Turati: socialismo riformista e socialismo rivoluzionario

Le due anime del movimento operaio italiano

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Nel discorso pronunziato il 22 maggio 1907 alla Camera dei deputati — che qui di seguito si riproduce — Filippo Turati trasse lo spunto dalla discussione relativa ad un disegno di legge sulla risicultura per passare dal problema costituito dalla necessità di proteggere le mondine con una adeguata legislazione sociale al grande tema — nel quale si incentra gran parte della sua attività di militante socialista — della differenza tra socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari.

Se per entrambe queste correnti il capitalismo era una fase necessaria, ma che doveva essere superata nell’evoluzione della società, per i rivoluzionari il mutamento avrebbe dovuto essere rapido e violento, per i riformisti (tra i quali appunto militava Turati) graduale e tempestivo.

La violenza e la rapidità avrebbero potuto, anzi, far fare dei passi indietro al movimento socialista, perché avrebbero prodotto, per contraccolpo, un irrigidimento nel fronte padronale e probabilmente costituito attorno a questo una solidarietà di gruppi e di ceti timorosi di sconvolgimenti rivoluzionari.

socialisti rivoluzionari, in sostanza, sembravano convinti che peggiori erano le condizioni di vita dei lavoratori, maggiore sarebbe stata la loro spinta rivoluzionaria e partendo da tale convinzione ritenevano che tradissero la causa della classe operaia tutti coloro che, per mezzo di trattative o accordi, cercavano di elevarne il tenore di vita.

I socialisti riformisti, al contrario, non desideravano rivoluzioni che fossero opera del sottoproletariato, ma trasformazioni sociali profonde, per ciò stesso lente e graduali, opera di gruppi forniti di capacità tecniche, morali e politiche che non si possono improvvisare.

E così lo sciopero, che per i rivoluzionari era l’arma miracolosa, risolutrice d’ogni problema, «il sostitutivo moderno della vecchia povera barricata romantica», per i riformisti aveva una funzione “pedagogica” non “redentrice”, cioè serviva ad affermare il diritto dei lavoratori a valersi di questa potente arma di protesta o a convincere i proprietari che è lecito cercare di ricavare utili maggiori ma riorganizzando e modernizzando le aziende non abbassando il salario dei lavoratori.

Il brano che segue è tratto da F. Turati, Da Pelloux a Mussolini, a cura di A. Schiavi, Torino, De Silva, 1953, pp. 28–32. In questo secondo dopoguerra sono stati editi, a cura della Camera dei Deputati, i Discorsi parlamentari di Filippo Turati, Roma, 1930, in 3 voll.

Sul problema cfr. G. Arfè, Storia del socialismo italiano, 1892–1926, Torino, Einaudi, 1965 e F. Manzotti, Il socialismo riformista in Italia, Firenze, Le Monnier, 1965. Chi desideri più ampie informazioni bibliografiche veda L. Valiani, Il movimento socialista italiano dalle origini al 1921, in Questioni di storia del socialismo, Torino, Einaudi, 1958 e Il movimento socialista in Italia. Bilancio storiografico e problemi storici, Milano, 1965.

Qual è in fondo la differenza fra i socialisti riformisti e i socialisti rivoluzionari, o la loro sottospecie sindacalista?

I primi, dei quali sono io (pensano) come gli altri, che il capitalismo sia una forma sociale caduca, sebbene necessaria, e che convenga preparare i trapassi a forme sociali più alte ed evolute, che qui, per non fare dell’accademia non importa delineare; ma pensano, a differenza degli altri, che coteste trasformazioni, per quanto radicalissime, non possano utilmente avvenire se non per via di evoluzione, di penetrazione, di sostituzione graduale, pensano che la violenza — sebbene anche essa non possa assolutamente separarsi dalla storia, e sembri ad essa riservato principalmente l’ufficio di demolire certi ultimi ripari del passato, già limati, già corrosi, già vuotati del loro contenuto dall’opera del tempo — tuttavia nei cangiamenti sociali, abbia una funzione clamorosa e decorativa, assai più che una funzione sostanziale.

Qualche volta, e s’è visto anche in Italia, la violenza, se usata dai governi per comprimere, suscita invece slanci di forze latenti che deludono le aspettative conservatrici; se usata dalle classi soggette, spinge gli avvenimenti a ritroso, scambio di accelerarli; e, quando pure aiuta, o sembra aiutare, le evoluzioni necessarie, non fa cosa che l’evoluzione stessa non potesse compiere da sé; più o meno lentamente, ma certo più saldamente e più irrevocabilmente. In ogni caso è un giuoco d’azzardo, che non sempre si può deprecare, ma che non può mai formare oggetto di un meditato programma.

Parlo, s’intende, dei regimi liberi, costituzionali.

Perciò noi pensiamo che vi sia, in ogni istante, un terreno di intesa tra le varie classi sociali; un terreno non fisso ma che si sposta di momento in momento, secondo le condizioni obiettive economiche e i mutevoli stati di coscienza delle classi in conflitto, perché nulla stagna, perché alles fliesst, come dice Hegel; un terreno sul quale le persone intelligenti delle classi opposte, ad un dato momento della storia, possono sempre, con vantaggio comune, trovare la transazione necessaria.

E, se non lo fanno, è a danno degli uni e degli altri.

La scomunicata dottrina della collaborazione insomma, che non elide, che non toglie la lotta delle classi, anzi la rafforza, rendendola più civile. E di qui il fatto che i nostri dissensi interni di partito si concretarono specialmente su questo terreno: degli scioperi, degli arbitrati, della legislazione sociale.

Or bene, onorevoli colleghi; il tema del contratto di lavoro per la prima volta viene innanzi alla Camera italiana con questa legge.

I rivoluzionari o. sindacalisti considerano il contratto di lavoro in regime borghese come una sopraffazione necessaria, con la quale non vi è transazione possibile, non vi è altro che da rovesciarla con tutte le forze; la schiavitù del lavoratore non ammette intese, né mitigazioni; forse è meglio ch’essa sia più dura; quanto più crescerà la temperatura rivoluzionaria, più forte, più decisivo sarà il colpo di spalla che rovescerà l’ordinamento presente.

Per essi, fra il lupo e l’agnello nessuna conciliazione, neppure temporanea; ogni tentativo di intesa è in fondo un tradimento da parte nostra, un aiuto che rechiamo agli avversari, che ci rende cittadini di Gand, il cavallo di Troia nell’arce proletaria.

Bissolati non sarebbe Leonida, sarebbe Ulisse. Al più e da più benevoli possiamo essere considerati come buoni radicali mascherati.

Noi, al contrario, crediamo poco alle rivoluzioni sul terreno economico, e meno che mai alle rivoluzioni dei denutriti, dei cenciosi, dei meno che uomini; il Lumpen-proletariat, il proletariato dei cenci, ci fa quasi più paura degli stessi partiti reazionari. Pensiamo che le trasformazioni sociali siano frutto anche di una grande elevazione di coscienze e di capacità tecniche, morali e politiche, la quale non si può sostituire né anticipare violentemente: anticiparla violentemente è fare opera reazionaria.

Anche fra il lupo e l’agnello (per adottare quel paragone) vi è modo di intendersi, quando il lupo e l’agnello siano intelligenti, quando l’agnello possa offrire al lupo altra carne da divorare e quando soprattutto l’agnello sia anche un animale da soma, utile, necessario alla convenzione della società, come nel fatto concreto.

Perciò, mentre gli scioperi, per questi nostri amici-nemici, sono il porro unum necessarium, il mezzo miracoloso che, rafforzando la combattività sociale delle classi operaie e assurgendo ed estendendosi, dalle ribellioni isolate e corporative di determinati nuclei sul terreno economico, a una sempre più larga solidarietà di classe, culmina poi nello sciopero generale, nazionale, internazionale, antimilitare, nel Generalstreich, nel Massenstreich, che è il sostitutivo moderno della vecchia povera barricata romantica, che le grandi strade diritte delle città e i perfezionati mezzi di distruzione degli eserciti hanno relegato ormai nei musei, noi pensiamo che tutto questo sia una forma superstite di fede nel miracolo, sia un catastrofismo appena ritoccato.

Consentiamo allo sciopero una funzione; ma una funzione quasi soltanto pedagogica e presto esaurita, non già la funzione redentrice che altri gli attribuisce.

Finché esso ha l’incarico di risvegliare una massa che dorme ancora nel sonno medievale e la cui psiche infantile non capirebbe altro movimento che questo; in tal caso lo sciopero è utile e necessario. Così pure quando esso ha il mandato di affermare se stesso, di conquistarsi il diritto all’esistenza — ricordate Genova nel 1900 e la ripercussione su quei banchi (addita il banco del Governo) — allora lo sciopero ha un’altra anima politica; alla quale risponde un’anima economica, in quanto allora la difesa politica sul terreno economico permette ancora agli imprenditori e proprietari, da un lato di godere sovraprofitti eccessivi, dall’altro di abbandonarsi al vizio dell’inerzia.

Lo sciopero, in quella fase, debella questi due vizi sociali; riduce i profitti a limiti più ragionevoli e scuote l’inerzia dei proprietari, costringendoli a cercare per altre vie, con un migliore sfruttamento delle fonti produttive, con una maggiore applicazione dei mezzi chimici e meccanici alle loro industrie, con una più ampia conoscenza del mercato ecc… quei lucri, che prima spremevano unicamente dalla pelle dei lavoratori.

E per altra via lo sciopero è socialmente utile; in quanto tende a semplificare la complicata gerarchia dei parassitismi sociali, che incombono come piovre sul lavoro umano, specialmente nei paesi arretrati; a sopprimere alcuni dei vari gradi del diritto di camorra sul lavoro, fondendo l’interesse col profitto, il proprietario con l’imprenditore, vincendo l’assenteismo dei proprietari e richiamando così nuove forze intelligenti nella produzione.

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età conteporanea, Loescher, Torino, 1966.

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