Van Gogh suicidato dalla società

di Antonin Artaud

✎ Think|Tank. Il saggio del mese [Novembre 2020]

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Vincent van Gogh, “Campo di grano con corvi”, 1890, particolare, Van Gogh Museum, Amsterdam

Quando il 29 luglio del 1890 muore van Gogh in seguito ad un ennesimo tentativo di suicidio, la sua opera diventa ben presto preda degli psichiatri ancor più che della critica d’arte. La singolare personalità dell’artista, alcuni episodi sconcertanti della sua vita, sono tutti elementi che coniugati all’eccezionalità degli esiti pittorici sembrano riproporre in un caso clinico particolarmente affascinante il luogo comune romantico di “genio e follia”, fino a far coincidere il mito van Gogh con la sua “malattia”.

Saranno gli interventi di due fra gli scrittori più grandi e inquieti del Novecento, Georges Bataille (1897–1962) e Antonin Artaud (1896–1948), a sottrarre l’opera di van Gogh alla psichiatria per riconsegnarla alla fruizione culturale del proprio tempo, come uno dei risultati più alti e dirompenti della tradizione occidentale.

Bataille con il saggio intitolato La mutilation sacrificielle et l’oreille coupée de Vincent van Gogh (1930) propone il recupero degli atteggiamenti più trasgressivi dell’artista quali manifestazioni di una ritualità che ci riporta alla tradizione classica della vittima sacrificale.

Artaud, personalmente convinto d’essere una vittima della società, e dei medici in particolare, vedrà nel tragico destino di Van Gogh, le suicide de la societé (1946) il dramma stesso di ogni persona d’ingegno in una società che tende ad espungere tutte le categorie dei “diversi”, dei “marginali”, fra cui i pazzi e gli ammalati, tanto più se detentori di una lucidità ed una sensibilità come quelle di van Gogh: «Perché un pazzo è anche un uomo che la società non ha voluto ascoltare e a cui ha voluto impedire di pronunciate delle insopportabili verità».

Alberto Castoldi

Introduzione

Si può stare a discutere sulla salute mentale di van Gogh che, in tutta la sua esistenza, si è limitato a farsi cuocere una mano, e per il resto altro non ha fatto se non amputarsi una volta l’orecchio sinistro, in un mondo in cui si mangia ogni giorno della vagina cotta in salsa verde o del sesso di neonato sferzato fino a renderlo inferocito appena colto all’uscita dal sesso materno.

E questa non è una immagine retorica, ma un fatto ampiamente e quotidianamente ripetuto e praticato in tutto il mondo.

Ed è così, per quanto delirante possa sembrare questa affermazione, che la nostra esistenza attuale si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, anarchia, disordine, delirio, sregolatezza, follia cronica, inerzia borghese, anomalia fisica (perché non è già l’uomo ma il mondo ad essere diventato anormale), di disonestà programmata ed insigne ipocrisia, di crasso disprezzo per tutto ciò che manifesta della razza, di rivendicazione di un ordine tutto basato sul perfezionamento di un’ingiustizia originaria, di crimine organizzato insomma.

Le cose vanno male perché la coscienza malata ha un interesse fondamentale in questo momento a non uscire dalla propria malattia.

Così una società tarata ha inventato la psichiatria per difendersi dalle lucide indagini di certe menti superiori le cui facoltà di divinazione la infastidivano.

Gérard de Nerval non era pazzo, ma fu accusato d’esserlo per gettare del discredito su certe rivelazioni fondamentali che stava per fare, ed oltre ad essere accusato, fu colpito anche alla testa, fisicamente colpito alla testa una notte, per fargli perdere la memoria dei fatti mostruosi che si accingeva a rivelare e che, sotto l’azione di questo colpo, si dislocarono in lui a livello soprannaturale, poiché tutta la società, segretamente coalizzata contro la sua coscienza, fu a quel punto così forte da fargli dimenticare la loro realtà.

No, van Gogh non era pazzo, ma i suoi dipinti erano dei fuochi greci, delle bombe atomiche, la cui prospettiva, in confronto a tutta l’altra pittura che imperversava all’epoca, sarebbe stata capace di sconvolgere gravemente il larvare conformismo della borghesia del secondo Impero e degli sbirri di Thiers, Gambetta, Félix Faure, come di quelli di Napoleone III.

Infatti non è un generico conformismo nei costumi ad essere attaccato dalla pittura di van Gogh, ma proprio quello delle istituzioni. Ed anche la natura esterna, con i suoi climi, le sue maree e le sue tempeste equinoziali, non può mantenere, dopo il passaggio di van Gogh sulla terra, la stessa gravitazione.

A maggior ragione, sul piano sociale, le istituzioni si vanno disgregando, e la medicina appare come un cadavere inservibile e decomposto, che dichiara van Gogh pazzo.

Di fronte alla lucidità di van Gogh al lavoro, la psichiatria non è altro che una gabbia di gorilla, a loro volta ossessionati e perseguitati, e che non dispongono, per mascherare i più terribili stati d’angoscia e di umana soffocazione, che di una ridicola terminologia, degno prodotto dei loro cervelli tarati.

Non v’è un solo psichiatra, infatti, che non sia un erotomane notorio.

E credo che la regola dell’inveterata erotomania degli psichiatri non possa tollerare alcuna eccezione.

Ne conosco uno che si è ribellato, qualche anno fa, all’idea di vedermi accusare così, in blocco, tutto il gruppo di gran farabutti e di sbruffoni patentati di cui faceva parte.

Io, signor Artaud, mi dice, non sono un erotomane, e vi sfido a mostrarmi anche uno solo degli elementi su cui vi basate per formulare le vostre accuse.

Mi basta presentarvi voi stesso, dottor L., come elemento, ne portate il marchio sul vostro grugno, sporco individuo schifoso.

E il muso di chi introduce la propria preda sessuale sotto la lingua e la rigira poi a mandorla, in un certo gesto osceno.

Questo significa fare i propri interessi e tirar l’acqua al proprio mulino.

Se nel coito non avete conseguito il chiocciare con la glottide in un certo modo che ben conoscete, e il gorgogliare nello stesso tempo con la faringe, l’esofago, l’uretra e l’ano, non potete dichiararvi soddisfatto.

E v’è nel vostro sussulto organico interno un’abitudine da voi acquisita, che è la testimonianza incarnata di uno stupro immondo, e che voi coltivate di anno in anno, sempre di più, perché, socialmente parlando, non cade sotto le sanzioni della legge, ma cade sotto quelle di un’altra legge in cui è tutta la coscienza offesa a soffrire, perché comportandovi in questo modo, le impedite di respirare.

Condannate come delirante la coscienza che lavora, mentre per altro verso la soffocate con la vostra ignobile sessualità.

Ed ecco per l’appunto l’ambito in cui il povero van Gogh era casto, casto come un serafino o una vergine non può esserlo, perché son proprio loro ad aver fomentato ed alimentato all’origine il grande marchingegno del peccato.

D’altronde voi, dottor L., appartenete forse alla razza degli angeli malvagi ma, per favore, lasciate in pace gli uomini, il corpo di van Gogh, immune da ogni peccato, fu immune anche dalla follia che, d’altronde, solo il peccato porta con sé. Ma io non credo al peccato dei cattolici, bensì al delitto di erotismo da cui appunto tutti i geni della terra, i pazzi autentici dei manicomi, si son ben guardati altrimenti vuol dire che non furono (autenticamente) dei pazzi.

E che cos’è un pazzo autentico?

È un uomo che ha preferito diventar pazzo, nel senso in cui la società lo intende, piuttosto che venir meno ad una certa idea superiore della dignità umana.

Così la società ha fatto strangolare nei suoi manicomi tutti coloro di cui ha voluto sbarazzarsi o difendersi, poiché s’erano rifiutati di rendersi complici con lei di certe incredibili oscenità.

Perché un pazzo è anche un uomo che la società non ha voluto ascoltare e a cui ha voluto impedire di pronunciare delle insostenibili verità.

Ma in questo caso l’internamento non è la sua sola arma, e l’aggregazione concertata degli uomini ha altri mezzi per venire a capo dei temperamenti che vuole spezzare.

Oltre ai modesti sortilegi degli stregoni di campagna, vi sono i grandi momenti di suggestione globale in cui è coinvolta periodicamente tutta la coscienza messa in allarme.

Per questo quando scoppia una guerra, una rivoluzione, un rivolgimento sociale ancora in embrione, la coscienza generale è interrogata e si interroga, ed esprime anch’essa il suo giudizio.

Può succedere inoltre che venga evocata e indotta a manifestarsi a proposito di certi casi specifici particolarmente clamorosi.

Così si sono avuti degli entusiasmi collettivi per Baudelaire, Edgar Poe, Gérard de Nerval, Nietzsche, Kierkegaard, Hölderlin, Coleridge, e ve ne sono stati per van Gogh.

Questo può verificarsi anche di giorno, ma di solito avviene piuttosto di notte.

E così che strane forze vengono suscitate e innalzate fino alla volta astrale, in quella specie di nera cupola che grava sulla respirazione di tutta l’umanità, determinata dalla velenosa aggressività dello spirito malvagio della maggior parte delle persone.

E così che le rare menti lucide e generose che hanno lottato sulla terra si trovano, in certe ore del giorno e della notte, sprofondate in incubi reali o ridestati, circondate dalla formidabile aspirazione, dalla formidabile oppressione tentacolare di una specie di magia civica che si vedrà ben presto venire allo scoperto nei costumi.

Di fronte a questa oscenità generale, che da una parte ha il sesso e dall’altra, invece, la messa, od altri riti di carattere psichico, come base o punto d’appoggio, non v’è follia nel passeggiare di notte con dodici candele attaccate a un cappello per dipingere un paesaggio dal vero; altrimenti come avrebbe potuto fare il povero van Gogh a farsi luce? come faceva giustamente notare l’altro giorno il nostro amico, l’attore Roger Blin.

Quanto alla mano cotta, è dell’eroismo puro e semplice, l’orecchio tagliato, della logica consequenziale, e, lo ripeto, un mondo che, giorno e notte, e sempre di più mangia l’immangiabile, per guidare la sua perversità ai propri fini, non ha, al riguardo, che da stare zitto.

Post-scriptum

Van Gogh non è morto in preda ad un vero delirio, ma per aver incarnato l’ambito di un problema su cui, dalle origini, si accanisce lo spirito malvagio di questa umanità.

Quello del predominio della carne sullo spirito, o del corpo sulla carne, o dello spirito su l’uno e l’altra.

E dove è mai in questo delirio il posto dell’io umano? Van Gogh cercò il suo per tutta la vita con un’energia ed una determinazione sorprendenti, e non si è suicidato in un attacco di follia, nell’angoscia di non riuscirci, ma anzi vi era appena riuscito, ed aveva scoperto che cosa e chi era, quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi sottratto a lei, lo ha suicidato.

E questo è successo con van Gogh, così come avviene sempre, di solito in occasione di un’orgia, di una messa, di un’assoluzione, o di un qualsiasi altro rito di consacrazione, di possessione da parte di succubi o incubi.

S’è introdotta dunque nel suo corpo,
questa società
consacrata,
santificata
e posseduta,
ha cancellato in lui la coscienza soprannaturale che aveva raggiunto, e, come un’inondazione di corvi neri nelle fibre del suo albero interno, lo ha sommerso in un ultimo balzo, e, prendendo il suo posto, lo ha ucciso.

Poiché fa parte della logica anatomica dell’uomo moderno il non aver mai potuto vivere, né pensare di vivere, se non da invasato.

Il suicidato dalla società

La pittura lineare pura mi faceva impazzire da tempo, quando ho incontrato van Gogh che dipingeva, non già delle linee o delle forme, ma cose della natura inerte come fossero in preda a delle convulsioni.

E però inerti.

Come sotto il terribile colpo d’ariete di quella forza d’inerzia di cui tutti parlano per sottintesi, e che non è mai divenuta così oscura come da quando tutta la terra e la vita presente hanno preteso di chiarirla.

Ebbene, è con il suo colpo di maglio, proprio con il suo colpo di maglio che van Gogh non smette di colpire tutte le forme della natura e degli oggetti.

Graffiati dal chiodo di van Gogh, i paesaggi mostrano la loro carne ostile, la collera delle loro viscere sventrate, che una strana forza ignota sta però metamorfizzando.

Una mostra di quadri di van Gogh segna sempre una data nella storia, non nella storia delle cose dipinte, ma nella pura e semplice storia storica.

Dal momento che non v’è carestia, epidemia, esplosione di vulcano, terremoto, guerra, che sconvolga le monadi dell’aria, che torca il collo all’immagine torva di fama fatum, il destino nevrotico delle cose, come un dipinto di van Gogh, — venuto alla luce, riconsegnato direttamente alla vista l’udito, il tatto, l’aroma, sulle pareti di una mostra, — lanciato infine di nuovo nel flusso dell’attualità, rimesso in circolazione.

Nell’ultima mostra di van Gogh, al Palais de l’Orangerie, non vi sono tutte le tele più importanti dell’infelice pittore. Ma fra quelle che vi figurano, vi sono sufficienti sentieri sinuosi costellati di gruppi d’alberi color carminio, strade incassate dominate da un tasso, soli violacei volteggianti su covoni di grano d’oro puro, Pére Tranquille e ritratti di van Gogh fatti da van Gogh, per rammentare da quale sordida semplicità d’oggetti, persone, materiali, elementi, van Gogh ha tratto quelle specie di canti d’organo, quei fuochi d’artificio, quelle epifanie atomosferiche, quel “Grand Oeuvre” insomma di una sempiterna e intempestiva trasmutazione.

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Figura 1: Campo di grano con corvi.

Quei corvi dipinti due giorni prima di morire (fig. 1) non gli hanno aperto, più di quanto abbiano fatto le altre tele, la porta di una qualunque gloria postuma, ma dischiudono alla pittura dipinta, o piuttosto alla natura non dipinta, la porta occulta di un al di là possibile, di una possibile realtà permanente, attraverso la porta aperta da van Gogh di un enigmatico e sinistro al di là.

Non è normale vedere un uomo con, nel ventre, il colpo di fucile che lo ha ucciso, ficcare su una tela dei corvi neri con al di sotto una specie di pianura livida forse, vuota in ogni caso, in cui il colore feccia di vino della terra si scontra ossessivamente con il giallo sporco delle messi.

Ma nessun altro pittore tranne van Gogh avrà saputo come lui trovare, per dipingere i suoi corvi, quel nero da tartufi, quel nero “da gran scorpacciata” e nello stesso tempo quasi escremenziale delle ali dei corvi sorpresi dalla luce calante della sera.

E di che si lamenta in basso la terra, sotto le ali dei corvi fasti, fasti per il solo van Gogh senz’altro, e d’altra parte fastoso presagio di un male che, lui almeno, non lo avrebbe più afflitto?

Poiché nessuno fino ad allora aveva mai fatto come lui della terra quel panno sporco, strizzato del vino e del sangue assorbito.

Il cielo del quadro è assai basso, schiacciato, violaceo, come i bordi di un lampo.

La frangia tenebrosa inconsueta del vuoto sale seguendo il bagliore.

Van Gogh ha liberato i suoi corvi come i microbi neri della sua milza da suicida, a qualche centimetro dall’alto e come dal basso della tela, seguendo lo sfregio nero della linea dove il battito del loro ricco piumaggio fa pesare sul rimescolamento della tempesta terrestre le minacce di una soffocazione dall’alto.

Ma tutto il quadro è ricco.

Ricco, sontuoso e calmo il quadro.

Degno accompagnamento alla morte di chi, in vita, fece volteggiare tanti soli ebbri su tanti covoni dispersi, e che disperato, con un colpo di fucile nel ventre, non seppe non inondare di sangue e vino un paesaggio, impregnare la terra di un’ultima emulsione, lieta e al tempo stesso tenebrosa, di un sapore di vino acre e di aceto guasto.

Così il tono dell’ultima tela dipinta da van Gogh, lui che peraltro non è mai andato oltre i limiti della pittura, è in grado di evocare il timbro aspro e barbaro del dramma elisabettiano più patetico, passionale e appassionato.

Questo è ciò che mi colpisce di più in van Gogh, il pittore più pittore d’ogni altro e che, senza andar oltre ciò che chiamiamo e che è la pittura, senza uscire dal tubetto, dal pennello, dall’inquadratura del motivo e della tela per ricorrere all’anedotto, alla narrazione, al dramma, all’evento raffigurato, alla bellezza intrinseca del soggetto o dell’oggetto, è riuscito a rendere la natura e gli oggetti così appassionati che neppure quello straordinario racconto d’Edgar Poe, d’Herman Melville, di Nathanael Hawthorne, di Gérard deNerval, d’Achim d’Arnim o d’Hoffmann, potrebbe aggiungere qualcosa sul piano psicologico e drammatico alle sue tele da quattro soldi, tele del resto pressoché tutte, e quasi intenzionalmente, di modeste dimensioni.

Un piccolo candeliere su una sedia, una poltrona di paglia verde intrecciata, un libro sulla poltrona, ed ecco il dramma illuminato.

Chi sta per entrare?

Sarà Gauguin o un altro fantasma?

Il candeliere acceso sulla poltrona di paglia indica, pare, la linea di demarcazione luminosa che separa le due personalità antagoniste di van Gogh e Gauguin.

L’oggetto estetico della loro polemica, se lo si raccontasse, offrirebbe forse un modesto interesse, ma stava a segnalare una scissione umana di fondo fra i due caratteri di van Gogh e Gauguin.

Credo che Gauguin pensasse che l’artista deve cercare il simbolo, il mito, dilatare le cose della vita fino al mito, mentre van Gogh pensava che si dovesse saper dedurre il mito dalle cose più terra terra della vita.

Sul che, io penso che avesse dannatamente ragione. Poiché la realtà è terribilmente superiore ad ogni storia, ad ogni favola, ad ogni divinità, ad ogni surrealtà.

Basta avere il talento per saperla interpretare.

Ciò che nessun pittore prima del povero van Gogh aveva fatto, ciò che nessun pittore farà più dopo di lui, poiché credo che questa volta, oggi stesso, ora, in questo mese di febbraio 1947, sia la realtà stessa, il mito della realtà stessa, la realtà mitica stessa, ad esser sul punto di prendere corpo.

Così nessuno dopo van Gogh avrà saputo scuotere il grande cembalo, la sovrumana sonorità, perpetuamente sovrumana in base al cui ordine ignorato risuonano gli oggetti della vita reale, quando si sia saputo tener le orecchie abbastanza aperte da cogliere il sopraggiungere della loro ondata.

Non diversamente la luce del candeliere vibra, la luce del candeliere acceso sulla poltrona di paglia vibra come la respirazione di un corpo fremente davanti al corpo di un malato addormentato.

Vibra come una strana critica, un profondo e sorprendente giudizio di cui sembra proprio che van Gogh possa consentirci di intuire la sentenza più tardi, molto più tardi, il giorno in cui la luce violetta della poltrona di paglia avrà completamente sommerso il quadro.

E non si può non notare questo taglio di luce lilla che mangia gli staggi della grande poltrona torva, della vecchia poltrona tutta spalancata di paglia verde, sebbene non la si possa immediatamente notare.

Poiché la fonte è come se fosse posta altrove e la sua origine stranamente oscura, come un segreto di cui il solo van Gogh avesse custodito su di sé la chiave.

E se van Gogh non fosse morto a trentasette anni? non ho bisogno di far riferimento alla Grande Pleureuse per dire a me stesso di quali supremi capolavori la pittura si sarebbe arricchita, poiché, dopo i “Corvi”, non posso convincermi che van Gogh avrebbe dipinto un sol quadro di più.

Penso che sia morto a trentasette anni perché era giunto, ahimè, al termine della sua funebre e rivoltante storia di oppresso da un cattivo genio.

Infatti non è a causa sua, del male della propria follia, che van Gogh è morto.

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Figura 2, Vincent van Gogh, Il ritratto dell dottor Gachet, 1890, Collezione privata

E su sollecitazione del suo cattivo genio che, a due giorni dalla morte, fu chiamato il dottor Gachet (fig. 2), improvvisato psichiatra, il quale sì fu la causa diretta, efficace e sufficiente della sua morte.

Mi son fatto, leggendo le lettere di van Gogh a suo fratello, la convinzione salda e sincera che il dottor Gachet, “psichiatra”, detestasse in realtà van Gogh, pittore, e che lo detestasse in quanto pittore, ma soprattutto in quanto uomo di genio.

E quasi impossibile essere medico e persona dabbene, ma è scandalosamente impossibile essere psichiatra senza essere al tempo stesso segnato dalla più indiscutibile follia: quella di non poter lottare contro quel vecchio riflesso atavico della folla, e che di ogni uomo di scienza tratto dalla folla fa una specie di nemico naturale e innato di ogni persona d’ingegno.

La medicina è nata dal male, più che dalla malattia, ed anzi ha provocato e creato di sana pianta la malattia per darsi una ragion d’essere; ma la psichiatria è nata dalla turba plebea degli esseri che hanno voluto conservare il male alla fonte della malattia, ed hanno così partorito dal proprio nulla una specie di guardia svizzera per spezzare sul nascere lo slancio di rivolta rivendicatrice che è all’origine del genio.

In ogni folle v’è un genio incompreso che ha suscitato sgomento con le brillanti idee della sua mente, e che ha potuto trovare soltanto nel delirio una via d’uscita alle strozzature che gli aveva preparato l’esistenza.

Il dottor Gachet non diceva a van Gogh d’esser là per correggere la sua pittura (come mi son sentito dire dal dottor Gaston Ferdière, primario della clinica di Rodez, che era là per correggere la mia poesia), ma lo mandava a dipingere dal vero, a seppellirsi in un paesaggio per sfuggire al male di pensare.

E però, non appena van Gogh aveva girato la testa, il dottor Gachet gli chiudeva l’interruttore del pensiero.

Quasi senza malizia, ma con una di quelle pieghe del naso spregiative di un che di insignificante, in cui tutto l’inconscio borghese della terra ha iscritto la vecchia forza magica di un pensiero cento volte represso.

Non sono soltanto gli aspetti patologici del problema che, così facendo, il dottor Gachet gli sottraeva, ma i campi color dello zolfo, l’angoscia del chiodo che s’avvita nella stretta dell’unico varco, con cui van Gogh, tetanizzato, van Gogh, in bilico sull’abisso dell’ispirazione, dipingeva.

Infatti van Gogh possedeva una sensibilità incredibile.

Basterebbe per convincersene guardare il suo volto, sempre un po’ ansimante, ma anche, per certi aspetti, seducente, da macellaio.

Come quello di un ex-macellaio rinsavito ed ormai ritirato dagli affari, questo volto male illuminato mi perseguita.

Van Gogh s’è rappresentato egli stesso in numerosissime tele e, per quanto bene illuminate fossero, ho sempre avuto la sgradevole sensazione che le si fosse fatte mentire sulla luce, che si fosse tolta a van Gogh una luce indispensabile per consentirgli di scavare e tracciare in se stesso la propria strada.

E questa strada, non sarebbe stato certo il dottor Gachet in grado di indicargliela.

Ma, l’ho detto, v’è in ogni psichiatra vivente un ripugnante e sordido atavismo che gli fa vedere in qualsiasi artista, in qualsiasi persona geniale che gli stia davanti, un nemico.

Io so invece che il dottor Gachet ha voluto lasciare nella storia, nei confronti di van Gogh che curava e che finì per suicidarsi proprio da lui, il ricordo di sé come del suo ultimo amico sulla terra, una specie di provvidenziale consolatore.

Tuttavia sono più che mai convinto che sia per colpa del dottor Gachet, d’Auvers-sur-Oise, che van Gogh ha dovuto, quel giorno, il giorno in cui si è suicidato ad Auvers-sur-Oise, ha dovuto, dico, morire, poiché van Gogh era una di quelle nature d’una lucidità superiore che consente loro, in ogni circostanza, di vedere più lontano, infinitamente e pericolosamente più lontano della realtà immediata e apparente dei fatti.

Mi riferisco alla coscienza che la coscienza ha l’abitudine di custodirne.

Nel fondo dei suoi occhi quasi depilati da macellaio, van Gogh si dedicava senza posa ad una di quelle operazioni di cupa alchimia che hanno preso la natura per oggetto ed il corpo umano per marmitta o crogiolo.

Invece so che il dottor Gachet trovava sempre che ciò lo affaticava.

Il che non era in lui il risultato di una pura preoccupazione medica, ma l’ammissione di una gelosia altrettanto consapevole quanto inconfessata.

Il fatto è che van Gogh era giunto a quello stadio dell’illuminazione, in cui il pensiero disordinatamente rifluisce di fronte alle scariche invadenti,
e dove pensare non è più usarsi,
e non è più,
e dove non resta che adunar corpi, voglio dire
AMMUCCHIARE CORPI.

Non è più il mondo dell’astrale, ma quello della creazione diretta ad essere così recuperato al di là della coscienza e del cervello.

Ed io non ho mai visto che un corpo senza cervello sia mai stato affaticato da inerti tele.

Tele dell’inerte quei ponti, quei girasoli, quei tassi, quelle raccolte di olive, quelle fienagioni.

Non si muovono più.

Sono fisse.

Ma chi potrebbe mai immaginarle più solide sotto il colpo di lama che penetra nel vivo e ne dissigilla l’impenetrabile sussulto?

No, dottor Gachet, una tela non ha mai affaticato nessuno. Sono energie da forsennato che rilassano senza mettere in agitazione.

Sono anch’io come il povero van Gogh, non penso più, ma gestisco ogni giorno sempre più da vicino formidabili ebollizioni interne, e sarebbe bella che un medico qualsiasi venisse a rimproverarmi di stancarmi.

Si doveva a van Gogh una certa somma di denaro, ed al riguardo ci viene detto: van Gogh già da molti giorni si andava facendo cattivo sangue.

È tipico degli animi elevati, sempre d’una spanna al di sopra del reale, spiegare tutto con la cattiva coscienza, credere che nulla sia mai dovuto al caso e che tutto il male che accade sia il risultato d’una cattiva volontà consapevole, intelligente e deliberata.

Ciò cui gli psichiatri non credono mai.

Ciò di cui i geni sono sempre convinti.

Quando sono ammalato vuol dire che sono stregato, e non posso credermi malato se non credo, peraltro, che qualcuno abbia interesse a togliermi la salute e approfitti della mia salute.

Anche van Gogh credeva d’essere stregato, e lo diceva.

E per parte mia, credo ragionevolmente che lo fosse e un giorno dirò come e perché.

Il dottor Gachet fu invece il grottesco cerbero, il marcio e purulento cerbero, giacca azzurra e biancheria inamidata, messo di fronte al povero van Gogh per togliergli tutte le sue brave idee. Poiché se questo modo di vedere che è così sensato fosse unanimemente diffuso, la società non potrebbe più vivere, ma io so quali sono gli eroi della terra che vi troverebbero la loro libertà.

Van Gogh non seppe scuotersi di dosso in tempo quella specie di vampirismo dei familiari interessati e che il genio di van Gogh pittore si limitasse a dipingere, senza reclamare al tempo stesso la rivoluzione indispensabile allo sboccio corporale e fisico della sua personalità di illuminato.

Così vi furono fra il dottor Gachet e Théo, il fratello di van Gogh, un’infinità di quei conciliaboli orrendi delle famiglie con i primari delle cliniche, riguardo al malato che vi hanno condotto.

— Sorvegliatelo, perché non gli vengano più tutte quelle idee; senti, il dottore l’ha detto, bisogna lasciar perdere tutte quelle idee; ti fanno male, se continuerai a pensarci, resterai rinchiuso tutta la vita.

— Ma no, signor van Gogh, ritornate in voi stesso, via, è un caso, e poi non è mai stata una buona cosa scrutare così a fondo nei misteri della Provvidenza. Conosco il signor Tal dei Tali, è una bravissima persona, è la vostra mania di persecuzione ad indurvi di nuovo a credere che faccia dunque della magia di nascosto.

— Vi è stato promesso di pagarvi quella somma, vi sarà pagata. Non potete continuare ad ostinarvi a questo modo nell’attribuire il ritardo a cattiva volontà.

È questo il genere di pacate conversazioni da psichiatra alla buona che han l’aria di nulla, ma lasciano sul cuore una specie di traccia di linguetta nera, la piccola lingua nera insignificante di una salamandra avvelenata.

E ciò è più che sufficiente talvolta per indurre un genio a suicidarsi.

Ci sono giorni in cui l’animo percepisce così orribilmente d’essere in un vicolo cieco, che l’idea di non poter più avanzare lascia storditi.

Infatti è proprio dopo una conversazione con il dottor Gachet che van Gogh, come se nulla fosse, è rientrato nella propria stanza e si è suicidato.

Ho trascorso io stesso nove anni in una clinica per pazzi e non ho mai avuto l’ossessione del suicidio, ma so che ogni conversazione con uno psichiatra, il mattino, all’ora della visita, mi faceva venire la voglia di impiccarmi, rendendomi conto che non avrei potuto strozzarlo.

Théo, d’altronde, era magari assai generoso materialmente con il fratello, ma questo non impedisce che lo credesse folle, visionario, allucinato, e, invece di assecondarlo nel suo delirio, si prodigasse per calmarlo.

Che in seguito egli sia morto per i rimorsi, che importa?

Ciò cui van Gogh teneva di più al mondo era la sua concezione della pittura, la sua terribile concezione fanatica, apocalittica, da visionario.

Il mondo avrebbe dovuto schierarsi agli ordini della sua matrice, riprendere il suo ritmo compresso, antipsichico da festa occulta in pubblica piazza e, di fronte a tutti, essere restituito al crogiolo surriscaldato.

Questo significa che l’apocalisse, una compiuta apocalisse, cova ormai nelle tele del vecchio van Gogh martirizzato, e che la terra ha bisogno di lui per scuotersi da cima a fondo.

Nessuno ha mai scritto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non per uscire di fatto dall’inferno.

Io preferisco, per uscire dall’inferno, le nature di questo tranquillo convulsionario alle brulicanti composizioni di Brueghel il Vecchio o di Hieronymus Bosch, che al suo confronto non sono che degli artisti, mentre van Gogh non è che un povero ignorante preoccupato di non sbagliarsi.

Ma come far capire ad uno scienziato che v’è qualcosa di definitivamente alterato nel calcolo differenziale, nella teoria dei quanta, o nelle oscene e così ingenuamente liturgiche ordalie della precessione degli equinozi, — a causa di quel piumino rosa gambero che van Gogh mette così dolcemente in risalto e in un posto preciso del letto, a causa del piccolo sommovimento verde Veronese, azzurro temprato di quella barca davanti alla quale una lavandaia d’Auvers-sur-Oise si riprende dal lavoro, a causa anche di quel sole inchiodato dietro l’angolo grigio del campanile del villaggio, a punta, laggiù, in fondo; davanti, quella massa enorme di terra che, in primo piano nel componimento, cerca l’onda in cui congelarsi.
o vio profe
o vio proto
o vio loto
o théthé

Descrivere un quadro di van Gogh, a che serve! Nessuna descrizione tentata da un altro potrà valere il semplice allineamento di oggetti naturali e di tinte cui si abbandona van Gogh, ugualmente grande come scrittore e come pittore, e che, riguardo all’opera descritta, dà l’impressione della più sbalorditiva autenticità.

Che significa disegnare? Come riuscirvi? È come aprirsi un varco attraverso un muro di ferro invisibile, che sembra frapporsi fra ciò che si prova, e ciò che si può. Come attraversare questo muro? Poiché non serve a nulla colpire con forza, si deve minare questo muro ed attraversarlo con la lima, lentamente e con pazienza a parer mio.
8 settembre 1888

Nel mio quadro del caffè di Notte, ho cercato di dire che il caffè è un luogo in cui ci si può rovinare, diventar pazzi, commettere dei delitti. Insomma con dei contrasti di rosa tenero, rosso sangue e feccia di vino, di tenuo verde Luigi XV, e Veronese, in contrasto con il verde-giallo e il verde-blu forti, e tutto questo in un ‘atmosfera da fornace infernale, di zolfo-pallido, ho cercato di esprimere in qualche modo la potenza delle tenebre di una bettola.
È però sotto un ‘apparenza di allegria giapponese e la bonarietà del Tartarin
23 luglio 1890

Forse vedrai questo schizzo del giardino di Daubigny — è una delle mie tele più elaborate, — vi aggiungo un abbozzo di vecchie capanne e gli schizzi di due tele da trenta che rappresentano delle immense distese di grano dopo la pioggia…
Il giardino di Daubigny proscenio d’erba verde e rosa. A sinistra un cespuglio verde e lilla e un ceppo d’albero dalle foglie biancastre. In mezzo un’aiuola di rose, a destra un graticcio, un muro, e al di sopra del muro un nocciolo dal fogliame violetto. Poi una siepe di lillà, una schiera di tigli arrotondati, gialli, la casa stessa sullo sfondo, rosa, con il tetto di tegole bluastre. Un tavolo e tre sedie, una figura nera dal cappello giallo e in primo piano un gatto nero. Cielo verde pallido.

Quanto sembra facile scrivere così.

Ebbene! provateci dunque e ditemi se, non essendo l’autore di una tela di van Gogh, potreste descriverla con altrettanta semplicità, concisione, obiettività, durevolezza, validità, solidità, opacità, compattezza, autenticità e prodigiosità di questa sua letterina.

(Poiché il fondamentale criterio discriminante non è una questione di abbondanza o di crampo, ma di semplice forza del proprio polso.)

Non starò dunque a descrivere un quadro di van Gogh dopo van Gogh, ma dirò che van Gogh è pittore perché ha ricomposto la natura, l’ha per così dire fatta traspirare di nuovo e sudare, ha fatto sprizzare a fasci sulle sue tele, come in monumentali mazzi di colori, la secolare frantumazione di elementi, la spaventosa pressione elementare di apostrofi, striature, virgole, barre di cui non si può più dubitare, dopo di lui, che non siano costitutive degli aspetti naturali.

E di quanti contatti repressi, scontri oculari dal vivo, battiti di ciglia colti nel soggetto, han dovuto sormontare l’ostacolo le correnti luminose delle forze che modellano la realtà, prima d’essere finalmente domate, e quasi issate sulla tela, e accettate?

Non vi son fantasmi nei quadri di van Gogh, niente visioni o allucinazioni.

Si tratta della verità torrida di un sole da due del pomeriggio.

Un lento incubo genetico chiarito a poco a poco.

Senza incubo e senza effetto.

Ma la sofferenza del pre-natale è presente.

Si tratta della lucente umidità di un pascolo, del gambo di una pianticella di grano che è là pronto per essere estradato.

E di cui la natura un giorno dovrà render conto.

Poiché anche la società renderà conto della sua morte prematura.

Una piantina di grano sotto il vento inclinata, con al di sopra le ali di un solo uccello a virgola posto, qual è il pittore, che non fosse esclusivamente pittore, che avrebbe potuto avere come van Gogh l’audacia di dedicarsi ad un soggetto d’una così disarmante semplicità?

No, non vi sono fantasmi nei quadri di van Gogh, niente dramma, niente soggetto e dirò anzi niente oggetto, perché il motivo stesso che cos’è mai?

Se non qualcosa come l’ombra ferrea del mottetto d’una inenarrabile musica antica, come il leitmotiv d’un tema che dispera del proprio soggetto.

Si tratta della natura nuda e pura, vista così come si rivela, quando la si sa accostare abbastanza da vicino.

Ne è una prova quel paesaggio d’oro fuso, di bronzo cotto nell’antico Egitto, dove un enorme sole si posa su dei tetti così da esserne quasi dissolti.

E non conosco alcuna pittura apocalittica, geroglifica, fantomatica o patetica che possa darmi quella sensazione soffocata d’occulto, di cadavere di un ermetismo inutile, testa dischiusa, e che esalasse sul ceppo di morte il proprio segreto.

Non mi riferisco, dicendo questo, al Pére Tranquille, o a quel funambolesco viale d’autunno in cui passa, per ultimo, un vecchio curvo con un ombrello appeso alla manica, come l’uncino di uno straccivendolo.

Ripenso ai suoi corvi dalle ali nere come tartufi lustrati.

Ripenso al suo campo di grano: l’estremità di una spiga dopo l’altra e tutto è detto, con, davanti, alcuni minuscoli fiori di papavero dolcemente disseminati, acremente e nervosamente collocati là, distanziati, intenzionalmente e rabbiosamente punteggiati e lacerati.

Solo la vita sa offrire così delle denudazioni epidermiche che parlano sotto una camicia sbottonata, e noi non sappiamo perché lo sguardo volga a sinistra piuttosto che a destra, verso quel piccolo cumulo di carne ripiegata.

Ma è così ed è un fatto.

Ma è così e questo è fatto.

Occulta anche la sua camera da letto, così adorabilmente contadina e come pervasa di una fragranza in grado di preservare le messi che si vedono fremere nel paesaggio, lontano, dietro la finestra che potrebbe nasconderle.

Contadino inoltre il colore del vecchio piumino, d’un rosso da cozza, da riccio di mare, da gamberetto, da triglia del Sud, d’un rosso da peperoncino piccante.

Ed è senz’altro da imputare a van Gogh se il colore del piumino del suo letto riuscì in realtà così bene, e non vedo quale avrebbe potuto essere il tessitore in grado si trasferirne l’incredibile qualità, come van Gogh ha saputo trasbordare dal fondo del suo cervello sulla tela il rosso di questa incredibile pittura.

E non so quanti preti criminali, sognando nella testa del loro sedicente spirito santo l’oro ocraceo, il blu infinito d’una vetrata alla loro buona donna “Maria”, abbiano saputo isolare nell’aria, estrarre dalle ironiche nicchie dell’aria, quei colori alla buona che costituiscono un evento, in cui ogni pennellata di van Gogh sulla tela è più grave di un evento.

Talvolta questo si traduce in una cameretta linda, ma impregnata di un balsamo o un aroma che nessun benedettino potrebbe più recuperare per mettere a punto i suoi cordiali.

Un’altra volta si risolve in un semplice covone schiacciato da un enorme sole.

Questa camera faceva pensare alla Grande Opera, con il suo muro bianco di perle chiare su cui un asciugamano rugoso pende come un vecchio portafortuna contadino, inavvicinabile e rassicurante.

Vi sono dei bianchi gessosi, leggeri, più terribili di antichi supplizi, e mai come in questa tela traspare la consueta meticolosità tecnica del povero grande van Gogh.

Poiché proprio in questo consiste tutto van Gogh, nella straordinaria meticolosità della pennellata sordamente e pateticamente distribuita. Il colore plebeo delle cose, ma così esatto, così amorevolmente esatto che non v’è pietra preziosa che possa eguagliare la sua rarità.

Infatti van Gogh sarà proprio stato il più autentico di tutti i pittori, il solo che non abbia voluto andar oltre la pittura come strumento rigoroso della sua opera, e ambito rigoroso dei suoi mezzi.

Ed il solo, d’altra parte, assolutamente il solo, che sia andato assolutamente oltre la pittura, l’atto inerte di rappresentare la natura, per far scaturire, in questa rappresentazione esclusiva della natura, una forza rotatoria, un elemento strappato nel bel mezzo del cuore.

Sotto la rappresentazione ha fatto scaturire un’aria, e in essa rinchiusa un’energia, che non si trovano in natura, che sono di una natura e di un’aria più vera dell’aria e dell’energia della natura vera.

Vedo, mentre scrivo queste righe, il volto rosso insanguinato del pittore venire verso di me, in uno sfondo di girasoli sventrati, in uno straordinario incendio di ceneri di giacinto opaco, e di pascoli di lapislazzuli.

Tutto questo nel bel mezzo di un bombardamento quasi meteoritico di atomi che si rivelassero per singoli granelli, a dimostrazione che van Gogh ha pensato le sue tele da pittore, certo, e soltanto da pittore, ma che avrebbe potuto essere, per ciò stesso, uno straordinario musicista.

Organista d’una tempesta bloccata e che ride nella natura limpida, pacificata fra due tormente, ma una natura che, come van Gogh stesso, mostra chiaramente d’esser pronta a ricominciare.

Si può, dopo averla vista, voltare le spalle a qualsiasi tela dipinta, poiché non ha nulla di più da dirci. La luce tempestosa della pittura di van Gogh inizia le sue cupe recite nel momento stesso in cui si è smesso di vederla.

Nient’altro che pittura, van Gogh, e nulla più, niente filosofia, mistica, rito, psicurgia o liturgia, niente storia, letteratura o poesia, i suoi girasoli d’oro bronzeo sono dipinti; sono dipinti come dei girasoli e nient’altro, ma per capire un girasole in natura, bisogna ora rifarsi a van Gogh, così come per capire un temporale in natura, un cielo in tempesta, una pianura in natura, non si potrà più non rifarsi a van Gogh.

Ci doveva essere un temporale simile in Egitto o sulle pianure della Giudea semita, forse c’erano delle tenebre simili in Caldea, in Mongolia o sui monti del Tibet, di cui nessuno mi ha mai detto che abbiano cambiato di posto.

Tuttavia, nel guardare questa distesa di grano o di pietre, bianca come un ossario sepolto, su cui grava quel vecchio cielo violetto, non posso più credere ai monti del Tibet.

Pittore, nient’altro che pittore, van Gogh, ha utilizzato i mezzi della pura pittura e non li ha mai superati.

Voglio dire che per dipingere non è mai andato al di là del ricorso ai mezzi che la pittura gli offriva.

Un cielo tempestoso, una distesa bianca di gesso, delle tele, dei pennelli, i suoi capelli rossi, dei tubetti, la sua mano rossastra, il suo cavalletto, ma scuotano pure tutti i lama del Tibet riuniti, sotto le loro vesti, l’apocalisse che avranno preparato, van Gogh ce ne avrà fatto intravedere in anticipo il periossido d’azoto in una tela che contiene proprio quel tanto di sinistro da costringerci ad orientarci.

Un giorno all’improvviso si è messo in testa di non voler andare mai oltre il soggetto, ma, quando si sia visto van Gogh, non si può più credere che vi sia qualcosa di meno superabile del soggetto.

Il semplice soggetto di una candela accesa su una poltrona di paglia dall’intelaiatura violacea ci dice assai più, sotto la mano di van Gogh, di tutto l’insieme delle tragedie greche o dei drammi di Cyril Tourneur, di Webster o di Ford, fino ad ora del resto mai rappresentati.

Senza retorica, ho visto la figura di van Gogh rossa di sangue nell’esplosione dei suoi paesaggi, venire verso di me.
kohan
taver
tensur
purtan
in un incendio,
in un bombardamento,
in uno scoppio,
vendicatori di quella pietra da mola che il povero van Gogh il folle ha portato per tutta la sua vita al proprio collo.

La mola del dipingere senza sapere né perché né percome. Dal momento che non è forse per questo mondo, non è per questa terra che tutti quanti abbiamo sempre lavorato, lottato, sbraitato per l’orrore, la fame, la miseria, l’odio, lo scandalo, ed il disgusto, che siamo stati tutti avvelenati, sebbene siamo stati tutti stregati da lei, e ci siamo infine suicidati, visto che siamo tutti, proprio come il povero van Gogh, dei suicidati dalla società!

Van Gogh ha rinunciato, dipingendo, a raccontare delle storie, ma lo straordinario è che questo pittore non è che pittore, e che è più pittore di tutti gli altri pittori, essendo colui presso il quale la materia, la pittura, occupa un posto di primo piano, con il colore preso così come è spremuto dal tubetto, con l’impronta, quasi l’uno dopo l’altro, dei peli del pennello nel colore, con il tocco della pittura dipinta, quasi isolata nel proprio sole, con l’i, la virgola, l’estremità della punta del pennello stesso attorcigliata proprio nel colore, scomposta, e che sprizza faville, che il pittore smorza e accumula da ogni lato, lo straordinario è che questo pittore, che non è altro che pittore, sia anche fra tutti i pittori-nati quello che fa dimenticare di più che ci troviamo di fronte a della pittura, a della pittura per rappresentare il soggetto che ha scelto, e che evoca davanti a noi, sul bordo della tela fissa, l’enigma puro, il puro enigma del fiore torturato, del paesaggio preso a sciabolate, tormentato e oppresso da tutti i lati dal suo pennello ebbro.

I suoi paesaggi sono dei vecchi peccati che non hanno ancora ritrovato le loro primitive apocalissi, ma le troveranno sicuramente.

Perché mai i quadri di van Gogh mi danno a tal punto l’impressione d’esser visti come dall’altra parte della tomba di un mondo dove i suoi soli in fin dei conti saranno stati l’unica cosa ad aver prodotto allegramente luce e movimento?

Infatti, non è forse la storia intera di ciò che un tempo è stato definito l’anima, a vivere e morire nei suoi paesaggi convulsi e nei suoi fiori?

L’anima che diede il suo orecchio al corpo, e che van Gogh ha restituito all’anima della sua anima, una donna per rafforzare la sinistra illusione.

Un tempo l’anima non esisteva, neppure lo spirito, quanto alla coscienza, nessuno vi aveva mai pensato, ma dov’era, d’altronde, il pensiero in un mondo fatto unicamente di elementi in pieno conflitto, subito distrutti non appena ricomposti, poiché il pensiero è un lusso di pace.

E quale pittore meglio dell’incredibile van Gogh ha compreso l’eccezionalità del problema, dato che ogni suo vero paesaggio è come se potenzialmente si trovasse nel crogiolo in cui dovrà rinascere.

Regnava allora il buon van Gogh, contro il quale, mentre dormiva, fu inventato il singolare peccato che prende nome dalla cultura turca, esempio, ricettacolo, movente, del peccato dell’umanità, che non ha mai saputo fare altro che mangiare, al naturale, dell’artista per farcire il proprio perbenismo.

E in questo modo, essa, non ha mai fatto altro che consacrare ritualmente la propria viltà!

Poiché l’umanità non vuole darsi la pena di vivere, d’entrare in quel contatto naturale delle forze che compongono la realtà, per riportarne un corpo che nessuna tempesta potrà più scalfire.

Ha sempre preferito accontentarsi semplicemente d’esistere. Quanto alla vita, è nel genio dell’artista che ha l’abitudine d’andarla a cercare.

Ora van Gogh, che si è fatto cuocere una mano, non ha mai avuto paura della lotta per vivere, vale a dire per sottrarre il fatto di vivere all’idea di esistere, e certo tutto può esistere senza darsi la pena d’essere, e tutto può essere senza darsi la pena, come van Gogh il forsennato, di irraggiarsi e rifulgere.

E ciò che la società gli ha sottratto per realizzare la cultura turca, quella del perbenismo di facciata che ha il crimine a suo fondamento e sostegno.

Ed è così che van Gogh è morto suicidato, perché è tutta la coscienza nel suo insieme a non averlo più potuto sopportare.

Poiché se non c’era né spirito, né anima, né coscienza, né pensiero,
v’era però del fulminato,
del vulcano pronto a esplodere,
dell’angoscia,
della pazienza,
del bubbone,
del tumore cotto,
e della piaga da scorticato.

Ed il re van Gogh sonnecchiava, covando l’allarme dell’imminente rivolta della sua salute.

Come?

Per il fatto che la buona salute è una pletora di mali vaganti, di straordinari impeti di vita, corrosi da cento ferite, e che tuttavia occorre far vivere, che bisogna indurre a perpetuarsi.

Chi non prova il bruciore della bomba e la vertigine soffocata non è degno di vivere.

E questo il balsamo che in un impeto il povero van Gogh si fece un obbligo di manifestare.

Ma il male che vegliava gli fece male.

Il Turco, sotto un’apparenza perbene, s’avvicinò delicatamente a van Gogh per cogliere in lui la pralina, per staccare la pralina (naturale) che si andava formando. Così van Gogh vi perdette mille estati.

Del che è morto a trentasette anni, prima d’aver vissuto, poiché ogni scimmia è vissuta prima di lui con le forze che aveva accumulato.

Ed è proprio ciò che ora bisogna restituire per permettere a van Gogh di resuscitare.

Di fronte ad una umanità di pavide scimmie e di cani spauriti, la pittura di van Gogh sarà stata quella di un’epoca in cui non ci fu animo, spirito, coscienza, pensiero, nulla se non elementi primari di volta in volta assoggettati o scatenati.

Paesaggi di forti convulsioni, traumatismi forsennati, come un corpo agitato dalla febbre per essere riportato in perfetta salute.

Il corpo sotto la pelle è un’officina surriscaldata, e, di fuori,
il malato brilla,
risplende,
da tutti i pori,
dilatati.
Così un paesaggio
di van Gogh
a mezzogiorno.

Soltanto un conflitto incessante giustifica una pace che non è che transitoria, così come un latte pronto per essere versato giustifica la casseruola in cui bolliva.

Diffidate dei bei paesaggi di van Gogh vorticosi e tranquilli, convulsi e placati.

È il benessere fra due fasi transitorie di delirio.

È la febbre fra due vasi di un sussulto di buona salute. Un giorno la pittura di van Gogh, armata sia di febbre che di buona salute, tornerà per sollevare in aria la polvere d’un mondo in gabbia, che il suo cuore non poteva più sopportare.

Post-scriptum

Torno al quadro dei corvi.

Che ha già visto in questa tela la terra equivalere al mare.

Van Gogh è di tutti i pittori quello che ci spoglia più a fondo, e fino alla trama, ma come ci si potrebbe sbarazzare di un’ossessione.

Quella di far sì che gli oggetti siano diversi, quella infine d’avere il coraggio di rischiare il peccato d’alterità, infatti la terra non può avere il colore d’un mare liquido, ed è tuttavia proprio come un mare liquido che van Gogh stende la sua terra, quasi una serie di colpi di sarchio.

Quanto al colore della feccia del vino, ne ha impregnato la sua tela, ed è ancora la terra che odora di vino, a sciabordare in mezzo ai flutti di grano, ad ergere un cupa cresta di gallo contro le nubi basse che si ammassano nel cielo da ogni parte.

Ma l’ho già detto, l’elemento funereo della rappresentazione è il lusso con cui sono rappresentati i corvi.

Quel colore di muschio, di prezioso nardo, come di tartufo sottratto ad una grande cena.

Nei flutti violetti del cielo, due o tre teste di vegliardi di fumo azzardano una smorfia da apocalisse, ma i corvi di van Gogh son là per invitarli ad una maggiore decenza, voglio dire ad una minore spiritualità, e poi, che ha mai voluto dire van Gogh con questa tela dal cielo compresso, dipinta quasi nell’istante esatto in cui si liberava dell’esistenza, poiché questa tela ha uno strano colore, quasi trionfale d’altronde, da nascita, nozze, partenza, sento le ali dei corvi battere energici colpi di cembalo sopra una terra di cui sembra che van Gogh non possa più trattenere l’ondata.

Poi la morte.
Gli oliveti di Saint-Rémy.
Il cipresso solare.
La camera da letto.
La raccolta delle olive.
Gli Aliscamps.
Il caffè di Arles.

Il ponte dove si avrebbe voglia d’immergere il dito nell’acqua, in un moto di regressione violenta fino ad uno stadio infantile, cui vi costringe l’energia prodigiosa di van Gogh.

L’acqua è blu,
non di un blu d’acqua,
di un blu di pittura liquida.
Il folle suicida è passato di là, ed ha restituito l’acqua della pittura alla natura,
ma a lui chi la renderà?
Pazzo, van Gogh?

Chi un giorno ha saputo guardare un volto umano guardi l’autoritratto di van Gogh, penso a quello con un cappello floscio.

E dipinto da un van Gogh quanto mai lucido, questo volto da rosso macellaio, che ci ispeziona e ci spia, che ci scruta con un occhio persino torvo.

Non conosco un solo psichiatra che saprebbe scrutare un volto umano con una forza così devastante, e sezionarne come al — tagliere l’inconfutabile psicologica.

L’occhio di van Gogh è quello di un grande genio, ma da come mi vedo da lui sezionato, dal fondo della tela da dove è apparso, non è più il genio d’un pittore quello che in questo momento sento vivere in lui, bensì d’un filosofo che non avevo mai incontrato in vita mia.

No, Socrate non aveva quell’occhio, forse prima di lui solo l’infelice Nietzsche ebbe quello sguardo in grado di spogliare l’anima, di liberare il corpo dall’anima, di mettere a nudo il corpo dell’uomo, fuori dai sotterfugi dello spirito.

Lo sguardo di van Gogh è sospeso, inchiodato, vitreo dietro le palpebre rade, le sopracciglia scarne e senza una piega.

È uno sguardo che penetra diritto, che trafigge in quel volto tagliato all’accetta come un albero ben squadrato.

Ma van Gogh ha colto il momento in cui la pupilla sta per rovesciarsi nel vuoto, in cui quello sguardo, diretto contro di noi come il frammento di una meteora, assume il colore atono del vuoto e dell’inerte che lo riempie.

È così che, meglio di qualsiasi psichiatra al mondo, il grande van Gogh ha individuato la sua malattia.

Emergo, ricomincio, esamino, afferro, dissigillo, la mia morta esistenza non racchiude nulla, ed il nulla del resto non ha mai fatto del male a nessuno, ciò che mi obbliga a ritornare dentro è questa assenza desolante che sopraggiunge a sommergermi di tanto in tanto, ma vedo con chiarezza, con grande chiarezza, anche il nulla so cosa sia, e potrei dire cosa contiene.

Aveva dunque ragione van Gogh: si può vivere per l’infinito, non saziarsi che d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere di che saziare mille grandi geni, e se van Gogh non ha potuto appagare il suo desiderio così da irradiarne la sua esistenza intera, è perché la società glielo ha proibito.

Francamente e consapevolmente proibito.

Vi sono stati un giorno i carnefici di van Gogh, come vi sono stati quelli di Gérard de Nerval, di Baudelaire, d’Edgar Poe e di Lautréamont.

Quelli che un giorno gli hanno detto:

Ed ora, basta, van Gogh, nella fossa, ne abbiamo abbastanza del tuo genio, quanto all’infinito, esso ci appartiene.

Dal momento che non è a forza di cercare l’infinito che van Gogh è morto, che s’è visto costretto a soffocare di miseria e d’asfissia, è a forza di vederselo rifiutare dalla folla di tutti coloro che, proprio mentre era in vita, si credevano i detentori dell’infinito per ostilità nei suoi confronti; eppure van Gogh avrebbe potuto trovare sufficiente infinito di che vivere per tutta la vita, se la coscienza bestiale della massa non avesse voluto appropriarsene per alimentare le proprie orge, che non hanno mai avuto nulla a che vedere con la pittura o con la poesia.

Inoltre non ci si suicida da soli.
Nessuno è mai stato solo alla nascita.
Egualmente, nessuno è solo nella morte.

Ma, in caso di suicidio, è necessario un esercito di cattivi soggetti per far sì che il corpo si decida al gesto contro natura di privarsi della propria vita.

Ed io credo che vi sia sempre qualcun altro nell’attimo estremo della morte a spogliarci della nostra esistenza.

Così dunque van Gogh s’è condannato, perché aveva finito di vivere e, come lasciano intravvedere le lettere al fratello, perché, di fronte alla nascita d’un figlio del fratello, aveva la sensazione d’essere una bocca di troppo da sfamare.

Ma soprattutto van Gogh voleva, finalmente, raggiungere quell’infinito per il quale, come egli dice, ci s’imbarca come su un treno verso una stella, e ci s’imbarca il giorno in cui si ha proprio deciso di farla finita con l’esistenza.

Ora, nella morte di van Gogh così come è avvenuta, io non credo che questo sia ciò che è avvenuto.

Van Gogh è stato liquidato dal fratello, innanzitutto, annunciandogli la nascita del nipote, è stato poi liquidato dal dottor Gachet che, invece di raccomandargli il riposo e la solitudine, lo aveva mandato a dipingere dal vero un giorno in cui si rendeva ben conto che van Gogh avrebbe fatto meglio ad andare a dormire.

Poiché non si contrasta così direttamente una lucidità ed una sensibilità della tempra di van Gogh il martirizzato.

Vi sono delle coscienze che, in certi giorni, si ucciderebbero per una semplice smentita, e non è necessario per questo essere pazzi, pazzi individuati e catalogati, può bastare invece essere in buona salute ed avere la ragione dalla propria parte.

Io, in un caso analogo, non sopporterò più senza commettere un delitto di sentirmi dire: “Signor Artaud, delirate”, come m’è capitato tanto spesso.

E van Gogh se l’è sentito dire.

Ed è ciò che gli ha stretto alla gola quel nodo di sangue che l’ha ucciso.

Post-scriptum

A proposito di van Gogh, della magia e delle suggestioni, tutti coloro che da due mesi hanno sfilato davanti alla mostra delle sue opere al museo dell’Orangerie sono proprio sicuri di ricordarsi di tutto ciò che hanno fatto e di tutto ciò che è capitato loro tutte le sere dei mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio del 1946? E non vi fu una sera in cui l’atmosfera dell’aria e delle strade si fece quasi liquida, gelatinosa, instabile, e in cui la luce delle stelle e della volta celeste scomparve?

E van Gogh non era là, lui che ha dipinto il caffè d’Arles. Ma io ero a Rodez, vale a dire ancora sulla terra, mentre tutti gli abitanti di Parigi dovettero, una notte, sentirsi molto prossimi a lasciarla.

E non avevano forse partecipato tutti di comune accordo a certe porcate generali, in cui la coscienza dei Parigini aveva abbandonato per un’ora o due il piano normale dell’esistenza ed era passata sull’altro, in una di quelle massicce ondate d’odio di cui sono stato più volte un po’ più del testimone, durante i miei nove anni d’internamento. Ora l’odio è stato dimenticato come gli spurghi notturni che seguirono, e gli stessi che a più riprese avevano messo a nudo e agli occhi di tutti le loro anime di porci spregevoli, sfilano ora davanti a van Gogh cui, mentre era in vita, loro o i loro padri e le loro madri avevano così ben tirato il collo.

Ma, una delle sere di cui parlo, non è forse caduta nel viale della Madeleine, all’angolo della rue des Mathurins, un’enorme pietra bianca quasi fosse uscita da una recente eruzione del vulcano Popocatepetl?

Quando il 29 luglio del 1890 muore van Gogh in seguito ad un ennesimo tentativo di suicidio, la sua opera diventa ben presto preda degli psichiatri ancor più che della critica d’arte. La singolare personalità dell’artista, alcuni episodi sconcertanti della sua vita, sono tutti elementi che coniugati all’eccezionalità degli esiti pittorici sembrano riproporre in un caso clinico particolarmente affascinante il luogo comune romantico di “genio e follia”, fino a far coincidere il mito van Gogh con la sua “malattia”.

Da: Alberto Castoldi (a cura di), Il mito van Gogh, A. Artaud - G. Bataille, Bergamo: P. Lubrina, 1987, pp. 59–94.

Titolo originale: A. Artaud, Van Gogh le suicidé de la societé.

Saranno gli interventi di due fra gli scrittori più grandi e inquieti del Novecento, Georges Bataille (1897–1962) e Antonin Artaud (1896–1948), a sottrarre l’opera di van Gogh alla psichiatria per riconsegnarla alla fruizione culturale del proprio tempo, come uno dei risultati più alti e dirompenti della tradizione occidentale.

Bataille con il saggio intitolato La mutilation sacrificielle et l’oreille coupée de Vincent van Gogh (1930) propone il recupero degli atteggiamenti più trasgressivi dell’artista quali manifestazioni di una ritualità che ci riporta alla tradizione classica della vittima sacrificale; Artaud, personalmente convinto d’essere una vittima della società, e dei medici in particolare, vedrà nel tragico destino di Van Gogh, le suicide de la societé (1946) il dramma stesso di ogni persona d’ingegno in una società che tende ad espungere tutte le categorie dei “diversi”, dei “marginali”, fra cui i pazzi e gli ammalati, tanto più se detentori di una lucidità ed una sensibilità come quelle di van Gogh: «Perché un pazzo è anche un uomo che la società non ha voluto ascoltare e a cui ha voluto impedire di pronunciate delle insopportabili verità».

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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