppresso
chiede soccorso al creatore Iddio;
suoi figli, sì, ma nati nel dolore,
tendiam le mani al nostro unico padre.

Il vaso, si sa, non domanda al vasaio:
perchè mi facesti così vil, caduco e grossolano?
Esso non può parlare né pensare:
quest’urna che si forma, che a terra cade in pezzi
dall’artigian non ricevette un cuore
per anelare il bene ed avvertire il male.
Il suo mal, dite voi, è il ben di un altro…
Il mio corpo insanguinato darà vita a mille insetti.
Quando la morte pon fine ai mali che ho sofferto,
un bel conforto è quello di andare in pasto ai vermi!
Squallidi disquisitori delle miserie umane,
anziché consolarmi, le mie pene rendete ancor più amare;
e in voi non vedo che lo sforzo impotente
di indomito ferito che vuol dirsi contento.

Del tutto io non son che un picciol pezzo:
è ver; ma gli animali condannati a vivere,
tutti soggetti ad una stessa legge,
vivono nel dolore e muoion come me.
L’avvoltoio avvinghiata la timida preda
lieto si pasce delle sue carni insanguinate:
tutto sembra andar bene per lui; ma ben presto, a sua volta,
un’aquila dal becco tagliente divora l’avvoltoio.
L’uomo colpisce col piombo micidial l’aquila altera,
finché lui stesso, in battaglia, disteso sulla polvere,
sanguinante e trafitto dai colpi, con altri moribondi,
serve da cibo orrendo agli uccelli rapaci.
Così del Mondo intero tutti i viventi gemono,
nati per il dolor, si dan l’un l’altro morte.
E voi ricomponete, da questo caos fatale,
dal male di ogni essere, la gioia generale?
Quale felicità! o debole e misero mortale!
“Tutto è bene” gridate con stridula voce:
l’universo vi smentisce, e il vostro stesso cuore
cento volte ha smentito il vostro errore.

Elementi, animali, umani tutto è in guerra.
Confessiamolo pure, il male è sulla terra:
la ragione profonda è sconosciuta.
Dall’autor d’ogni ben provenne il male?
È forse il nero Tifone, il barbaro Arimanno
che con legge tirannica al male ci condanna?
La mente non ammette questi mostri odiosi,
che il mondo tremebondo degli antichi aveva fatto Dei.
Ma come concepire un Dio, la bontà stessa,
che prodigò i suoi beni alle creature amate,
che poi versò su loro i mali a piene mani?
Qual occhio penetrar può i suoi profondi fini?
Dall’ Essere Perfetto il mal non poté nascere;
Non può venir da altri, ché solo Dio è Padrone.
Eppure esiste. O tristi verità!
O strano intreccio di contraddizioni!
Un Dio venne a consolar la nostra razza afflitta,
la terra visitò senza cambiarla.
Un sofista arrogante sostien che nol poté;
lo poteva, afferma un altro, ma non l’ha voluto.
Lo vorrà, senza dubbio; ma mentre ragioniamo,
folgori sotterranee inghiottono Lisbona,
e di trenta città disperdon le rovine,
dal greto insanguinato del Tago a Gibilterra.

O l’uom nacque colpevole e la sua razza Iddio punisce;
o il Padrone assoluto del mondo e dello spazio,
senza collera e senza pietà, tranquillo e indifferente,
contempla del suo primo voler gli eterni effetti;
o la materia informe, ribelle al suo padrone,
porta con sé i difetti, com’essa necessari;

o Dio vuol metterci alla prova, ed il mortal soggiorno
altro non è che un misero passaggio al mondo eterno.

Patiamo qui dolori passeggeri;
la morte è un bene che alle nostre miserie pone fine;
ma quando usciremo da quest’orrendo passaggio
chi di noi potrà dir di meritare la felicità?

Quale che sia la nostra decisione, c’è da tremare infatti:
nulla conosciamo e nulla è senza tema.
Muta è Natura e invan la interroghiamo:
ci occorre un Dio che parli all’uomo;
spetta a lui di spiegar l’opera sua,
di consolare il debole e illuminare il saggio.
Al dubbio abbandonato e all’error, senza il suo aiuto,
l’uomo invan cercherà il sostegno di un bastone.
Leibnitz non spiega con quali oscuri fili
nel più ordinato dei possibili universi,
un disordine eterno, un caos di sventure,
al nostro vano piacer dolor reale intrecci;
né mi spiega perchè, come il colpevole, pur l’innocente
debba subire il male senza scampo;
né capisco perché tutto sia bene:
ahimè! come un dottor io son che non sa niente.

Sostien Platone che l’uomo un dì fu alato
col corpo invulnerabile ai colpi mortali;
il dolore, la morte mai si avvicinavano
al suo stato di grazia, così diverso dall’odierno stato!
Si aggrappa, soffre, muore; ciò che nasce è destinato a perire;
Della distruzione la natura è l’impero.
Un debole composto di nervi e di ossa
non può non risentir del turbinìo del mondo;
questo misto di polvere, liquidi e di sangue
fu impastato perché si dissolvesse;
e i pronti sensi di nervi tanto vivi
fur soggetti al dolor che poi gli dà la morte.
È questo che m’insegna la legge di Natura.
Abbandono Platone, respingo Epicuro .
Bayle ne sa più di tutti: lo vado a consultare:
bilancia alla mano, Bayle insegna a dubitare;
saggio e grande abbastanza per non aver sistemi,
li ha tutti distrutti, mettendo in discussione anche se stesso:
in ciò simile al cieco esposto ai Filistei
che cadde sotto i muri abbattuti con sue mani.

Che può dunque lo spirito vedere all’orizzonte?
Nulla: ché il libro del Destin si chiude alla sua vista.
L’uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto.
Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo?
Atomi tormentati in questo ammasso di fango,
che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco;
ma atomi pensanti, atomi i cui occhi
guidati dal pensiero han misurato i cieli:
con tutto il nostro essere tendiamo all’infinito,
eppure non riusciamo a conoscere noi stessi .
Questo mondo, teatro dell’orgoglio e dell’errore,
di disgraziati è pieno che credon tutto bene.
Ognun si duole e geme mentre il bene cerca;
nessuno vuol morir, rinascere nemmeno.

Eppur nei giorni destinati al dolore,
le lacrime asciughiamo col piacere;
ma il piacere svanisce e passa come un’ombra,
mentre le pene, le perdite e i rimpianti sono tanti.
Il passato non è che spiacevole ricordo,
oscuro è il presente se non c’è avvenire,
se il nulla sepolcrale distrugge l’io pensante.
Tutto ben sarà un giorno: è questa la speranza;
tutto oggi è bene: è questa l’illusione.
I saggi mi ingannavan, solo Dio ha ragione.
Umile nei miei sospiri, prono nei miei dolori,
non me la prendo con la Provvidenza.
Di men lugubre umor fui visto un tempo
dei dolci piaceri cantar le leggi seducenti.
È cambiato col tempo il mio costume ed in vecchiaia,
partecipe di umana e malintesa debolezza,
cercando un po’ di luce nella notte oscura,
non posso che soffrire senza dir parola.

Una volta un Califfo, alla fin di sua vita,
al Dio che adorava rivolse una preghiera:
“Ti porto, unico Dio, che limiti non hai,
quel che non hai nel tuo potere immenso:
i difetti, i rimpianti, il male e l’ignoranza.”
Ma aggiungere poteva: la speranza.

Poème sur le désastre de Lisbonne

O malheureux mortels! ô terre déplorable!
O de tous les mortels assemblage effroyable!
D’inutiles douleurs éternel entretien!
Philosophes trompés qui criez: “Tout est bien”
Accourez, contemplez ces ruines affreuses
Ces débris, ces lambeaux, ces cendres malheureuses,
Ces femmes, ces enfants l’un sur l’autre entassés,
Sous ces marbres rompus ces membres dispersés;
Cent mille infortunés que la terre dévore,
Qui, sanglants, déchirés, et palpitants encore,
Enterrés sous leurs toits, terminent sans secours
Dans l’horreur des tourments leurs lamentables jours!
Aux cris demi-formés de leurs voix expirantes,

Au spectacle effrayant de leurs cendres fumantes,
Direz-vous: “C’est l’effet des éternelles lois
Qui d’un Dieu libre et bon nécessitent le choix”?
Direz-vous, en voyant cet amas de victimes:
“Dieu s’est vengé, leur mort est le prix de leurs crimes”?
Quel crime, quelle faute ont commis ces enfants
Sur le sein maternel écrasés et sanglants?
Lisbonne, qui n’est plus, eut-elle plus de vices
Que Londres, que Paris, plongés dans les délices?
Lisbonne est abîmée, et l’on danse à Paris.
Tranquilles spectateurs, intrépides esprits,
De vos frères mourants contemplant les naufrages,
Vous recherchez en paix les causes des orages:
Mais du sort ennemi quand vous sentez les coups,
Devenus plus humains, vous pleurez comme nous.

Croyez-moi, quand la terre entrouvre ses abîmes
Ma plainte est innocente et mes cris légitimes
Partout environnés des cruautés du sort,
Des fureurs des méchants, des pièges de la mort
De tous les éléments éprouvant les atteintes,
Compagnons de nos maux, permettez-nous les plaintes.
C’est l’orgueil, dites-vous, l’orgueil séditieux,
Qui prétend qu’étant mal, nous pouvions être mieux.
Allez interroger les rivages du Tage;
Fouillez dans les débris de ce sanglant ravage;
Demandez aux mourants, dans ce séjour d’effroi
Si c’est l’orgueil qui crie “O ciel, secourez-moi!
O ciel, ayez pitié de l’humaine misère!”

“Tout est bien, dites-vous, et tout est nécessaire.”
Quoi! l’univers entier, sans ce gouffre infernal
Sans engloutir Lisbonne, eût-il été plus mal?
Etes-vous assurés que la cause éternelle
Qui fait tout, qui sait tout, qui créa tout pour elle,
Ne pouvait nous jeter dans ces tristes climats
Sans former des volcans allumés sous nos pas?
Borneriez-vous ainsi la suprême puissance?
Lui défendriez-vous d’exercer sa clémence?
L’éternel artisan n’a-t-il pas dans ses mains
Des moyens infinis tout prêts pour ses desseins?
Je désire humblement, sans offenser mon maître,
Que ce gouffre enflammé de soufre et de salpêtre
Eût allumé ses feux dans le fond des déserts.
Je respecte mon Dieu, mais j’aime l’univers.
Quand l’homme ose gémir d’un fléau si terrible
Il n’est point orgueilleux, hélas! Il est sensible.

Les tristes habitants de ces bords désolés
Dans l’horreur des tourments seraient-ils consolés
Si quelqu’un leur disait: “Tombez, mourez tranquilles;
Pour le bonheur du monde on détruit vos asiles.
D’autres mains vont bâtir vos palais embrasés
D’autres peuples naîtront dans vos murs écrasés;
Le Nord va s’enrichir de vos pertes fatales
Tous vos maux sont un bien dans les lois générales
Dieu vous voit du même oeil que les vils vermisseaux
Dont vous serez la proie au fond de vos tombeaux”?
A des infortunés quel horrible langage!
Cruels, à mes douleurs n’ajoutez point l’outrage.

Non, ne présentez plus à mon coeur agité
Ces immuables lois de la nécessité
Cette chaîne des corps, des esprits, et des mondes.
O rêves des savants! ô chimères profondes!
Dieu tient en main la chaîne, et n’est point enchaîné
Par son choix bienfaisant tout est déterminé:
Il est libre, il est juste, il n’est point implacable.
Pourquoi donc souffrons-nous sous un maître équitable?

Voilà le noeud fatal qu’il fallait délier.
Guérirez-vous nos maux en osant les nier?
Tous les peuples, tremblant sous une main divine
Du mal que vous niez ont cherché l’origine.
Si l’éternelle loi qui meut les éléments
Fait tomber les rochers sous les efforts des vents
Si les chênes touffus par la foudre s’embrasent,
Ils ne ressentent point des coups qui les écrasent:
Mais je vis, mais je sens, mais mon coeur opprimé
Demande des secours au Dieu qui l’a formé.
Enfants du Tout-Puissant, mais nés dans la misère,
Nous étendons les mains vers notre commun père.

Le vase, on le sait bien, ne dit point au potier:
“Pourquoi suis-je si vil, si faible et si grossier?”
Il n’a point la parole, il n’a point la pensée;
Cette urne en se formant qui tombe fracassée
De la main du potier ne reçut point un coeur
Qui désirât les biens et sentît son malheur
“Ce malheur, dites-vous, est le bien d’un autre être.”
De mon corps tout sanglant mille insectes vont naître;
Quand la mort met le comble aux maux que j’ai soufferts
Le beau soulagement d’être mangé des vers!
Tristes calculateurs des misères humaines
Ne me consolez point, vous aigrissez mes peines

Et je ne vois en vous que l’effort impuissant
D’un fier infortuné qui feint d’être content.

Je ne suis du grand tout qu’une faible partie:
Oui; mais les animaux condamnés à la vie,
Tous les êtres sentants, nés sous la même loi,
Vivent dans la douleur, et meurent comme moi.
Le vautour acharné sur sa timide proie
De ses membres sanglants se repaît avec joie;
Tout semble bien pour lui, mais bientôt à son tour
Un aigle au bec tranchant dévore le vautour;
L’homme d’un plomb mortel atteint cette aigle altière:
Et l’homme aux champs de Mars couché sur la poussière,
Sanglant, percé de coups, sur un tas de mourants,
Sert d’aliment affreux aux oiseaux dévorants.
Ainsi du monde entier tous les membres gémissent;
Nés tous pour les tourments, l’un par l’autre ils périssent:
Et vous composerez dans ce chaos fatal
Des malheurs de chaque être un bonheur général!
Quel bonheur! ô mortel et faible et misérable.
Vous criez: “Tout est bien” d’une voix lamentable,
L’univers vous dément, et votre propre coeur
Cent fois de votre esprit a réfuté l’erreur.

Eléments, animaux, humains, tout est en guerre.
Il le faut avouer, le mal est sur la terre:
Son principe secret ne nous est point connu.
De l’auteur de tout bien le mal est-il venu?
Est-ce le noir Typhon, le barbare Arimane,
Dont la loi tyrannique à souffrir nous condamne?
Mon esprit n’admet point ces monstres odieux
Dont le monde en tremblant fit autrefois des dieux.
Mais comment concevoir un Dieu, la bonté même,
Qui prodigua ses biens à ses enfants qu’il aime,
Et qui versa sur eux les maux à pleines mains?
Quel oeil peut pénétrer dans ses profonds desseins?
De l’Etre tout parfait le mal ne pouvait naître;
Il ne vient point d’autrui, puisque Dieu seul est maître:
Il existe pourtant. O tristes vérités!
O mélange étonnant de contrariétés!
Un Dieu vint consoler notre race affligée;
Il visita la terre et ne l’a point changée!
Un sophiste arrogant nous dit qu’il ne l’a pu;
“Il le pouvait, dit l’autre, et ne l’a point voulu:
Il le voudra, sans doute”; et tandis qu’on raisonne,
Des foudres souterrains engloutissent Lisbonne,
Et de trente cités dispersent les débris,
Des bords sanglants du Tage à la mer de Cadix.

Ou l’homme est né coupable, et Dieu punit sa race,
Ou ce maître absolu de l’être et de l’espace,
Sans courroux, sans pitié, tranquille, indifférent,
De ses premiers décrets suit l’éternel torrent;
Ou la matière informe à son maître rebelle,
Porte en soi des défauts nécessaires comme elle;

Ou bien Dieu nous éprouve, et ce séjour mortel
N’est qu’un passage étroit vers un monde éternel.

Nous essuyons ici des douleurs passagères:
Le trépas est un bien qui finit nos misères.
Mais quand nous sortirons de ce passage affreux,
Qui de nous prétendra mériter d’être heureux?
Quelque parti qu’on prenne, on doit frémir, sans doute
Il n’est rien qu’on connaisse, et rien qu’on ne redoute.
La nature est muette, on l’interroge en vain;
On a besoin d’un Dieu qui parle au genre humain.
Il n’appartient qu’à lui d’expliquer son ouvrage,
De consoler le faible, et d’éclairer le sage.
L’homme, au doute, à l’erreur, abandonné sans lui,
Cherche en vain des roseaux qui lui servent d’appui.
Leibnitz ne m’apprend point par quels noeuds invisibles,
Dans le mieux ordonné des univers possibles,
Un désordre éternel, un chaos de malheurs,
Mêle à nos vains plaisirs de réelles douleurs,
Ni pourquoi l’innocent, ainsi que le coupable
Subit également ce mal inévitable.
Je ne conçois pas plus comment tout serait bien:
Je suis comme un docteur, hélas! je ne sais rien.

Platon dit qu’autrefois l’homme avait eu des ailes,
Un corps impénétrable aux atteintes mortelles;
La douleur, le trépas, n’approchaient point de lui.
De cet état brillant qu’il diffère aujourd’hui!
Il rampe, il souffre, il meurt; tout ce qui naît expire;

De la destruction la nature est l’empire.
Un faible composé de nerfs et d’ossements
Ne peut être insensible au choc des éléments;
Ce mélange de sang, de liqueurs, et de poudre,
Puisqu’il fut assemblé, fut fait pour se dissoudre;
Et le sentiment prompt de ces nerfs délicats
Fut soumis aux douleurs, ministres du trépas:
C’est là ce que m’apprend la voix de la nature.
J’abandonne Platon, je rejette Epicure.
Bayle en sait plus qu’eux tous; je vais le consulter:
La balance à la main, Bayle enseigne à douter,
Assez sage, assez grand pour être sans système,
Il les a tous détruits, et se combat lui-même:

Semblable à cet aveugle en butte aux Philistins
Qui tomba sous les murs abattus par ses mains.

Que peut donc de l’esprit la plus vaste étendue?
Rien; le livre du sort se ferme à notre vue.
L’homme, étranger à soi, de l’homme est ignoré.
Que suis-je, où suis-je, où vais-je, et d’où suis-je tiré?
Atomes tourmentés sur cet amas de boue
Que la mort engloutit et dont le sort se joue,
Mais atomes pensants, atomes dont les yeux,
Guidés par la pensée, ont mesuré les cieux;
Au sein de l’infini nous élançons notre être,
Sans pouvoir un moment nous voir et nous connaître.
Ce monde, ce théâtre et d’orgueil et d’erreur,
Est plein d’infortunés qui parlent de bonheur.
Tout se plaint, tout gémit en cherchant le bien-être:
Nul ne voudrait mourir, nul ne voudrait renaître.
Quelquefois, dans nos jours consacrés aux douleurs,
Par la main du plaisir nous essuyons nos pleurs;
Mais le plaisir s’envole, et passe comme une ombre;
Nos chagrins, nos regrets, nos pertes, sont sans nombre.
Le passé n’est pour nous qu’un triste souvenir;
Le présent est affreux, s’il n’est point d’avenir,
Si la nuit du tombeau détruit l’être qui pense.
Un jour tout sera bien, voilà notre espérance;
Tout est bien aujourd’hui, voilà l’illusion.
Les sages me trompaient, et Dieu seul a raison.
Humble dans mes soupirs, soumis dans ma souffrance,
Je ne m’élève point contre la Providence.
Sur un ton moins lugubre on me vit autrefois
Chanter des doux plaisirs les séduisantes lois:
D’autres temps, d’autres moeurs: instruit par la vieillesse,
Des humains égarés partageant la faiblesse
Dans une épaisse nuit cherchant à m’éclairer,
Je ne sais que souffrir, et non pas murmurer.

Un calife autrefois, à son heure dernière,
Au Dieu qu’il adorait dit pour toute prière:
“Je t’apporte, ô seul roi, seul être illimité,
Tout ce que tu n’as pas dans ton immensité,
Les défauts, les regrets, les maux et l’ignorance.”
Mais il pouvait encore ajouter l’espérance.

Lettera di Rousseau a Voltaire sul disastro di Lisbona

18 agosto 1756

Vi riferirò senza giri di parole non tanto delle bellezze che ho individuato nei vostri due poemi il compito spaventerebbe la mia indole pigra e nemmeno dei difetti dei quali si accorgeranno forse lettori ben più bravi di me, ma dei dispiaceri che in questo momento offuscano la gioia che pur provo dai vostri insegnamenti.

Tutte le mie rimostranze sono dunque rivolte contro il Poema sul disastro di Lisbona, perché mi aspettavo da voi un risultato più degno dell’umanità che sembra avervelo ispirato.

Rimproverate a Pope e a Leibniz di insultare i nostri mali sostenendo che tutto è bene e ingigantite talmente il quadro delle nostre miserie che ne aggravate il peso: invece delle consolazioni in cui speravo, voi finite col rattristarmi; si direbbe che temiate che io non mi renda conto a sufficienza di quanto sono infelice e che crediate così sembra di tranquillizzarmi provandomi che tutto è male. State in guardia, Signore, accade esattamente il contrario di ciò che sostenete.

Quell’ottimismo che trovate tanto crudele mi consola, tuttavia, di quegli stessi dolori che descrivete come insopportabili. Il poema di Pope allevia i miei mali e mi invita alla pazienza; il vostro inasprisce le mie pene, mi spinge a lamentarmi e, togliendomi tutto all’infuori di qualche briciola di speranza, mi porta alla disperazione.

In questa strana opposizione che regna tra quello che dimostrate e quello che provo, calmate la perplessità che mi agita e ditemi se a sbagliarsi è il sentimento o la ragione. «Uomo, sii paziente», mi ricordano Pope e Leibniz, «i tuoi mali sono una conseguenza ineluttabile della natura umana e della costituzione di quest’universo.

L’Essere eterno e benevolo che lo dirige avrebbe voluto tenerli lontani da te: tra tutte le varianti possibili ha scelto quella che aveva meno male e più bene o, per dire la cosa più brutalmente, se non ha fatto meglio vuol dire che non era possibile farlo».

Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? «Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi abbiano mai fine; perché non c’è altro motivo per la tua esistenza, oltre la sofferenza e la morte».

Non capisco come una simile dottrina possa risultare più consolatrice dell’ottimismo e della stessa fatalità. Confesso che per me è ancora più crudele del manicheismo. Se il problema dell’origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà?

Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo. Inoltre, credo di aver dimostrato che eccetto la morte, che è un male solo se la si considera alla luce del modo con cui la aspettiamo e ci prepariamo ad essa, la maggior parte dei mali naturali di cui siamo afflitti sono anch’essi opera nostra.

Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto.

Ma bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di quello che si può portar via con sé.

Quanti infelici sono morti in questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i documenti, chi i soldi?

Forse non sapete, allora, che l’identità personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto tutto il resto?

Avreste voluto e chi non l’avrebbe voluto! che il terremoto si fosse verificato in una zona desertica, piuttosto che a Lisbona. Si può dubitare che non accadano sismi anche nei deserti?

Soltanto che non se ne parla perché non provocano alcun danno ai Signori delle città, gli unici uomini di cui si tenga conto.

Del resto, ne provocano poco anche agli animali e agli indigeni che abitano, sparsi, questi luoghi remoti e che non temono né la caduta dei tetti, né l’incendio delle case.

Ma che significa un simile privilegio?

Vorrebbe forse dire che l’ordine del mondo deve assecondare i nostri capricci, che la natura deve essere sottomessa alle nostre leggi e che per impedirle di provocare un terremoto in un certo luogo basta costruirvi sopra una città?

Ci sono avvenimenti che ci colpiscono di più o di meno a seconda della prospettiva dai quali li si considera e che perdono buona parte dell’orrore che suscitano inizialmente quando si prende a esaminarli da vicino.

Ho imparato da Zadig, e la natura me lo conferma ogni giorno, che una morte prematura non è sempre un male assoluto, ma, anzi, che qualche volta essa può avere i risvolti di un bene relativo.

Tra tutti quegli uomini sepolti sotto le macerie di quella sventurata città, molti, senza dubbio, hanno evitato sciagure peggiori e malgrado la descrizione toccante e poetica dei vostri versi, non è neanche sicuro che uno solo di quei disgraziati abbia sofferto di più per la morte che l’ha sorpreso piuttosto che se l’avesse attesa con lunga angosciosa agonia e secondo il corso ordinario degli eventi.

Esiste, forse, una fine più triste di quella di un moribondo tormentato da inutili cure, al quale un notaio e gli eredi tolgono il fiato, che i medici assassinano senza scrupoli nel suo letto e al quale dei preti barbari fanno con arte assaporare la morte?

Personalmente vedo ovunque che i mali che ci assegna la natura sono molto meno crudeli di quelli che aggiungiamo per nostra scelta ad essi.

A proposito del bene universale preferibile a quello individuale voi fate dire all’uomo: «Io, essere pensante e senziente, devo stare tanto a cuore al mio Signore quanto i pianeti che, con tutta probabilità, non provano sentimento alcuno».

Senza dubbio questo universo materiale non dev’essere più caro al suo creatore di un solo essere pensante e senziente, tuttavia, il sistema di quest’universo che produce, conserva e perpetua tutti gli esseri pensanti e senzienti deve stargli più a cuore di uno soltanto di questi esseri.

Egli può dunque, malgrado la sua bontà o piuttosto a causa di questa sua stessa bontà, sacrificare parte della felicità degli individui per la conservazione del tutto. Credo e spero di valere agli occhi di Dio più del materiale che forma un pianeta, ma se i pianeti sono abitati, com’è probabile, perché ai suoi occhi dovrei valere più io di tutti gli abitanti di Saturno?

Anche se spesso ci si beffa di tali idee, è certo che molte analogie fanno propendere per l’esistenza di queste popolazioni siderali e solo l’orgoglio umano vi si oppone.

Ora, ammessa l’esistenza di queste popolazioni, la conservazione dell’universo sembra avere per Dio stesso una morale che si moltiplica per il numero dei mondi abitati.

Sapere che il cadavere di un uomo nutra vermi, lupi o piante non è, ne convengo, un modo per risarcirlo della sua morte: ma se nel sistema dell’universo è necessario, per la conservazione del genere umano, che vi sia un passaggio di sostanza tra uomini, animali e vegetali, allora il singolo male di un individuo contribuisce al bene generale: muoio, vengo mangiato dai vermi, ma i miei fratelli, i miei figli vivranno come ho vissuto io e faccio, per ordine della natura, ciò che fecero Codro, Curzio, Leonida, i Deci, i Fileni e mille altri per una piccola parte degli uomini.

Per tornare, Signore, al sistema che voi criticate, credo che non si possa esaminano in modo corretto senza distinguere con cura il male individuale, la cui esistenza non è mai stata negata da alcun filosofo, dal male generale che nega l’ottimismo.

Non si tratta di sapere se ognuno di noi soffre o no, ma se sia un bene che esista l’universo e se i nostri mali erano inevitabili all’atto della sua costituzione.

Così, mi sembra che l’aggiunta di un articolo renderebbe la proposizione più corretta e, invece di dire tutto è bene, si dovrebbe forse dire il tutto è bene o tutto è bene per il tutto.

Allora, è evidente che nessun uomo potrebbe portare delle prove dirette né pro né contro quest’assioma, perché tali prove dipenderebbero da una conoscenza perfetta della costituzione del mondo e dei fini del suo creatore, e una conoscenza di questo tipo è incontestabilmente al di là di ogni intelligenza umana.

I veri principi dell’ottimismo non possono essere dedotti né dalle proprietà della materia né dalla meccanica dell’universo, ma solo per induzione dalla perfezione di Dio che sovraintende a ogni cosa, in modo tale che non si può provare l’esistenza di Dio con il sistema di Pope, ma il sistema di Pope con l’esistenza di Dio ed è, senza dubbio, dalla questione della provvidenza che è derivata quella dell’origine del male.

Se queste due questioni non sono state ben analizzate, né l’una né l’altra, lo si deve al fatto che si è sempre ragionato male sulla provvidenza, e tutte le assurdità che sono state dette in proposito hanno ingarbugliato le conseguenze che si sarebbero potute trarre da questo grande e consolante dogma.

I primi ad aver guastato la causa di Dio sono i preti e i devoti, che non possono soffrire che qualcosa non si faccia seguendo l’ordine stabilito, ma che fanno sempre intervenire la giustizia divina negli avvenimenti prettamente naturali e, per essere sicuri di quanto affermano, puniscono e castigano i malvagi, mettono alla prova e ricompensano i buoni, indifferentemente con benefici o danni, a seconda delle circostanze.

Non so, da parte mia, se questa sia buona teologia, ma trovo che sia una pessima maniera di ragionare il fondare sui “pro” e sui “contro” le prove della provvidenza e di attribuirle senza discernimento tutto ciò che accadrebbe ugualmente anche senza di essa. I filosofi a loro volta, non mi sembrano molto più ragionevoli quando li vedo prendersela col cielo perché non riescono ad essere impassibili o quando gridano che tutto e perduto perché hanno il mal di denti, o perché sono poveri, o perché vengono derubati e vorrebbero, come dice Seneca, incaricare Dio di far la guardia alloro bagaglio.

Se qualche tragico incidente avesse provocato la morte di Cartouche o di Cesare durante la loro infanzia ci si sarebbe chiesti che crimine quei bambini avessero mai commesso?

Invece, questi due furfanti sono sopravvissuti e ora noi ci chiediamo perché li si sia lasciati vivere?

Al contrario, un devoto vi dirà, nel primo caso, che Dio intendeva punire il padre togliendogli suo figlio e nel secondo, invece, che Dio ha voluto mantenere in vita il figlio per castigare il popolo.

Così, qualunque sia la decisione della natura, la provvidenza per i devoti ha sempre ragione e per i filosofi sempre torto.

Ma, forse, nel corso degli eventi umani, essa, in fondo, non ha né torto né ragione, perché tutto deriva da una legge comune e non ci sono eccezioni per nessuno.

Bisognerà credere che i singoli eventi individuali non contano nulla agli occhi del Signore dell’Universo e che la sua provvidenza sia solo universale. Il Signore dell’Universo si accontenta di conservare i generi e le specie e di presiedere al tutto senza preoccuparsi del modo in cui ogni individuo trascorre questa breve vita.

Un re saggio, che vuole che ognuno viva felice nel suo regno, ha forse bisogno di sapere se le locande che vi si trovano sono pulite?

Il passante brontola per una notte quando le trova sporche e per tutto il resto della sua vita ride al ricordo di un’insofferenza così sproporzionata.

«Commorandi enim natura diversorium nobis, non habitandi dedit».

[La natura ci ha dato la vita come un luogo nel quale dimorare, non come qualcosa da possedere. Cicerone, De Senectute].

Se riporto tali diverse questioni al loro comune principio mi sembra che si riferiscano tutte all’esistenza di Dio. Se Dio esiste, è perfetto; se è perfetto, è saggio, onnipotente e giusto; se è saggio e onnipotente tutto è bene; se è giusto e onnipotente la mia anima è immortale; se la mia anima è immortale trent’anni di vita non son nulla per me, mentre sono forse necessari alla conservazione dell’universo.

Se mi si concede la prima affermazione, le altre saranno di conseguenza inattaccabili; se la si nega, a che serve discutere sulle sue conseguenze? Né voi né io rientriamo in quest’ultimo caso.

Sono ben lontano dal presumere che voi condividiate quest’opinione leggendo la raccolta delle vostre opere. Infatti, la maggior parte dei vostri scritti mi offre le idee più grandi, più dolci e più consolanti della divinità, e preferisco un cristiano come voi a quelli della Sorbona.

Quanto a me, vi confesserò francamente che non mi sempra che i lumi della ragione abbiano dimostrato né il “pro” né il “contro” in merito a questa importante questione e che se il teista basa il suo sentimento solo sulle probabilità, mi pare che l’ateo, con ancor minor precisione, poggi invece il suo semplicemente sulle possibilità opposte. Inoltre, le obiezioni di entrambe le parti sono sempre insolubili perché poggiano su cose delle quali gli uomini non hanno alcuna idea precisa.

Ne convengo in tutto e per tutto, e tuttavia credo in Dio con la stessa forza con cui credo in qualunque altra verità, perché credere o non credere sono le cose al mondo che meno dipendono dalla mia volontà.

Lo stato del dubbio è una condizione troppo violenta per la mia anima.

Quando la mia ragione è indecisa, la mia fede non può restare a lungo in sospeso e decide senza di essa.

Allora, mille motivi mi spingono di preferenza sul versante dove vi è maggior consolazione e aggiungono il peso della speranza all’equilibrio della ragione.

Ecco dunque una verità che è per entrambi un punto di partenza e appoggiandovi alla quale vi accorgete quanto sia facile difendere l’ottimismo e giustificare la provvidenza: non è certo a voi che bisogna ricordare le argomentazioni, più volte ripetute, ma pur sempre valide, che di sovente sono state sollevate a proposito di questo tema.

Riguardo ai filosofi che non sono d’accordo con questo principio, non bisogna discutere con loro su siffatti argomenti, perché ciò che è provato dal nostro sentimento non può per essi diventare una dimostrazione, e non è ragionevole dire a un uomo: «dovete crederci perché io ci credo!».

Dal canto loro, tuttavia, neppure essi devono discutere con noi su questi temi, perché non si tratta che di corollari dell’assioma principale, che un avversario onesto non avrebbe neppure il coraggio di formulare, sicché, a loro volta, tali filosofi avrebbero torto di esigere che si provasse loro il corollario indipendentemente dalla proposizione che gli serve da fondamento.

Penso che non debbano farlo anche per un’altra ragione: perché è inumano turbare delle anime tranquille e rattristare gli uomini senza motivo, quando non si vuol insegnare loro nulla di sicuro né di utile. In poche parole, seguendo il vostro esempio, penso che non si debba attaccare con eccessiva violenza la superstizione che danneggia la società, né rispettare troppo la religione che la asseconda.

Ma sono come voi indignato che la fede di ciascuno non sia perfettamente libera e che l’uomo osi controllare l’intimità delle coscienze in cui non può penetrare, come se dipendesse da noi credere o non credere a degli articoli di fede indimostrabili, ovvero come se fosse mai stato possibile asservire la ragione dell’autorità. I re di mondo hanno forse la prerogativa di vedere l’aldilà, di conseguenza, hanno il diritto di tormentare i loro sudditi quaggiù per obbligarli ad andare in Paradiso?

No, ogni governo umano si limita per sua natura ai doveri civili, qualunque cosa abbia potuto sostenere il sofista Hobbes, quando un uomo serve bene lo Stato, non deve rendere conto a nessuno del modo in cui serve Dio.

Ignoro se un giorno quest’Essere giusto punirà tutte le tirannie esercitate in suo nome; ma sono certo che non le condividerà e non rifiuterà la felicità eterna a nessun incredulo virtuoso e in buona fede.

Posso, senza offendere la sua bontà e giustizia, dubitare che un cuore onesto non sia in grado di riscattare un errore involontario e che un comportamento irreprensibile non valga ai suoi occhi più di mille culti bizzarri, prescritti dagli uomini e rifiutati dalla ragione?

Andrò oltre: se potessi fare delle opere buone senza aver fede e compensare a forza di atti virtuosi la mia supposta incredulità, non esiterei per un istante, e preferirei essere capace di dire a Dio: «Ho fatto senza pensare a Te il bene che ti è gradito e il mio cuore seguiva la tua volontà pur senza conoscerla», piuttosto che dirgli, come un giorno dovrò fare: «Ahimè! Ti amavo e non ho fatto altro che insultarti; ti ho conosciuto c non ho fatto nulla per farti piacere».

Esiste, lo ammetto, una sorta di professione di fede che le leggi possono imporre, ma al di fuori dei principi della morale e del diritto naturale, questa professione dev’essere puramente negativa: possono esistere, infatti, religioni che attaccano i fondamenti della società bisogna iniziare mettendo al bando tali fedi per garantire la pace dello Stato. Tra i dogmi da proscrivere l’intolleranza [intolérance] è senz’altro il più ripugnante, ma occorre eliminarla risalendo alle fonti, perché i fanatici più sanguinari cambiano linguaggio a seconda dell’occasione e, quando non sono in una posizione di forza, non fanno altro che invitare alla pazienza e alla mansuetudine.

Così definisco per principio intollerante colui che s’immagina che non si possa essere un uomo dabbene senza credere a tutto ciò a cui lui stesso crede e condanna senza pietà chiunque non la pensi come lui. In effetti, di rado i ferventi di una fede sono disposti a lasciare in pace i reprobi su questo mondo e un santo, convinto di vivere circondato dai dannati, anticipa volentieri il lavoro del diavolo.

Se esistessero degli increduli intolleranti che volessero obbligare il popolo a non credere a nulla, non li bandirei meno severamente di coloro che vogliono obbligarlo a credere a tutto ciò che piace loro.

Vorrei, quindi, che in ogni Stato ci fosse un codice morale, o una sona di professione di fede civile [profession de foi civile] che contenesse, in forma affermativa, i principi sociali che ognuno sarebbe obbligato a rispettare e, in forma negativa, i principi del fanatismo, che si devono rifiutare non perché siano empi, ma perché sono sediziosi.

Così le religioni che possono essere in armonia col codice sarebbero ammesse e quelle che non lo sono verrebbero proscritte e ciascuno sarebbe libero di non aver altra religione che il codice stesso. Quest’opera, redatta con cura, sarebbe, credo, il libro più utile che sia mai stato scritto e forse il solo indispensabile per gli uomini.

Ecco, Signore, un’impresa degna di voi. Mi auguro che vogliate intraprenderla, magari ornandola con la vostra poesia, perché ciascuno possa apprendere con facilità quel codice morale, ed esso infonda in tutti i cuori, sin dall’infanzia, quei sentimenti di dolcezza e di umanità che brillano nei vostri scritti e che sono sempre mancati ai devoti. Vi esorto a riflettere su questo progetto, che deve almeno piacere alla vostra anima.

Ci avete offerto, con il Poema sulla religione naturale? il catechismo dell’uomo, offriteci ora, con quello che vi propongo, il catechismo del cittadino. È un tema che merita una lunga meditazione e forse va riservato per l’ultima delle vostre opere, per concludere con una buona azione verso il genere umano la più brillante carriera che un uomo di lettere abbia mai intrapreso.

Non posso fare a meno di notare, in conclusione, un disaccordo piuttosto singolare tra voi e me sull’argomento trattato in questa lettera. Al colmo della gloria, disilluso dalle vane grandezze, voi vivete libero in seno all’abbondanza. Sicuro dell’immortalità già raggiunta, voi filosofeggiate tranquillamente sulla natura dell’anima e, qualora il corpo o il cuore soffrano, avete Tronchin come medico e come amico.

E tuttavia non vedete altro che il male sulla terra. Ed io, invece, uomo oscuro, povero, solo, tormentato da un male senza rimedio, medito con piacere nel mio eremo e trovo che tutto è bene. Donde vengono queste apparenti contraddizioni? L’avete spiegato voi stesso: voi gioite, ma io spero, e la speranza rende tutto più bello.

Faccio fatica a lasciare questa noiosa lettera, quanta ne avreste voi per concluderla. Perdonate, grand’uomo, il mio zelo forse indiscreto, che non si sfogherebbe con voi se io vi stimassi di meno. Dio non voglia che offenda colui tra i miei contemporanei del quale più ammiro il talento e i cui scritti meglio parlano al mio cuore, ma si tratta della causa della provvidenza, da cui attendo tutto per il mio futuro.

Dopo aver per lungo tempo attinto dalle vostre lezioni motivi di consolazione e coraggio, è ora increscioso per me restare privo di tutto questo in cambio soltanto di una speranza vaga e incerta: più un palliativo per il presente che un compenso per il futuro. No, ho sofferto troppo nel corso di questa vita per non attenderne un’altra. Tutte le sottigliezze della metafìsica potranno inasprire il mio dolore, ma non sgretoleranno in me la fede nell’immortalità dell’anima. La sento, credo in lei, la voglio, la spero, la difenderò fino al mio ultimo respiro e questa sarà, tra tutte le discussioni che avrò sostenuto, la sola in cui la mia sollecitudine non sarà dimenticata.

Vogliate gradire, Signore, gli ossequi del vostro umilissimo e obbedientissimo servitore.

L’Hermitage; 18 agosto 1756

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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