Un copricorpo per il deserto

di Alessandro Raveggi

Racconto della domenica

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Una ragazza, più creatura mitologica che umana, si aggira per i corridoi di un losangelino labirinto, perturbando chiunque incontri. La ragazza-chimera ora si fa boitatá, ora jackalope — tutto per soddisfare le fantasie degli ideali acquirenti che assistono alle sue metamorfosi.

Ma per il viaggio che l’attende, forse il più importante della vita, deve scegliere la sua prossima pelle. E quale copricorpo è saggio prendere per il deserto, tutto rena e sterpi, invitante e minaccioso?

Alessandro Raveggi firma un racconto metafisico ispirato ai lavori dell’artista pistoiese Zoè Gruni, pubblicato di recente nella raccolta “Il grande regno dell’emergenza”, edito LiberAria, sull’identità liquida, ibrida.

Probabilmente solo i bambini, che l’attorniavano a mo’ di parata, sapevano giustificare la presenza di quel copricorpo così mostruoso e incoerente, mentre si aggirava specchiandosi sulle vetrine di vestitini sbarazzini e subwoofer retroilluminati. Il boitatá era un mitico animale delle tradizioni brasiliane che Zoé si era portata con sé in una delle sue numerose vestizioni: un serpente di fuoco che lei aveva inverato in delle grosse camere d’aria, del caucciù. L’aveva appena tolto dal bagaglio che si era trascinata da Sao Paolo, da poco si aggirava di nuovo per Los Angeles alla ricerca di un posto dove installare le sue radici transitorie d’artista. Quei vestimenti erano infatti anche dei tubi, delle cannule, dalle quali suggere idealmente lo spirito ctonio di un luogo, per appropriarsene con confidenza viscerale.

Spesso i piedini di Zoé risultavano impercettibilmente in moto, donandole un’irreale levitazione in quei materiali di riciclo strappati a lande sterminate o a qualche ripostiglio folklorico. Era quella sospensione tutta concreta che attraeva ora i bambini liberati provvisoriamente da degli anziani un po’ cionchi, grosse scarpe mediche ai piedi, che si aggiravano con i nipoti in cerca di un giocattolo che potesse disinnescare la loro smania. Quei nipoti vedevano nel boitatá una sorta di spettro concreto. E oggi quello spettro trascinava con sé un trolley che l’umanizzava.

Zoé stava deambulando da una parte all’altra del centro commerciale, dopo essere entrata dall’ingresso principale e aver subito sbattuto contro un goffo hot-dog umano che pubblicizzava un 3x2. Lo scontro non aveva provocato che pallore in viso del panino umano, che dalla faccia incastonata tra uno sbaffo di senape e il rosso della salsiccina traballante aveva reagito intuendo che fosse davanti a una campagna pubblicitaria sopra le righe, con protagonista il dragone delle camere d’aria. “Ci sono venditori di biciclette all’interno?” era balzato nel suo cervello d’insaccato.

Lei apprezzava sempre più quei luoghi senz’anima dove inserire tanta anima complessa e residuale, quella da lei trasportata in un sacco-caleidoscopio di migrazioni personali. Adorava pensare che quelle camere d’aria, toccate da lavoratori sottopagati di Rio, intaccate dai tagli a spregio di qualche marmaglia da favela, palpate da un architetto tedesco per un’estrosa opera architettonica green finanziata da un magnate carioca, potessero ora anche solo essere sfiorate dai californiani, dai losangelini, dai latinos contro i quali quelle sfregavano guaendo, individui che la sorpassavano increduli tra le varie scale mobili, dove lei si appoggiava come percorrendo un pensiero fatto di saliscendi.

Quello di cui era alla ricerca era un telefono pubblico. E di un innocente telefono per un’importante telefonata intercontinentale, manco l’ombra. Passò vetrine di pellicce, vetrine di scarponcini da sci, fast food di frullati e alette di pollo. Deformi uomini in costume la guardavano storta. Sotto quella loro gommapiuma, pensava lei, c’erano però idealmente gli stessi acquirenti, pronti a farsi inglobare dal concetto della marca, fino a soffocare. Se i centri commerciali erano soglie astratte, zone di decompressione per Zoé, compiere la farsa dell’uomo-hot-dog, dell’uomo-aletta-di-pollo, dell’uomo-ciambella, contribuiva solo a farne un teatro sofferente d’umanità.

Nei pressi di una gigante fonte tropicale, che emetteva finti cinguettii — il suo compositore, pensò, non aveva chiaramente mai ascoltato gli scoppi e vagiti tormentati degli uccelli brasiliani, che in passato l’avevano anche terrorizzata — lei chiese indicazioni a un poliziotto. Quello, all’avvicinarsi di quel dragone tubolare, azzardò a sfoderare la pistola.

“Sì, ho bisogno di un telefono, e quindi?”, lo disinnescò in monotono, un occhio alla canna della pistola, fino a sorpassarlo. Ottenne solo nuovo sbigottimento da altri a cui chiese aiuto, invano.

Quella mala accoglienza cominciò a irritarla. Osservò il riflesso di lei boitatá sui vetri opachi del bagno dove si appollaiò per orinare. Valutò che fosse il caso di una nuova investitura, qualcosa che si approssimasse di più al sentire degli acquirenti. Optò per il jackalope, un ibrido tra antilope e lepre che aveva preparato anni addietro, una lepre cornuta che apparteneva al folklore locale — si diceva che persino Reagan avesse un testa (falsa) di lepre cornuta come trofeo nel salotto del proprio ranch. Sfilò così il copricorpo dalla valigia, si tolse il boitatá, indossò una lunga tunica composta da fibra di cocco e corna di legno. Uscì spavalda dal bagno, e qualcuno tra i più canuti parve riconoscerla, sostituendo allo sconcerto il perturbamento.

Per tutto il percorso precedente alla ricerca di un telefono, Zoé aveva dato occhiate a quello che sarebbe stato il suo prossimo passo, e che ora la turbava come una scadenza impellente: il deserto. Il centro era infatti adiacente a un’ampia distesa terrosa sulla quale rollavano covoni e altre sterpaglie, come nei western. Il deserto stava sul retro ad aspettarla, invitante e minaccioso. Come l’avrebbe affrontato? Con quale copricorpo affrontare quello spazio assoluto, abraso?

Vicino ai bagni incontrò finalmente un rugginoso telefono. Tirò fuori un sacchettino di monete, compose il numero. Prima il prefisso per l’Italia, quindi quello per Pistoia, 0573… Dall’altro lato della cornetta, una figura si alzò da un banco da falegname, lasciando un pezzo di ferro battuto a brillare nella pallida lucina gialla della notte solcata dai venti dei monti pistoiesi.

«Nonno?»
«Zoé?»
«Ancora una volta ho bisogno di te.»
«Oh bambina mia, a quest’ora? Che succede?»
«Sapresti consigliarmi sul deserto? Va bene la giungla brasiliana, vanno bene le lunghe avenue hollywoodiane, i lungomare californiani… Ma il deserto, ecco: da che parte lo prendo?»

Quella figura stava con la cornetta appoggiata tra l’orecchio e la spalla sinistra, e a un tempo limava e soffiava su di un oggettino metallico dandogli forma, marcando delle avvitature.

«Aspetta, via, fammi pensare. Il deserto non lascia spazio all’immaginazione, oppure…» E limava, e soffiava.
«Sì. Ma anche spicciati: al telefono piacciono un sacco le mie monete.»
«Non farmi fretta. Il deserto.» E soffiò ancora, confabulante. «Nessuno spazio all’immaginazione o… tanta immaginazione! Ho una soluzione!» esclamò soddisfatto. «Ricordi quando ti portavo da bambina giù per la collina sulla carriola piena d’erba umida? O ti mettevo sulle balle di fieno a riposare dopo che s’era governato le bestie? O quando ti nascondevi nei sacchi per i mangimi?»

«Certo. Sono sensazioni che mi passano ogni giorno sulla pelle, fra le narici, nelle orecchie. Come fossero un copricopro invisibile, un passaporto che non ho bisogno di timbrare, ma che è sempre lì.»

«Hai trovato la soluzione. Il deserto adesso ti aspetta, Zoé.»

Dopo aver salutato il nonno, che si rimise ridendo ad armeggiare e a soffiare sui propri arnesi, lontano migliaia di chilometri da quella luminosa giornata californiana, prese la decisione che le parve più naturale: individuata un’uscita che doveva essere usata dai fornitori, sgusciò dal jackalope, e si trovò nuda sulla soglia.

Davanti a lei, il deserto roteava le sue balle di sterpi, si rassettava in certi spazi con folate di rena come aprendo delle branchie. Era un grande pesce, o un grande serpente, a tratti pelle coriacea di bisonte, per altri tratti qualche ciuffo d’erba fremente lo rendeva grosso pennuto. Dietro di lei stava invece un uomo-ciambella che l’osservava con gli occhi sgranati.

Dette un primo passo nella sabbia. E il suo copricorpo più autentico le si appiccicò addosso: il solletico dell’erba, l’odore acuto di mangime, lo sbuffo caldo dal naso di una bestia, o anche la neve sfatta, a Pistoia. Era pronta al viaggio nel deserto californiano. Allungò l’altro piede.

Alessandro Raveggi (Firenze, 1980). Suoi il romanzo Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012), il saggio Calvino americano. Identità e viaggio nel Nuovo mondo (Le Lettere, 2012), La trasfigurazione degli animali in bestie (Transeuropa, 2011). Collabora con una serie di racconti all’edizione toscana de la Repubblica. Oltre che in molte antologie, i suoi testi sono apparsi in riviste e webmag come Poesia, il verri, Doppiozero, Alfabeta2, Nazione indiana, Carmilla, Il primo amore, Nuova Prosa.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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