Vannevar Bush e il modo in cui pensiamo

Estratto da: La mela avvelenata. Alle origini dell’intelligenza artificiale, a cura di Mario Ricciardi e Sara Sacco, goWare, Firenze, 2019, pp. 121–134

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Chi è Vannevar Bush

Vannevar Bush (1890-1974), scienziato e tecnologo statunitense, dal 1919 è professore e dal 1932 rettore al MIT di Boston.

Nel 1938 Bush si trasferisce a Washington, dove viene nominato presidente del Carnegie Institution, l’ente privato di ricerca più antico degli USA. La sua esperienza presso tale istituto di ricerca gli permetterà di influenzare in modo strategico la politica di ricerca scientifica americana, soprattutto in relazione all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.

Nel 1940 Bush propone al presidente Roosevelt l’istituzione del National Defense Research Committee (NDRC), al quale affidare il coordinamento della ricerca a fini bellici. L’ente viene istituito e subito inglobato nel nuovo organismo centrale di coordinamento della ricerca scientifica a fini bellici: l’Office of Scientific Research and Development (OSRD), che sarà diretto da Bush fino al 1947.

Gli scritti di Bush ricevettero una forte copertura dalla stampa dell’epoca.

Durante la sua permanenza all’OSRD, coordina alcune delle più importanti attività di ricerca scientifica in ambito bellico, comprese quelle inerenti le tecnologie radar e quelle che porteranno alla creazione della prima bomba atomica.

Nel 1945, con l’articolo Science, The Endless Frontier, Bush sottopone al presidente degli Stati Uniti la sua proposta di organizzazione del sistema di supporto governativo alla ricerca scientifica. L’articolo porterà alla fondazione, nel 1950, del National Research Foundation (NRF).

Nel 1945 sulla rivista Atlantic Monthly pubblica As We May Think, nel quale per la prima volta propone l’idea del Memex.

Dal 1955 a 1971 Bush è presidente, poi presidente onorario, del MIT Corporation.

Il contributo di Bush

La lettura e la presentazione di Vannevar Bush che facciamo in questa sede è parziale perché fa riferimento principalmente alla nascita della cultura ipertestuale e si concentra su un breve contributo, che però ha avuto grande fortuna, e su un progetto di macchina che non fu mai realizzato. Parliamo appunto di As We May Thing e di Memex.

Concentriamo l’attenzione sulla fortuna di Bush considerato il fondatore e l’anticipatore della teoria e della tecnologia ipertestuale, al di là della sua importanza come scienziato e come grande organizzatore al MIT, del ruolo politico e strategico svolto come consigliere per gli armamenti del presidente Roosevelt e quale protagonista di tutta l’avventura decisiva per la Seconda guerra mondiale (il Progetto Manhattan) [1].

I veri protagonisti di questo capitolo sono due oggetti tecnologici, l’ipertesto e la rete. In larga misura dipendono dalle teorie elaborate negli anni Trenta del secolo passato: la loro costruzione e soprattutto la straordinaria diffusione del computer e di Internet aprono scenari inediti e imprevedibili.

L’ipertesto sconvolge il modello fondante la civiltà umana, nato dall’invenzione della scrittura e dell’alfabeto. Questa tecnologia, infatti, afferma un paradigma che non è più quello logico-sequenziale. Internet afferma l’homo ubiquitous, connesso da ogni luogo e in ogni momento. I principi fondanti di spazio e tempo sono rivoluzionati così come i modelli della produzione industriale, del business e della cultura.

L’ipertesto è una tecnologia che ha bisogno di un approccio multiculturale e interdisciplinare; ben presto darà origine alla multimedialità e, sfruttando la diffusione di Internet e dei browser per navigare nella ragnatela mondiale, sarà il codice universale della comunicazione umana.

Con Tim Berners-Lee la navigazione in rete raggiunge la massima facilità e la più grande potenza: l’ambiente web è oggi l’ambiente di relazione e di lavoro globale in cui si affermano la condivisione delle risorse e la cooperazione alla pari tra gli esseri umani sulla base di un ambiente universale di comunicazione.

Vannevar Bush: il mito

Vannevar Bush è considerato l’anticipatore della teoria e della tecnologia ipertestuale e As We May Think[2] è l’articolo che ne riassume le posizioni “visionarie”[3]. “Come possiamo pensare” è un titolo che mette immediatamente l’accento sul ruolo della mente e sul suo funzionamento[4].

Il pensare (il cogito cartesiano) inteso come atto intellettuale per eccellenza e come funzione fondamentale a cui fare riferimento per tutti i progetti non solo di conoscenza, ma per tutte le strategie immaginabili nella prospettiva di un mondo che cambia e che esce da una guerra terribile e devastante. Innanzitutto occorre indagare sui meccanismi e sul funzionamento della mente.

Bush esaminando il funzionamento della mente umana mette in rilievo la sua particolarità di procedere per associazioni, cioè in una forma non lineare e non sequenziale, profondamente diversa dallo strumento artificiale che caratterizza tutti i prodotti culturali del genere umano nella modernità: la scrittura alfabetica con il modello logico-sequenziale. Mette a confronto i meccanismi naturali della mente con le forme materiali esistenti di produzione, conservazione e fruizione dei documenti scritti e stampati.

La sfida a cui Bush vuole rispondere mette in gioco il rapporto tra uomo e macchina: può una macchina supportare o addirittura sostituire la mente umana?

La risposta ha un alto valore strategico perché immagina un futuro del tutto nuovo per la società: Bush scommette sulla società dell’informazione, cioè prevede una società in cui si afferma un accumulo continuamente crescente di informazioni e di documenti. È il salto di civiltà da una società povera di informazioni a una ricca di informazioni, da una società in cui l’informazione gioca un ruolo secondario a una società in cui l’informazione è il bene primario, un bene immateriale decisivo per le sue sorti e per il suo sviluppo.

Di fronte a questa previsione Bush vede una sostanziale inadeguatezza della mente umana: essa deve essere almeno supportata, se non fortemente aiutata, dalle tecnologie disponibili. La memoria statica non basta, occorre una memoria dinamica in cui siano conservabili e utilizzabili non solo i documenti, ma anche le connessioni e i continui riferimenti, relazioni e link che gli utenti di questo immenso patrimonio, distribuito in forma ineguale in tutto il mondo, generano col loro continuo uso. La mente umana non è in grado di competere su questo terreno e non è in grado di rispondere a questa sfida. Questa è l’origine “teorica” di Memex.

L’estensione meccanica della memoria umana: l’utopia di Memex

Il Memex è composto da una tastiera, da leve e pulsanti e da schermi trasparenti sui quali vengono proiettati documenti memorizzati su microfilm. Attraverso gli schermi le pagine di due diversi documenti possono essere visualizzate in parallelo ed è possibile stabilire connessioni permanenti tra le due pagine. In un terzo spazio trasparente è possibile scrivere appunti che possono essere fotografati a secco e collegati ad altri documenti. Gli elementi fondamentali del Memex sono i collegamenti che consentono di effettuare ricerche tra i documenti seguendo il modello associativo caratteristico della mente umana. Nasce così il primo prototipo di ipertesto.

Scrive Bush che il Memex è uno

“strumento nel quale un individuo immagazzina libri, documentazione e comunicazioni, meccanizzato in modo da poter essere consultato con estrema velocità e flessibilità. È un’ampia integrazione privata e personale della memoria dell’individuo”.

Si basa su più lettori di microfilm, collegati fra loro e integrati da un dispositivo capace di acquisire nuove immagini, di memorizzare la posizione dei singoli fotogrammi e di collegarli meccanicamente fra loro. Bush introduce concetti come link, linkage, trail e web che avranno una grande fortuna negli sviluppi successivi dell’informatica, di Internet e in generale del mondo digitale.

Bush sottolinea prima di tutto che si tratta di una macchina per uso individuale: si va verso quello che sarà, anni dopo, il personal computer. Era impossibile, però, con la tecnologia meccanica disponibile, personalizzare veramente, cioè riconfigurare il meccanismo secondo le attese dell’utente.

È necessario un salto tecnologico e industriale e culturale che potrà realizzarsi soltanto a partire dagli anni Sessanta del Novecento modificando sostanzialmente l’uso del computer.

Bush vede un utente che agisce da solo, da casa (home) e una macchina sempre meno “pesante” (hard) e sempre meno meccanica, caratterizzata da funzioni che imitano sempre più quelle “leggere” (soft) della mente umana.

Memex è una macchina non ancora portabile e neppure connessa in rete; alla fine rimane una visione che non trova pratica realizzazione. Come la macchina di Turing, è una macchina virtuale, benché Bush, un ingegnere, ne disegni un prototipo teoricamente in grado di funzionare.

All’origine di Memex troviamo un’ambizione antica come il mondo: riunire tutto il sapere umano e poterlo leggere e utilizzare e riutilizzare. Memex vuole fare ancora di più: portare a casa, sulla scrivania di ciascuno di noi, lo strumento per potere leggere, archiviare e produrre nuovi documenti recuperandoli dalle biblioteche e dagli archivi di tutto il mondo.

Bush scopre un valore rimasto latente e pressoché sconosciuto: all’esperienza che si accumula leggendo e riflettendo individualmente sui libri, sui testi, si aggiunge la ricchissima esperienza, per secoli non sfruttata né utilizzata, che si genera scambiando informazioni, tessendo quella rete immateriale che è la struttura della cultura moderna.

Le piste associative sono le potenzialità (la dimensione virtuale) che “attraversano” i materiali scritti, che li aprono oltre la dimensione fisica. I documenti non sono finiti e quindi conclusi, anzi sono continuamente attualizzati e riutilizzati dagli utenti.

I collegamenti non devono snaturare l’originalità del documento: la fonte originaria deve essere sempre reperibile e identificabile (uno dei problemi più difficili e inquietanti da risolvere oggi nella cultura della rete e del web); deve essere sempre possibile ritrovare il documento originale.

Esperienza e conoscenza sono i motori di questa nuova vision del rapporto tra tecnologie dell’informazione e della comunicazione e sapere (conoscenza più esperienza). Secondo Bush “appariranno enciclopedie di concezione radicalmente nuova, dotate di una trama di piste associative che le attraversano, pronte per essere inserite nel Memex e lì arricchite di altre conoscenze”.

La trama di piste associative (associative trails) e la possibilità di “arricchire”, cioè di aumentare la conoscenza, sono suggestioni che collocano Bush all’origine di processi che sono sotto i nostri occhi. L’idea di trasferire direttamente i meccanismi mentali in atti come le diverse forme di indicizzazione, archiviazione e riutilizzo dei documenti, è l’obiettivo che Bush non riesce a raggiungere.

Viene aperta però la strada a un vero cambio di paradigma che diventerà molto più evidente negli anni successivi quando si porrà sempre più attenzione alle connessioni e alle relazioni tra le informazioni nel contesto sociale, con conseguenze rivoluzionarie rispetto all’apparato produttivo e industriale.

La possibilità di arricchire, cioè di aumentare, la conoscenza attraverso l’utilizzo di macchine e lavorando in ambienti artificiali, ma con forte interazione tra uomo e macchina, riduce sempre più la fiducia nei meccanismi ripetitivi e automatici. Esplorare, cercare, scambiare relazioni, pensare che la cooperazione nel lavoro e la condivisione delle risorse siano il motore di sviluppo della nuova società, avranno ben presto molti sostenitori, soprattutto nella società statunitense e da lì in tutto il mondo. Scout, scouting, explorer, trails sono le parole chiave.

Nell’esemplificazione sul mutamento prevedibile delle professioni è di particolare interesse l’osservazione sullo storico che, a differenza dei medici e degli scienziati, sviluppa anche un ruolo selettivo:

Lo storico confronterà un vasto resoconto cronologico su un popolo con una sequenza che congiunge soltanto gli eventi salienti, e potrà seguire in ogni momento piste laterali, che lo conducono attraverso tutte le civiltà esistenti in una data epoca .

Le scienze della natura rimangono cumulative e quantitative e quelle umanistiche qualitative e soggettive. Qui Bush rivela un passaggio non ancora risolto: la macchina facilita il professionista e soprattutto l’aiuta a reggere il passo di fronte all’alluvione di informazioni e quindi alla necessità di selezionarle e di padroneggiarle direttamente per scopi pratici.

È evidente un ottimismo, forse eccessivo, sulle tecnologie e sull’effetto positivo del controllo di tutte le fonti esistenti: il documento e l’informazione non sono soltanto una somma di dati e poi di bit, sono anche segni, simboli, crocevia di significati talora disattesi, spesso incompresi o fraintesi.

I processi associativi rinviano ai meccanismi mentali naturali, non alla mente alfabetica. La tecnologia della scrittura e ancor più quella della stampa hanno determinato il nostro modo di conoscere il mondo e di interagire con esso.

Se progettiamo strumenti — e quindi media — che stabiliscano un altro rapporto col mondo, un ritorno ai flussi e alle associazioni che erano propri dell’oralità, andiamo oltre la gabbia gutemberghiana che produce il modello logicosequenziale.

La connessione diventa parola chiave per tutto il mondo del computing futuro e di quello di Internet. Si passa dal primato assoluto del testo separato dal contesto, da un valore statico e assoluto a un valore dinamico e relazionale.

Questo valore genera più efficienza e più produttività se trasferito dai progetti intellettuali alle loro realizzazioni industriali; indica una svolta di civiltà: l’idea che il motore della società sia il cambiamento con l’introduzione di vettori di rapidità e di complessità mai prima messi in campo.

L’idea fondamentale del Memex di Bush è che “un’informazione ne selezioni immediatamente e automaticamente un’altra”, generando un processo di collegamento delle informazioni allo scopo di costruire “percorsi” di pensiero che, a differenza dei ricordi, non svanirebbero mai.

La società dell’informazione

Bush prevede un aumento costante e crescente di informazioni disponibili. È un salto di qualità rispetto alle società precedenti in cui l’informazione era un bene non facilmente disponibile e non facilmente riproducibile. Mette l’accento sul valore strategico di un bene che non è più — o non è più soltanto — il bene materiale tipico dell’economia classica e della società industriale.

È un dominio immateriale in cui prevalgono i sistemi di connessione e le relazioni; si mette al centro la comunicazione in stretto rapporto con l’evoluzione di tecnologie informatiche e telematiche. Comunicazione e informazione marciano di pari passo.

C’è una mole crescente di ricerche; ma è sempre più evidente che, via via che il processo di specializzazione si estende, ci stiamo impantanando. Il ricercatore è sconcertato dai risultati e dalle conclusioni di migliaia di altri ricercatori, conclusioni che non trova il tempo di comprendere, ancor meno di ricordare, via via che vengono pubblicate.
La somma dell’esperienza umana viene estesa a una velocità portentosa, e i mezzi che usiamo per orientarci in questo labirinto per arrivare all’informazione che ci interessa in quel momento sono gli stessi che si usavano al tempo delle navi con attrezzatura a vele quadre .

Con queste esplicite affermazioni Bush prevede l’aumento crescente del sapere e dei risultati della ricerca e quindi immagina la società del futuro prossimo non più come una società dei produttori di merci e di beni materiali, ma piuttosto come società della conoscenza e della diffusione della scienza.

Sottolinea l’arretratezza degli strumenti attualmente disponibili, la contraddizione sempre più evidente tra la spinta di quella società industriale verso la specializzazione della ricerca e la necessità di interrelazioni tra i diversi campi del sapere. Il motore di questo meccanismo moltiplicatore va molto oltre le attuali capacità di controllo e di utilizzo degli esseri umani.

L’accumulo di esperienza umana è velocissimo e noi non abbiamo gli strumenti per “orientarci” — e quindi filtrare e poi memorizzare in modo intelligente ciò che ci serve — in mezzo ad una massa sterminata di informazioni generata in tutti i luoghi della Terra. L’obiettivo strategico non è quello di produrre più conoscenza, ma quello dell’utilizzo intelligente e selettivo dei risultati della scienza.

Il saggio è l’origine “teorica” di Memex. La teoria è fondata sull’idea dell’inadeguatezza culturale della mente e degli strumenti attualmente in uso per affrontare la complessità del mondo a venire: la tecnologia è necessaria soprattutto per esercitare funzioni selettive e organizzative rispetto all’esplosione prevedibile della società dell’informazione.

E questa è una visione straordinaria ed è l’eredità più visibile e conosciuta di Vannevar Bush. Esiste anche una dimensione che appare operante molto tempo dopo: ponendo al centro della comunicazione la scrivania personale e mettendo l’accento sui link e sul recupero dei messaggi di scambio tra gli utenti, Vannevar Bush riconosce — sia pur con molta prudenza — un sapere e uno spazio della conoscenza che si basa sull’associazione e sulla condivisione di risorse che fuoriesce dalla tradizione culturale dell’età della stampa e dei massmedia.

Gli utenti che attualizzano e riutilizzano continuamente i testi, attraversati dalle piste associative e quindi non finiti, guadagnano un ruolo strategico. Sono i protagonisti di nuove forme di produzione intellettuale e culturale molto più ampie e molto più diffuse della cultura ufficiale, ristretta nel canone e nella tradizione del libro. Sono generatori di contenuti e contemporaneamente creatori di relazioni culturali e sociali fuori dalle regole istituzionali. È una previsione che anticipa i social network e gli user generated content (UGC).

I link non sono solo collegamenti informatici, la possibilità tecnica di collegare facilmente documenti, parti di essi e infine testi e immagini. Non si tratta soltanto di una questione interna all’evoluzione di software, quindi di una informatica che prosegue per la sua strada tecnologica.

I link decostruiscono i documenti, generando una rete di relazioni che non rispetta più la gerarchia del testo scritto, l’ordine di un documento strutturato e fissato in una gerarchia riconosciuta anche nelle sue componenti minimali, di dettaglio (il titolo, le frasi, la punteggiatura, gli accenti). Viene messo in crisi il paradigma logicosequenziale.

Finché si tratta di esperienza scientifica, ci troviamo ancora in una evoluzione di pensiero, in un percorso culturale prevedibile, ma se questa diventa pratica universale, sostitutiva e alternativa al codice alfabetico, allora cambiamo i comportamenti, le regole generali della cultura e della società.

I link attraversano non solo i documenti, attraversano le regole costitutive della società, il sistema di relazioni che da tempo immemorabile sono state introiettate nella civiltà moderna.

I link diventano un modo di pensare e un modo di agire; oggi per molti, anzi per moltissimi, sono prima un modo di agire e poi un modo di pensare.

Il ruolo pubblico di Bush

Organizzare, in forma nuova e in modo compatibile in un “tempo di pace”, gli scienziati, specie i fisici e i matematici protagonisti del Progetto Manhattan, al termine della Seconda guerra mondiale è l’obiettivo di Bush. Non è più possibile concentrarli in luoghi fisici e neppure mantenere un grado di coesione sufficiente sulla base degli obiettivi bellici e quindi del vincolo del segreto militare.

La concentrazione di risorse per il Progetto Manhattan in cui vengono riuniti il fior fiore degli scienziati propone un modello in cui conta molto l’organizzazione, il lavoro condiviso (sia pur all’interno dei rigidi vincoli del segreto militare) per obiettivi comuni.

Forse gli scienziati hanno incominciato ad apprendere un modo per cooperare, ma Bush tace sui vincoli determinati dal segreto militare e sui violenti contrasti che si aprono nel periodo maccartista in USA.

Questa non è stata una guerra di scienziati; è stata una guerra in cui tutti hanno avuto una parte. Gli scienziati, mettendo da parte la loro vecchia concorrenza professionale a favore d’una causa comune, hanno messo in comune molte conoscenze e hanno imparato molto. È stato stimolante lavorare in autentica cooperazione. Ora, per molti, sembra che questo stia per finire. Che cosa dovranno fare prossimamente gli scienziati?

Si apre un nuovo scenario: cosa far fare agli scienziati terminata la guerra, ma nel contesto della Guerra fredda e dopo Hiroshima e Nagasaki. Quale lezione trarre dal Progetto Manhattan: lo scopo militare era stata la molla e l’elemento di coesione (compreso il segreto militare)?

Migliaia di scienziati vengono concentrati nello stesso luogo fisico: una soluzione impossibile in tempo di pace. Si pone la necessità dello sfruttamento industriale oltre a quello militare. La comunicazione diventa fondamentale e pone drammatici e inediti problemi.

Per Wiener comunicazione significa disseminazione, cooperazione senza segreti o brevetti e senza sfruttamento industriale incontrollato. Wiener dopo Hiroshima decide di non rimanere più alle dirette dipendenze del potere militare o industriale e si propone di limitare la propria adesione ai programmi che derivano più o meno esplicitamente dal programma Manhattan.

I conflitti in realtà erano già all’interno del Progetto Manhattan e esploderanno subito dopo la fine della guerra come conseguenza delle nuove politiche aggressive generate dalla Guerra fredda.

Un esempio è la vicenda di Julius Robert Oppenheimer (1904-1967), fisico statunitense, che ha dato importanti contributi nel campo della fisica moderna, in particolare alla meccanica quantistica, ma la sua fama è legata soprattutto alla costruzione della prima bomba atomica nell’ambito del Progetto Manhattan e alla successiva crisi di coscienza che lo indusse a rifiutare di lavorare per quella all’idrogeno.

Le sue posizioni si scontrarono con le ambizioni di scienziati come Edward Teller[5] e politici come Joseph McCarthy, che nel 1954 lo colpì con un’inchiesta al termine della quale gli fu vietato l’accesso ai segreti atomici poiché in passato aveva manifestato simpatie comuniste. Fu grazie alla comunità scientifica, che con Einstein alla guida insorse per questa decisione, che nel giro di pochi mesi fu confermato nel ruolo di direttore e professore dell’Institute for Advanced Studies di Princeton, carica che mantenne fino alla morte.

Note

[1] Manhattan è una serie televisiva statunitense trasmessa per due stagioni (dal 27 luglio 2014 al 15 dicembre 2015) dalla rete via cavo WGN America. Ideata da Sam Shaw, la serie è ispirata dalle vicende legate al Progetto Manhattan. I produttori si sono concentrati sulla ricostruzione della vita degli uomini e delle donne che lavoravano e vivevano nel principale laboratorio di Los Alamos.

[2] L’articolo di Bush è apparso sulla rivista Atlantic Monthly nel luglio del 1945. Due ricercatori, James Nyce e Paul Kahn, hanno dimostrato che Bush nel 1937 ne aveva scritto una versione assai più ampia. A questo proposito, degli stessi autori si veda: Innovation, Pragmatism, and Technological Continuity: Vannevar Bush’s Memex, in Journal of The American Society for Information Science, New York, J. Wiley, vol. 40, n. 3, 1989, pp. 214–220. Un’accurata ricostruzione del percorso di Vannevar Bush, corredata di interventi tra i maggiori “prosecutori” della sua linea, si trova in Nyce J.M., Kahn P., Da Memex a Hypertext, cit.

[3] Viene considerato all’origine degli ipertesti e le numerose testimonianze raccolte testimoniano del debito riconosciuto da alcuni dei protagonisti come Engelbart e Nelson (considerato l’inventore stesso del termine ipertesto).

[4] Il titolo fa riferimento all’opera di John Dewey, noto filosofo e pedagogista, autore nel 1910 di How We Think (trad. it. Come pensiamo, Firenze, La Nuova Italia, 1961). Cfr. Castellucci Paola, Dall’ipertesto al web. Storia culturale dell’informatica, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 114.

[5] Il nemico di Hoppenheimer fu Edward Teller (1908–2003), fisico ungherese naturalizzato statunitense, che durante la Seconda guerra mondiale partecipò al Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica. Teller è il padre della bomba termonucleare o bomba all’idrogeno, il cui primo esemplare sperimentale fu fatto esplodere il 1º novembre 1952 nell’atollo Eniwetok dell’Oceano Pacifico.

Da: La mela avvelenata. Alle origini dell’intelligenza artificiale, a cura di Mario Ricciardi e Sara Sacco, goWare, Firenze, 2019, pp. 121–134

Mario Ricciardi è attualmente professore emerito al Politecnico di Torino. È stato coordinatore dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione e in Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione e vice rettore e membro della giunta presso il Politecnico di Torino dal 2005 al 2007.
Dal 1998 al 2004 è stato presidente e direttore della Fondazione Maria Adriana Prolo-Museo nazionale del cinema, fondando il nuovo Museo nazionale del cinema. È editor della rivista internazionale on line “DigitCult”. Tra le sue ultime pubblicazioni: Il museo dei miracoli (2008), La comunicazione. Maestri e paradigmi (2010), La rete e i luoghi (2014), Friction sociology (2016).

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.