Umberto Eco: il romanzo letterario che diventa bestseller

Un grande intellettuale prestato alla fiction

di Michele Giocondi e Mario Mancini

Vai agli altri titoli della serie “Gli autori bestseller italiani … e non solo italiani”

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Qualcuno potrebbe storcere il naso nel leggere questo nuovo episodio della nostra serie sugli autori bestseller, vedendo colui, che è stato per decenni il nostro intellettuale più prestigioso, inserito nello stesso calderone in cui si trovano Pitigrilli, Da Verona e Liala, quasi fosse uno di loro. Oddio! Non che sarebbe dispiaciuto ad Umberto Eco, anzi forse si sarebbe rammaricato del contrario, dato che si parla di scrittori che hanno venduto milioni di copie, fosse alto o basso il loro spessore letterario. E poi con molti di quei nomi ha avuto dimestichezza, li ha studiati e analizzati a fondo, per poi spiegarcene le ragioni del successo e i meccanismi che stanno alla base della loro popolarità.

Insomma non avrebbe avuto di che lamentarsi nel far parte di quella pattuglia, mentre noi lettori sappiamo benissimo che è in loro compagnia non per i suoi innumerevoli saggi, pietre miliari e imprescindibili punti di riferimento nella semiologia, apprezzati e studiati in ogni università del pianeta, ma per il suo celeberrimo Nome della rosa e per i romanzi successivi.

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Un successo planetario

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L’edizione in mandarino de “Il nome della rosa”. Un vero e proprio bestseller globale. Nessuno all’inizio aveva previsto un tale successo per questo romanzo d’esordio di Umberto Eco.

Il nome della rosa è stato un libro di una fortuna incredibile, alcuni milioni di copie ( da 4 a oltre 6) solo in Italia, e altre decine nel resto del mondo ( le stime qui vanno dai 20 ai 65 milioni). Un successo strepitoso, uno dei maggiori in assoluto nel nostro paese, superiore ai più acclamati romanzi nostrani, come Il Gattopardo, Va’ dove ti porta il cuore, Io uccido e pochissimi altri.

E dire che tutto avvenne in maniera assolutamente imprevedibile e inattesa. Il libro uscì nel 1980, la prima tiratura era di circa 80.000 copie, e non si sapeva se sarebbe andata esaurita. Nel mondo del cinema, dove notoriamente hanno l’occhio lungo su cosa possa funzionare, ne intuirono subito le potenzialità e acquisirono i diritti cinematografici per una cifra irrisoria rispetto a quanto avrebbe reso, mentre ai primi paesi stranieri che chiesero di tradurlo, il testo veniva ceduto a un prezzo molto basso, tanto poco si credeva nel successo di un romanzo storico ambientato nel Medioevo. Roba da feuilleton di fine Ottocento, si diceva! Un romanzo che probabilmente, se non fosse stato scritto da colui che aveva diretto la casa editrice Bompiani per quasi un ventennio e che ancora continuava a collaborarvi, forse non sarebbe nemmeno stato pubblicato!

E invece il libro, fosse un giallo medievale, fosse un’opera a più livelli di lettura, fosse una velata metafora dei nostri tempi, fosse quello che fosse, crebbe di giorno in giorno e si rivelò un successo di una portata tale da meravigliare gli stessi addetti ai lavori: un romanzo in grado di tenere avvinghiato il lettore pagina dopo pagina fino in fondo, unico vero segreto del best seller, quasi fosse un tossicodipendente nei confronti della sua droga.

L’autore lo compose quasi per gioco, nei ritagli di tempo, prima scrivendolo a mano, poi con il computer, uno dei primi a farlo, senza nessuna pressione, senza sentire sul collo il fiato dei lettori, l’urgenza e le richieste dell’editore, la curiosità dei critici. Scrisse in totale libertà. E venne fuori il best seller dei best seller, apprezzato e idolatrato in tutto il mondo e proiettato nelle sale cinematografiche dell’intero pianeta.

La difficoltà nel ripetere il successo

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Il pendolo di Foucault in edizione georgiana. La traduzione dell’imponente romanzo di Umberto Eco è stata ultimata nel 2017.

La storia non finì lì. Eco infatti, dopo il clamoroso successo, non aveva alcuna intenzione di riporre la tastiera del computer, e si rimise subito al lavoro per una seconda opera. Era inevitabile a questo punto che si creasse un’attesa spasmodica per il successivo parto della sua geniale fantasia, che sarebbe uscito otto anni dopo, nell’ottobre del 1988: Il pendolo di Foucault.

Ma qui le cose andarono in maniera completamente diversa. Il clamore per il secondo romanzo era tale che si verificarono fenomeni di fanatismo e di idolatria mai visti nell’editoria, ma, eventualmente, solo per le grandi star del calcio, della musica, del cinema.

Il giorno stesso dell’uscita del libro tutto l’apparato librario del paese era mobilitato per gestire il super evento dell’anno, preceduto da una campagna pubblicitaria di dimensioni inedite, alla quale si affiancava l’attesa frenetica dei lettori. Le pile del romanzo, altissime in ogni libreria, fin nei più sperduti paesini, si assottigliarono di ora in ora. Pare addirittura che già la mattina dell’uscita del libro ci fossero in giro i vu cumprà a vendere le copie taroccate per le piazze, come un qualunque paio di scarpe di imitazione.

Il successo iniziale fu tale da far impallidire e di molto Il nome della rosa. La prima edizione fu di 300.000 copie e andò esaurendosi rapidamente, tanto che nello stesso mese di ottobre ne venne approntata una seconda della stessa entità, in attesa di un’ulteriore ristampa per il periodo natalizio. Le vendite iniziali raggiunsero le 700.000 copie in un paio di mesi. Cosa inaudita! Ma poi il libro si fermò. O meglio, non progredì con la stessa intensità del precedente. Alla distanza non furono i 4–6 milioni di copie del Nome della rosa, ma circa un milione e mezzo in Italia, molto meno della metà! E lo stesso avvenne nel resto del mondo, con circa 9–10 milioni di copie. Perché? Cosa stava succedendo?

Stava succedendo che il secondo romanzo, pur partito a razzo sull’onda del primo strepitoso successo, una volta esaurito l’effetto traino, quando il libro doveva camminare con le proprie gambe, non resse alla prova, e le vendite rallentarono di parecchio. E questo perché il libro non suscitava nei lettori gli stimoli che aveva suscitato il precedente. La storia del giovane Casaubon, che va con i due amici alla ricerca del punto centrale del mondo, l’umbilicus telluris, dal quale controllare il pianeta, per poi accorgersi che non esiste alcun ombelico del mondo e alcun piano segreto messo in atto dai templari e ripreso dai Rosacroce, si stava rivelando noiosetto e poco attrattivo per la gran massa del pubblico. Non avesse avuto il traino del precedente, da solo avrebbe fatto poca strada.

Le altre prove narrative

Lo stesso fenomeno si ripeté con le opere successive, con tirature in calo ulteriore: L’isola del giorno prima, Baudolino, La misteriosa fiamma della regina Loana, Il cimitero di Praga, Numero Zero. Tutti venduti sì in alcune centinaia di migliaia di copie, cosa comunque sempre eccezionale in un paese di scarsi lettori come il nostro, ma non in milioni! A riprova del fatto che il best seller è quasi sempre imprevedibile, difficile da diagnosticare in anticipo e da ripetere con le opere successive. Ed è impossibile che raggiunga cifre stratosferiche se non soddisfa in pieno le aspettative dei lettori.

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Subito dopo la laurea, lavorando in RAI già dai suoi primi anni sperimentali, Umberto Eco è in grado di studiare dall’interno i meccanismi del nuovo mezzo. Da questa esperienza diretta nasce una dei saggi più conosciuti e citati dello scrittore piemontese: Fenomenologia di Mike Bongiorno oggi in Diario minimo (nella foto con una concorrente dei suoi giochi a quiz e Totò)

La vita

Umberto Eco nasce ad Alessandria nel 1932, da una famiglia modesta, padre impiegato delle ferrovie e madre casalinga. Frequenta il liceo e l’università, avvicinandosi ai gruppi dell’azione cattolica, sino a raggiungere livelli dirigenziali in ambito nazionale. Si laurea a 22 anni, con una tesi su San Tommaso, durante la cui preparazione sembra che abbia ricevuto la grazia al contrario: cioè da credente diventa ateo. Subito dopo entra per concorso alla RAI, dove rimane alcuni anni, durante i quali collabora all’allestimento di varie trasmissioni, fra le quali quelle che determinano la fortuna di Mike Bongiorno, al cui fenomeno dedicherà anche pagine che hanno fatto storia.

Negli anni Sessanta, abbandonata la RAI, inizia la docenza all’università, prima a Milano, poi a Firenze, poi di nuovo a Milano, prima di approdare a Bologna, come ordinario, dove resterà a lungo e dove prima contribuirà a creare il DAMS (dipartimento arte, musica, spettacolo) e dopo il corso di laurea in scienza della comunicazione. Ma molte altre ancora sono le sue iniziative accademiche e culturali in varie università e istituzioni nazionali e estere.

L’ingresso nell’editoria

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Nel 1975, Valentino Bompiani chiama Umberto Eco a dirigere la casa editrice. Come direttore generale vi resterà per venti anni, contribuendo in modo determinante, anche con i suoi libri al successo della Bompiani.

Nel 1959 c’è l’incontro con Valentino Bompiani, l’aristocratico, il gentiluomo, l’ editore che si è fatto da solo: colui che ha iniziato la carriera nel 1929, uscendo dalla casa editrice Unitas per il rifiuto di pubblicare la scandalosa parodia dei Promessi sposi effettuata da Guido Da Verona, che la proprietà voleva invece pubblicare ad ogni costo, data la straordinaria fama di cui allora godeva l’autore. Con i soldi della liquidazione Bompiani apre la sua minuscola casa editrice, formata da lui e da una segretaria. E libro dopo libro, successo dopo successo, iniziativa dopo iniziativa, fra le quali la più cospicua è senz’altro il Dizionario delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, Bompiani si è fatto il nome che si è fatto.

Adesso ha bisogno di un direttore generale, Eco sembra dargli le migliori garanzie e il posto è suo. Vi rimane quasi un ventennio, sino al 1975, e poi continua a collaborarvi in varia veste. La sua attività concorre in maniera determinante allo sviluppo della casa editrice, di cui diventa il deus ex machina.

Vi contribuiscono anche le sue opere di saggistica, Diario minimo, Apocalittici e integrati, La struttura assente, il Trattato di semiotica generale, Opera aperta, Come si fa una tesi di laurea, Il superuomo di massa, Lector in fabula e molti altri ancora, così come i tanti e grandi nomi che escono sotto i tipi della “sua” Bompiani, la quale poi, grazie al Nome della rosa e agli altri suoi romanzi, conosce un’ulteriore e straordinaria crescita.

La ricerca accademica e le grandi realizzazioni editoriali

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Eco è stato anche un grande impresario culturale e sperimentatore di nuovi formati per la comunicazione e la diffusione della cultura. È stato infatti artefice di alcune delle più importanti iniziative nell’ambito dei nuovi media, all’interno dei quali ha sperimentato tantissimo. Qui la copertina di un volume di una delle molte opere multimediali pensate e dirette da Umberto Eco.

Non si contano poi le grandi realizzazioni editoriali che vedono Eco nella veste sia di direttore che di coautore, come Historia in 9 volumi, La storia della civiltà europea in 18 volumi, La grande storia in 28 volumi, Encyclomedia e altre ancora.

Innumerevoli sono i titoli onorifici che gli vengono assegnati in tutte le università del mondo, così come i corsi che tiene, a riprova di un’attività di studio e di ricerca che non ha uguali nel paese. Le collaborazioni alle università, agli istituti di ricerca, agli enti nazionali e sovranazionali, nonché a quotidiani e periodici italiani e stranieri è altrettanto impressionante, quasi da far sospettare che per qualche sortilegio le giornate per lui non fossero di 24 ore.

Una presenza fissa e imprescindibile anche nel giornalismo

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La vignetta di Tullio Pericoli che Eco utilizzava per la sua rubrica “Le bustine di Minerva” su L’Espresso.

Eco è sempre in prima fila nel dibattito politico, sociale e culturale del paese. Partito dall’analisi del mondo dei segni e della comunicazione di massa, ha allargato il raggio d’azione della sua ricerca a ogni ulteriore aspetto della cultura, dei media e del mondo in generale di ieri e di oggi.

E’ interpellato su qualunque argomento e non si tira mai indietro, dice sempre la sua, scrive saggi e articoli su tutto. Fra questi rivestono un’importanza particolare “Le bustine dei minerva”, pubblicate su l’Espresso settimanalmente dal 1985 al 2016, fino a poche settimane dalla morte, dal 1998 in alternanza con Eugenio Scalfari.

Muore nel 2016 all’età di 84 anni, per un tumore, dopo una vita operosissima, dedicata allo studio, all’insegnamento universitario, al giornalismo, alla ricerca, alla divulgazione, alla narrativa.

Michele Giocondi, fiorentino doc, si è laureato in letteratura italiana con Luigi Baldacci. Ha insegnato nei licei e svolto un’intensa attività editoriale nel settore scolastico, sia come autore che come responsabile di collana. Si è sempre occupato di letteratura di successo commerciale in libri come Lettori in camicia nera e Best seller italiani, nonché in numerosi articoli e saggi. giocondi è autore di un apprezzato Dizionario dei sinonimi e contrari, ristampato più volte. In tempi recenti ha scritto anche dei romanzi gialli.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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