Vegetarianismo: le ragioni di un nuovo umanismo

di Henry S. Salt

Think|Tank. Il saggio del mese [agosto 2019]

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«Quando ho iniziato “Ashes and Snow” nel 1992, volevo esplorare il rapporto tra uomo e animali dall’interno. Scoprendo il linguaggio condiviso e la sensibilità poetica di tutti gli animali, lavoravo per ripristinare il territorio comune che una volta esisteva quando le persone vivevano in armonia con gli animali.» Gregory Colbert. Colbert, fotografo e filmaker canadese, è autore di tutti gli scatti che corredano questo saggio. Ha raccolto questi scatti nel volume “Feather to Fire”.

Questo saggio di Henry S. Salt, pubblicato del 1914 dalla Vegetarian Society, è di una fortissima modernità. Infatti non solo abbraccia in pieno l’etica animale, perora la causa di una riforma alimentare, ma mostra anche la insostenibilità ambientale di un’agricoltura basata sull’allevamento. Sono questi gli stessi argomenti di una moderna critica allo stile alimentare e di vita basato sul consumo di carne.

Soprattutto la scelta etica, lopzione delle coscienze può determinare la nascita di un nuovo umanismo che rispetti tutte le forme di vita biologiche e vegetali e vi conviva senza opporvi violenza. Si tratta di includere queste forme di vita nel novero dei diritti naturali (diritto alla vita, al benessere, protezione dalla sopraffazione, dalla tortura ecc.). Ad un certo punto Salt solleva, anche, la questione se gli animali non siano, anche giuridicamente delle persone, e quindi, come tali, protette dal principio dell’habeas corpus.

Si tratta di un documento lucido, sagace, conseguenziale e freddamente ironico che lo pone nella stessa linea ideale di Thoreau Salt di cui scrisse anche una biografia (The Life of Henry David Thoreau, Richard Bentley & Son, London, 1890).

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La scelta di mangiare carne non è culinaria

Alcuni anni fa, in un articolo intitolato Nuovo Nutrimento Cercasi, lo “Spectator” lamentava il fatto che l’approvvigionamento alimentare attualmente è adatto «non all’uomo civilizzato da scuole di cucina, ma a una razza di scimmie che si nutrono di frutta». Introduciamo banane, ananas, fichi, mele granate e una quantità di nuovi frutti, ma quello che serve realmente è «qualche nuovo e grosso animale, qualcosa che possa combinare il sapore della selvaggina con la sostanziosa solidità di una coscia di montone».

Congetturando che deve esistere «qualche quadrupede finora trascurato che può fornire ciò che cerchiamo», lo “Spectator” procedeva a effettuare un ansioso inventario delle risorse mondiali, sottoponendo a turno i roditori, i pachidermi e i ruminanti a un accurato esame, nel corso del quale venivano coscienziosamente discusse persino le credenziali dei facoceri. Alla fine sono stati i ruminanti a vincere la competizione e la scelta è caduta sull’antilope, che è stata investita dell’elevato incarico di fornire nuova carne per l’uomo «civilizzato».

Non è in questo senso che ho intenzione di parlare della «civiltà» della dieta. Non sono stato contagiato dall’entusiasmo mostrato dallo «Spectator» per la scoperta di qualche «quadrupede finora trascurato», e non ho nessuna voglia di vedere file di antilopi sventrate appese in mostra nelle nostre macellerie. Al contrario, suggerisco che nella misura in cui l’uomo è veramente «civilizzato», non da scuole di cucina ma da scuole di pensiero, dovrebbe abbandonare le barbare abitudini dei suoi antenati carnivori e progredire gradualmente verso un più puro, più semplice, più umano e quindi più civilizzato sistema dietetico.

Molti segnali indicano che il pubblico sta diventando consapevole del fatto che esiste la possibilità di una riforma alimentare. L’accettazione di un’idea così nuova segue sempre uno strano procedimento, e deve passare attraverso diverse fasi. Per prima cosa, c’è un tacito disprezzo; si passa in seconda istanza a mettere apertamente in ridicolo l’idea; poi subentra una più o meno rispettosa opposizione; e, infine, una parziale accettazione.

Durante la terza fase, per coloro a cui è giunta notizia dell’ipotesi vegetariana, la discussione è spesso complicata dal modo in cui gli oppositori della nuova idea non riescono a cogliere il reale argomento proposto dai riformatori, e allegramente introducono alcuni concetti esagerati, distorti o del tutto immaginari approntati da loro stessi; dopo di che procedono a discutere partendo da una base errata, attribuendo ai loro antagonisti scopi e intenti travisati, impugnandone poi trionfalmente la rilevanza o coerenza logica. È quindi di fondamentale importanza che, nel trattare il problema della riforma alimentare, riusciamo a capire esattamente quali sono gli obiettivi che i riformatori stessi si propongono.

Lasciate innanzitutto che spieghi cosa intendo quando definisco quella vegetariana una nuova idea. Dal punto di vista storico, naturalmente, non è per niente nuova, sia come precetto che come pratica. Gli abitanti del mondo sono sempre stati in gran parte praticamente vegetariani, e intere razze o sette lo sono state per principio. Il canone buddista in Oriente, e quello pitagorico in Occidente, approvavano l’astinenza dalla carne come cibo sia con motivazioni umanitarie che di altro tipo; negli scritti di filosofi «pagani» come Plutarco e Porfirio troviamo un’etica umanitaria particolarmente elevata che, dopo avere subìto una lunga repressione ecclesiastica durante il Medioevo, è ricomparsa, seppure inizialmente in forma attenuata e irregolare, nella letteratura del Rinascimento, per riapparire in modo più definito nel XVIII secolo con la scuola denominata della «sensibilità».

Ma è stato soltanto dopo l’epoca di Rousseau, a partire dalla quale va fatto risalire il grande movimento umanitario del secolo passato, che il vegetarianismo ha cominciato a definirsi come sistema, come appello ragionato all’abbandono della carne come cibo. In questo senso si tratta di un nuovo principio etico, del quale soltanto ora si inizia a comprendere l’importanza a livello generale.

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L’orrore della macellazione

Parlo di principio etico, perché non ci sono dubbi sul fatto che il motivo principale della scelta vegetariana sia quello umanitario. Sia l’aspetto igienico che quello economico giocano la loro parte — e una parte rilevante — in un ragionamento complessivo sulla riforma alimentare; ma il sentimento che sta alla base dell’intero movimento e che lo anima è l’istintivo orrore per la macellazione, specialmente per la macellazione degli animali che vantano un livello più alto di organizzazione, che appaiono così «umani», così strettamente simili all’uomo. Lasciate che citi un breve passaggio dalla prefazione al libro The Ethics of Diet di Howard Williams, un noto libro di testo del vegetarianismo.

È stato appropriatamente detto — nota Mr. Williams — che il cammino verso la realizzazione di una riforma dietetica procede per gradi, e che se anche venisse compiuto uno di questi passi, già quel singolo passo non sarebbe privo di importanza e di influenza sul mondo. Inutile aggiungere che quello di lasciare per sempre dietro di sé la barbarie di massacrare esseri a noi comuni — i mammiferi e gli uccelli — è il più importante e influente di tutti.

Sia quindi ben chiaro che questo passaggio — il «primo gradino», come l’ha definito Tolstoj, in uno schema di esistenza umana — è stato il principale oggetto di tutta la propaganda vegetariana fin dalla istituzione della Vegetarian Society, nel 1847. Garantire la discontinuità con le scioccanti e disumane pratiche che sono inseparabili dal mattatoio: questo, e non teorie astratte di astinenza da tutte le sostanze «animali», né una schizzinosa avversione verso la «sostanza peccaminosa», è stato l’obiettivo dei moderni riformatori alimentari.

Essi sono, inoltre, ben consapevoli che un cambiamento di questa portata, che implica una riconsiderazione del nostro atteggiamento complessivo verso gli «animali inferiori», può essere realizzato solo gradualmente; e nemmeno essi invitano il mondo — come sembrano immaginare i loro oppositori — a una decisione immediata e radicale, una rivoluzione nelle abitudini nazionali che deve essere discussa, votata e messa in pratica dopodomani, con la conseguenza di gravi rischi e dislocazioni per certi interessi ormai consolidati e venerati. Indicano semplicemente la necessità di un progresso verso una dieta più umana, ritenendo, con Thoreau, che;

Fa parte del destino della razza umana, nel suo graduale progresso, smettere di mangiare animali, così come sicuramente le tribù selvagge hanno smesso di mangiarsi tra di loro, quando sono entrate in contatto con organizzazioni sociali più civilizzate. [Thoreau]

Ci sono, comunque, molti critici del vegetarianismo che non hanno afferrato questo principio etico e le cui obiezioni sono, pertanto, piuttosto irrilevanti.

È stato detto, per esempio, che:

Nemmeno i vegetariani più entusiasti si azzardano a negare che la distruzione di molti animali è un requisito necessario all’esistenza umana. Quale vegetariano permetterebbe che i suoi possedimenti venissero devastati da topi, ratti e simili animali infestanti? Permette a bruchi, lumaconi e lumache a chiocciola di divorare i prodotti del suo orto? Forse mette e tacere la sua coscienza con la riflessione che la distruzione degli animali nocivi è un atto necessario.

Forse il vegetariano opera una distinzione tra l’indubbiamente necessaria distruzione degli animali nocivi per l’orto e per la casa e l’assolutamente non necessario (dal punto di vista vegetariano) massacro di buoi e pecore, che vengono allevati con nessun’altra destinazione che il mattatoio, dove vengono uccisi nella maniera più barbara! Forse il vegetariano «mette a tacere la sua coscienza» con questa distinzione! Sarei portato a ritenere che l’abbia fatto.

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Uova, burro e latte

Non c’è da meravigliarsi che i riformatori alimentari appaiano come gente strana e irragionevole a coloro che non hanno compreso l’autentica raison d’être della riforma alimentare, e che continuano a discutere come se la scelta tra la vecchia dieta e la nuova fosse una mera questione di capriccio personale o di variazione professionale, nella quale l’aspetto morale è quasi irrilevante.

A questa stessa incomprensione è dovuta la futile obiezione che viene sollevata di continuo contro il termine vegetariano, quando qualche zelante oppositore si incarica di «smascherare la convinzione errata di coloro che si vantano di vivere di verdure, e però includono regolarmente nella loro dieta uova, burro e latte». Naturalmente la questione è semplice: i vegetariani non si vantano della loro dieta, né sono innamorati del loro nome; questo è stato inventato — saggiamente o no — un buon mezzo secolo fa e, ci piaccia o meno, è evidentemente «destinato a durare» finché non troveremo qualcosa di migliore.

Vale la pena osservare che l’obiezione non viene quasi mai mossa effettivamente nella vita quotidiana, nella quale il termine vegetariano implica un significato piuttosto definito, vale a dire un individuo che si astiene dal mangiare carne ma non necessariamente dai prodotti degli animali; la confusione verbale è sempre opera di qualcuno che si propone di scrivere un articolo contro la riforma alimentare, e non trova niente di meglio da dire. Deriva tutto dalla nozione che i vegetariani sono ripiegati su qualche sorta di sterile «coerenza» logica, invece di tendere a un pratico progresso verso un modo di vivere più umano — l’unico tipo di coerenza che in questa, o in qualsiasi altra branca della riforma, è possibile di per sé, o degna di un momento di attenzione da parte di ogni persona sensibile.

Per dimostrare, comunque, che la questione del temporaneo uso di prodotti animali non è stato eluso dai riformatori alimentari, cito il seguente scritto tratto dal mio Plea for Vegetarianism, pubblicato quasi trent’anni fa.

L’obiettivo immediato a cui tendono i riformatori alimentari non è tanto il disuso di sostanze animali in generale, quanto l’ abolizione della carne come cibo in particolare; e se riusciranno a indurre i loro oppositori all’importante ammissione che in realtà l’uso della carne come cibo non è necessario, potranno permettersi di sorridere in risposta alla banale obiezione che la sostanza animale continua ad essere usata nelle uova e nel latte…
Sono ben consapevoli del fatto che anche i prodotti caseari non sono necessari e che se ne potrebbe fare del tutto a meno in un più naturale sistema dietetico. Nel frattempo, comunque, un passo è sufficiente. Riconosciamo prima il fatto che il mattatoio, con tutti gli orrori connessi, potrebbe essere facilmente abolito; una volta stabilito questo principio, sulla questione del totale abbandono dei prodotti animali si potrà decidere in seguito.
Il punto sul quale vorrei insistere è che non è il cibo «animale» quello che in primo luogo rifiutiamo, ma il cibo cattivo, il cibo costoso e quello non salutare.

Se i medici, invece di cavillare sul termine vegetariano, raccomandassero ai loro pazienti l’uso di prodotti animali in sostituzione della «carne macellata», sarebbe già un grande vantaggio per l’umanità della dieta. Va sottolineato, sia detto per inciso, che i dottori ammettono sostanzialmente l’efficacia di tali sostituti; infatti, nella loro premura di accusare i vegetariani di incoerenza per l’uso di prodotti animali, essi candidamente contraddicono la loro stessa tesi argomentando che, naturalmente, con questa dieta i vegetariani stanno abbastanza bene!

Per quanto riguarda quelle persone ultra coerenti che a volte scrivono che non varrebbe la pena di interrompere la pratica della macellazione dei bovini, se non si ponesse immediatamente fine all’uso del latte — vale a dire, coloro che pensano che una riforma più grande è inutile senza quella più piccola e conseguente posso semplicemente esprimere il mio rispettoso stupore di fronte a un simile ragionamento. È come se un viaggiatore fosse considerato troppo «coerente» nell’intraprendere un viaggio perché potrebbe essere costretto a «cambiare mezzo di trasporto» lungo il tragitto.

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Metodi umani di macellazione

Ma, si dice, perché non introdurre metodi «umani» di macellazione, rimediando così al principale aspetto negativo del presente sistema dietetico? Be’, in primo luogo, parlare di «macellazione umana», una volta che si sia stabilito che la pratica della macellazione è del tutto non necessaria, è una contraddizione in termini.

Ma sorvolando su questo punto, e riconoscendo, come i vegetariani fanno volentieri, che ci sarebbe una notevole riduzione di sofferenza se tutti i carnivori si impegnassero per l’obiettivo dell’abolizione delle macellerie private e la loro sostituzione con ordinati mattatoi municipali, ci troveremmo ancora di fronte alla difficoltà che cambiamenti di questo genere richiedono molto tempo per diventare operanti, contrastati come sono da potenti interessi privati, e alla realtà del fatto che, anche nelle migliori condizioni possibili, la macellazione degli animali di più grandi dimensioni deve comunque essere considerata una faccenda orribile e inumana.

Il vegetarianismo, in quanto movimento, non ha assolutamente nulla da temere dall’introduzione di una forma migliorata di macellazione; in effetti, i vegetariani possono assumersi il merito di aver lavorato in quella direzione con non minore zelo dei carnivori, essendo convinti, come sono, che in una società complessa come la nostra nessun individuo può sentirsi esente da una porzione della responsabilità generale — il marchio del macellaio è impresso sulla fronte di ognuno di noi.

Ma non ci sono pause nel progresso umano; e potremmo essere abbastanza certi che, una volta che la coscienza del pubblico fosse finalmente risvegliata su questo terrificante argomento delle macellerie, manterrebbe un certo interesse per una soluzione della difficoltà molto più radicale di un mero miglioramento dei metodi.

Una cosa è certa. È impossibile per i carnivori trovare una giustificazione alla loro dieta dichiarando che gli animali dovrebbero essere macellati in modo più umano; è ovviamente doveroso introdurre prima i miglioramenti, e presentare le proprie scuse in seguito. Coloro che ammettono che il vegetariano, nella sua condanna delle macellerie, tocca un tasto dolente della nostra civilizzazione, spesso cercano di sfuggire all’inevitabile conclusione che certe accuse sono rivolte non all’uso di cibo animale, ma contro l’ignoranza, la noncuranza e la brutalità troppo spesso vigenti nelle nostre macellerie.

Questo, comunque, è un libello sui lavoratori che devono procurarsi da vivere col disgustoso mestiere della macellazione. L’ignoranza, la noncuranza e la brutalità non sono prerogative soltanto dei rozzi macellai, ma anche dei compìti di signori e signore le cui abitudini alimentari rendono necessari i macellai.

La vera responsabilità risiede non nello schiavo salariato, ma nel datore di lavoro. «Sto solo facendo il lavoro sporco per te», è stata la risposta di un macellaio di Whitechapel a un gentleman che aveva espresso gli stessi sentimenti appena citati. «È come se tu facessi quello che facciamo noi».

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Invece i mali della macellazione si sono aggravati

A questo punto sarebbe probabilmente giusto offrire qualche descrizione dettagliata degli orrori perpetrati nei nostri mattatoi, dei quali potrei citare numerosi esempi riferiti da testimoni assolutamente affidabili. Se non lo faccio, posso assicurare ai miei lettori che non è per il desiderio di non ferire la loro sensibilità; ritengo infatti che si potrebbe onestamente pretendere da coloro che mangiano carne di manzo o di montone che non si sottraggano alla conoscenza di fatti provocati dalle loro azioni; ci è stato anche spesso detto che sono i vegetariani, non i carnivori, i «sentimentali» della situazione.

Me ne astengo semplicemente perché temo che, se narrassi i fatti, questo capitolo non verrebbe letto. Quindi, prima di passare oltre, vorrei semplicemente aggiungere che in una certa misura i mali connessi alla macellazione si stanno aggravando, invece di attenuarsi, man mano che la civiltà avanza, a causa delle più complesse condizioni di vita urbana e dai viaggi sempre più lunghi che devono subire gli animali nel loro trasferimento dall’allevatore al macellaio.

I mezzi di trasporto di bestiame dei nostri giorni riproducono, in forma aggravata, alcuni dei peggiori orrori delle navi degli schiavi di cinquant’anni fa. Assumo quindi per stabilito, dal momento che non viene negato dai nostri oppositori, che l’attuale sistema di uccisione degli animali per procurarsi cibo è veramente crudele e barbaro, e rappresenta un diretto oltraggio a ciò che ho definito «umanità della dieta».

È anche un’offesa ad ogni senso di raffinatezza e buon gusto, dal momento che in questa questione l’aspetto estetico non è dissociato da quello umanitario. Ha mai considerato, l’artista, la storia della «braciola» che viene portata con tanta eleganza nel suo studio? No di certo. Non riuscirebbe a mangiarla, se ci avesse pensato.

Ha dato da fare a un macellaio («È come se tu facessi quello che facciamo noi») per trasformare una bella creatura vivente in una orribile carcassa, che verrà esposta insieme ad altre carcasse nel più abietto prodotto della civilizzazione, la bottega di un macellaio, poi ha dato lavoro a un cuoco per dissimulare, nei limiti del possibile, l’opera del macellaio.

È questo che intende lo «Spectator» con l’essere «umanizzati» dalle scuole di cucina; io lo chiamerei essere disumanizzati. Passando davanti a una macelleria ho visto un programma di concerto appuntato in bella evidenza sul cadavere di un maiale, e ho riflettuto su quella suggestiva per quanto involontaria allegoria della base dell’arte. Nego che sia la giusta base, e sostengo che ci sarà necessariamente qualcosa di porcino nell’arte che viene tanto patrocinata ed esibita. Nove decimi delle nostre riunioni artistiche e letterarie, delle nostre funzioni sociali e dei più sontuosi intrattenimenti sono contaminati dalla stessa fonte.

Portate una bella ragazza a fare uno spuntino, e le offrite… un sandwich al prosciutto! Il proverbio dice che è da sciocchi gettare perle ai porci. Che dire della cortesia di gettare porci alle perle?

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La superiorità della dieta mista

Non rientra nelle mie intenzioni discutere nel dettaglio la possibilità di una dieta vegetariana; e non c’è nemmeno necessità di farlo. Ce ne sono prove ovunque: nella storia delle razze, nelle regole degli ordini monastici, nelle abitudini di un gran numero di popolazioni lavoratrici, nelle biografie di uomini famosi, nei fatti e negli esempi della vita quotidiana.

Il punto di vista medico sul vegetarianismo, che all’inizio (come nel caso simile dell’astinenza completa dalle bevande alcoliche) veniva espresso con un decisamente negativo e minaccioso scuotimento del capo, è largamente cambiato nel corso degli ultimi dieci o venti anni e, pur rimanendo sostanzialmente ostile, insiste più sulla superiorità della dieta «mista» che sull’insufficienza dell’altra, mentre i solenni avvertimenti che venivano diretti all’avventuroso individuo che aveva l’ardire di smettere di mangiare i propri simili ormai si sono trasformati in affermazioni più generiche a proposito del fallimento del vegetarianismo a lungo termine, e su più larga scala.

Be’, sappiamo cosa significa. È quello che è stato detto di ogni movimento vitale apparso a questo mondo. Significa che la gente comune, e gli ottusi, e le persone istruite, e gli specialisti, hanno bisogno di tempo per guardare in faccia nuove verità; ma le accettano, prima o poi. In pratica, la preferenza della classe medica per una dieta carnivora può essere sintetizzata in due punti: che la carne è più digeribile, più facilmente assimilabile delle verdure, e che è sciocco limitare le fonti di cibo che (per citare Sir Henry Thompson) «la natura ci ha abbondantemente fornito».

La prima argomentazione, quella che riguarda la presunta maggiore digeribilità della carne, viene recisamente negata dai riformatori alimentari sul semplice piano dell’esperienza, dal momento che la nozione secondo cui i vegetariani hanno l’abitudine di mangiare una maggiore quantità di cibo per ottenere lo stesso livello di nutrimento è una di quelle divertenti superstizioni che non potrebbero sopravvivere per un solo giorno allo studio comparativo delle parti in causa.

La mia convinzione personale è che il carnivoro medio mangia una quantità almeno doppia di cibo rispetto a quella consumata da un vegetariano medio; e so che l’esperienza di alcuni vegetariani testimonia una grande riduzione, piuttosto che un incremento della quantità di cibo inserito. Per quanto riguarda la seconda argomentazione medica — quella che si riferisce alla scelleratezza di rifiutare alcune delle elargizioni della natura — essa ignora la sostanziale esistenza della questione etica, che è la principale istanza dei vegetariani; e neppure questo appello alla «Natura» ci colpisce per i suoi connotati particolarmente «scientifici», dal momento che (etica a parte) potrebbe anche giustificare il cannibalismo come uno dei modi di mangiare carne.

Possiamo immaginare quanto gli stregoni di qualche antica tribù antropofaga abbiano deprecato l’innovativa nozione civilizzata dell’astinenza dalla carne umana, argomentando che è sciocco rifiutare i benefici che la «Natura» ci ha abbondantemente offerto.

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A proposito dei propagandati fallimenti dei vegetariani

Ma che dire dei fallimenti di coloro che hanno sperimentato la dieta vegetariana? Non verrà irrimediabilmente bloccato il movimento dagli esperimenti di sei settimane de signor Tal dei Tali? È diventato così debole, sapete, che i parenti si sono preoccupati per la sua salute, ed è stato materialmente costretto ad assumere qualcosa di più nutriente.

Tutti sintomi, vorrei far notare, che si possono osservare in migliaia di esempi simili negli archivi del movimento per la temperanza, e dimostrano piuttosto chiaramente non che l’astinenza dalla carne come cibo o dall’alcol è impossibile, ma che (come ogni persona assennata potrebbe aver intuito) un grande cambiamento nelle abitudini di un popolo non può accadere da un momento all’altro, o senza una certa percentuale di fallimenti.

Ogni movimento propagandista, religioso, sociale o dietetico che sia, è sicuro di attrarre a sé una folla eterogenea di aderenti, molti dei quali, dopo aver sperimentato i nuovi princìpi — alcuni dopo una prova approfondita, altri dopo tentativi più superficiali — ritornano alle loro posizioni iniziali. Diamo quindi per assodato che un’abitudine radicata come quella di mangiare carne è probabilmente e, di fatto certamente in alcuni casi particolari, assai difficile da estirpare.

E allora? Non era proprio questo che ci si aspettava da un cambiamento di tale portata? E, d’altro canto, è altrettanto certo che un gran numero dei fallimenti riferiti — nove su dieci direi — sono causati dal modo poco convinto sconsiderato in cui viene fatto il tentativo.

È possibile suicidarsi con una dieta vegetariana così come con qualsiasi altra, se si tende a quella conclusione; e si potrebbe davvero quasi immaginare, data la straordinaria stravaganza mostrata a volte nella selezione degli elementi di una dieta, che certi sperimentalisti «andassero in cerca di guai» nei loro approcci al vegetarianismo, affrontando la cosa in modo da poter poi dire: «Ci ho provato, ed ecco il risultato!». Conoscevo un uomo, un insegnante in una grande scuola pubblica, che ha «provato col vegetarianismo»; lo ha fatto sostituendo la carne con cavoli e patate. Dopo un mese di prova si sentiva «molto fiacco» e allora ha rinunciato.

Un fattore importante nel successo di un cambiamento di dieta è lo spirito con cui si intraprende questo cambio. Per quanto concerne la mera struttura chimica del cibo, la maggior parte delle persone può senza dubbio, con una normale oculatezza nell’attuazione del cambiamento, sostituire senza inconvenienti un regime alimentare vegetariano a una dieta «mista».

In alcuni casi, tuttavia, a causa forse del temperamento dell’individuo, o alla natura dell’ambiente in cui (Vive, il cambiamento presenta difficoltà molto maggiori; e qui assume un’importanza fondamentale la differenza tra chi è spinto da un sincero desiderio di fare il primo passo verso una dieta più umana e chi sta semplicemente sperimentando per curiosità o per qualche altro banale motivo. Si tratta di un’altra prova del fatto che la base morale del vegetarianismo è quella che sorregge tutto il resto.

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Gli animali sono delle persone?

Ma non ci sono altre obiezioni sollevate contro la pratica vegetariana? Ah, quelle care vecchie credenze erronee, esistenti da tempo immemorabile eppure sempre nuove; come potrei parlare con mancanza di rispetto di quanto mi ha tanto spesso rinfrancato e divertito! Ogni riformatore alimentare ha una certa familiarità con esse: le argomentazioni basate sulla «legge di natura», che ridurrebbe l’etica umana allo stesso livello di quella dei gattopardi o dei serpenti a sonagli; l’argomentazione della «necessità-di-togliere-la-vita», che coscientemente ignora la pratica delle uccisioni non necessarie; l’argomentazione del grasso di balena o, per essere più esatti, la domanda «che-fine-farebbero-gli-eschimesi?».

L’unica risposta adeguata alla quale è un sistema di emigrazione assistita dallo Stato; l’argomentazione «per-il-mio-bene», che possiamo definire la credenza erronea di famiglia; quella che si chiede «come-faremmo-senza-cuoio?», quella fosca immagine di un mondo senza scarpe convertito istantaneamente al vegetarianismo; e il disinteressato «cosa-ne-sarebbe-degli-animali?», che prefigura il penoso vagabondare di mandrie di animali senza dimora che non riescono a trovare protettori di nessun tipo disposti a mangiarli.

La migliore di tutte ritengo che sia quella che potrebbe essere definita la logica della dispensa, la prediletta dagli individui più istruiti, quella che sostiene che gli animali preferirebbero vivere ed essere mangiati piuttosto che non vivere per niente — un’immaginaria scelta prenatale in un’altrettanto immaginaria condizione prenatale!

Ho quindi mostrato cosa intendo per «princìpi umanitari della dieta», a prescindere dai quali, mi sembra, è senza scopo discutere la questione dei «diritti» degli animali.» Una vivace discussione infuria recentemente tra gli zoofili e i gesuiti, sulla questione se gli animali siano «persone»; vorrei porre una domanda a entrambe le fazioni: non è questa una disputa priva di senso, dal momento che le «persone» in questione vengono di comune accordo lasciate alla mercé del macellaio, il quale si sbarazzerà con fretta persino eccessiva della loro «personalità»?

Non è mia intenzione lanciare un appello esagerato o fantasioso al vegetarianismo. Esso non è, come ha asserito qualcuno, una «panacea» per i mali umani; è qualcosa di molto più razionale una parte essenziale del moderno movimento umanitario, il quale non può compiere un vero progresso senza di esso. Il vegetarianismo è la dieta del futuro, come il cibo a base di carne è la dieta del passato. Da quello stridente e comune contrasto di un negozio di frutta accanto alla bottega di un macellaio, possiamo trarre la più significativa delle lezioni oggettive.

Da un lato, c’è la barbarie di un’usanza brutale — le carcasse decapitate, irrigidite in una spaventosa sembianza di vita, i tagli di carne per arrosto, le bistecche e gli spezzatini col loro odore nauseabondo, lo stridulo cigolio della sega per le ossa, i colpi sordi della mannaia in una perpetua protesta urlante contro gli orrori del mangiare carne. E, come se questa non fosse una testimonianza sufficiente, lì, a stretto contatto, c’è una profusione di frutta dorata, una vista che farebbe la gioia di un poeta, l’unito cibo interamente congeniale alla struttura fisica e agli istinti naturali dell’umanità, che può interamente soddisfare le più alte aspirazioni umane.

È ancora possibile dubitare, dopo avere osservato un simile contrasto, che, per quanti passi intermedi sarà necessario compiere gradualmente, per quante difficoltà dovremo superare, il cammino del progresso dalla barbarie a una dieta veramente umana si apre chiaro e inequivocabile davanti a noi?

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Riflessioni sul dono della vita

Viene spesso detto, come giustificazione del massacro degli animali, che per loro è meglio vivere ed essere macellati che non vivere per niente. Ora, ovviamente, se questo ragionamento giustifica la pratica del mangiar carne, dovrebbe analogamente ammettere ogni tipo di allevamento di animali per profitto o per passatempo, nel qual caso la loro vita è abbastanza felice.

Questa argomentazione viene spesso usata dai cacciatori, per sostenere che la volpe si sarebbe estinta nel nostro Paese da lungo tempo se essi, i suoi veri amici, non l’avessero «preservata» per fini sportivi. Anche i vivisezionisti, che allevano porcellini d’India per i loro esperimenti, l’hanno usata, e con lo stesso diritto dei mangiatori di carne; cosa volete che siano poche ore di sofferenza, potrebbero affermare, in confronto all’incomparabile dono della vita?

In effetti, una volta ammesso che è un vantaggio per un animale essere messo al mondo, non c’è praticamente nessun trattamento che non possa essere giustificato dai presunti termini di un tale contratto. Il discorso si può applicare a che all’umanità. È stata, infatti, la giustifica ione degli allevatori di schiavi; ed è logica ente una scusa altrettanto valida sia per lo se favismo che per la pratica di mangiare carne.

Garantirebbe ai genitori il diritto di applicare qualsiasi tipo di trattamento ai loro figli, i quali sono legati al loro, per il dono della vita che hanno ricevuto, da un debito di gratitudine che nessun servigio successivo potrà estinguere. È come negare lo stesso merito ai cannibali, allevano le loro vittime umane per la tavola, come si dice che facessero alcune antiche popolazioni del Perù?

È documentato, con l’innegabile autenticità in un resoconto ufficiale parlamentare (7 marzo 1883), che quando Sir Herbert Maxrell sostenne in Parlamento che per un «bluf rock» [particolare specie di tordo che prende il nome dal colore del piumaggio degli esemplari maschi, ndt] è preferibile essere preso a fucilate per sport che non esistere per niente, Mr. W.E. Forster replicò ironicamente che quello che dobbiamo prendere in considerazione non è un tordo prima della sua esistenza, ma un tordo esistente.. Questa, in sintesi, la chiave dell’intera questione. L’errore risiede nella confusione del pensiero che tenta dii paragonare esistenza a non-esistenza.

Una persona che esiste già può avere coscienza del fatto che avrebbe anche potuto non vivere, ma deve avere la terra firma dell’esistenza su cui basare le proprie argomentazioni; nel momento in cui comincia a fare ipotesi dagli abissi del non-esistente dice assurdità, predicando il bene o il male, la felicità o l’infelicità di qualcosa su cui non possiamo predicare nulla.

Quindi, quando parliamo di «mettere al mondo un essere», secondo la vaga espressione che viene usata in questi casi non possiamo pretendere da quell’essere alcuna gratitudine per la nostra azione, o concludere con lui un affare, particolarmente meschino per giunta, in considerazione di essa; né possiamo ritenerci autorizzati a eludere i nostri doveri verso di lui grazie a un simile cavillo, nel quale è evidentemente il desiderio a generare il ragionamento.

E neppure, a questo proposito, necessario addentrarsi nella questione dell’esistenza prenatale, dal momento che, se ci fosse una simile esistenza, non abbiamo nessuna ragione di dare per scontato che sia meno felice di quella presente; e così allo stesso modo l’argomentazione viene a cadere. È assurdo paragonare una presunta pre-esistenza, o non-esistenza, alla vita reale individuale della quale abbiamo esperienza quotidiana.

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Il filosofo e il maiale

Tutti i ragionamenti basati su questo paragone devono necessariamente essere falsi, e porteranno a grottesche conclusioni.

Prendiamo il caso, emblematico, del filosofo e del maiale. Non significa forse aggiungere il danno alla beffa il fatto che questo animale ultra massacrato debba non solo essere mangiato dal filosofo, ma essere anche oggetto di una tutt’altro che disinteressata beatificazione — «Sia benedetto il maiale, dal momento che il filosofo va matto per la pancetta affumicata»?

Possiamo immaginare che il filosofo mentre passa davanti a una macelleria che, giudicare da ciò che espone, rappresenta un autentico tempio e centro di umanità, dal momento che senza di essa «non esisterebbero affatto maiali», debba concedersi una pausa di sereno autocompiacimento per felicitarsi della smunta carcassa lì distesa, con la beffa di un’arancia ornamentale ficcata in bocca.

Sono stato un benefattore di questo maiale — dirà–dal momento che ho mangiato una porzione del suo predecessore; e adesso sarò un benefattore di qualche maiale ancora non nato, mangiando una porzione di questo che ho davanti.

Questo, quindi, è il benigno atteggiamento del filosofo nei confronti del maiale; e quale sarà la risposta del maiale al filosofo?

Riverito moralista–potrebbe obiettare–sarebbe sconveniente per me, che oggi sono un maiale e domani non sarò altro che prosciutti salsicce, discutere con un maestro di etica, e pure al mio intelletto porcino sembra che avendo prima deciso di uccidermi e divorarmi, tu ti sia poi dovuto preoccupare di trovare la ragione morale.
Perché tieni presente, te ne prego, che quando sono venuto al mondo le mie preferenze non sono state in alcun modo considerate, e che non ho nemmeno acquistato il diritto di vivere se non a condizione di essere poi macellato. Se, poi, sei fissato col porco, così sia, dal momento che porco sono: ma, visto che non mi hai risparmiato la vita, almeno risparmiami i tuoi sofismi. Non è per il suo bene, ma per il tuo, che durante la sua esistenza il maiale viene alloggiato e nutrito nel sudiciume, e alla fine barbaramente macellato.

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Dal terreno coltivato per l’allevamento al terreno coltivato a cereali

Da qualsiasi punto di vista lo si consideri, questo sofisma risulta ugualmente privo di significato. Perché, anche mettendo da parte la pecca filosofica che lo vizia, permane la considerazione pratica che un numero enormemente maggiore di esseri umani potrebbe essere nutrito in un territorio coltivato a grano e frutta rispetto a uno in cui si allevano armenti; quindi, se un’area più estesa dell’Inghilterra fosse dedicata all’allevamento del «bestiame», in realtà potremmo veder diminuire gli esseri umani a vantaggio di un maggior numero di buoi e montoni; vale a dire, potremmo incrementare l’esistenza di livello più basso a spese di quella più elevata.

Vale anche la pena di notare che la vita degli animali destinati al macello è di qualità di gran lunga inferiore rispetto a come potrebbe essere se gli stessi animali vivessero allo stato completamente brado o fossero addomesticati per qualche scopo ragionevole grazie all’amichevole associazione con l’uomo; il fatto stesso che un animale verrà mangiato sembra escluderlo dalla categoria degli esseri intelligenti e fa in modo che venga considerato puro e semplice «cibo» animato.

«Mantenere un uomo, schiavo o persona di servizio che sia», dice Edward Carpenter, «è esclusivamente per il proprio vantaggio, mantenere un animale che potresti mangiare è una menzogna; non puoi guardare quell’animale in faccia». L’esistenza dei manzi, per esempio, non può realmente essere chiamata vita; fanno parte del bestiame (livestock), ma non vivono [gioco di parole tra il termine livestock e verbo to live (vivere), ndt]. E che dire delle «bestie ingrassate» che vengono annualmente esibite alla Agricultural Hall, e altrove, nel periodo della pace e dei buoni sentimenti?

Devono queste disgraziate vittime della ghiottoneria umana essere grate per il dono della vita? Devono esserci grati i polli rimpinzati di cibo e le oche? E il vitello e l’agnello devono rallegrare del periodo piuttosto breve che gli viene concesso in questo macabro contratto, o dobbiamo togliere coloro che mangiano vitello e agnello dalla lista dei benefattori degli animali?

Accettiamo di buon grado tutto quello che può essere detto sulla «gioia di vivere». Ma quale morale si può ricavare da quel fatto? Sicuramente non che siamo autorizzati a oltraggiare e distruggere la vita per soddisfare i nostri egoistici appetiti, perché in realtà poi ne potremo produrre in maggiore quantità! Ma piuttosto che dovremmo rispettare la bellezza e la santità della vita negli altri come in noi stessi, e fare tutto il possibile per garantirne il pieno e naturale sviluppo. Questa logica della dispensa è l’autentica negazione di un vero rispetto per la vita; perché implica che il vero amico degli animali è quello che ha la dispensa più piena di essi:

«Pregava meglio, chi mangiava meglio Qualsiasi cosa grande o piccola».

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Gregory Colbert

Chi è nato deve restare in vita

È la filosofia del lupo, dello squalo, del cannibale. Se c’è qualche verità in questo tipo di argomentazione, lasciamo che coloro che ci credono abbiano il coraggio delle proprie convinzioni, e ne affrontino le inevitabili conseguenze. L’orco è stato finora uno dei personaggi più incompresi, ma ora, finalmente, la filosofia e la scienza stanno rendendo giustizia alle sue opere di beneficenza. La sua organizzazione è stata carente, forse, ma il suo intento era assolutamente lodevole. Lui è lo zoofilo, il filantropo, il santo per eccellenza.

M smettiamola con questi cavilli! Il vegetarianismo salverebbe gli animali reali, che sono venuti realmente al mondo, dalla reale sofferenza che è inseparabile dal trasporto del bestiame e dal mattatoio; e se la sua unica mancanza di umanità è rappresentata da fatto che incrementa le razze non esistenti non preoccupandosi di farle nascere, può accettare questa accusa con equanimità. Se c’è stata qualche scortesia, o qualche mancanza di gentilezza nel fatto di non allevare animali, l’enormità del nostro peccato di omissione sarebbe superiore a quanto la coscienza urbana è disposta a sopportare, dal momento che il numero dei non nati è illimitato, e ascendere al trono attraverso la carneficina, e «chiudere le porte della compassione all’umanità» sarebbe un’inezia in confronto a questa spietata chiusura delle porte della vita al povero, trascurato non-esistente!

È interessante notare che questa credenza erronea — l’assunto secondo il quale sarebbe una cortesia far venire al mondo un essere — risale addirittura ai tempi di Lucrezio, il quale ne parla, in altri termini, in un passaggio del suo grande poema filosofico, De rerum natura (versi 174–180, edizione UTET), che può essere res come segue:

O qual male era per noi non essere stati creati? Forse — così dovrei credere — la vita giaceva nell’oscurità e nel pianto, fin che brillò l’aurora primordiale del mondo? Certo chiunque è nato vuol rimanere in vita, finché ve lo trattenga il piacere soave. Ma a chi non gustò mai l’amore della vita né fu nel numero dei vivi, che nuoce il non essere nato? [Lucrezio]

Vediamo quindi che un grossolano sofisma attuale è stato chiaramente smascherato quasi duemila anni fa. È abbastanza possibile che qualche imbecille possa riproporlo tra altri due mila anni.

Questo documento è tratto da The Humanites of Diet, The Vegetarian Society, Manchester, 1914.
Traduzione dall’inglese di Claudio Mapelli

Henry S. Salt (1851-1939) Politico inglese e critico letterario , si distinse in molte battaglie sociali e per i Diritti civili. Fu particlarmente attivo nella lotta per i diritti degli animali. Vicino alla Fabian Society e a George Bernard Shaw pubblicò molto pamphlete saggi sul vegetarianismo e l’etica animale. Nel 1886 pubblicò uno dei fondamenti dell’etica vegetariana, A Plea for Vegetarianism. Sempre in contatto con Vegetarian Society fondò nel 1891 Humanitarian League, che aveva come obiettivo l’abolizione della caccia come sport.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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