Tre per Pontedera, andata e ritorno

di Athos Bigongiali

Racconto della domenica

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Gli entusiasmi di tre ragazzi di un piccolo centro, che vogliono fare la rivoluzione tra doveri borghesi e abbuffate alla trattoria dietro l’angolo. Un rimprovero bonario, quello di Athos Bigongiali, quasi da padre, per questa gioventù che più spesso gioca a farsi cavaliere della libertà invece di combattere vere battaglie. E, insieme, il suo racconto è un manifesto sociale (più che socialista): a volte, unisce maggiormente un gesto d’amicizia, inaspettato, che gli ideali di partito.

I volantini erano di due tipi e con titoli differenti. C’erano i ciclostilati, che la macchina continuava a sfornare, sbaffati d’inchiostro, e già disposti in pile allineate sul pavimento, c’erano quelli in carattere di stampa, parole nere su carta gialla. Titolo rosso in Bodoni. Tutto maiuscolo: UNITI SI VINCE. Ma i ciclostilati ci piacquero di più.

«Prendiamo questi» disse Tommaso.

«E lui chi è?» disse l’uomo che girava il ciclostile.

«È il segretario giovanile» disse Eugenio. «Quello nuovo».

L’uomo del ciclostile lasciò la manovella e guardò Tommaso. «Dio, quanti riccioli» disse. «Ma come fai per la messa in piega?»

Tommaso rise di gusto. «Sono piantati su un cervello molto rigoglioso» disse. «E molto ordinato». Poi si rivolse a me: «Prendine mille».
«Mille?» disse l’uomo del ciclostile. Di nuovo guardò Eugenio: «Non ti sembrano un po’ troppi?»
«No» disse Eugenio. «Mille. Come i garibaldini dello sbarco».

L’uomo finse di sputarsi sulle mani. «Io qui avrei finito» disse. «Ma per voi voglio fare un’eccezione». Si chinò sul ciclostile e riprese a girare la manovella.

La stanza era piena di fumo. Fuori, di là dalla piazza del mercato, l’orologio del campanile batté sei volte.

«A proposito» disse l’uomo, «si debbono fare o no, gli straordinari? Voi cosa ne pensate?»

Eugenio estrasse dal taschino del panciotto il suo orologio e sospirò.

Dei tre, io fui l’unico che dovette telefonare a casa, per dire che quella notte non sarei rientrato. Avrei dormito da Eugenio, dissi a mio padre. Una riunione che sarebbe andata per le lunghe, e poi la mattina presto la lezione all’università: avremmo dovuto studiare insieme, dopo la riunione. Ma quel che facemmo fu andare a mangiare in trattoria, in fondo a un vicolo buio della città medievale.

La padrona disse: «Vi piacciono i cavoli strascicati?».

Ne avevamo mangiato una bella porzione con le salsicce quando ci raggiunse Tommaso.

«È stupendo» disse. «Tutti questi archi, queste pietre scure. Tutta questa storia appiccicata alle pareti, con l’olio dei soffritti e il fumo. Sa di carboneria, di cospirazione. Puzza». Si sedette, bevve dal mio bicchiere e disse: «Mi sa tanto che non siamo in linea, compagni. Il lavoro di massa andrebbe fatto all’aperto, tra la gente».
«Ti piacciono i cavoli strascicati?» disse Eugenio.
«Oppure?»
«Stoccafisso con le patate».
«E seppie con le bietole» disse la padrona, di là dal banco.

«Basta così» disse Tommaso. «Mi arrendo».

Finimmo di mangiare molto tardi. Quando ci alzammo, la padrona stava spargendo la segatura tra i tavoli.

«Paga tu» mi disse Tommaso. «Dopo facciamo i conti».

Mi accesi una sigaretta e tirai fuori i soldi.

Dovemmo svegliarlo di brutto, battendo le mani.

Lui quasi cadde dal divano. «Ehi, ehi» disse. «Basta con gli applausi, ho capito».

Eugenio gli tirò via la coperta. «Su, alzati».

Io andai in cucina a preparare il caffè. Mentre trafficavo con la macchinetta gli ascoltavo dire: «Che ore sono?»

«Le tre e mezza».
«Vorrei farmi la barba, se non ti dispiace».
«Ma quale barba. Sbrigati».
«Dio, lo stoccafisso. Ce l’ho ancora qui, sullo stomaco».

«Vuoi sbrigarti?»

Camminavano nel corridoio, dalla camera al bagno.

«Dov’è il dentifricio?»
«Non lo so, cercalo».
«Lo spazzolino. Dammi almeno lo spazzolino».

Bevemmo il caffè senza dire niente. Poi Eugenio andò alla finestra e la spalancò. Era buio pesto: sopra il tetto della casa di fronte, ritagliato tra le sagome dei camini, si intravedeva il cielo di una notte di primavera, fredda e senza stelle.

«Tre per Pontedera» disse Eugenio al bigliettaio. «Andata e ritorno».

L’uomo sollevò gli occhiali: «Di chi è quel cane?».

Eugenio si guardò intorno: «Quale cane?».
«Quel cane» disse il bigliettaio. «Niente cani, sul treno».

Ce l’avevamo dietro, accucciato sotto la bacheca degli orari.

«E tu che ci fai qui?» disse Tommaso, provando ad accarezzarlo. «Come ti chiami?»

Il cane guaì, abbassò il muso e gli annusò le scarpe.

«Forse ha fame» io dissi.

«Non lo so» disse Tommaso. «Forse vuole pisciarmi addosso».

Prendemmo i pacchi dei volantini sottobraccio e uscimmo fuori. Il cane restò nell’atrio, accanto alla bacheca: si era alzato e sembrava sbirciare gli orari, indeciso.

«Vorrebbe partire» disse Tommaso. «Ma non sa per dove».

Andammo a sederci su una panchina.

Di fronte avevamo la sala d’aspetto, appena illuminata dai neon. I marciapiedi lungo i binari erano deserti e in fondo, dove finiva la pensilina, un velo fitto di nebbia copriva la visuale.

«Ma tu guardalo» disse Tommaso.

Eugenio veniva verso di noi, alto nel suo vestito scuro, la giacca spalancata a mostrare una bella cravatta rossa e blu e il panciotto con la catena dell’orologio.

«Se non lo conoscessi» disse Tommaso, «chi diresti che fosse?»
«Un professore universitario» dissi. «L’assistente di un barone».

Tommaso tirò su la cerniera del giubbotto e si soffiò sulle mani. «Ricordami di domandarlo agli operai» disse.

Poi cominciò a fischiettare l’Internazionale.

Il treno venne subito dopo, ansimando e stridendo.

Pareva andare di fretta. Si fermò un minuto, giusto il tempo che impiegammo a salire, noi e il controllore, poi diede uno strattone e partì veloce, fischiando. Ma alla prima stazione, quando frenò, Eugenio aprì il finestrino e disse che bisognava aver pazienza: era un treno locale, un accelerato, e se le sarebbe fatte tutte, anche quelle dei paesi più piccoli, appena qualche casa intorno alla piazza, un campanile e la casa del popolo, magari.

Fuori, intanto, era già campagna.

Nella nebbia che avvolgeva il treno ne sentivamo gli odori, di concime e di fieno, e con gli occhi cercavamo di indovinare cosa si nascondesse dietro le siepi, i muriccioli e le staccionate, se un pozzo o un fico, o un’aia con il canile in mezzo e la cascina in fondo, imbiancata da uno sprazzo di luce. A tratti albeggiava, sotto il cielo nero.

«Voi l’avete mai vista?» disse Tommaso.
«Che cosa?»
«L’aurora boreale. Dicono sia un effetto del vento solare. Una specie di riflesso dell’energia del sole, quando fa buio e la terra pensa di poterne fare a meno».

A ogni stazione qualcuno saliva. Sbucava da sotto le tettoie, di soppiatto, si avvicinava al vagone e si tirava su, scomparendo.

Uomini infreddoliti. Operai.

A uno a uno il treno li caricava e riprendeva la marcia.

Arrancava e sbuffava, come volesse, ogni volta, scrollarsi di dosso la nebbia che sbiadiva la vista dei campi e dei casolari.

Io fui l’ultimo ad addormentarmi.

Prima avevamo parlato di cosa avremmo fatto, una volta arrivati. Poche cose, ma buone. Anticipare gli operai davanti ai cancelli, aspettarli e porgere a ciascuno di loro un volantino. Non era difficile, e non c’era bisogno di spiegazioni, neanche con quelli che conoscevamo.

«Ciao. Toh, guarda chi c’è. Come va? E come vuoi che vada, non l’hai letto il giornale?»

I più anziani avrebbero piegato il volantino in quattro, senza dire niente.

I più giovani avrebbero scherzato: «Che cos’è? Si sciopera?».

Ma sarebbero stati tutti di poche parole a quell’ora.

Poi, finita l’entrata del primo turno, saremmo andati al bar, di là dalla strada. Qualcuno, di sicuro, ci avrebbe offerto il caffè: «Tu come la vuoi la correzione? Al rum? Su, butta giù che fa bene».

Vestito com’era, avrebbero scambiato Eugenio per un dirigente del partito: «Ce ne sono ancora tanti, di pecoroni. Troppi».
«Chi mandate domani all’assemblea?»

E anche, i meno smaliziati, con il ciclostilato in mano: «Mangia le mele al padrone. O che vuol dire?».

Mi pareva di udire la voce di Eugenio che glielo spiegava quando anch’io mi assopii, senza avvedermene.

Invece, d’un tratto, sentii la voce di Tommaso: «Ci siamo!».

Sembrò anche a me: di là dal binario un gruppo di uomini stava per imbucare il sottopassaggio.

Scendemmo in fretta, mentre il treno già sferragliava.

«Il pacco!» Eugenio gridò.

Tornai su e corsi nello scompartimento, presi il mio pacco e saltai sul marciapiede. Avevo il cuore in gola e le gambe mi tremavano.

«E se fossimo stati sull’incrociatore Aurora?» dopo disse Tommaso. «Che avremmo dovuto fare? Rimandare la rivoluzione?»

La biglietteria della stazione era vuota e così il corridoio che conduceva fuori, in uno spiazzo abbuiato dalla nebbia. Vedemmo un’ombra in bicicletta, lungo la strada che fiancheggiava una massicciata, alta come un argine. Dall’altra parte, in fondo, si scorgevano le sbarre alzate di un passaggio a livello.

Eugenio si guardava intorno, incerto.

«Prendiamo di qua?» Tommaso disse.

«Dove «di qua»?»
«La strada» disse Tommaso. «Non la vedi, la strada?»
«Sì, ma non vedo il tunnel».
«Come sarebbe a dire?»
«Tu lo vedi?»

La nebbia ci vagolava intorno.

«Dovrebbe esserci un tunnel» disse Eugenio. «Me ne ricordo bene». Si rivolse a me: «Tu lo vedi?».
«No».
«Forse abbiamo sbagliato» disse. «Dovevamo uscire dall’altra parte del sottopassaggio».
«Sicuro» disse Tommaso. «Su, torniamo indietro».

Poi, sopra la porta d’ingresso della stazione, intravedemmo il nome del paese, stampigliato in rilievo, in lettere nere e consumate dal tempo, come i nomi dei morti sulle lapidi delle tombe più vecchie, al cimitero.

«Non ci posso credere».
«Neanche io».

Allora presero a litigare.

«Sei stato tu, io dormivo».
«Ah sì? però quando sei sceso gli occhi li avevi aperti».
«E tu, prima? Sognavi? Fammi il piacere, stai zitto».

Subito dopo se la presero con me: «Tu eri sveglio, accidenti! Sì. Come la bella addormentata nel bosco».

Avevamo sbagliato stazione e non potevamo farci niente. Ma Tommaso insisteva: «Che ore sono?».
«Le cinque meno un quarto».
«Sei sicuro che vada bene?»
«Sì».

Tommaso guardò Eugenio armeggiare con l’orologio: «Non mi fido».
«Non me ne frega niente».

Ripresero a litigare: «La prossima volta ci vengo da solo».
«Sì, ma con l’automobile».
«Ci vengo in bicicletta».
«Sì, bravo».
«Credi che non ne sia capace?»
«Come no? Un uomo solo al comando».

Intanto si erano seduti sul marciapiede. Ora la nebbia cominciava a diradarsi e potevamo vedere le case di là dalla piazza e dietro i tetti, più alta, la loggetta di un campanile.

La prima persona che incontrammo fu il prete. Camminavamo svelti quando, dopo la prima svolta, lo vedemmo: una tonaca nera sul piccolo sagrato della chiesa, con una ramazza in mano, tenuta dritta per il manico.

Pareva una sentinella.

«Ci parli tu?»
«Per dirgli cosa? Che abbiamo sbagliato stazione?»

Erano ancora arrabbiati.

«Io non ci parlo».
«Neanche io».
«Sei tu il segretario».
«E tu sei il responsabile della propaganda».

A quel punto il prete si accorse di noi: «Buongiorno».

Poi appoggiò la ramazza a uno stipite della porta e disse: «Siete qui per il funerale?».

Ci guardava da sotto gli occhiali. Era un uomo anziano, con i capelli grigi e le guance rosse.

«Non vi aspettavo così presto» disse.

Tommaso si avvicinò.

«Oh sì» disse il prete, «lei deve essere il nipote. È impressionante quanto gli somiglia».

In quel momento una donna con uno scialle in testa si affacciò alla finestra della canonica. Sembrava spaventata.

«O mamma mia» disse, «e questi chi sono?»

«Di fichi? Sei sicuro che sia di fichi?»
«Assaggia questa. È di lamponi».
«Ma no» disse il prete. «È di more. Le raccogliamo noi, con i ragazzi del catechismo, d’autunno».

Tommaso ficcò il cucchiaio dentro il vasetto.

«Mettine un po’ qui, sul pane».

La cucina della canonica era calda e ben illuminata.

Eugenio, che si era tolto la giacca, stava a capotavola, con tutti gli altri intorno. La donna era in piedi davanti al fornello.

«Eccolo, sta per bollire!»

Mi alzai per porgerle le tazze.

Mentre mangiavamo il prete disse: «Io debbo andare. Ma voi fate pure con comodo. Mi piace avere gente in canonica mentre dico la messa».

Poi prese un volantino dal pacco che prima avevamo scartato, per mostrargli cosa conteneva.

«Io leggo di tutto» disse. «Mi garba. Mi fa sentire meno ignorante».

Tommaso inzuppò il pane nel latte e sorrise.

Athos Bigongiali, Pisano, ha esordito nel 1989 con il romanzo Una città proletaria (Sellerio), da cui sono stati tratti lo spettacolo teatrale e l’opera musicale Il paradiso degli esuli. Sempre con Sellerio, ha pubblicato: Avvertimenti contro il mal di terra, Veglia irlandese e Lettera al Dr. Hyde di R.L.Stevenson; con Giunti: Le ceneri del Che, Ballata per un’estate calda, Il clown e vari racconti; con Pacini: Pisa una volta; con Felici: Sebben che siamo donne e L’ultima fuga di Steve McQueen. Ha scritto per Rai Radio3, Mondadori e il gruppo Espresso. Il suo ultimo lavoro è Johnny degli angeli. Un delirio hollywoodiano, per MdS Editore.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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