Viaggio intorno alla mia camera

di Xavier de Maistre

✎ Think|Tank. Il saggio del mese [maggio 2020]

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René Magritte, Les valeurs personelles, 1952, Collezione del Museum of Modern Art di San Francisco SFMOMA

Data la congiuntura in cui ci troviamo, ho ritenuto che il testo più adatto a descriverla sia questo piccolo grande classico dello scrittore sabaudo Xavier de Maistre.

Buona lettura e «affidatevi dell’immaginazione! … Coraggio, partiamo.».

Capitolo 1

La gloria di aprire una strada, e comparire d’un tratto nel mondo dei dotti con un libro di scoperte in mano, come inattesa cometa che scintilli nello spazio!

No, non terrò più il mio libro in petto; è qui, signori, leggetelo. Ho intrapreso e compiuto un viaggio di quarantadue giorni intorno alla mia camera. Le interessanti osservazioni che ho fatte, e il continuo piacere che ho provato lungo il cammino, mi facevan desiderare di renderlo pubblico; nella certezza di essere utile, mi sono deciso. Il mio cuore prova un’indicibile soddisfazione se penso a tutti quegl’infelici ai quali offro un espediente sicuro contro la noia, e un lenimento ai mali che patiscono. Il piacere che si scopre a viaggiare nella propria camera è al riparo dall’inquieta invidia degli uomini, e non dipende dalla fortuna.

Chi, infatti, è così infelice o derelitto da non aver un buco dove possa raccogliersi e celarsi al mondo? Tutto qui l’occorrente per il viaggio.

Son sicuro che ogni uomo sensato adotterà il mio sistema, di qualunque carattere egli possa essere, e qualunque sia il suo temperamento; avaro o prodigo, ricco o povero, giovane o vecchio, nato sotto un cielo torrido o presso il polo, può comunque viaggiare con me; insomma, nell’immensa famiglia degli uomini che brulicano sulla superficie della terra, non ce n’è uno — non uno, no (fra quelli che abitano in una camera, intendo), che, dopo aver letto questo libro, possa disapprovare il nuovo modo di viaggiare che introduco nel mondo.

Capitolo 2

Potrei incominciare l’elogio del mio viaggio dicendo che non mi è costato niente; questo punto merita attenzione. Eccolo, subito, osannato e festeggiato dalle persone di modesta fortuna. C’è un’altra classe di uomini presso la quale può contare ancor più su un felice successo, proprio perché non costa niente.

Presso chi? E lo domandate anche? Presso i ricchi. Del resto, quante possibilità non offre ai malati questo modo di viaggiare! Essi non dovranno più temere le avversità dell’aria e delle stagioni.

I paurosi saranno al riparo dai ladri e non incontreranno né precipizi né pantani. Migliaia di persone che non avevano osato prima di me, altre che non avevano potuto, e altre ancora che non avevano pensato di viaggiare, saranno persuase dal mio esempio. Esiterebbe, il più indolente, a mettersi in cammino con me per procurarsi un piacere che non gli costa né fatica né denaro?

Coraggio, partiamo.

Seguitemi tutti, voi che siete trattenuti nel vostro appartamento da una mortificazione d’amore, o negligenza d’amicizia, lontano dalla pochezza e perfidia degli uomini. Tutti gl’infelici, i malati e gli annoiati dell’universo mi seguano!

Tutti i pigri si levino in massa! E voi che, a causa di qualche infedeltà, rimuginate nella mente sinistri propositi di riforma o di ritiro; voi che in un salottino rinunciate al mondo per tutta la vita, amabili anacoreti d’una sera, venite anche voi: abbandonate, credetemi, codesti pensieri neri; vi perdete un attimo di piacere senza acquistare un attimo di saggezza: degnatevi di accompagnarmi nel mio viaggio; procederemo a piccole tappe, ridendoci, cammin facendo, dei viaggiatori che hanno visto Roma e Parigi; — nessun ostacolo potrà fermarci; e, abbandonandoci gaiamente alla nostra immaginazione, la seguiremo ovunque le piacerà di condurci.

Capitolo 3

C’è tanti di quei curiosi, al mondo!

Son convinto che si vorrebbe sapere perché il mio viaggio intorno alla mia camera è durato quarantadue giorni, anziché quarantatré, o tutt’altro spazio di tempo; ma come far edotto il lettore, se io stesso lo ignoro? Tutto quello che posso assicurare è che, se l’opera è troppo lunga per i suoi gusti, non è dipeso da me di farla più corta; vanità di viaggiatore a parte, mi sarei accontentato di un capitolo.

Mi trovavo, è vero, nella mia camera, con tutti i piaceri e i conforti possibili; ma, ahimè, non ero padrone di uscire quando volevo; e credo che, senza l’intercessione di certi potenti che si interessavano a me, verso i quali la mia gratitudine non è spenta, avrei avuto tutto il tempo di dare alla luce un in folio, tanto erano ben disposti verso di me i protettori che mi facevano viaggiare nella mia camera!

E tuttavia, giudizioso lettore, notate come costoro avessero torto, e afferrate bene, se potete, la logica che ora vi espongo.

Che c’è di più naturale e di più giusto che scannarsi con qualcuno che vi pesta inavvertitamente il piede, o che si lascia scappare una parola acida in un momento di stizza, causata dalla vostra imprudenza, o che ha infine la mala sorte di piacere alla vostra amante?

Si va in un prato e lì, come faceva Nicole col Bourgeois gentilhomme, si tenta di tirar di quarta quando lui para di terza; e, affinché la vendetta sia sicura e completa, gli si offre il petto scoperto, e si corre il rischio di farsi uccidere dal proprio nemico, per vendicarsi di lui.

È chiaro che non c’è nulla di più coerente, eppur si trova della gente che biasima questo lodevole costume! Ma coerente al pari del resto è il fatto che le stesse persone che lo disapprovano, e vogliono che venga considerato una grave colpa, peggio ancora tratterebbero colui che si rifiutasse di commetterla. Più di un disgraziato, per conformarsi alla loro opinione, ha perduto riputazione e impiego; sicché, quando uno ha la disgrazia di avere quel che si dice una questione, farebbe bene a tirare a sorte per sapere se deve risolverla secondo le leggi o secondo l’usanza e, siccome che le leggi e l’usanza sono in contraddizione, i giudici potrebbero anche affidare ai dadi la sentenza.

Probabile anche che si debba ricorrere a una decisione del genere, per spiegare come e perché il mio viaggio è durato quarantadue giorni esatti.

Capitolo 4

La mia camera è situata al quarantacinquesimo grado di latitudine, secondo le misure di padre Beccaria; è orientata verso occidente; forma un rettangolo di trentasei passi all’ingiro, rasentando bene le pareti. Ma il mio viaggio ne comprenderà di più, perché spesso la traverserò in lungo e in largo, oppure in diagonale, senza seguire regola o metodo.

Andrò anche a zigzag, e percorrerò tutte le linee possibili in geometria, se occorrerà. Non mi piacciono le persone che padroneggiano così bene i loro passi e le loro idee, e dicono: «Oggi farò tre visite, scriverò quattro lettere, terminerò quest’opera che ho incominciata». La mia anima è così aperta a ogni sorta di idee, di gusti e di sentimenti; accoglie così avidamente tutto ciò che si presenta, che…

Perché mai dovrebbe rifiutare i godimenti che sono sparsi sul difficile cammino della vita? Sono così rari, sporadici, che bisognerebbe esser folli a non fermarsi, a non deviare finanche dal proprio cammino, per cogliere tutti quelli che si trovano a nostra portata. Nulla di più attraente, secondo me, che seguire la pista delle proprie idee, come il cacciatore insegue la selvaggina, senza far mostra di tenersi a una via.

Sicché, quando viaggio nella mia camera, di rado percorro una linea retta: dal tavolo mi dirigo verso un quadro che è posto in un angolo; indi mi avvio obliquamente per andare alla porta; ma, anche so avviandomi la mia intenzione è ben quella di recarmici, se nel cammino incontro la mia poltrona, non faccio complimenti, mi accomodo subito.

È un mobile eccellente, la poltrona; anzitutto, è di estrema utilità per ogni persona meditativa. Durante le lunghe sere d’inverno, è dolce certe volte, sempre prudente, sdraiarvisi mollemente, lontano dallo strepito delle adunanze numerose.

Un buon fuoco, libri, penne: quali mezzi per combattere la noia! E che piacere, inoltre, dimenticare i libri e le penne per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, o mettendo insieme qualche rima per divertire gli amici! Allora, le ore scivolano su di voi, e cadono silenziosamente nell’eternità, senza farvi sentire il loro triste passare.

Capitolo 5

Dopo la mia poltrona, camminando verso nord, s’incontra il mio letto, che è posto in fondo alla mia camera, e forma una prospettiva la più gradevole. È disposto nel modo più felice: i primi raggi del sole vengono a giocherellare fra le mie tendine.

Nei bei giorni estivi, li vedo avanzarsi lungo le bianche pareti, a mano a mano che il sole si alza: gli olmi che stanno davanti alla mia finestra li dividono in mille modi, e li fanno dondolare sul mio letto bianco e rosa, che spande da ogni parte un incantevole colore con il loro riflesso. Odo il cinguettar confuso delle rondinelle che hanno preso possesso del tetto della casa, e degli altri uccelli che abitano sugli olmi: mille ridenti pensieri occupano allora il mio spirito; e, nell’universo intero, nessuno ha un risveglio così gradevole e tranquillo come il mio.

Confesso che mi piace godere di quei dolci istanti, e che prolungo sempre, finché è possibile, il piacere che io trovo a meditare nel calduccio del mio letto.

Vi è un teatro che si presta all’immaginazione, e risveglia teneri pensieri, più del mobile dove alle volte mi smèmoro?

Non vi spaventate, pudico lettore; — ma non potrei dir dunque il piacere di un innamorato che stringe la prima volta fra le braccia una sposa virtuosa? Piacere ineffabile, che la mia cattiva sorte mi condanna a non gustar mai!

Non è forse in un letto che una madre, ebra di gioia alla nascita d’un figlio, dimentica i suoi dolori? È lì che i piaceri fantastici, frutto dell’immaginazione e della speranza, vengono a inquietarci.

Per finire, è in quel mobile delizioso che dimentichiamo, per metà della vita, i dispiaceri dell’altra metà. Ma che folla di pensieri gradevoli e tristi mi si accalcano insieme nel cervello! Miscuglio sorprendente di situazioni terribili e deliziose!

Un letto ci vede nascere e ci vede morire; è il teatro mutevole dove il genere umano recita, di volta in volta, drammi commoventi, farse ridicole e tragedie spaventose.

È una culla adorna di fiori; — è il trono dell’Amore; — è un sepolcro.

Capitolo 6

Questo capitolo è assolutamente per i metafisici. Esso farà quanto mai luce sulla natura dell’uomo: è il prisma col quale si potranno analizzare e scomporre le facoltà dell’uomo, separando la potenza animale dai puri raggi dell’intelligenza.

Mi sarebbe impossibile spiegare come e perché mi scottai le dita ai primi passi che feci incominciando il mio viaggio, se non spiegassi nei minimi particolari al lettore il mio sistema dell’anima e della bestia.

Questa scoperta metafisica, del resto, influenza tanto le mie idee e le mie azioni, che sarebbe molto difficile capire questo libro, se non ne dessi la chiave all’inizio.

Dopo diverse osservazioni, mi sono accorto che l’uomo è composto di un’anima e di una bestia.

Questi due esseri sono assolutamente distinti, ma così incastrati l’uno dentro l’altro, o l’uno sopra l’altro, che bisogna che l’anima abbia una certa superiorità sulla bestia, per essere in grado di distinguerli.

So da un vecchio professore (dal più lontano me lo rammenta) che Platone chiamava la materia: l’altra. Sta bene; io però preferirei dare questo nome per antonomasia alla bestia che è congiunta alla nostra anima. In realtà, è questa sostanza a esser l’altra, a importunarci in così strano modo.

Alla grossa, ci si accorge che l’uomo è doppio; ma è così, si dice, perché è composto di un’anima e di un corpo; e si accusa questo corpo di non so quante cose, ma affatto a sproposito, poiché incapace di sentire come di pensare. Con la bestia bisogna prendersela, con quest’essere sensibile, perfettamente distinto dall’anima, vero individuo, che ha una sua separata esistenza, gusti suoi, inclinazioni sue, una sua volontà, e che è superiore agli altri animali sol perché allevato meglio e dotato di organi più perfezionati.

Signore e signori, siate fieri della vostra intelligenza fin quanto volete; ma diffidate decisamente dell’altra, soprattutto quando state insieme.

Ho fatto non so quante esperienze riguardo all’unione di queste due creature eterogenee. Per esempio, ho riconosciuto chiaramente che l’anima può farsi obbedire dalla bestia, e che costei, per una molesta reciprocità, spessissimo costringe l’anima ad agire controvoglia. Stando alle regole, una ha il potere legislativo, l’altra il potere esecutivo; ma i due poteri spesso sono in contrasto.

La grande arte d’un uomo di genio, è di saper allevare bene la sua bestia, affinché possa andarsene da sola, mentre l’anima, liberata da questa incresciosa dimestichezza, può elevarsi fino al cielo.

Ma bisogna chiarire con un esempio.

Quando leggete un libro, signore, e un pensiero più gradevole d’un tratto entra nella vostra immaginazione, la vostra anima vi s’attacca subito e dimentica il libro, mentre i vostri occhi seguono macchinalmente le parole e le righe; finite la pagina senza capirla e senza ricordare ciò che avete letto.

Questo dipende dal fatto che la vostra anima, avendo ordinato alla sua compagna di leggere per lei, non l’ha avvertita punto della piccola assenza che si accingeva a fare; sicché l’altra continuava una lettura che la vostra anima non ascoltava più.

Capitolo 7

Non vi sembra abbastanza chiaro? Ecco un altro esempio.

L’estate scorsa, mi incamminai un giorno alla volta della corte. Avevo dipinto tutta la mattina, e la mia anima, compiacendosi di meditare sulla pittura, lasciò alla bestia l’incarico di condurmi al palazzo del re.

Che arte sublime è la pittura! pensava la mia anima; felice chi è commosso dallo spettacolo della natura, chi non è costretto a fare quadri per vivere, chi non dipinge unicamente come passatempo, ma, impressionato dalla maestà d’una bella fisionomia e dai mirabili giochi della luce che fonde in mille colori sul viso umano, tenta di raggiungere nelle sue opere alcuni sublimi effetti della natura! Felice anche il pittore che l’amore del paesaggio induce a passeggiate solitarie, che sa esprimere sulla tela il sentimento di tristezza che gli ispirano un bosco ombroso o una campagna deserta! Le sue produzioni imitano e riproducono la natura; crea nuovi mari, e antri bui che il sole non sa: a un suo ordine, verdi boschetti sorgono dal nulla, l’azzurro del cielo si riflette nei suoi quadri; conosce l’arte di perturbare l’aria e di far mugghiare le tempeste. Altre volte, porge all’occhio dello spettatore incantato le campagne deliziose dell’antica Sicilia: vediamo ninfe, smarrite, sfuggire tra le canne all’inseguimento di un satiro; templi di maestosa architettura innalzano la superba fronte sopra la foresta sacra che li circonda: l’immaginazione si perde nelle strade silenziose di quel paese ideale; lontani azzurricci si confondono col cielo, e il paesaggio intero, replicandosi nelle acque di un fiume cheto, forma uno spettacolo che nessuna lingua può descrivere.

Mentre la mia anima faceva queste riflessioni, l’altra seguitava ad andare, e Dio sa dove andava!

Invece di recarsi a corte, secondo l’ordine ricevuto, deviò talmente a sinistra, che la mia anima la raggiunse mentre si trovava sulla porta di madame de Hautcastel, a un mezzo miglio dal palazzo reale.

Lascio immaginare al lettore cosa sarebbe accaduto, se fosse entrata sola soletta in casa d’una così bella signora.

Capitolo 8

Anche se è utile e piacevole aver un’anima svincolata dalla materia, al punto di farla viaggiare da sola quando si giudichi opportuno, tale facoltà ha i suoi inconvenienti. A lei, per esempio, devo la scottatura di cui ho parlato nei capitoli precedenti.

Di solito alla mia bestia do l’incarico di prepararmi la colazione; essa, mi abbrustolisce il pane, e lo affetta. Sa fare il caffè a meraviglia, e molto spesso se lo beve pure, senza che se ne impicci la mia anima, a meno che costei non si diletti a vederla all’opera; ma è cosa rara e ardua a eseguire: è agevole, quando si compie qualche operazione meccanica, pensare a tutt’altro; ma è sommamente difficile vedersi agire, per dir così; — o, per spiegarmi secondo il mio sistema, applicare la propria anima a esaminare il comportamento della bestia e vederla all’opera senza prendervi parte.

È, questa, la più sorprendente impresa metafisica che l’uomo possa compiere.

Avevo distese le molle sopra la brace, per abbrustolire il pane; e, dopo un po’, mentre la mia anima era in viaggio, ecco che un ceppo acceso rotola sul focolare: — la mia povera bestia allungò la mano alle molle, e io mi scottai le dita.

Capitolo 9

Spero di avere sviluppato a sufficienza le mie idee nei capitoli precedenti, da far riflettere il lettore, e prepararlo a fare scoperte sue in questo splendido campo; non potrà che esser soddisfatto di sé, il giorno che saprà far viaggiare sola sola la sua anima; i piaceri che gli procurerà codesta facoltà compenseranno d’avanzo i qui pro quo che posson derivarne. Vi è soddisfazione più allettante che estendere così la propria esistenza, occupare insieme la terra e i cieli, e duplicare, per dir così, il proprio essere?

Il desiderio eterno e mai appagato dell’uomo non è forse quello di accrescere la sua potenza e le sue facoltà, di voler essere laddove non è, di richiamare il passato e vivere nell’avvenire?

Egli vuol comandare gli eserciti, presiedere le accademie; vuol essere adorato dalle belle; e, quando possiede tutto ciò, rimpiange i campi e la tranquillità, e porta invidia alla capanna dei pastori: i suoi progetti e le sue speranze s’infrangono di continuo contro le avversità reali fissate alla natura umana; non saprebbe ritrovare la felicità. Un quarto d’ora di viaggio con me gli indicherà il cammino.

E non lascia all’altra codeste misere incombenze, codesta ambizione che lo tormenta?

Vieni, povero infelice! fa’ uno sforzo per rompere la tua prigione e, dall’alto del cielo dove sto per condurti, dal centro dei mondi celesti e dell’empireo, — guarda la bestia, lanciata nel mondo, farsi strada, da sola, alla fortuna e agli onori; vedi con quale gravità cammina tra gli uomini: la folla si scansa rispettosa e, credimi, nessuno si accorgerà che essa è affatto sola; è l’ultima preoccupazione della calca nella quale avanza, saper se essa ha un’anima o no, se pensa o no.

Mille donne sentimentali l’ameranno alla follia e non se ne accorgeranno; può anche innalzarsi, senza l’aiuto della tua anima, alla più alta considerazione e alle più grandi fortune.

In definitiva, non mi stupirei affatto se, al nostro ritorno dall’empireo, la tua anima, rincasando, si ritrovasse dentro la bestia di un gran signore.

Capitolo 10

Non si vada a pensare che invece di mantener la parola, offrendo la descrizione del mio viaggio intorno alla mia camera, meni il can per l’aia per tirarmi d’impiccio: ci si sbaglierebbe di grosso, perché il mio viaggio in realtà continua; e, mentre la mia anima, ripiegandosi su se stessa, percorreva nel capitolo precedente i dedali della metafisica, — me ne stavo nella mia poltrona, sulla quale mi ero sdraiato, di modo che i suoi piedi anteriori erano sollevati due pollici da terra; e, sempre dondolandomi a destra e a manca, e guadagnando terreno, ero arrivato piano piano vicino alla parete.

È la mia maniera di viaggiare quando non ho fretta.

Ivi la mia mano si era impadronita macchinalmente del ritratto di madame de Hautcastel, e l’altra si dilettava a togliere la polvere che lo copriva.

Questa attività le procurava un piacere tranquillo, e la mia anima avvertiva tale piacere, sebbene fosse sperduta nelle vaste piane del cielo; è bene rilevare che lo spirito, quando viaggia così nello spazio, attiene sempre ai sensi con un vincolo segreto che non so; sicché, senza che si distolga dalle sue occupazioni, può partecipare ai quieti godimenti dell’altra; ma se questo piacere aumenta fino a un certo punto, o se essa rimane colpita da uno spettacolo inatteso, l’anima riprende subito il suo posto con la velocità di un fulmine.

È quanto mi accadde mentre pulivo il ritratto.

Man mano che il cencio toglieva la polvere e metteva in mostra ricci di biondi capelli, e la ghirlanda di rose che li incorona, la mia anima sentì, fin dal sole dove si era portata, un lieve fremito di piacere, e condivise simpaticamente il gaudio del mio cuore. Gaudio che divenne meno confuso e più vivo quando il cencio, in un sol colpo, svelò la splendida fronte di quell’incantevole fisionomia; la mia anima fu sul punto di lasciare i cieli, per godersi lo spettacolo. Ma anche se si fosse trovata nei Campi Elisi, se stesse assistendo a un concerto di cherubini, non vi sarebbe rimasta neppure mezzo secondo allorquando la sua compagna, prendendo sempre più interesse alla sua opera, non si peritò di afferrare una spugna umida che le veniva offerta, e di passarla d’un tratto sui sopraccigli e sugli occhi, — sul naso, — sulle guance, — su quella bocca; — oddio! mi batte il cuore; — sul mento, sul seno: fu un attimo; il volto intero parve rinascere, e sorgere dal nulla.

La mia anima si precipitò dal cielo come una stella cadente: trovò 1’altra rapita in estasi e, condividendola, riuscì ad accrescerla. Tal singolare e imprevista situazione cancellò per me il tempo e lo spazio.

Per un istante, esistei nel passato, e ringiovanii contro l’ordine naturale.

Sì, eccola, questa donna adorata, è lei, proprio lei; vedo che sorride, ora parlerà, per dire che mi ama.

Lo sguardo! vieni, che ti stringo contro il mio cuore, anima della mia vita, mia seconda esistenza! — vieni a dividere l’ebrezza e la felicità con me!

L’attimo fu breve, ma rapinoso: la fredda ragione riprese ben presto il suo dominio e, in batter d’occhio, invecchiai di un anno intero: — il mio cuore diventò freddo, di ghiaccio, e mi ritrovai al livello della folla di indifferenti che gravano sul globo.

Capitolo 11

Non bisogna anticipare gli avvenimenti: l’urgenza di comunicare al lettore il mio sistema dell’anima e della bestia mi ha fatto abbandonare prima di quanto avessi dovuto la descrizione del mio letto; quando l’avrò conclusa, riprenderò il mio viaggio al punto in cui l’ho interrotto nel capitolo precedente.

Vi prego soltanto di rammentarvi che abbiamo lasciato la metà di me stesso alle prese con il ritratto di madame de Hautcastel, proprio vicino alla parete, a quattro passi dalla mia scrivania.

Parlando del mio letto, mi ero scordato di consigliare a tutti di avere, se possibile, un letto bianco e rosa: è sicuro che i colori influiscono su di noi, al punto che ci allietano e ci rattristano a seconda delle loro gradazioni.

Il rosa e il bianco son due colori consacrati al piacere e alla felicità.

La natura, donandoli alla rosa, le ha donato la corona dell’impero di Flora; — e il cielo, quando vuol annunciare al mondo una bella giornata, colora le nubi con quella stupenda tinta al levar del sole.

Un giorno, salivamo a fatica lungo un ripido sentiero: l’amabile Rosalie ci precedeva: metteva l’ale, per l’agilità; non riuscivamo a starle dietro.

D’un tratto, giunta al sommo di un poggio, si volse verso di noi per riprendere fiato, e sorrise alla nostra lentezza.

Mai, forse, i due colori da me elogiati avevano avuto trionfo tale.

Le guance infocate, le labbra di corallo, i denti splendidi, il collo d’alabastro, su uno sfondo di verzura, fecero colpo

sopra gli sguardi di tutti. Ci dovemmo fermare a contemplarla: non dico niente dei suoi occhi azzurri, o dello sguardo che ci diede, perché uscirei dal mio tema e, del resto, cerco sempre di pensarci meno che posso. Mi basta aver offerto il più bell’esempio che si possa immaginare della superiorità di questi due colori su tutti gli altri, e della loro influenza sulla felicità umana.

Oggi non andrò oltre. Che argomento potrei trattare, che non sia insulso? Quale idea non viene scancellata da questa idea?

Non so neppure quando potrò rimettermi all’opera.

Se la continuo, e se il lettore desidera vederne la fine, si rivolga all’angelo distributore dei pensieri, e lo preghi di non inframmischiare più l’immagine di quel poggio con la folla di sconnessi pensieri che mi getta a ogni istante.

Senza questa precauzione, il mio viaggio è bell’e finito.

Capitolo 12

… il Poggio …

Capitolo 13

Sono sforzi inutili: devo rimandare la partita e restare qui, a mio malgrado; è una tappa militare.

Capitolo 14

Ho detto che mi piace singolarmente meditare nel calduccio del mio letto, e che il suo gradevole colore ha molta parte nel piacere che vi trovo.

Per procurarmi questo piacere, il mio domestico ha ricevuto l’ordine di entrare nella mia camera mezz’ora prima di quella in cui ho deciso di alzarmi.

Lo sento camminare lentamente e brancicare nella mia camera con discrezione, e questo rumore mi dà agio di sentirmi sonnecchiare: piacere delicato, ignoto a molti.

Uno è abbastanza desto per accorgersi che non lo è del tutto, e calcolare confusamente che l’ora delle faccende e delle seccature è ancora nella clessidra del tempo.

Pian piano, il mio uomo si fa più rumoroso; è così difficile, contenersi! del resto, egli sa che l’ora fatidica si avvicina.

Guarda il mio orologio, e fa risonare i ciondoli, per avvertirmi; ma io faccio orecchie da mercante; e, per allungare quell’ora incantevole, non c’è sorta di cavillo che non trovi per quel povero disgraziato. Ho cento comandi preliminari da dargli, per guadagnar tempo.

Sa benissimo che tali comandi, da me datigli abbastanza di cattivo umore, son solo dei pretesti per restare a letto senza mostrare di averne voglia. Fa finta di non accorgersene, e gliene sono davvero grato.

Infine, quando ho esauriti tutti i miei espedienti, egli si avanza al centro della camera, e si pianta lì, le braccia conserte, in una immobilità perfetta.

Si converrà che non è possibile disapprovare le mie intenzioni con più spirito e tatto: perciò non resisto mai a quel tacito invito; stendo le braccia per attestargli che ho capito, ed eccomi seduto.

Se il lettore pondera la condotta del mio domestico, potrà convincersi che in faccende delicate di tal genere la semplicità e il buon senso sono infinitamente meglio dell’intelligenza più abile. Oso assicurare che il discorso più! studiato sugl’inconvenienti della parola non mi convincerebbe a uscire così prontamente dal mio letto, come il j muto rimprovero del signor Joannetti.

È un perfetto galantuomo, il signor Joannetti e, al tempo stesso, l’uomo che più d’ogni altro si addiceva a| un viaggiatore come me. È abituato ai frequenti viaggi della mia anima, e non ride mai delle incongruenze dell’altra, quand’è sola, alle volte egli la dirige anche, sicché si potrebbe dire che viene guidata allora da due anime; quand’essa si veste, per esempio, egli con un cenno mi avverte che sta per mettersi le calze a rovescio, o la giubba prima del panciotto.

La mia anima si è spesso divertita a vedere il povero Joannetti correre dietro alla pazza sotto le volte della cittadella, per avvertirla che aveva dimenticato il cappello; — altra volta, il fazzoletto.

Un giorno (devo confessarlo?), se non fosse stato per il fedele domestico che la raggiunse in fondo alle scale, la stordita si avviava a corte senza la spada, baldanzosa come il gran cerimoniere con la sua augusta mazza.

Capitolo 15

Tieni, Joannetti, gli dissi, riappendi il ritratto.

Mi aveva aiutato a pulirlo, e non aveva idea di tutto quanto ha dato origine al capitolo del ritratto, non più di che accada sulla luna. Era stato lui, di suo impulso, a porgermi la spugna umida, e a far percorrere alla mia anima, con quel gesto indifferente in apparenza, cento milioni di leghe in un attimo. Invece di rimetterlo a posto, indugiava a nettarlo a sua volta.

Una difficoltà, un problema da risolvere, gli davano un’aria di curiosità, che notai. Sentiamo, gli dissi, che hai da ridire su questo ritratto?

Oh nulla, signore! — Proprio nulla?

Egli lo poggiò ritto su un palchetto della mia scrivania; e, dopo essersi allontanato di qualche passo, disse: Vorrei che il signore mi spiegasse perché questo ritratto mi guarda sempre, in qualunque punto della camera mi trovi.

La mattina, quando rifaccio il letto, il suo viso si volge verso di me e, se mi avvicino alla finestra, continua a guardarmi, e mi segue con gli occhi mentre mi sposto.

Sicché Joannetti, gli dissi, se la camera fosse piena di persone, questa bella signora adocchierebbe da ogni lato e ogni persona contemporaneamente?

Certo, signore!

Sorriderebbe a chi va e a chi viene esattamente come a me?

Joannetti non rispose nulla.

Mi allungai sulla poltrona e, chinando il capo, mi lasciai andare alle più gravi meditazioni.

Quale illuminazione! Povero innamorato! Mentre tu ti consumi lontano dalla tua bella, che forse ti ha già sostituito, mentre avidamente fissi gli occhi nel suo ritratto e t’immagini (almeno in pittura) d’essere il solo guardato, — la perfida effigie, infedele come l’originale, volge i suoi sguardi su tutto ciò che l’attornia, e sorride a tutti.

È qui una rassomiglianza morale fra certi ritratti e il modello, la quale nessun filosofo, nessun pittore, nessun osservatore aveva ancora notata.

Procedo di scoperta in scoperta.

Capitolo 16

Joannetti era sempre nella sua posizione, in attesa della spiegazione che mi aveva chiesto. Tirai fuori la testa dalle pieghe del mio abito da viaggio, dove l’avevo cacciata per meditare a mio agio, e riprendermi dalle tristi riflessioni che avevo testé fatte.

Non vedi, Joannetti, gli dissi dopo un attimo di silenzio, e girando la poltrona dal suo lato, non vedi che un dipinto, essendo una superficie piana, i raggi luminosi che partono da ogni punto di tale superficie…?

Joannetti, a questa spiegazione, sgranò gli occhi, tanto che si vedeva tutt’intera la pupilla; inoltre, aveva la bocca semiaperta: due movimenti che nel volto umano indicano, secondo il celebre Le Brun, l’ultimo grado dello stupore.

Era stata probabilmente la mia bestia a intraprendere simile dissertazione; la mia anima sapeva fin troppo bene che Joannetti ignora affatto cosa sia una superficie piana e, ancor più, cosa siano dei raggi luminosi: dopo che la prodigiosa dilatazione delle sue palpebre mi aveva fatto tornare in me, rimisi la testa dentro il colletto del mio abito da viaggio, e ce la ficcai talmente, che riuscii a nasconderla quasi del tutto.

Decisi di pranzare in quel luogo: era mattina inoltrata, e un passo in più nella mia camera avrebbe portato a notte il mio pranzo. Mi lasciai scivolare fin all’orlo della poltrona e, dopo aver appoggiati tutt’e due i piedi sul focolare, aspettai pazientemente il pasto.

È, questa, una posizione deliziosa: sarebbe ben difficile, credo, trovarne un’altra che riunisca tanti vantaggi, e sia altrettanto comoda per le soste inevitabili in un viaggio lungo.

Non c’è volta che Rosine, la mia fedele cagna, non venga a tirarmi le falde dell’abito da viaggio, perché la prenda su di me; trova un letto pronto e comodissimo alla sommità dell’angolo formato delle due parti del mio corpo: una V consonante rappresenta a meraviglia la mia posizione.

Rosine si lancia sopra di me, se non la prendo in fretta come desidera. Spesso me la trovo lì, senza sapere come c’è arrivata. Le mie mani si dispongono da sole nel modo più acconcio al suo benessere, o perché c’è simpatia fra quell’amabile bestia e la mia, o perché a decidere è il caso soltanto; — ma io non credo affatto al caso, a questo triste sistema, — a questa parola che non significa niente. Crederei piuttosto nel magnetismo; — crederei piuttosto nel martinismo. No, non ci crederò mai.

Sono così reali i rapporti esistenti fra i due animali, che, quando per pura distrazione appoggio tutt’e due i piedi sul focolare, quando l’ora del pranzo è ancor lontana e non penso affatto a far tappa, Rosine, che assiste a questo movimento, tradisce nondimeno il piacere che prova, scodinzolando leggermente; la discrezione la fa restare dov’è, e l’altra, che se ne avvede, le è grata per questo: anche se incapaci di ragionare sulla causa che lo produce, fra loro sii stabilisce così un dialogo muto, un piacevolissimo rapporto di sensazione che non potrebbe esser mai attribuito al caso.

Capitolo 17

Non mi si rimproveri di diffondermi in particolari; è un costume dei viaggiatori. Quando si parte per la scalata del Monte Bianco, quando si va a visitare la vasta apertura della tomba di Empedocle, non si omette mai di descrivere esattamente le più minute circostanze: il numero delle persone, dei muli, il genere di provviste, l’ottimo appetito dei viaggiatori; perfino i passi falsi delle cavalcature, tutto insomma viene accuratamente registrato nel diario, a istruzione dell’universo dei sedentari.

Conformemente a tale principio, ho risolto di parlare della mia cara Rosine, amabile animale che amo di vero amore, e di dedicarle un capitolo intero.

Dopo sei anni che viviamo insieme, non c’è stato il minimo raffreddamento fra noi e, anche se fra me e lei è insorto qualche piccolo alterco, confesso sinceramente che il torto maggiore è sempre stato da parte mia, e che Rosine ha sempre fatto il primo passo per una riconciliazione.

Se è stata rimproverata una sera, si ritira mogia e senza brontolare: il giorno dopo, allo spuntar della luce, essa è accanto al mio letto, con atteggiamento rispettoso e, al minimo movimento del suo padrone, al minimo segno di risveglio, annuncia la sua presenza con rapidi battiti della coda sul mio tavolino da notte.

E perché dovrei negare il mio affetto a quest’essere carezzevole che non ha mai smesso d’amarmi da che abbiamo incominciato a vivere insieme?

La mia memoria non basterebbe a fare il computo delle persone che si sono interessate a me, e mi hanno dimenticato. Ho avuto qualche amico, diverse amorose, una caterva di relazioni e, ancor più, di conoscenze; — e adesso non rappresento più nulla per tutta questa gente, che ha dimenticato perfino il mio nome.

Quante assicurazioni, quante offerte di servigi! Potevo contare sulle loro ricchezze, su un’amicizia eterna e senza riserve!

La mia cara Rosine, che non mi ha mai offerto servigi, mi rende il servigio più grande che si possa rendere all’umanità: mi amava un tempo, e mi ama tuttora. E così, non ho affatto paura di dirlo, l’amo con una parte di quel sentimento che accordo agli amici.

Si dica pure ciò che si vuole.

Capitolo 18

Abbiamo lasciato Joannetti in atteggiamento di stupore, fermo dinanzi a me, che aspettava la fine della sublime spiegazione che avevo incominciata.

Quando vide che ficcavo d’un tratto la testa nella mia veste da camera, e così concludevo la mia spiegazione, non dubitò un istante che fossi rimasto impappinato per mancanza di buoni argomenti, e di avermi, conseguentemente, messo a terra con la difficoltà che mi aveva proposta.

Nonostante la superiorità che acquistò su di me, non avvertì il minimo moto d’orgoglio, e non cercò affatto di approfittare del suo sopravvento.

Dopo un attimo di silenzio, prese il ritratto, lo rimise a posto, e si ritirò piano in punta di piedi.

Sentiva che la sua presenza rappresentava per me una sorta di umiliazione, e la sua delicatezza gli suggerì di ritirarsi senza farmelo notare.

La sua condotta in tale occasione mi fece una viva impressione, e lo pose sempre più avanti nel mio cuore. Avrà probabilmente un posto in quello del lettore; e se qualcuno è insensibile da rifiutarglielo, dopo aver letto il capitolo che segue, a costui il cielo ha dato probabilmente un cuore di pietra.

Capitolo 19

Perdicoli! gli dissi un giorno, è la terza volta che vi ordino di comprarmi una spazzola. Che testone! che animale!

Non disse neanche una parola: non aveva detto nulla il giorno prima, a una sfuriata analoga. È così preciso! dicevo; non mi raccapezzavo più.

Andate a prendere un cencio per pulirmi le scarpe, gli dissi incollerito. Mentre andava, mi pentivo di averlo strapazzato così. Il mio corruccio svanì del tutto, quando vidi con che cura cercava di spolverarmi le scarpe senza toccar le calze: gli appoggiai la mano sopra, in segno di riconciliazione.

Come? dissi allora dentro di me, c’è degli uomini che lustrano per denaro le scarpe degli altri? La parola denaro fu per me un’improvvisa illuminazione. D’un tratto, mi sovvenne che da parecchio tempo non ne davo al mio domestico.

Joannetti, gli dissi ritirando il piede, avete denaro? Un mezzo sorriso di giustificazione apparve sulle sue labbra a questa domanda.

No, signore; son otto giorni che non ho un soldo; ho consumato per le vostre spesucce tutto ciò che avevo di mio.

E la spazzola?

È per questo, vero?…

Sorrise di nuovo.

Avrebbe potuto dire al suo padrone: «No, non sono affatto una testa vuota, un animale, come avete crudelmente chiamato il vostro fedele servitore. Pagatemi le 23 lire, i 10 soldi e i 4 danari che mi dovete, e vi comprerò la vostra spazzola».

Piuttosto che esporre il suo padrone a vergognarsi della sua collera, si lasciò maltrattare.

Il cielo lo benedica! Filosofi! cristiani! avete letto?

Tieni, Joannetti, gli dissi, tieni, corri a comprare la spazzola.

Ma signore, volete restare così, con una scarpa bianca e l’altra nera?

Va’ a comprare la spazzola, ti dico; lascia, lascia la polvere sulla scarpa.

Uscì: presi il cencio, e pulii deliziosamente la mia scarpa sinistra, sulla quale lasciai cadere una lacrima di pentimento.

Capitolo 20

Le pareti della mia camera sono guarnite di stampe e di quadri, che rabbelliscono in modo particolare. Vorrei con tutto il cuore che il lettore potesse esaminarli a uno a uno, per divertirsi e distrarsi lungo il cammino che dobbiamo ancora percorrere prima di giungere alla scrivania; ma spiegare un quadro con chiarezza, è impossibile come far un ritratto rassomigliante da una descrizione.

Come sarebbe commosso, per esempio, di contemplare la prima stampa che si presenta allo sguardo!

Vi vedrebbe l’infelice Carlotta che deterge lentamente e con mano trepida le pistole di Alberto.

Oscuri presentimenti, e tutte le angosce dell’amore senza speranza e senza consolazione, sono impressi nella sua fisionomia; mentre il freddo Alberto, circondato da fascicoli processuali e da ogni sorta di carte, si volta freddamente per augurare buon viaggio all’amico.

Quante volte ho avuta la tentazione di rompere il vetro sopra la stampa, per strappare al suo tavolo il siffatto Alberto; farlo a pezzi, metterlo sotto i piedi!

Ma ne resteranno sempre troppi, di Alberti, a questo mondo. Qual uomo sensibile non ha il suo, con cui è costretto a vivere, contro cui le effusioni dell’anima, le dolci commozioni del cuore e gli slanci dell’immaginazione vanno a infrangersi come i flutti sugli scogli?

Felice chi trova un amico con affinità di cuore e di mente; un amico che gli sia unito da una conformità di gusti, di sentimenti e di conoscenze; un amico che non sia tormentato dall’ambizione o dall’interesse; — che preferisca l’ombra di un albero alla pompa di una corte!

Felice chi possiede un amico!

Capitolo 21

Ne avevo uno; la morte me l’ha tolto; l’ha rapito all’inizio della sua carriera, proprio quando la sua amicizia era diventata un bisogno urgente per il mio cuore.

Ci sostenevamo a vicenda nelle penose fatiche della guerra; avevamo una sola pipa in due; bevevamo dalla stessa tazza; dormivamo sotto la stessa tenda e, nelle sciagurate circostanze in cui ci trovavamo, il luogo dove insieme vivevamo era per noi una nuova patria. L’ho visto alla mercé di tutti i pericoli della guerra, e di una guerra disastrosa.

Sembrava che la morte risparmiasse uno in riguardo all’altro; mille volte esaurì i suoi strali intorno a lui, senza colpirlo; ma era per rendermi più acuta la sua perdita. Il tumulto delle armi, l’entusiasmo che si impadronisce dell’anima di fronte al pericolo, avrebbero forse impedito alle sue grida di giungere al mio cuore.

La sua morte sarebbe stata utile al suo paese e funesta per i nemici: — l’avrei rimpianto meno; — ma perderlo in mezzo alle delizie di un quartiere d’inverno! vederlo spirare tra le mie braccia proprio quando sembrava scoppiare di salute; proprio quando il nostro legame diventava ancora più stretto nel riposo e nella tranquillità!

Ah non mi consolerò mai! Ma la sua memoria non vive più che nel mio cuore; non esiste più tra le persone della sua cerchia, che hanno trovato un sostituto; questo pensiero mi rende ancor più penoso il sentimento della sua perdita.

La natura, indifferente anche al destino degl’individui, rindossa la sua splendida veste di primavera, e si para di tutta bellezza intorno al cimitero dov’egli riposa. Gli alberi si ricoprono di foglie, e intricano i rami; gli uccelli cantano sotto il fogliame; ronzano le mosche tra i fiori; tutto respira la gioia e la vita nella dimora della morte; — e la sera, mentre la luna brilla in cielo e medito presso quel mesto luogo, odo il grillo continuar gaiamente il suo instancabile canto, nascosto sotto l’erba che copre la tomba silenziosa del mio amico. L’insensibile distruzione degli esseri e tutte le sventure dell’umanità non contano nulla nel grande tutto.

La morte di un uomo sensibile che spira in seno agli amici desolati, e quella di una farfalla che la fredda aria mattutina fa perire nel calice di un fiore, son due momenti analoghi nel corso della natura. L’uomo non è null’altro che fantasma, ombra, vapore che si dissolve nell’aria…

Ma l’albore del mattino comincia a imbiancare il cielo; i neri pensieri che mi inquietavano svaniscono con la notte, e la speranza rinasce nel mio cuore.

No, chi inonda così l’oriente di luce, non l’ha fatto certo splendere al mio sguardo per sprofondarmi ben presto nella notte del nulla. Chi distese quest’orizzonte immisurabile, chi innalzò questi massi enormi, indorati dal sole alle cime di ghiaccio, è lo stesso che ha comandato al mio cuore di battere e alla mia mente di pensare.

No, il mio amico non è certo entrato nel nulla; qualunque sia la barriera che ci separa, io lo rivedrò.

Non è certo sopra un sillogismo, che fondo la mia speranza.

Il volo di un insetto che attraversa l’aria basta a convincermi; e spesso l’aspetto della campagna, il profumo dell’aria e non so che incanto diffuso intorno a me elevano talmente i miei pensieri, che un’invincibile prova dell’immortalità entra violentemente nella mia anima e l’occupa tutta quanta.

Capitolo 22

Da tempo, il capitolo che ho scritto adesso, si presentava alla mia penna, e l’avevo sempre respinto. Mi ero ripromesso di lasciar vedere in questo libro solo il volto ridente della mia anima; ma tale proposito mi è mancato, come tanti altri: spero che il lettore sensibile mi perdoni di avergli chiesto qualche lacrima; e se qualcuno ritiene che in verità avrei potuto sopprimere questo triste capitolo, può strapparlo dalla sua copia, o gettar anche il libro nel fuoco.

Mi basta che ti sembri conforme al tuo cuore, mia cara Jenny, tu la migliore e più amata tra le donne: — tu la migliore e più amata tra le sorelle; a te dedico la mia opera; se ha la tua approvazione, avrà quella di ogni cuore sensibile e delicato; e se tu perdoni le stravaganze che ogni tanto mi sfuggono a mio malgrado, io sfido tutti i censori dell’universo.

Capitolo 23

Dirò solo due parole sulla stampa che segue.

Si tratta della famiglia del povero Ugolino che muore di fame: intorno a lui, uno dei figli è steso esanime ai suoi piedi; gli altri gli tendono le infiacchite braccia e gli chiedon pane, mentre il povero padre, appoggiato contro una colonna della prigione, rocchio fisso e stravolto, il viso immobile, — nell’orribile tranquillità che dà l’ultimo grado della disperazione, muore la sua morte e insieme quella di ogni figlio, e patisce tutto ciò che la natura umana può patire.

Prode cavaliere di Assas, eccoti spirare sotto cento baionette, per un atto estremo di coraggio, per un eroismo ormai ignoto ai giorni nostri!

E tu che piangi sotto le palme, povera negra! tu tradita, e abbandonata da un barbaro, che probabilmente non era inglese; — che dico? tu che da lui sei stata così crudelmente venduta come vile schiava a onta del tuo amore e dei tuoi servigi, a onta del frutto della tenerezza, che porti in seno, — non passerò certo davanti alla tua immagine senza renderti l’omaggio dovuto alla tua sensibilità e alle tue sventure!

Fermiamoci un attimo davanti a quest’altro quadro: una pastorella custodisce, sola sola, la sua greggia in cima alle Alpi: è seduta sopra un vecchio tronco di abete, abbattuto e sbiancato dagl’inverni; i piedi sono coperti dalle larghe foglie di un cespuglio di cacalia, il cui fiore lilla è alto sopra la sua testa.

La lavanda, il timo, Tanemone, la centaurea, ogni sorta di fiori che vengono coltivati con difficoltà nelle nostre serre e nei nostri giardini, e che nascono sulle Alpi in tutta la loro primitiva bellezza, formano lo splendido tappeto sul quale vagano le sue pecore.

Amabile pastora, dimmi: dove si trova il felice angolo di terra che tu abiti? da qual lontano ovile sei partita stamattina allo spuntar dell’aurora?

Non potrei venirci a vivere con te?

Ma, ahimè, la dolce tranquillità di cui godi non tarderà a svanire: il dèmone della guerra, non contento di desolare le città, verrà ben presto a portar l’inquietudine e lo spavento fin nel tuo solitario rifugio.

Già avanzano i soldati; li vedo inerpicarsi di monte in monte, e toccare le nubi.

Il rombo del cannone si fa udire nell’alta dimora del tuono.

Fuggi, pastora, affretta la greggia, nasconditi negli antri più remoti e selvaggi: non c’è più riposo su questa triste terra!

Capitolo 24

Non so come mi accada; da un po’ di tempo, i miei capitoli si concludono sempre su un tono sinistro. Invano, incominciandoli, fisso lo sguardo in qualche oggetto piacevole, — invano mi imbarco con la bonaccia, ben presto incappo in una burrasca che mi manda in deriva.

Per metter fine all’agitazione che non mi lascia padrone dei pensieri, e per placare i battiti del cuore, che tante tenere immagini han troppo agitato, non vedo altro rimedio che una dissertazione.

Sì, voglio mettere questo pezzo di ghiaccio sopra il mio cuore.

E la dissertazione sarà sulla pittura; non c’è proprio modo di dissertare su tutt’altro oggetto. Non riesco proprio a scendere dal punto dove ero montato poc’anzi: è lo stesso che il cavallo di battaglia di mio zio Tobia.

Vorrei dire alcune parole di sfuggita sulla questione della supremazia tra l’incantevole arte della pittura e quella della musica: sì, voglio mettere qualcosa sulla bilancia, non foss’altro che un granello di sabbia, un atomo.

Si dice, in favore del pittore, che egli lascia qualcosa dietro di sé; i suoi quadri gli sopravvivono, e immortalano la sua memoria.

Si risponde che anche i compositori di musica lasciano opere e concerti; — ma la musica è soggetta alle mode, la pittura no.

I brani musicali che intenerivano i nostri avoli son risibili per gli appassionati di oggi, e vengono inseriti nelle opere buffe per far ridere i nipoti di coloro che una volta facevano piangere.

I quadri di Raffaello incanteranno i nostri posteri, come ne furon rapiti i nostri antenati.

È questo, il mio granello di sabbia.

Capitolo 25

Ma che m’importa a me, mi disse un giorno madame de Hautcastel, se la musica di Cherubini o di Cimarosa è diversa da quella dei loro predecessori?

Che m’importa se la vecchia musica mi fa ridere, quando la nuova m’intenerisce deliziosamente?

È dunque indispensabile alla mia felicità, che i miei piaceri assomiglino a quelli della mia trisavola? E voi mi parlate della pittura! di un’arte che viene gustata solo da una classe ristretta di persone, mentre la musica incanta tutto quel che respira!

Non so bene ora, in questo momento, che cosa si potrebbe rispondere a quella osservazione, che non m’aspettavo nell’incominciare questo capitolo.

Se l’avessi prevista, forse non avrei intrapreso questa dissertazione. E non si giudichi ciò un trucco da musicista.

Non lo sono affatto, in parola d’onore; — no, non sono un musicista; mi sian testimoni il cielo e tutti quelli che m’hanno sentito suonare il violino.

Ma supponendo egual merito artistico in ambedue le parti, non bisognerebbe frettolosamente dedurre dal merito dell’arte il merito dell’artista.

Si vedon fanciulli suonare il clavicembalo da gran maestri; non si è mai visto un buon pittore di dodici anni. La pittura, oltre che il gusto e il sentimento, esige un cervello che pensa, del quale i musicisti possono far a meno. Ogni giorno si vedon uomini senza cervello e senza cuore, cavar suoni che rapiscono da un violino o da un’arpa.

Si può insegnare alla bestia umana a suonar il clavicembalo; e quando l’insegnamento viene da un buon maestro, l’anima può viaggiare a suo agio, mentre le dita vanno macchinalmente a cavar suoni nei quali essa non è affatto implicata.

Al contrario, sarebbe impossibile dipingere la cosa più semplice del mondo, senza l’impiego di tutte le facoltà dell’anima.

Se a qualcuno, però, venisse in mente di distinguere tra la musica composta e quella eseguita, confesso che mi metterebbe un po’ in difficoltà. Ahimè, se tutti i dissertatori fossero in buona fede, è così che finirebbero tutte le loro dissertazioni.

Incominciando a esaminare una questione, uno assume di solito un tono dogmatico perché in segreto ha già deciso, come in realtà io la pittura, nonostante la mia ipocrita imparzialità; ma la discussione suscita l’obiezione, — e tutto finisce in dubbio.

Capitolo 26

Adesso che sono più calmo, cercherò di parlare senza commozione dei due ritratti che vengono dopo il quadro della Pastora delle Alpi.

Raffaello! il tuo ritratto lo potevi dipingere solo tu. Chi altro avrebbe potuto osar l’impresa?

Il tuo volto aperto, sensibile, spirituale, rivela il tuo carattere e il tuo genio.

Per far contenta la tua ombra, ho posto accanto a te il ritratto della tua amante, alla quale ogni uomo d’ogni secolo chiederà eternamente conto delle opere sublimi di cui la tua prematura morte ha private le arti.

Quando esamino il ritratto di Raffaello, mi sento compenetrato da un rispetto quasi religioso verso quel grand’uomo che, nel fiore dell’età, aveva superata l’antichità tutta, e i quadri del quale fanno l’ammirazione e la disperazione degli artisti moderni.

La mia anima, nell’ammirarlo, prova un moto d’indignazione verso quell’Italiana, che preferì l’amore all’amante, e spense sul suo seno quella fiaccola celeste, quel genio divino.

Disgraziata! Non sapevi dunque che Raffaello aveva annunciato un quadro superiore a quello della Trasfigurazione?

Ignoravi di serrar tra le braccia il favorito della natura, il padre dell’entusiasmo, un sublime genio

un dio?

Mentre la mia anima fa queste osservazioni, la sua compagna, fissando attenta lo sguardo nel viso che vi rapisce di quella funesta bellezza, si sente prontissima perdonarle la morte di Raffaello.

Invano la mia anima le rimprovera la sua stravagante debolezza, non viene punto ascoltata.

Si stabilisce tra le due signore, in occasioni di tal sorta, un singolare dialogo, che si conclude troppo spesso col sopravvento del cattivo principio, del quale riservo un esempio per un altro capitolo.

Capitolo 27

Le stampe e i quadri di cui ho parlato adesso, impallidiscono e dileguano alla prima occhiata che si getta al quadro che segue; le opere immortali di Raffaello, di Correggio e di tutta la Scuola Italiana, non riuscirebbero a reggere il confronto. Così, lo tengo sempre come ultima cosa, come pezzo di riserva, quando procuro a qualche curioso il piacere di viaggiare con me; e posso assicurare che, da quando io mostro questo quadro sublime agl’intenditori e agl’ignoranti, alle persone di mondo, agli artisti, alle donne e ai bambini, agli animali perfino, ho sempre visto ogni qualunque spettatore dar segno, a modo suo, di piacere e di stupore, tanto mirabilmente v’è resa la natura.

Quale bel quadro vi si potrebbe mostrare, signori miei, eh? Quale spettacolo vi si potrebbe metter sotto gli occhi, il più certo della vostra approvazione, signore mie, se non la vostra stessa fedele rappresentazione? Il quadro di cui parlo è uno specchio, e finora nessuno s’è mai permesso di criticarlo; a tutti quelli che lo guardano, è un quadro perfetto sul quale non c’è niente da ridire.

Si dovrà convenire ch’è da annoverare fra le meraviglie della contrada per dove me ne vado a spasso.

Tacerò il piacere che prova il fisico a meditare sugli strani fenomeni della luce che rappresenta tutti gli oggetti della natura su quella levigata superficie. Lo specchio porge al viaggiatore sedentario mille interessanti riflessioni, mille osservazioni che ne fanno oggetto utile e prezioso.

Voi che l’Amore ha tenuti o tiene tuttora sotto il suo dominio, sappiate che è dinanzi a uno specchio che affila i suoi strali e medita le sue crudeltà; è lì che replica le sue manovre, studia le sue mosse, si prepara già alla guerra che vuol dichiarare; è lì che s’esercita ai dolci sguardi, agli attucci, ai bronci sapienti, come un attore s’esercita di fronte a se stesso prima di presentarsi in pubblico. Sempre imparziale e veritiero, uno specchio rinvia agli occhi dello spettatore le rose della gioventù e le rughe dell’età, senza calunniare e senza adular nessuno.

Solo fra tutti i consiglieri dei grandi, dice loro continuamente la verità.

Questa prerogativa mi aveva spinto a desiderare l’invenzione di uno specchio morale, dove tutti gli uomini potessero vedersi con i loro vizi e le loro virtù. Pensavo perfino di proporre un premio a qualche accademia per la scoperta, senonché mature riflessioni mi hanno dimostrato la sua inutilità.

Ahimè, è così raro che la bruttezza riconosca se stessa, e rompa lo specchio! Invano gli specchi si moltiplicano intorno a noi, e riflettono con esattezza geometrica la luce e la verità: nel momento che i raggi stanno per penetrare nel nostro occhio e dipingerci quali siamo, l’amor proprio fa scivolare tra noi e la nostra immagine il suo prisma ingannevole, presentandoci una divinità.

E di tutti i prismi che sono esistiti, dal primo uscito dalle mani dell’immortale Newton, nessuno ha posseduto una forza di rifrazione così potente, e produce colori così gradevoli e vivaci, come il prisma dell’amor proprio.

Ora, poiché i comuni specchi annunciano invano la verità, e ciascuno è contento del suo aspetto; poiché essi non sono in grado di far conoscere agli uomini le loro imperfezioni fisiche, a che servirebbe il mio specchio morale? Pochi vi getterebbero lo sguardo, e nessuno vi si riconoscerebbe, — salvo il filosofo.

E un poco ne dubito.

Prendendo lo specchio per quello che è, spero che nessuno mi biasimerà per averlo tenuto sopra tutti i quadri della Scuola Italiana. Le dame, che non avrebbero mai falso gusto, e la cui decisione dev’essere la regola di tutto, la prima occhiata di solito la gettano su quel quadro, quando entrano in un appartamento.

Ho visto mille volte delle dame, e perfino dei damerini, dimenticare al ballo i loro amanti e le loro amorose, la danza e tutti i piaceri della festa, per contemplare con spiccato compiacimento quel quadro incantatore, — e perfino onorarlo con un’occhiata ogni tanto, nel mezzo della più animata contraddanza.

Chi potrebbe dunque contestargli il rango che gli accordo fra i capolavori dell’arte di Apelle?

Capitolo 28

Ero giunto infine in prossimità della mia scrivania; allungando il braccio, avrei potuto finanche toccarne l’angolo più vicino, quando mi vidi sul punto di veder distrutto il frutto delle mie fatiche, e di perdere la vita.

Dovrei tacere l’incidente che mi capitò, per non scoraggiare i viaggiatori; ma è così difficile ribaltare dalla sedia di posta di cui mi servo, che si dovrà convenire che bisogna essere sfortunati al massimo grado, — sfortunati come me, per correre un pericolo simile.

Mi ritrovai disteso a terra, tutto ribaltato e rovesciato; e in modo così rapido e inopinato, che avrei avuto la tentazione di metter in dubbio il mio infortunio, se un intronamento del capo e un acuto dolore alla spalla sinistra non mi avessero fin troppo provato la sua autenticità.

Fu un altro tiro mancino della mia metà.

Spaventata dalla voce di un povero che chiese d’improvviso l’elemosina alla mia porta, e dall’abbaiare di Rosine, essa fece girare bruscamente la poltrona, prima che la mia anima avesse il tempo d’avvertirla che dietro mancava un mattone; l’impulso fu così violento, che la mia sedia di posta si trovò assolutamente fuori del suo centro di gravità, e mi si rovesciò sopra.

Confesso che è stata una delle occasioni in cui più ho avuto a lamentarmi della mia anima; invece di essere contrariata per l’assenza che aveva fatta poc’anzi, e di redarguire la compagna per la sua precipitazione, dimenticò se stessa, al punto di condividere il più animale risentimento e di trattare a male parole quel povero innocente.

Fannullone, andate a lavorare, gli disse (invettiva esecrabile, inventata dall’avara e crudele ricchezza!).

Il Signore, mi disse allora per intenerirmi, sono di Chambéry.

Peggio per voi.

Sono Jacques; quello che avete incontrato in campagna; quello che portava a pascolare le pecore…

Che venite a fare qui?

La mia anima incominciava a pentirsi della brutalità delle mie prime parole.

Credo, anzi, che se ne fosse pentita un istante prima che se le lasciasse scappare di bocca. Allo stesso modo, quando s’incontra di corsa inaspettatamente un fossato o un pantano, lo si vede, ma non si fa più in tempo a evitarlo.

Rosine mi ricondusse definitivamente al buon senso e al ravvedimento: aveva riconosciuto Jacques, che spesso aveva diviso con lei il pane e, facendogli festa, gli testimoniava il suo ricordo e la sua riconoscenza.

Nel frattempo, Joannetti, dopo aver raccolto gli avanzi del mio pranzo, che erano destinati al suo, senza esitare li diede a Jacques.

Povero Joannetti!

E così, nel mio viaggio, vado prendendo lezioni di filosofia e d’umanità dal mio domestico e dal mio cane.

Capitolo 29

Prima di andare oltre, voglio dissipare un dubbio che forse si è insinuato nell’animo dei miei lettori.

Non vorrei, per nessuna cosa del mondo, che si sospettasse che io abbia intrapreso questo viaggio solo perché non sapevo che fare, e forzato, in qualche modo, dalle circostanze: qui affermo, e giuro su tutto ciò che ho di caro, che avevo disegno di intraprenderlo molto tempo prima dell’avvenimento che per quarantadue giorni mi ha privato della libertà. Questo isolamento forzato non fu che l’occasione per mettermi in cammino più presto.

So che l’attestazione gratuita che faccio qui, a certuni parrà sospetta; — ma so pure che le persone sospettose non leggeranno questo libro; — hanno già abbastanza da fare a casa loro, e dei loro amici, hanno ben altre occupazioni, — e le brave persone mi crederanno.

Convengo però che avrei preferito impegnarmi in questo viaggio in un periodo diverso, e che, per compierlo, avrei scelto la quaresima anziché il carnevale; tuttavia, alcune riflessioni filosofiche ispiratemi dal cielo mi hanno aiutato molto a sopportare la privazione della folla di piaceri che Torino offre in questo tempo di chiasso e di agitazione.

È più che certo, dicevo fra me, che le pareti della mia camera non sono sfarzosamente addobbate come quelle d’una sala da ballo: il silenzio del mio stambugio non vale il piacevole chiasso della musica e della danza; ma tra i brillanti personaggi che s’incontrano in siffatte feste, ce n’è sicuramente di più annoiati di me.

E perché dovrei soffermarmi a considerar quelli che sono in una situazione più piacevole, quando il mondo pullula di gente più infelice di quanto io sia nella mia?

Invece di trasferirmi con l’immaginazione in quel magnifico casino, dove tante bellezze sono eclissate dalla giovane Eugénie, per scoprirmi felice non ho che da fermarmi un istante lungo le vie che conducono lì.

Un mucchio di sventurati, distesi seminudi sotto i portici di quei sontuosi appartamenti, sembran prossimi a spirare per il freddo e la miseria.

Quale spettacolo! Vorrei che questa pagina del mio libro fosse conosciuta da tutto l’universo; vorrei che si sapesse che in questa città, dove ogni cosa respira di opulenza, nelle notti più fredde dell’inverno una folla d’infelici dorme allo scoperto, il capo appoggiato sopra un paracarro, o la soglia d’un palazzo.

Qui è un gruppo di bambini stretti l’uno all’altro per non morir di freddo.

Lì è una donna che trema, e non ha voce per lamentarsi.

I passanti vanno e vengono, senza commuoversi per uno spettacolo cui sono abituati.

Il rumore delle carrozze, la voce dell’intemperanza, i seducenti suoni della musica, a volte si mischiano alle grida di quegl’infelici, e formano un’orribile dissonanza.

Capitolo 30

Chi si affrettasse a giudicare una città dal capitolo precedente, si ingannerebbe assai. Ho parlato dei poveri che vi si trovano, delle loro grida pietose, e dell’indifferenza di certe persone nei loro confronti; ma non ho detto niente della folla di uomini caritatevoli che dormono mentre gli altri si divertono, che si alzano allo spuntar del giorno e vanno a soccorrere la sventura, senza testimoni e senza ostentazione. No, non lo passerò sotto silenzio: — voglio scriverlo sul retro della pagina che tutto l’universo deve leggere.

Dopo aver diviso così la loro fortuna coi loro fratelli, dopo aver versato il balsamo in quei cuori afflitti dal dolore, mentre il vizio stracco dorme sopra al piumino, essi vanno in chiesa a porgere le loro preghiere a Dio, e ringraziarlo dei suoi benefici; la luce della lampada solitaria lotta ancora nel tempio con quella del giorno che nasce, ed essi sono già prosternati ai piedi dell’altare; — e l’Eterno, irritato della durezza e dell’avarizia degli uomini, trattiene la sua folgore pronta a colpire.

Capitolo 31

Nel mio viaggio, ho voluto dir qualcosa di quegl’infelici, perché il pensiero della loro miseria è venuto spesso a distrarmi durante il cammino. A volte, impressionato dalla differenza della loro condizione e della mia, fermavo d’un tratto la mia berlina, e la mia camera mi pareva imbellita prodigiosamente. Che lusso inutile! Sei sedie! due tavoli! una scrivania! uno specchio! Che ostentazione! Il mio letto specialmente, il mio letto bianco e rosa, e i miei due materassi, mi sembravano sfidare la magnificenza e la mollezza dei monarchi dell’Asia.

Queste riflessioni mi rendevano indifferenti i piaceri che mi erano stati interdetti. E, una riflessione dopo l’altra, era tale il mio accesso di filosofia, che avrei potuto veder un ballo nella camera accanto e sentire il suono dei violini e dei clarinetti, senza muovermi dal mio posto; — avrei potuto sentire con questi orecchi la melodiosa voce di Marchesini, una voce per la quale sono stato così spesso fuori di me, — sì, avrei potuto sentirla senza scrollarmi: — dico di più, avrei potuto guardare senza la minima emozione la donna più bella di Torino; Eugénie in persona, agghindata da capo a piedi dalle mani della signorina Rapous.

Ma di questo non sono ben sicuro.

Capitolo 32

Ma permettetemi una domanda, signori: ai balli o a teatro, vi divertite come una volta?

Per me, vi confesso che da un po’ di tempo ogni adunanza numerosa m’ispira un certo terrore.

Mi assale una sinistra fantasia.

Invano mi sforzo di scacciarla, ritorna sempre, come quella di Athalie.

Forse accade perché l’anima, inondata oggi da oscuri pensieri e da scene strazianti, dovunque trova motivi di tristezza, — come uno stomaco guasto converte in veleno gli alimenti più sani.

Comunque sia, la mia fantasia è questa: — Quando mi trovo in una di quelle feste, in mezzo a quella folla d’uomini amabili e carezzevoli che ballano, cantano — piangono alle tragedie, esprimono solo gioia, franchezza e cordialità, dico tra me: — E se in questa civile adunanza entrasse d’un tratto un orso bianco, un filosofo, una tigre, o un altro animale del genere, che, montato in orchestra, esclamasse con voce forsennata: «Poveri infelici! ascoltate la verità che vi parla attraverso la mia bocca; siete oppressi, tiranneggiati; siete infelici; vi annoiate.

Uscite da questo letargo!

«Voi, musicisti, per prima cosa rompetevi in capo gli strumenti; ciascuno si armi di un pugnale: smettetela di pensare agli svaghi e alle feste; salite nei palchi, scannate

tutti; le donne immergano pure le timide mani nel sangue!

«Uscite, siete liberi, strappate il vostro re dal suo trono, e il vostro Dio dal suo santuario!»

Ebbene, ciò che la tigre ha detto, quanti fra quegli uomini affabili l’eseguiranno?

Quanti ci stavano forse pensando, prima del suo ingresso? Chi lo sa.

Non si stava ballando a Parigi, cinque anni fa?

Chiudete porte e finestre, Joannetti.

Non voglio più vedere la luce; nessuno entri nella mia camera; — mettetemi la sciabola a portata di mano; — uscite anche voi, e non comparitemi più innanzi!

Capitolo 33

No, no, resta, Joannetti; resta, povero ragazzo; anche

tu, Rosine mia, tu che indovini le mie pene, e le lenisci con le tue carezze; vieni, Rosine mia; vieni.

V consonante e sosta.

Capitolo 34

La caduta dalla mia sedia di posta ha reso al lettore il servizio d’abbreviare di una buona dozzina di capitoli il mio viaggio, poiché, rialzandomi, mi trovai dirimpetto e prossimo alla mia scrivania, e non ebbi più il tempo di far delle riflessioni sulla quantità di stampe e di quadri che avevo ancora da scorrere, e che avrebbero potuto allungare le mie escursioni in campo pittorico.

Lasciando quindi a destra i ritratti di Raffaello e della sua amante, il cavaliere di Assas e la Pastora delle Alpi, e proseguendo a sinistra a lato della finestra, si arriva alla mia scrivania: è il primo oggetto e il più appariscente che si offre allo sguardo del viaggiatore, seguendo la strada che ho indicata.

La sormontano alcuni palchetti che servono da biblioteca; — il tutto è coronato da un busto che termina la piramide, ed è l’oggetto che più contribuisce ad abbellire il paese.

Se uno tira il primo cassetto a destra, trova un astuccio per scrivere, fogli d’ogni genere, penne già temperate, ceralacca.

Tutte queste cose farebbero venir voglia di scrivere all’essere più indolente.

Sono certo, mia cara Jenny, che se per avventura ti capitasse di aprire questo cassetto, risponderesti alla lettera che ti scrissi l’anno scorso.

Nel cassetto corrispondente, giacciono ammassati alla rinfusa i materiali della storia commovente della Prigioniera di Pinerolo, che leggerete presto, miei cari amici.

Tra i due cassetti c’è un vano dove butto le lettere via via che le ricevo; si trovan lì tutte quelle che ho ricevute da dieci anni a questa parte; le più vecchie sono ordinate, secondo la data, in diversi pacchetti; le recenti sono un guazzabuglio; me ne restano diverse che risalgono alla mia prima giovinezza.

Che piacere, rivedere in queste lettere le situazioni commoventi dei nostri anni verdi, esser di nuovo trasportati in quei tempi felici, che non rivedremo più!

Oh com’è pieno il mio cuore! come gioisce tristemente, quando i miei occhi scorrono il foglio vergato da un essere che non esiste più! Sono i suoi caratteri: è il cuore che guidò la sua mano; è a me che scriveva questa lettera, e questa lettera è tutto ciò che mi rimane di lui!

Quando stendo la mano in quella nicchia, è raro che me ne stacchi quel giorno. Come quando un viaggiatore attraversa rapidamente alcune provincie d’Italia, facendo in fretta qualche superficiale osservazione, e si fermai per mesi interi a Roma.

È la vena più ricca della miniera che coltivo.

Che cambiamento nelle mie idee e nei miei sentimenti! che diversità nei miei amici!

Se li esamino allora e oggi, li vedo inquietarsi a morte per progetti che adesso non li toccano più. Vedevamo come una grande disgrazia un certo avvenimento; — ma manca la fine della lettera, e l’avvenimento è dimenticato del tutto; non posso più sapere di che si trattava.

Mille pregiudizi ci angustiavano; il mondo e gli uomini ci eran totalmente ignoti; ma pure, che calore nel nostro rapporto! che intimo legame! che fiducia senza limiti!

Eravamo felici a causa dei nostri errori.

E adesso: Ah non è più così! abbiam dovuto leggere, come gli altri, nel cuore umano; — e la verità, cadendo come una bomba in mezzo a noi, ha distrutto per sempre il palazzo incantato dell’illusione.

Capitolo 35

Dipenderebbe solo da me fare un capitolo su questa rosa secca, eccola, se l’argomento meritasse la pena: è un fiore del carnevale dell’anno scorso. Io stesso andai a coglierla nelle serre del Valentino, e la sera, un’ora prima del ballo, pieno di speranza e piacevolmente eccitato, andai a offrirla a madame de Hautcastel. Ella la prese, — la posò sulla specchiera senza guardarla, e senza guardare neanche me.

Ma come avrebbe potuto prestarmi attenzione? Era occupata a guardare se stessa. Ritta dinanzi a un grande specchio, tutta pettinata, dava l’ultima mano alla sua acconciatura; era così assai preoccupata, la sua attenzione era così interamente assorbita da nastri, veli di garza e fiocchi di tutte le sorte ammonticchiati dinanzi a lei, che non ottenni neanche uno sguardo, un cenno.

Mi rassegnai: reggevo umilmente alcuni spilli belli pronti, allineati nella mia mano; ma trovandosi il suo cuscinetto più a sua portata, ella li prendeva dal cuscinetto, — e, se tendevo la mano, li prendeva dalla mia mano — indifferentemente; — e, per prenderli, andava tastando, senza staccare gli occhi dallo specchio, dal timore di perdersi di vista.

Per un po’ di tempo ressi un secondo specchio dietro di lei, per farle giudicar meglio la sua acconciatura; e, replicandosi la sua fisionomia da uno specchio all’altro, vidi allora una prospettiva di civette, nessuna delle quali mi prestava attenzione. Insomma, devo confessarlo? facevamo, la mia rosa e io, una ben triste figura.

Finii per perdere la pazienza e, non potendo più resistere al disappunto che mi divorava, posai lo specchio che reggevo in mano e uscii con aria adirata, e senza commiato.

Ve ne andate? mi disse girandosi da un lato per guardarsi la vita di profilo.

Non risposi nulla; ma rimasi un po’ di tempo in ascolto sulla porta, per sapere che effetto avrebbe fatto la mia brusca uscita.

Non vedete, diceva alla sua cameriera dopo un attimo di silenzio, non vedete che questo caraco è troppo, troppo largo alla vita, specialmente in basso, e che bisogna fare una basta con gli spilli?

Come, e perché, questa rosa secca si trovi qui, su un palchetto della mia scrivania, è cosa che non dirò di certo, perché ho già dichiarato che una rosa secca non merita un capitolo.

Notate bene, signore mie, che non faccio nessuna riflessione sull’avventura della rosa secca. Non sto a dire che madame de Hautcastel abbia fatto bene o male a preferir la sua acconciatura a me, né che avessi diritto a esser ricevuto diversamente.

Ancor più mi guardo di dedurne conseguenze generali sulla realtà, la forza e la durata dell’affetto delle signore ai loro amici.

Mi contento di gettar questo capitolo (visto che ormai c’è), di gettarlo, dico, nel mondo, insieme col resto del viaggio, senza rivolgerlo a nessuno, e senza raccomandarlo a nessuno.

Aggiungerò solo un consiglio per voi, signori: mettetevi bene in testa che il giorno del ballo la vostra amata non è più vostra.

Il momento che incomincia l’acconciatura, l’amante non è più che un marito, e il ballo solo diventa l’amante.

Ogni persona al mondo sa fin troppo bene cosa ci ricava un marito a voler farsi amare per forza; quindi, prendete il vostro male con pazienza e a riso.

E non fatevi illusioni, signor mio: se al ballo voi siete benvisto, non è in qualità di amante, poiché siete un marito; è che fate parte del ballo e, di conseguenza, siete una particella della sua nuova conquista; siete una frazione decimale di amante; o è che ballate bene e la farete brillare; in definitiva, la cosa più lusinghiera che ci possa esser per voi nella buona accoglienza che vi ha fatta, è la speranza da parte sua di suscitare, dichiarando suo amante un uomo del vostro merito, l’invidia delle amiche; senza questa considerazione, non vi guarderebbe neppure.

Siamo intesi, allora; dovete rassegnarvi, e aspettare che finisca la parte del marito.

Conosco più d’uno che vorrebbe cavarsela con così poco.

Capitolo 36

Ho promesso un dialogo fra la mia anima e l’altra; ci son però certi capitoli che mi sfuggono, ma piuttosto ce n’è d’altri che scorrono dalla mia penna come a mio malgrado, e sviano i miei progetti; nel novero è compreso quello della mia biblioteca, che abbrevierò più che posso.

I quarantadue giorni stanno per finire, e un eguale spazio di tempo non basterebbe per terminare la descrizione del ricco paese dove così piacevolmente viaggio.

La mia biblioteca è dunque composta di romanzi, debbo pur dirvelo, — sì, di romanzi, e di alcuni poeti scelti.

Come non avessi abbastanza mali, partecipo volontariamente anche di quelli di mille personaggi immaginari, e li sento intensamente così come i miei: quante lacrime non ho versate per quell’infelice Clarissa e per l’amante di Carlotta!

Ma se in tal modo cerco finti tormenti, in quel mondo immaginario io trovo in compenso la virtù, la bontà, il disinteresse, che non ho ancora trovati uniti nel mondo reale dove esisto.

Vi trovo una donna quale la desidero, senza malumore, senza leggerezza, senza finzione: non dico nulla della bellezza; fidatevi della mia immaginazione: la faccio così bella, che non vi è nulla da ridire. Poi, chiudendo il libro, che non corrisponde più alle mie idee, la prendo per mano, e insieme percorriamo un paese mille volte più delizioso di quello dell’Eden. Qual pittore potrebbe raffigurare il paesaggio incantato dove ho posta la divinità del mio cuore! e quale poeta potrà mai descrivere le vive e varie sensazioni che provo in quelle regioni incantate?

Quante volte non ho maledetto quel Cleveland, che a tutti i momenti va a imbarcarsi in nuove disavventure, che potrebbe evitare!

Non riesco a sopportare quel libro, e quelle calamità a catena; ma se per distrazione io l’apro, devo divorarlo fino in fondo.

Come lasciare quel pover uomo presso gli Abaquis? che sarebbe di lui con quei selvaggi? ancor meno oso abbandonarlo durante la corsa che fa per liberarsi dalla prigionia.

Alla fine, entro talmente nelle sue pene, prendo così interesse di lui e della sua sventurata famiglia, che l’improvvisa apparizione dei feroci Ruintons mi fa rizzare i capelli; sudo freddo quando leggo quel passo, e il mio spavento è vivo e reale, come se dovessi esser io stesso arrostito e mangiato da quelle canaglie.

Quando ho pianto e fatto all’amore abbastanza, cerco qualche poeta, e riparto per un altro mondo.

Capitolo 37

Dalla spedizione degli Argonauti fino all’assemblea dei Notabili, dal fondo estremo dell’inferno fino all’ultima stella fissa oltre la via lattea, fino ai confini dell’universo, fino alle porte del caos, quest’è il vasto campo che percorro in lungo e in largo, e con tutto comodo; il tempo non mi manca, al pari dello spazio. È là che io trasporto la mia esistenza, appresso a Omero, Milton, Virgilio, Ossian, eccetera.

Tutte le cose che sono avvenute fra quelle due epoche, tutti i paesi, tutti i mondi e tutti gli esseri che sono esistiti fra quei due termini, tutto è mio, tutto mi appartiene altrettanto, altrettanto legittimamente, quanto appartenevano a un certo ateniese i vascelli che entravano nel Pireo.

Amo, fra tutti, i poeti che mi trasportano nella più remota antichità: la morte dell’ambizioso Agamennone, i furori di Oreste e tutta la tragica storia della famiglia degli Atridi, perseguitata dal cielo, mi ispirano un terrore che gli avvenimenti moderni non saprebbero in me generare.

Ecco l’urna fatale che contiene le ceneri di Oreste. Chi non fremerebbe a quella vista? Elettra! infelice sorella, calmati: è Oreste medesimo che porta l’urna, e le ceneri son quelle dei suoi nemici!

Non si trovano più, ora, sponde simili a quelle del Xanto o dello Scamandro; — non si vedono più piane come quelle dell’Esperia o dell’Arcadia. Dove sono oggidì le isole di Lemno e di Creta? Dov’è il famoso labirinto? Dov’è lo scoglio che Arianna abbandonata bagnava di lacrime?

Non si vedono più Tesei, ancor meno Ercoli; gli uomini, e perfino gli eroi d’oggidì, sono dei pigmei.

Quando poi voglio concedermi una scena entusiasmante, e gioire di tutte le forze della mia immaginazione, mi appiglio arditamente alle pieghe della fluttuante veste del sublime cieco di Albione, nel momento che si slancia in cielo e osa accostarsi al trono dell’Eterno.

Quale musa ha potuto sorreggerlo a quell’altezza, dove nessun uomo prima di lui aveva osato volgere lo sguardo?

Dalle fulgide soglie celesti che l’avaro Mammone guardava con occhi invidiosi, passo orripilato alle vaste caverne della dimora di Satana; — assisto al consiglio infernale, mi mescolo tra la folla degli spiriti ribelli, e ascolto i loro discorsi.

Ma devo confessare qui una debolezza che spesso mi sono rimproverata.

Non riesco a impedirmi di pigliar un certo interesse per quel povero Satana (parlo del Satana di Milton), dopo che è stato così precipitato dal cielo. Anche se disapprovo l’ostinazione dello spirito ribelle, confesso che la fermezza da lui dimostrata nell’apice della disgrazia e la grandezza del suo coraggio, mi forzano a ammirarlo mio malgrado.

Benché non ignori le disgrazie derivate dalla funesta impresa che lo portò a forzare le porte dell’inferno per andar a turbare la convivenza dei nostri primi progenitori, per quanto io faccia, non riesco a desiderare un momento di vederlo perire, cammin facendo, nella confusione del caos.

Credo perfino che l’aiuterei volentieri, se non mi trattenesse la vergogna. Seguo tutti i suoi movimenti, e mi piace viaggiar con lui, come fossi in buona compagnia.

Ho un bel riflettere che dopo tutto è un DIAVOLO, che egli è in cammino per dannare il genere umano, che egli è un vero democratico, come quelli di Parigi, no di Atene: tutto questo non riesce a guarirmi della mia prevenzione.

Che vasto progetto! e che ardimento nell’esecuzione!

Quando le ampie e triplici porte dell’inferno si furon di colpo aperte a due battenti dinanzi a lui, e la profonda fossa del nulla e della notte fu apparsa sotto ai suoi piedi in tutto il suo orrore, — egli misurò con occhio intrepido il cupo regno del caos; e, senza esitare, aprendo le vaste ali che avrebbero potuto coprire un esercito intero, si precipitò nell’abisso.

Il più audace non ce la farebbe: scommetto quattro contr’uno.

Secondo me, è anche uno dei più begli sforzi d’immaginazione; e uno dei più bei viaggi che siano mai stati fatti, — dopo il viaggio intorno alla mia camera.

Capitolo 38

Non finirei più, se volessi descrivere la millesima parte dei singolari avvenimenti che mi capitano quando viaggio nei pressi della mia biblioteca; i viaggi di Cook e le osservazioni dei suoi compagni di viaggio, il dottor Banks e il dottor Solander, sono niente in confronto delle mie avventure in quest’unico distretto: credo, così, che vi trascorrerei la vita in una specie di rapimento, se non ci fosse il busto di cui ho detto, nel quale finiscono sempre per fissarsi i miei occhi e i miei pensieri, quali siano le condizioni della mia anima; e, quando essa è eccessivamente inquieta o si abbandona allo scoramento, non devo far altro che guardare il busto per rimetterla nel suo assetto naturale: è il diapason con cui accordo raccozzo mutevole e discorde di sensazioni e percezioni che forma la mia esistenza.

Com’è rassomigliante!

Son proprio i lineamenti che la natura aveva dati al più virtuoso degli uomini. Ah se lo scultore avesse potuto render visibile la sua anima eccellente, il suo genio e il suo carattere!

Ma che sto dicendo? È qui il luogo per fare il suo elogio? A chi lo rivolgo, agli uomini che mi stanno d’intorno? Ma che importanza ha per loro? Mi contento di prosternarmi dinanzi alla tua cara immagine, o migliore fra i padri!

Ahimè! questa immagine è tutto ciò che mi resta di te e della mia patria; hai lasciato questa terra allora che il crimine si apprestava a invaderla; e sono tali i mali con cui ci opprime, che la tua famiglia medesima è oggi costretta a guardare alla tua perdita come a un bene.

Quanti mali ti avrebbe fatti sopportare una più lunga vita! Padre mio! ti è nota la sorte della tua numerosa famiglia, nella tua felice dimora? lo sai che i tuoi figli sono esuli da quella patria che per sessanta anni hai servita con tanto zelo e tanta integrità? lo sai che non è permesso loro di visitare la tua tomba?

Ma la tirannia non è riuscita a strappar loro la parte più preziosa della tua eredità, il ricordo delle tue virtù e la forza del tuo esempio: in mezzo al torrente criminale che trascinava nel gorgo la loro patria e le loro fortune, essi sono rimasti immutabilmente uniti nella traccia che avevi segnata loro; e quando potranno prosternarsi ancora sopra le tue venerate ceneri, sempre saranno riconosciuti.

Capitolo 39

Ho promesso un dialogo, mantengo la parola.

Era mattina al cominciar del giorno: i raggi del sole indoravano la vetta del Monviso, come pure dei monti più alti dell’isola che si trova ai nostri antipodi; ed essa si era già svegliata, sia che il risveglio prematuro fosse effetto delle visioni notturne che la mettono sovente in una agitazione stancante quanto inutile, sia che la causa occulta del risveglio fosse il carnevale che allora volgeva alla fine, ché questo periodo di piaceri e di follie influenza l’organismo umano al pari delle fasi della luna e della congiunzione di certi pianeti.

Essa era insomma sveglia sveglissima, quando la mia anima stessa si sciolse dai vincoli del sonno.

Da tempo, questa partecipava confusamente delle sensazioni dell’altra; ma era ancora intrigata nelle gramaglie della notte e del sonno; e queste gramaglie le sembravano mutarsi in veli di garza, in linone, in tela d’India.

La mia povera anima era quindi come involtata in tutto questo apparato; e il dio del sonno, per trattenerla ancor più fortemente nel suo regno, ai propri vincoli aggiungeva trecce di biondi capelli in disordine, nastri annodati, collane di perle: una pietà, il suo dibattersi in quelle reti, a chi l’avesse vista.

L’agitazione della parte più nobile di me stesso si comunicava all’altra, e questa, a sua volta, agiva potentemente sulla mia anima.

Ero pervenuto, tutto quanto, a uno stato difficile a descrivere, quando infine la mia anima, o per sagacità o per caso, trovò la maniera di liberarsi dai veli di garza che la stavano soffocando.

Non so se scoprì un’apertura, o semplicemente si provò a sollevarli, com’è più naturale; fatto sta che trovò l’uscita del labirinto. Le trecce dei capelli in disordine eran sempre lì; ma non più come un ostacolo, bensì come un mezzo: la mia anima lo afferrò, come si aggrappa all’erbe della riva un uomo che anneghi; ma durante l’azione la collana di perle si ruppe, e le perle, sfilandosi, rotolarono sul divano e indi sull’impiantito di legno di madame de Hautcastel; la mia anima, infatti, per una bizzarria della quale sarebbe difficile render ragione, si immaginava di essere presso di quella signora: un gran mazzo di viole cadde per terra, e la mia anima, svegliandosi allora, ritornò presso di sé, portandosi dietro la ragione e la realtà.

Come si può immaginare, disapprovò con forza tutto ciò che era accaduto in sua assenza, e qui incomincia il dialogo che è l’argomento di questo capitolo.

Mai la mia anima era stata così malamente accolta. I rimproveri che si permise di rivolgere in quel momento critico finirono di metter discordia in famiglia: fu una rivolta, un’insurrezione secondo le regole.

Come? disse la mia anima, durante la mia assenza, invece di riprender le forze con un sonno tranquillo, e rendervi con questo più atta a eseguire i miei ordini, non vi | peritate insolentemente (il termine era un po’ forte) di lasciarvi andare a moti che la mia volontà non ha sanciti! Èì così?

Poco avvezza a quel tono altezzoso, l’altra subito replicò in collera:

«Vi spetta, SIGNORA (per allontanare dalla discussione ogni idea di familiarità), vi spetta darvi arie di decenza e di virtù! Non è forse ai vostri sbalzi d’immaginazione e alle vostre stravaganti idee, che devo tutto ciò che vi dispiace in me, eh? Perché non eravate qui?

Perché dovreste aver il diritto di godere senza di me, nei frequenti viaggi che fate da sola?

Ho mai disapprovato le vostre sedute nell’empireo o nei Campi Elisi, le vostre conversazioni con le intelligenze, le vostre profonde speculazioni (un po’ di canzonatura, come si vede), i vostri castelli in aria, i vostri sublimi sistemi? e io, quando mi abbandonate così, non avrei il diritto di godere dei benefici che la natura mi accorda, e dei piaceri che mi offre!».

La mia anima, sorpresa da tanta vivacità ed eloquenza, non sapeva che rispondere. Per aggiustare le cose, tentò di coprire col velo della benevolenza i rimproveri che essa si era permessi; e, per non aver l’aria di fare il primo passo verso la riconciliazione, pensò di assumere egual tono cerimonioso.

«SIGNORA», disse a sua volta con affettata cordialità… (Se il lettore ha trovato fuor di luogo tale parola quand’era rivolta alla mia anima, che dirà ora, se alcun poco vuole rammentarsi l’oggetto della disputa? La mia anima non si rese conto di quanto fosse ridicolo quel modo di parlare, a tal punto la passione offusca l’intelligenza!)

«SIGNORA, disse dunque, vi assicuro che niente mi farebbe piacere come il vedervi gustare tutti i piaceri di cui la vostra natura è suscettiva, anche nel caso che io non vi pigliassi parte, se codesti piaceri non fossero nocivi e non alterassero l’armonia che…»

Qui, la mia anima fu interrotta vivacemente:

«No, no, non sono affatto lo zimbello della vostra ipotetica benevolenza: — il soggiorno forzoso che noi facciamo insieme in questa camera dove viaggiamo; la ferita che ho ricevuta, che quasi per poco non mi distruggeva e ancora sanguina, tutto questo non è frutto del vostro stravagante orgoglio e dei vostri barbari pregiudizi? Il mio benessere e la mia esistenza medesima non contano niente quando siete tratta dalle vostre passioni, — e voi asserite di interessarvi di me, e i vostri rimproveri verrebbero dall’amicizia!»

La mia anima vide bene di non sostenere la parte più bella in quell’occorrenza: — del resto, incominciava ad accorgersi che il fervore della disputa ne aveva soppressa la causa e, coll’occasione che Joannetti stava entrando nella camera, per fare una diversione gli disse: «Fate il caffè.»

Poiché il rumore delle tazze attrasse tutta l’attenzione dell’insorgente, in un istante dimenticò il resto. In questa maniera, mostrando ai bambini un balocco, si fa dimenticar loro le frutte malsane che chiedono pestando i piedi.

Mentre l’acqua si scaldava, pian piano mi assopii. Gustavo quell’incantevole piacere sul quale ho intrattenuto i miei lettori, che uno prova quando si sente dormire. Il gradevole rumore che Joannetti faceva battendo con la caffettiera sopra l’alare echeggiava nel mio cervello, e faceva vibrare tutte le mie fibre sensitive, come una corda scossa d’arpa risuona all’ottava.

Infine, vidi come un’ombra dinanzi a me; aprii gli occhi: era Joannetti.

Ah che profumo! che piacevole sorpresa! il caffè! la panna! una piramide di pane abbrustolito!

Buon lettore, fa’ colazione con me.

Capitolo 40

Che ricco tesoro di godimenti la buona natura ha largito agli uomini il cui cuore sa godere! E che varietà, in quei godimenti! Chi potrà contare le loro innumerevoli gradazioni nei vari individui e nelle diverse età della vita?

Il vago ricordo di quelli della mia infanzia ancor mi fa trasalire. Se tentassi di dipinger quello che prova un giovane il cui cuore incomincia ad ardere di tutte le fiamme del sentimento?

In quell’età felice, in cui s’ignora ancora perfino il nome dell’interesse, dell’ambizione, dell’odio e di tutte le vergognose passioni che degradano e tormentano l’umanità; durante quell’età, ahi troppo corta! il sole brilla di un fulgore che non gli si ritrova più nel resto della vita.

L’aria è più pura; — le fontane sono più limpide e fresche; — la natura ha aspetti, i boschetti han sentieri che non si ritrovano più nell’età matura. Dio, come profumano quei fiori! come sono deliziosi quei frutti! di che colori s’adorna l’aurora!

Ogni donna è amabile e fedele; ogni uomo è buono, generoso e sensibile: dovunque s’incontra la cordialità, la franchezza e il disinteresse; nella natura non c’è che fiori, virtù e piaceri.

Il turbamento dell’amore e la speranza della felicità non ci inondano il cuore di sensazioni così vivide quanto varie?

Lo spettacolo della natura, la sua contemplazione nell’insieme e nei particolari, aprono davanti alla ragione un’immensa carriera di godimenti.

Librandosi sopra a quell’oceano di piaceri, ben presto l’immaginazione ne aumenta il numero e l’intensità; le diverse sensazioni si uniscono e si combinano per crearne di nuove; i sogni di gloria si confondono con i palpiti d’amore; la carità cammina al fianco dell’amor proprio, che le tende la mano; ogni tanto viene la malinconia a buttarci addosso le sue solenni gramaglie, e a mutar in piacere le nostre lacrime.

Insomma, le percezioni dell’intelletto, le sensazioni del cuore, e i ricordi medesimi dei sensi, sono per l’uomo delle fonti inesauribili di piaceri e di felicità.

Non ci si deve dunque meravigliare se il rumore che Joannetti faceva con la caffettiera sopra l’alare, e l’inattesa vista di una tazza di panna, abbian fatto su di me una così viva e grata impressione.

Capitolo 41

Indossai subito il mio abito da viaggio, dopo averlo esaminato con occhio compiaciuto; e fu allora che decisi di fare un capitolo ad hoc, per farlo conoscere al lettore.

Poiché la forma e futilità di questi abiti sono in genere abbastanza noti, tratterò più particolarmente della loro influenza sullo spirito dei viaggiatori.

Il mio abito da viaggio per l’inverno è fatto della più calda e morbida stoffa che mi sia stato possibile trovare; mi avvolge tutto quanto, da capo a piedi; e quando sto nella mia poltrona, con le mani in tasca e la testa affondata nel colletto dell’abito, somiglio alla statua di Visnù senza piedi e senza mani, quale si vede nelle pagode delle Indie.

Volendo, si può tacciare di pregiudizio l’influenza sui viaggiatori che attribuisco agli abiti da viaggio; in questo riguardo, posso dir di certo che fare procedere di un sol passo il mio viaggio intorno alla mia camera, vestito della mia uniforme e con la spada al fianco, mi parrebbe ridicolo come uscire e andare in società in veste da camera.

Quando mi vedo così abbigliato, secondo ogni regola di prammatica, non solo non sarei capace di continuare il mio viaggio, credo anche che non sarei in grado di legger ciò che ne ho scritto fin qui, e meno ancora di capirlo.

Vi stupisce, forse? Non vediamo ogni giorno persone che si credono malate perché hanno la barba lunga, o perché a qualcuno salta in testa di trovarle malate d’aspetto, e di dirlo? I vestiti hanno un’influenza tale sullo spirito degli uomini, che c’è dei valetudinari i quali trovano di star molto meglio quando si vedono in abito nuovo e in parrucca incipriata; ne vedete che, agghindati sul sostenuto, ingannano così la gente e se stessi; — un bel mattino muoiono acconciati ben bene, e la loro morte impressiona tutti.

In definitiva, nella classe di uomini fra i quali vivo, quanti di loro, vedendosi sfoggiar di uniforme, fermamente si credono degli ufficiali, — finché non li disillude l’improvvisa apparizione del nemico?

Vi è di più: se al re piace di permettere a qualcuno di loro d’aggiungere alla giubba certo ricamo, subito costui si crede un generale, e tutto l’esercito gli dà quel titolo, non per celia, tanto è forte l’influenza dell’abito sull’immaginazione umana.

L’esempio seguente dimostrerà ancor meglio quanto affermo.

A volte, si dimenticava di fare avvertire diversi giorni prima il conte de *** che doveva far la guardia: — un caporale andava a svegliarlo da mattina il giorno stesso che doveva farla, e gli dava la triste notizia; ma l’idea di alzarsi immediatamente, di mettersi le ghette e di uscire così, senza averci pensato il giorno avanti, lo disturbava talmente, che preferiva mandare a dire che stava male, e non uscire di casa. Indossava quindi la sua veste da camera e accomiatava il parrucchiere; ciò gli dava un aspetto pallido e malato, che metteva in allarme la moglie e tutta la famiglia.

Egli stesso in realtà trovava d’essere un po’ disfatto, quel giorno.

Lo diceva a tutti, un po’ per stare sul puntiglio, e un po’ perché credeva per vero di esserlo.

L’influenza della veste da camera pian piano operava: i brodi che aveva presi, volere o non volere, gli davano le nausee; ben presto parenti e amici mandavano a domandar notizie; non ci voleva tanto a metterlo decisamente a letto.

La sera, il dottor Ranson gli trovava il polso concentrato, e ordinava un salasso per il giorno dopo. Se il servizio fosse durato un mese di più, il malato era spacciato.

Chi potrebbe dubitare dell’influenza degli abiti da viaggio sui viaggiatori, quando si rifletta che il povero conte… più d’una volta rischiò di far un viaggio all’altro mondo per avere indossato a sproposito la veste da camera in questo?

Capitolo 42

Dopo pranzo, me ne stavo seduto vicino al fuoco, ripiegato nel mio abito da viaggio, abbandonato volontariamente a tutta la sua influenza, aspettando l’ora di partire, quando i vapori della digestione, andandomi al cervello, ostruirono talmente i passaggi attraverso cui vi si recavano le idee provenienti dai sensi, che fu intercetta ogni comunicazione; e, come i miei sensi non trasmettevano più nessuna idea al mio cervello, questo a sua volta non riusciva più a inviare il fluido elettrico che li anima, e con cui l’ingegnoso dottor Valli risuscita rane morte.

Dopo aver letto questo preambolo, si comprenderà facilmente perché il capo mi ricadde sul petto, e come mai i muscoli del pollice e dell’indice della destra, non essendo più stimolati da quel fluido, si rilassarono, al punto che un volume delle opere del marchese Caraccioli, che stringevo tra quelle due dita, mi scappò di mano, senza che me n’avvedessi, e cadde sopra il focolare.

Poco prima avevo avute visite, e la conversazione con le persone che erano uscite si era aggirata sulla morte del famoso medico Cigna, morto di recente, e universalmente rimpianto: era sapiente, laborioso, buon fisico e botanico famoso.

I meriti di quel valentuomo occupavano il mio pensiero; e tuttavia, dicevo tra me, se mi fosse permesso di evocare le anime di tutti quelli che può aver mandati all’altro mondo, chi sa che non riceverebbe scacco la sua riputazione?

M’ero avviato, pian piano, a dissertare sulla medicina e sui progressi che ha fatti dopo Ippocrate.

Mi domandavo se i personaggi famosi dell’antichità che sono morti nel proprio letto, come Pericle, Platone, la celebre Aspasia, e Ippocrate medesimo, fossero morti come gente comune, di febbre putrida, infiammatoria o verminosa; se fossero stati salassati e rimpinzati di medicine.

Dire perché sognavo di quei quattro personaggi piuttosto che di altri, mi sarebbe impossibile.

Chi può addurre la ragione di un sogno? Tutto ciò che posso dire, è che fu la mia anima a evocare il medico di Cos, quello di Torino, e il celebre uomo di Stato che fece delle cose così belle e degli errori così gravi.

Ma in quanto alla sua elegante amica, confesso umilmente che fu l’altra a farle un cenno.

Tuttavia, se ci penso, sarei tentato di provare un piccolo moto d’orgoglio; è chiaro, infatti, che in questo sogno la bilancia piegava in favore della ragione per quattro contr’uno.

È molto, per un militare della mia età.

Comunque sia, mentre mi lasciavo andare a queste riflessioni, i miei occhi finirono di chiudersi, e mi addormentai profondamente; ma, chiudendo gli occhi, l’immagine dei personaggi cui avevo pensato rimase dipinta su quella sottile tela che si chiama memoria e, confondendosi queste immagini nel mio cervello con l’idea dell’evocazione dei morti, ben presto vidi arrivare uno dietro l’altro Ippocrate, Platone, Pericle, Aspasia e il dottor Cigna con la sua parrucca.

Li vidi sedersi tutti sulle seggiole ancora disposte intorno al fuoco; solo Pericle restò in piedi a leggere i giornali.

«Se le scoperte di cui mi parlate fossero vere, diceva Ippocrate al dottore, e se fossero state così utili alla medicina come voi pretendete, avrei visto diminuire il numero degli uomini che ogni giorno scendono nei regni bui, e la cui lista ordinaria, stando ai registri di Minosse che io stesso ho verificati, è rimasta quella di una volta.»

Il dottor Cigna si volse verso di me: «Avete forse sentito parlare di tali scoperte, mi disse; conoscerete quella di Harvey riguardo alla circolazione del sangue; quelle dell’immortale Spallanzani riguardo alla digestione, di cui conosciamo ora tutto il meccanismo»; e fece una lunga descrizione di tutte le scoperte che hanno rapporto alla medicina, e della folla di rimedi che si debbono alla chimica; fece infine un discorso accademico in favore della medicina moderna.

«Devo credere, gli risposi allora, che questi grand’uomini ignorano tutto quel che avete detto, e che la loro anima, non più impastoiata dalla materia, trova alcunché di oscuro in tutta la natura?»

«Ah come siete in errore! esclamò il Protomedico del Peloponneso; i misteri della natura sono celati ai morti come ai vivi. Il Creatore e Reggitore d’ogni cosa, lui solo conosce il gran segreto che gli uomini si sforzano invano di sapere: questo è quanto di sicuro apprendiamo sulle rive dello Stige; e, datemi retta, soggiunse rivolgendosi al dottore, spogliatevi di questo residuo spirito di corpo che vi siete portato dal soggiorno dei mortali; e, per il fatto che gli sforzi di mille generazioni e tutte le scoperte degli uomini non son riusciti ad allungare di un solo istante la loro esistenza; per il fatto che Caronte ogni giorno traghetta nella sua barca un’eguale quantità d’ombre, — non affatichiamoci più a difendere un’arte che, appresso i morti dove siamo, non sarebbe utile neppure ai medici.»

Così parlò il famoso Ippocrate, con mio grande stupore.

Il dottor Cigna sorrise; e, poiché gli spiriti non potrebbero negare l’evidenza e tacere la verità, non solo egli fu dell’opinione di Ippocrate, ma ammise anche, arrossendo alla maniera delle intelligenze, di averlo sempre sospettato.

Pericle, che si era avvicinato alla finestra, fece un sospirone, e ne indovinai il motivo. Stava leggendo un numero del Moniteur, che annunciava la decadenza delle arti e delle scienze; egli vedeva illustri scienziati lasciare le loro sublimi speculazioni per inventare nuovi crimini; e fremeva a sentire che un’orda di cannibali si paragonava agli eroi della generosa Grecia, facendo morire sul patibolo, senza vergogna e senza rimorsi, dei venerabili vecchi, delle donne, dei bambini, commettendo a sangue freddo i più atroci e inutili crimini.

Platone, che aveva ascoltata la nostra conversazione senza dir nulla, vedendola finire di colpo, in maniera inattesa, prese a sua volta la parola.

«Io lo concepisco, ci disse, come le scoperte fatte dai vostri grand’uomini in ogni ramo della fisica siano inutili alla medicina, la quale non potrà cambiare mai il corso della natura, se non a spese della vita degli uomini; ma probabilmente non sarà così per le ricerche fatte sopra la politica.

Le scoperte di Locke riguardo alla natura dello spirito umano, l’invenzione della stampa, il cumulo di osservazioni tratte dalla storia, i tanti libri profondi che hanno diffusa la scienza fin nel popolo; — tante meraviglie, infine, avranno probabilmente contribuito a rendere gli uomini migliori: e la felice e saggia repubblica che avevo immaginata, e alla quale il secolo nel quale vivevo m’aveva fatto guardare come a un sogno inattuabile, esiste nel mondo di oggi, non è vero?»

A questa domanda, l’onesto dottore abbassò gli occhi, e rispose con le sole lacrime; e, comeché se le asciugava con il fazzoletto, fece girare la parrucca involontariamente, sicché ne fu nascosta una parte del viso.

«Immortali numi! disse Aspasia gettando un grido acuto, che strane fattezze! è stata dunque una scoperta dei vostri grand’uomini a suggerirvi l’idea di conciarvi col cranio di un altro?»

Aspasia, che le dissertazioni dei filosofi facevano sbadigliare, aveva presa una rivista di mode ch’era sul caminetto, e la stava sfogliando da un po’, quando la parrucca del medico la indusse a quell’esclamazione; e, stando assai scomoda sulla seggiola stretta e traballante dov’era seduta, aveva posato senza cerimonie tutt’e due le gambe, nude e ornate di laccetti, sulla sedia di paglia che si trovava fra me e lei, e s’appoggiava col gomito su una delle larghe spalle di Platone.

«Non è un cranio, le rispose il dottore pigliando la sua parrucca e buttandola nel fuoco; è una parrucca, signorina; e non so perché non abbia buttato questo ridicolo ornamento nelle fiamme del Tartaro quando fui giunto fra voi: ma il ridicolo e il pregiudizio sono così tanto inerenti alla nostra misera natura, che ci seguono ancora per un po’ di là dalla tomba.»

Ne avevo singolar piacere, a vedere il dottore abiurare così, in una volta, la sua medicina e la sua parrucca.

«V’assicuro, gli disse Aspasia, che la più parte delle acconciature rappresentate nel fascicolo che sto sfogliando meriterebbero la stessa sorte della vostra, tanto sono stravaganti.

La bella Ateniese si divertiva sommamente a scorrere quelle stampe, e con ragione stupiva della varietà e bizzarria delle moderne accomodature. Una figura, fra le altre, le fece colpo: quella d’una giovane signora rappresentata con un’acconciatura delle più eleganti, che Aspasia trovò soltanto un po’ troppo alta; ma la porzione di garza che ricopriva il seno era così straordinariamente ampia, che a malapena si scorgeva mezzo viso. Ignorando che quelle forme prodigiose erano solamente per opera dell’amido, Aspasia non riuscì a contenere uno stupore che sarebbe stato doppio, in senso contrario, se la garza fosse stata trasparente.

«Ma diteci perché, disse, le donne di oggi sembra che s’abbiglino per nascondersi, più che per vestirsi: lasciano a malapena scorgere il viso, dal quale solo si può riconoscere il loro sesso, tanto sono sfigurate le forme del corpo dalle bizzarre pieghe delle stoffe!

Di tutte le figure rappresentate in questi fogli, nessuna lascia scoperto il seno, le braccia e le gambe: come mai i vostri giovani guerrieri non hanno cercato di distruggere simile costume? Al vedere, soggiunse, la virtù delle donne di oggi, quale si mostra in tutti i loro abbigliamenti, supera di molto quella delle mie contemporanee.»

Finendo queste parole, Aspasia mi guardava, e sembrava che volesse una risposta da me.

Feci finta di non avvedermene; — e, per darmi un’aria di dignità, con le molle premetti sulla brace i resti della parrucca del dottore che erano scampati all’incendio.

Poi, avvedendomi che uno dei laccete che fermavano il calzare di Aspasia era sciolto, le dissi: «Permettete, bella?»; e, così parlando, prontamente mi chinai, stendendo le mani verso la sedia dove credevo vedere quelle due gambe che un tempo fecero delirare gran filosofi.

Sono convinto d’essere arrivato in quel momento al vero sonnambolismo, ché il movimento di cui parlo fu realissimo; ma Rosine, che effettivamente stava riposando sulla sedia, intese quel movimento come per lei; e, saltando leggera tra le mie braccia, ricacciò negl’inferi le ombre famose evocate dal mio abito da viaggio.

Incantevole paese dell’immaginazione, che l’Essere benefico per eccellenza ha concesso agli uomini per consolarli della realtà, ti debbo lasciare.

Oggi stesso, certe persone da cui dipendo hanno la pretesa di ridarmi la libertà: — come se me l’avessero tolta! come se avessero potere di rubarmela un solo istante, e d’impedirmi di percorrere a mio piacimento il vasto spazio sempre aperto, dinanzi a me!

Mi hanno vietato una città, un punto; ma mi hanno lasciato l’universo intero; l’immensità e l’eternità sono ai miei ordini.

Oggi stesso io son libero dunque, o sarò rimesso ai ferri piuttosto! Il giogo degli affari sta per gravare di nuovo su di me; non farò più un passo che non sia misurato dalla convenienza e dal dovere.

Ancora ancora fortunato, se qualche dea capricciosa non mi fa dimenticare l’una e l’altro, e se scampo questa nuova e pericolosa prigionia!

Eh, non lasciarmi terminare il mio viaggio! Era per punirmi, dunque, che mi avevano relegato nella mia camera, — in questa contrada deliziosa che racchiude tutti i beni e tutte le ricchezze del mondo?

Tanto varrebbe esiliare un sorcio in un granaio.

Ma intanto, non mi ero mai accorto più chiaramente d’esser doppio. Intantoché rimpiango i miei godimenti immaginari, mi sento consolato a forza: una potenza segreta mi porta via; — mi dice che ho bisogno d’aria e di cielo, e che la solitudine somiglia alla morte.

Ho finito di attillarmi; — la porta si apre: — vago sotto i portici spaziosi della via Po; — mille piacevoli fantasmi mi volteggiano innanzi agli occhi.

Sì, è ben questo il palazzo, — questa la porta, — questa la scala; — palpito già.

Come un acido pregusto che uno ha, quando taglia un limone per mangiarselo.

O mia bestia, mia povera bestia, fa’ attenzione!

Traduzione dal francese di Nicola Muschitiello
Testo tratto dall’edizione della Biblioteca Universale Rizzoli (BUR), 1991
Titolo originale: Voyage autour de ma chambre, 1794.
Prima edizione italiana, 1823

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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