Theodor Adorno, parola chiave: Freudiano

[La teoria freudiana e la struttura della propaganda fascista]

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I discorsi e gli scritti degli agitatori fascisti, in America, sono stati esaminati approfonditamente dagli scienziati sociali nel corso dell’ultimo decennio. Alcuni di questi studi, che si sono avvalsi del metodo dell’analisi del contenuto, sono arrivati finalmente a una presentazione complessiva nel libro Prophets of Deceit, di L. Lowenthal e N. Guterman. Ne emerge un quadro complessivo caratterizzato da due tratti fondamentali. Il primo è che, a prescindere da alcune proposte eccentriche e oltremodo negative, come il trasferimento degli stranieri in campi di concentramento e la deportazione dei sionisti, la propaganda fascista negli Stati Uniti non si occupa quasi affatto di problemi politici concreti e tangibili. La stragrande maggioranza dei discorsi degli agitatori sono indirizzati ad hominem: evidentemente non si fondano sul proposito di conquistare proseliti medianti l’individuazione razionale di obiettivi razionali, ma sul calcolo psicologico. L’espressione “rabble rouser” [sobillatore], sebbene discutibile per il suo implicito disprezzo delle masse in quanto tali, è corretta nel senso che esprime un atteggiamento di aggressività irrazionale, emotiva che i nostri emuli di Hitler consciamente alimentano. Se è irriguardoso parlare degli uomini in termini di “rabble” — plebaglia –, il fine dell’agitatore è appunto quello di renderli plebaglia, cioè masse pronte a compiere azioni violente senza un ragionevole scopo politico, e di creare un clima da pogrom. Il fine generale di questi agitatori è di istigare metodicamente a ciò che dal famoso libro di Gustave Le Bon in poi si definisce “psicologia delle masse”.

Il secondo tratto principale è che gli agitatori procedono in modo del tutto sistematico, secondo un rigido schema fatto di determinati accorgimenti e tecniche. Questo non vale solo rispetto all’unità ultima dell’obiettivo politico, lo smantellamento della democrazia mediante un sostegno di massa contro il principio democratico, ma ancor di più per la natura intrinseca del contenuto e della forma della propaganda stessa. Il linguaggio dei vari agitatori, dai personaggi noti come Coughlin e Gerald Smith ai piccoli provinciali venditori di odio, è talmente uniforme che basta analizzare i discorsi di uno solo di loro per conoscerli tutti. Inoltre, anche i discorsi stessi sono così monotoni che in essi si ritrovano solo interminabili ripetizioni, una volta individuato l’estremamente limitato repertorio di motivi e di artifici retorici. Effettivamente, le continue ripetizioni e la stessa povertà di idee sono ingredienti essenziali dell’intero meccanismo. Poiché la rigidezza meccanica dello schema globale è evidente, ed è essa stessa espressione di determinati aspetti psicologici della mentalità fascista, non si può evitare la sensazione che il materiale propagandistico di tipo fascista costituisca un’unità strutturale fondata su un concetto globale che — consciamente o inconsciamente — determina ogni parola detta. Questa unità strutturale sembra valere sia per la concezione politica implicita che per la sostanza psicologica. Finora è stata analizzata scientificamente solo la natura staccata e isolata di ogni singolo trucco della propaganda fascista, mentre sono stati spiegati e sviluppati i significati psicoanalitici dei motivi analizzati. Ora che gli elementi sono stati spiegati sufficientemente, è il momento di prendere in considerazione il sistema psicologico che comprende e produce questi ingredienti, e non sarà del tutto un caso che questa espressione del «sistema psicologico» si associ all’idea di paranoia. Ciò appare tanto più appropriato quanto più il significato psicoanalitico dei singoli trucchi rimarrebbe, altrimenti, in una certa misura casuale e arbitrario. Deve essere sviluppato qualcosa come un quadro di riferimento teorico. Poiché le singole tecniche esigono quasi irresistibilmente un’interpretazione psicoanalitica, è logico postulare che questo quadro di riferimento debba consistere nell’applicazione di una più ampia, fondamentale teoria psicoanalitica all’azione complessiva dell’agitatore.

Nel suo libro Psicologia delle masse e analisi dell’Io, pubblicato nel 1921 e apparso anche in lingua inglese col titolo Group Psychology and the analysis of the Ego nel 1922, molto tempo prima che il pericolo del fascismo tedesco apparisse acuto, lo stesso Freud ha fornito un tale quadro di riferimento. Non è esagerato dire che Freud, sebbene scarsamente interessato all’aspetto politico del problema, abbia previsto chiaramente, in categorie puramente psicologiche, l’insorgere e la natura dei movimenti di massa fascisti. Se è vero che nell’analisi l’inconscio dello psicoanalista percepisce l’inconscio del paziente, si può anche presumere che le sue intuizioni teoriche possano anticipare delle tendenze ancora latenti a livello razionale che già si manifestano, tuttavia, a un livello più profondo. Non può essere un caso che Freud cominciò a occuparsi del narcisismo e del problema dell’Io in senso stretto dopo la Prima guerra mondiale. Evidentemente, i relativi meccanismi psichici e i conflitti pulsionali giocano, oggi, un ruolo sempre più importante, mentre le nevrosi “classiche” come l’isteria di conversione, che offrirono il modello sul quale fu sviluppato il metodo psicoanalitico, secondo la testimonianza degli psicoanalisti praticanti sono diventate oggi più rare rispetto al periodo degli studi freudiani, quando Charcot si occupava clinicamente dell’isteria e quando Ibsen ne faceva l’oggetto di alcuni suoi drammi. Il problema della psicologia delle masse è, secondo Freud, strettamente legato al nuovo tipo di malattia psichica, emblematicamente caratterizzante un’epoca che, per motivi socioeconomici, vede il crollo dell’individuo e la sua conseguente labilità. Sebbene Freud non si occupasse dei mutamenti della società, si può dire che egli abbia seguito all’interno dei confini monadologici dell’individuo le tracce della sua profonda crisi e della sua disponibilità a sottomettersi passivamente a forti poteri collettivi esterni. Senza aver studiato le tendenze sociali contemporanee, con lo sviluppo del suo lavoro, la scelta dei temi di ricerca e lo sviluppo di concetti guida, Freud ha rivelato delle tendenze storiche.

Il metodo del libro di Freud consiste in una interpretazione dinamica della descrizione della psiche di massa data da Le Bon e in una critica di determinati concetti dogmatici o di parole magiche, utilizzate da Le Bon e da altri psicologi preanalitici come se fossero la chiave della spiegazione di determinati singolari fenomeni. Quello più importante è il concetto di suggestione che, come espediente, gioca tutt’ora un ruolo di prim’ordine nella comprensione popolare del fascino esercitato da Hitler e dai suoi simili sulle masse. Freud non mette in dubbio l’attendibilità delle note caratterizzazioni della massa di Le Bon, che viene descritta come deindividualizzata, irragionevole, facilmente manipolabile, disponibile alla violenza e sotto ogni profilo completamente regredita. Ciò che piuttosto lo distingue da Le Bon è l’assenza del tradizionale disprezzo delle masse, che era il “thema probandum” per la maggior parte degli psicologi tradizionali. Anziché desumere, dalle descrizioni correnti, che le masse sono di per sé inferiori e probabilmente destinate a rimanere tali, Freud si chiede, in spirito autenticamente illuminista, che cosa rende le masse masse. Egli rifiuta la comoda ipotesi di una pulsione sociale o gregaria, che per lui denota il problema, non la sua soluzione. Si può dire che questo rifiuto, oltre che sui motivi puramente psicologici indicati da Freud, è saldamente fondato anche dal punto di vista sociologico. Poiché almeno prima facie i membri di cui si compongono le masse odierne sono individui, figli di una società competitiva individualistico-liberale, educati ad affermarsi nella competizione come unità indipendenti, incessantemente esortati a essere “rugged” [duri] e messi in guardia dal “surrendering” [arrendersi] non regge il semplice raffronto delle moderne formazioni di massa con fenomeni biologici. Anche supponendo che in esse continuino a esistere istinti pre-individuali, arcaici, non basterebbe semplicemente rimandare a questo retaggio, ma bisognerebbe spiegare perché degli uomini d’oggi regrediscano a forme di comportamento che contraddicono smaccatamente il loro stesso livello razionale e l’attuale grado di civiltà tecnologica “illuminata”. Ed è esattamente questo ciò che Freud vuol fare. Egli cerca di chiarire quali siano le forze psicologiche che determinano la trasformazione di individui in una massa. «Se nella massa gli individui sono collegati tra loro in modo da costituire un’unità, deve esserci qualcosa che li lega e tale vincolo potrebbe essere proprio ciò che caratterizza la massa». Sondare questo aspetto significa però nientedimeno che venire a capo del problema fondamentale della manipolazione fascista, dal momento che il demagogo fascista, che deve conquistare il sostegno di milioni di persone per fini che sono inconciliabili con il loro interesse razionale, può riuscirvi solo creando artificialmente il “vincolo” cercato da Freud. Se questo metodo dei demagoghi è realistico, il che, visto il loro successo, è fuor di dubbio, si può avanzare l’ipotesi che ciò che il demagogo cerca di produrre sinteticamente sia appunto questo vincolo, e che esso sia il principio unificante che sottende le sue varie tecniche propagandistiche.

In accordo con la teoria psicoanalitica generale, Freud ritiene che il vincolo che integra gli individui in una massa sia di natura libidica. Anche altri psicologi prima di lui hanno occasionalmente rilevato questo aspetto della psicologia delle masse. «Possiamo dire, ritiene McDougall, che in altre condizioni raramente gli affetti umani acquistano proporzioni quali quelle che si producono in una massa, e che per i membri di questa è una gradita sensazione quella di cedere in maniera così sregolata alle loro passioni e, incorporati nella massa, perdere il senso della loro limitatezza individuale». Freud va oltre tali osservazioni, spiegando la compattezza delle masse esclusivamente alla luce del principio del piacere, cioè dei piaceri veri o succedanei che l’abbandonarsi dei singoli alla massa comporta. Hitler era ben consapevole di questa origine libidica della formazione delle masse, quando attribuiva ai partecipanti alle sue adunate tratti di passività specificamente femminili, facendo così anche riferimento al ruolo della omosessualità inconscia nella psicologia delle masse. La conseguenza più importante della introduzione freudiana della libido nella psicologia delle masse è che le caratteristiche generalmente attribuite alle masse perdono il carattere apparentemente primordiale e irriducibile che si rispecchia nella costruzione arbitraria di specifiche pulsioni di massa o gregarie. Queste ultime non sono cause, ma effetti. Ciò che è proprio delle masse, secondo Freud, non è tanto una nuova qualità, ma la manifestazione di caratteristiche già presenti, solitamente sommerse. «Dal nostro punto di vista non ci pare necessario attribuire tanta importanza alla comparsa di caratteristiche nuove. Potremmo limitarci a dire che nella massa l’individuo si trova posto in condizioni che gli consentono di sbarazzarsi delle rimozioni dei propri moti pulsionali inconsci». Con ciò non solo si rendono superflue le ipotesi sussidiarie formulate ad hoc, ma si fa anche giustizia al semplice fatto che coloro che si lasciano assorbire dalla massa non sono dei primitivi, ma evidenziano modi di comportamento primitivi che contraddicono il loro normale comportamento razionale. Tuttavia, anche le più triviali descrizioni della massa non lasciano dubbi sull’affinità tra determinate caratteristiche della massa e aspetti arcaici. Questo è particolarmente vero per la predisposizione, sottolineata da tutti gli autori che si sono occupati di psicologia delle masse, al corto circuito tra emozioni violente e altrettanto violente azioni, un fenomeno che negli scritti di Freud sulle culture primitive conduce all’assunto secondo cui il parricidio dell’orda primordiale non sarebbe pura fantasia, ma corrisponderebbe alla realtà preistorica. Secondo la teoria dinamica il riaffiorare di tali tratti arcaici deve essere inteso come il risultato di un conflitto, e può anche contribuire a spiegare alcune manifestazioni della mentalità fascista che sarebbero difficilmente comprensibili se non si ipotizzasse l’antagonismo tra diverse forze psichiche. Sotto questo aspetto bisogna considerare soprattutto la categoria psicologica della distruttività, di cui Freud si occupò nel Disagio della civiltà. In quanto ribellione contro la civiltà il fascismo non è semplicemente una reiterazione dell’arcaico, bensì la sua riproduzione all’interno della civiltà e per mezzo della civiltà stessa. Non è sufficiente determinare gli impulsi della ribellione fascista solo come potenti energie dell’Es che si sbarazzano della pressione dell’ordinamento sociale costituito; questa ribellione attinge piuttosto le sue energie in parte da altre istanze psicologiche che vengono costrette al servizio dell’inconscio.

Poiché il vincolo libidico tra i membri della massa non è, evidentemente, sessualmente disinibito, vien da chiedersi quali siano i meccanismi psicologici che trasformano l’energia sessuale primaria in vincoli emotivi che tengono insieme la massa. Freud risponde con l’analisi dei fenomeni compresi nel concetto di suggestione e suggestionabilità. Egli vede la suggestione come un “ombrello” o un “paravento” dietro i quali si celano “relazioni amorose”; è comunque essenziale il fatto che la “relazione amorosa” che sta dietro la suggestione rimanga inconscia. Freud ricorda il fatto che nelle masse organizzate, come la chiesa o l’esercito, o non si parla affatto d’amore tra gli aderenti, o lo si esprime in forma indiretta e sublimata, con la mediazione di un’immagine religiosa nella cui venerazione i membri si uniscono e il cui amore onnicomprensivo essi sono chiamati a imitare nel loro reciproco comportamento. Sembra significativo che nelle masse fasciste artificialmente integrate della società odierna il riferimento all’amore sia quasi completamente escluso da ogni menzione. Hitler ha evitato il ruolo tradizionale del padre amorevole sostituendolo con quello negativo dell’autorità minacciosa. Il concetto di amore fu trasporto nell’idea astratta di “Germania” e raramente espresso senza l’aggettivo “fanatico”, mediante il quale anche questo tipo di amore assume un alone di ostilità e aggressività contro coloro che ne sono esclusi. Uno dei principi fondamentali dell’autoritarismo fascista è di bloccare l’energia primaria della libido a un livello inconscio per poter sviare le sue manifestazioni in un modo adeguato agli obiettivi politici. Quanto meno un’idea obiettiva, come l’idea religiosa della redenzione, gioca un ruolo nella formazione della massa, tanto più la manipolazione della massa diventa l’unico fine, tanto più ogni forma d’amore spontaneo deve essere rimossa e trasformata in ubbidienza. C’è troppo poco nella ideologia fascista che può ambire a esser amato.

La struttura libidica del fascismo e tutta la tecnica dei demagoghi fascisti sono autoritarie. E questo è il punto in cui le tecniche del demagogo e dell’ipnotizzatore coincidono col meccanismo psicologico che provoca nei singoli i processi regressivi che li riducono a semplici membri di una massa.

Attraverso le misure da lui prese l’ipnotizzatore desta quindi nel soggetto qualcosa del suo retaggio arcaico, qualcosa di cui si compiacquero anche i genitori e che si rianimò individualmente nel contatto col padre: si tratta della rappresentazione di una personalità straordinariamente forte e pericolosa, nei cui riguardi ci si poté atteggiare solo in termini passivo-masochistici, di fronte a cui si dovette perdere la propria volontà, mentre tro­varsi soli con essa, “capitarle sotto gli occhi”, dovette apparire un’impresa rischiosissima. Solo all’incirca così possiamo rappresentarci il rapporto istituito dal singolo membro dell’orda primigenia con il padre primigenio […] il carattere perturbante, costrittivo, della formazione collettiva, il quale è manifesto nei fenomeni di suggestione che la contraddistinguono, può quindi venir con ragione ricondotto alla provenienza di questa dall’orda primordiale. Il capo della massa è ancora sempre il temuto padre primigenio, la massa vuole ancora sempre venir dominata da una violenza illimitata, è sempre in misura estrema avida di autorità, ha, secondo l’espressione di Le Bon, sete di sottomissione. Il padre primigenio è l’ideale della massa che domina l’Io invece dell’ideale dell’Io. L’ipnosi può ben essere definita una massa a due; per la suggestione resta la definizione seguente: un convincimento basato non sulla percezione e sul ragionamento, ma su un legame erotico.

Effettivamente, questo passo definisce natura e contenuto della propaganda fascista; che è di tipo psicologico a causa dei suoi fini irrazionali, autoritari, che non possono essere raggiunti mediante la persuasione razionale, ma solo attraverso un abile risveglio “di un pezzo del retaggio arcaico del soggetto”. L’agitazione fascista ha perciò il suo centro nell’idea del capo, non importa se lo sia effettivamente o se sia solo un mandatario di interessi di gruppo, perché solo questa immagine psicologica può risvegliare l’idea del padre primigenio onnipotente e minaccioso. Questa è la radice ultima della personalizzazione altrimenti enigmatica che caratterizza la propaganda fascista, il suo continuo sfoggio di nomi e di presunti grandi uomini che si sostituisce alla definizione di fini oggettivi. La formazione dell’immagine di una figura paterna onnipotente e sfrenata, che sovrasta ampiamente il padre individuale e che si presta, quindi, all’ingigantimento in un “Io di massa”, è l’unico modo per propagare l’“atteggiamento passivo-masochista” in cui “bisogna perdere la propria volontà”, un atteggiamento che è tanto più richiesto ai gregari fascisti quanto più il loro comportamento politico diventa inconciliabile con i loro interessi razionali di privati cittadini e con quelli del gruppo o della classe cui realmente appartengono. Dal punto di vista del capo la risvegliata irrazionalità dei gregari è dunque sufficientemente razionale; essa deve essere infatti “una persuasione non si fonda sulla percezione e l’impegno intellettivo, ma sul legame erotico”.

Il meccanismo mediante cui la libido viene trasformata in un vincolo che lega capi e gregari, e questi ultimi tra di loro, è quello della identificazione. Alla sua analisi è dedicata una buona parte del libro di Freud. È impossibile discutere, in questa sede, le differenziazioni teoriche estremamente sottili operate da Freud, soprattutto quella tra identificazione e introiezione. Non possiamo tuttavia non menzionare che il compianto Ernst Simmel, a cui dobbiamo preziosi contributi sulla psicologia del fascismo, ha ripreso la concezione freudiana della natura ambivalente dell’identificazione come prodotto della fase orale dello sviluppo della libido ampliandola a una teoria analitica dell’antisemitismo.

Noi ci limiteremo ad alcune osservazioni circa il significato della teoria dell’identificazione per la propaganda fascista e la mentalità fascista. Numerosi autori, tra cui soprattutto Erik Homburger Erikson, hanno osservato che il capo fascista in realtà non si presenta nelle vesti di figura paterna, come il re di epoche precedenti. Ma questa osservazione contraddice solo superficialmente la teoria freudiana del capo come padre primigenio. La sua spiegazione dell’identificazione ci può aiutare a capire, in termini di dinamica soggettiva, determinati cambiamenti che sono effettivamente attribuibili a condizioni storiche oggettive. L’identificazione è la “prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona” e “svolge una sua funzione nella preistoria del complesso edipico”. Forse è questa componente pre edipica dell’identificazione che rende possibile la separazione dell’immagine del capo, come di un padre primigenio onnipotente, dall’immagine del padre reale. Poiché l’identificazione del bambino con suo padre, come risposta al complesso di Edipo, è solo un fenomeno secondario, la regressione infantile può andare oltre questa immagine paterna, per approdare, attraverso un processo analitico, a un’immagine più arcaica. Inoltre, l’aspetto primitivamente narcisistico dell’identificazione come atto di assorbimento, di fagocitazione dell’oggetto amato, può fornire una chiave di lettura del fatto che il capo moderno non sembra costituire tanto un’immagine paterna — il cui ruolo nella società odierna, nella fase matura della infanzia del soggetto, probabilmente si è ridimensionato –, quanto piuttosto la dilatazione della propria personalità, un’autoproiezione collettiva. Tutti questi aspetti necessitano di ulteriori approfondimenti.

Il ruolo essenziale del narcisismo ai fini delle identificazioni, operanti nella formazione di masse fasciste, è riconosciuto nella teoria freudiana dell’idealizzazione. “Riconosciamo che l’oggetto viene trattato alla stregua del proprio Io, che pertanto nello stato dell’innamoramento una quantità notevole di libido narcisistica straripa sull’oggetto. In talune forme di scelta amorosa salta addirittura agli occhi che l’oggetto serve a sostituire un proprio, non raggiunto ideale dell’Io. Lo amiamo a causa delle perfezioni cui abbiamo mirato per il nostro Io e che ora, per questa via indiretta, desideriamo procurarci per soddisfare il nostro narcisismo”. È appunto questa idealizzazione della sua persona che il capo fascista cerca di alimentare nei suoi gregari, e a essa è funzionale l’ideologia del Führer. Le persone con le quali egli ha a che fare devono generalmente far fronte a un conflitto tipicamente moderno tra un’istanza dell’Io estremamente sviluppata e incentrata sull’autoconservazione e, d’altra parte, il continuo insuccesso nel soddisfare le esigenze del proprio Io. Questo conflitto dà vita a forti pulsioni narcisistiche, che possono essere assorbite e soddisfatte solo attraverso l’idealizzazione, come trasferimento parziale della libido narcisistica sull’oggetto. Ciò, a sua volta, coincide con l’idea di un capo che sembra essere l’ampliamento del soggetto: facendo del capo il sub ideale, l’individuo in realtà ama se stesso, rimuovendo peraltro i segni della frustrazione e insoddisfazione che deformano l’immagine del proprio, empirico Io. Questa identificazione mediante l’idealizzazione, che è la caricatura della vera, consapevole solidarietà, pone tuttavia in essere un processo collettivo e si realizza in un enorme numero di persone con una struttura caratteriale e una predisposizione di libido analoghe. La Volksgemeinschaft [comunità di popolo] fascista corrisponde esattamente alla definizione freudiana della massa come di un “certo numero di individui che hanno messo un unico medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati gli uni con gli altri nel loro Io”. D’altra parte, l’onnipotenza da padre primigenio della figura del capo, in un certo senso, è presa a prestito dal potere del collettivo.

L’elaborazione psicologica di Freud dei vari aspetti dell’imma­ginario relativo al capo trova riscontro nella sbalorditiva coincidenza con il modello di capo fascista o, comunque, con l’immagine che ne è stata prodotta nella sfera pubblica. Le sue descrizioni si adattano a Hitler non meno che alle idealizzazioni alle quali i demagoghi americani cercano di ispirarsi. Riconoscendo che lo stesso capo deve apparire assolutamente narcisistico al fine di rendere possibile l’identificazione narcisistica, Freud traccia un profilo del “padre primigenio dell’orda” che potrebbe essere senz’altro una descrizione di Hitler:

Agli inizi della storia umana egli fu il superuomo che Nietzsche attendeva soltanto dal futuro. Anche oggi gli individui appartenenti alla massa hanno bisogno dell’illusione di essere amati in uguale e giusta misura dal capo, ma di per sé il capo non ha bisogno di amare nessun altro, può avere la natura di padrone ed essere assolutamente narcisistico, e tuttavia esser sicuro di sé e autonomo. Sappiamo che l’amore argina il narcisismo e potremmo dimostrare che, operando in tal modo, è divenuto un fattore d’incivilimento.

Questo spiega uno dei tratti più evidenti dei discorsi degli agitatori, cioè l’assoluta mancanza di un qualsivoglia programma positivo, e più in generale di qualcosa che essi potrebbero “dare”, e la paradossale prevalenza, invece, del diniego e delle minacce: il capo può essere amato solo se egli stesso non ama. Ma Freud è conscio di un altro aspetto, apparentemente in contraddizione con questo, dell’idea di capo. Mentre da un lato il capo deve apparire come un superuomo, dall’altro deve al tempo stesso compiere il miracolo di sembrare un uomo qualunque, così come le smorfie di Hitler sortivano un effetto a metà strada tra King Kong e il barbiere di periferia. Freud spiega anche questo con la sua teoria del narcisismo. Secondo Freud:

Il singolo rinuncia al proprio ideale dell’Io e lo sostituisce con l’ideale collettivo incarnato nel capo. Per essere esatti, dobbiamo aggiungere che il miracolo non è sempre ugualmente perfetto. In molti individui la separazione fra Io e ideale dell’Io non è molto sviluppata, entrambi coincidono ancora senza fatica, l’Io ha spesso serbato la precedente autocompiacenza narcisistica. La scelta del capo viene notevolmente facilitata da tale circostanza. Egli deve spesso limitarsi a possedere in forma particolarmente pura e incisiva le caratteristiche tipiche di questi individui e dar l’impressione di una maggior forza e di una maggiore libertà libidica; in tal caso il bisogno di un capo forte e supremo lo asseconda e lo riveste della superiore potenza cui altrimenti forse non potrebbe aspirare. Gli altri — quelli il cui ideale dell’Io, a parte questo bisogno, non si sarebbe incarnato senza modifiche nella sua persona — vengono poi trascinati per “suggestione”, vale a dire mediante identificazione.

In tal modo, la teoria freudiana anticipa addirittura gli evidenti sintomi di inferiorità del Führer fascista, la sua affinità con comici d’infimo rango e psicopatici asociali. A causa delle quantità di libido narcisistica dei gregari che non vengono investite nella immagine del capo, ma restano legate al proprio Io, il superuomo deve comunque apparire, contemporaneamente, simile e come l’“ampliamento” del suo gregario. Uno degli stratagemmi principali della propaganda fascista personalizzante è, perciò, il topos del “piccolo grande uomo”, di una persona che suscita tanto l’idea di onnipotenza quanto quella di essere semplicemente uno dei gregari, un americano schietto e virile, non corrotto né dalla ricchezza materiale né da quella spirituale. L’ambivalenza psicologica aiuta a compiere questo miracolo sociale. L’immagine del capo soddisfa il duplice desiderio dei gregari, da una parte sottomettersi all’autorità e dall’altra essere essi medesimi autorità. Questo si adatta a un mondo in cui si esercita il dominio irrazionale, sebbene con l’illuminismo universale esso abbia perso il suo intrinseco potere di persuasione. Gli uomini che obbediscono agli ordini dei dittatori sentono nel contempo che questi sono superflui, e risolvono questa contraddizione immaginando di essere essi stessi degli implacabili oppressori.

Tutti i trucchi standard degli agitatori seguono lo schema delle acquisizioni di Freud circa quella che sarebbe diventata, più tardi, la struttura portante della demagogia fascista, la tecnica della personalizzazione e l’idea del piccolo grande uomo. Ci limiteremo, a questo proposito, ad alcuni esempi presi a caso.

Freud fa un resoconto esaustivo dell’elemento gerarchico nelle masse irrazionali: «È evidente che, come ideale, il soldato assume i propri superiori e quindi in realtà il capo dell’esercito, mentre invece s’identifica con il proprio simile e deriva da tale comunanza degli Io i doveri del cameratismo, dell’aiuto reciproco e della spartizione dei beni. Ma diventa ridicolo se vuole identificarsi con il comandante in capo», cioè consapevolmente e direttamente. I fascisti, fino all’ultimo demagogo di provincia, enfatizzano continuamente cerimonie rituali e differenze gerarchiche. Meno è giustificata la gerarchia nella struttura di una società industriale estremamente razionalizzata e quantificata, più i fascisti creano e impongono, per motivi puramente psicotecnici, gerarchie artificiali senza alcuna oggettiva ragione d’essere. Si può aggiungere, tuttavia, che questa non è l’unica fonte libidica che qui interessa. In effetti, le strutture gerarchiche coincidono completamente coi desideri del carattere sadomasochista. La celebre espressione di Hitler, «responsabilità verso l’alto, autorità verso il basso», è la precisa razionalizzazione dell’ambivalenza di tale carattere.

Spicca in questo carattere la tendenza a sottomettere chi sta più in basso, che si esprime drammaticamente nella persecuzione di minoranze deboli e indifese, così come l’odio per gli “altri”. In pratica, le due tendenze spesso coincidono. La teoria freudiana rischiara l’onnipervasiva, rigida distinzione tra il gruppo d’appartenenza amato e quello esterno rifiutato. Questo modo di pensare e di agire è diventato, nella nostra cultura, ovvio fino a tal punto che raramente ci si chiede seriamente perché mai gli uomini amano i loro simili e odiano i diversi. Qui, come in molti altri casi, il merito del metodo di Freud consiste nel suo mettere in questione ciò che precedentemente era generalmente accettato. Le Bon aveva osservato che la massa irrazionale «corre subito agli estremi». Freud amplia questa osservazione e fa notare che la dicotomia fra gruppo di appartenenza e gruppo esterno è psichicamente così profondamente radicata da determinare perfino il modo d’essere di gruppi le cui “idee” sembrano escludere tali reazioni. Sulla base di questa convinzione, già nel 1921 Freud poté liberarsi dell’illusione liberalistica secondo cui il progresso della civiltà comporterebbe automaticamente una crescita della tolleranza e una riduzione della brutalità contro i gruppi “diversi”.

Estranei a tale legame si mantengono però, anche durante il regno di Cristo, quegli individui che non appartengono alla comunità dei credenti, che non amano il Cristo e non ne sono amati; è per questo che una religione, anche se si definisce la religione dell’amore, deve essere dura e intollerante nei confronti di coloro che ne restano fuori. Sostanzialmente ogni religione è una siffatta religione dell’amore per tutti coloro che essa abbraccia nel suo ambito, e ogni religione è per sua natura crudele e intollerante nei confronti di coloro che non ne fanno parte. Per quanto la cosa possa riuscire personalmente difficile, non è quindi lecito rivolgere ai credenti un biasimo troppo severo; sotto questo aspetto crudeltà e intolleranza risultano psicologicamente tanto più facili da sopportare per i miscredenti e gli indifferenti. Se oggi questa intolleranza non si manifesta più nelle forme violente e crudeli che ebbe in secoli più remoti, è difficile poterne concludere che i costumi degli uomini si sono mitigati. La causa di ciò va piuttosto ricercata nell’innegabile indebolirsi dei sentimenti religiosi e dei legami libidici che da essi dipendono. Se, come oggi sembra accadere nel campo socialista, al posto del legame religioso subentrerà un legame collettivo diverso, ne deriverà, nei confronti degli esterni, la medesima intolleranza verificatasi al tempo delle guerre di religione, e, qualora i divari tra le concezioni scientifiche potessero acquistare per le masse un’importanza analoga, il medesimo risultato si ripeterebbe anche per quest’ultima motivazione.

L’errore di Freud nella prognosi politica, il suo incolpare i “socialisti” per ciò che hanno fatto, in Germania, i loro arcinemici, è altrettanto sorprendente della sua profezia circa la distruttività fascista, l’istinto di eliminare il gruppo esterno. In effetti, la neutralizzazione della religione sembra aver prodotto il contrario di quanto si aspettava l’illuminista Freud: si è conservata, reificandola, la separazione tra credenti e non credenti. Tuttavia, è diventata una struttura a sé, indipendente da qualsiasi contenuto ideologico, che viene difesa ancor più accanitamente a seguito della perdita della sua intrinseca forza di convinzione. Nello stesso tempo, è svanito l’effetto mitigante della dottrina religiosa dell’amore. Questa è l’essenza del motivo dei “montoni e pecore”, usato da tutti gli agitatori fascisti. Poiché non riconoscono alcun criterio spirituale nella scelta tra eletti e dannati, lo sostituiscono con uno di tipo pseudo naturale come quello della razza, che appare inevadibile e che perciò può essere applicato ancor più inesorabilmente del concetto di eresia nel Medioevo.

Freud ha riconosciuto la funzione libidica di questo motivo. Esso agisce come una forza negativamente integrante. Poiché la libido positiva è completamente investita nella figura del padre primordiale, e poiché i contenuti positivi disponibili scarseggiano, se ne deve trovare uno negativo.

Il capo o l’idea guida potrebbero anche per così dire essere negativi; l’odio per una data persona o istituzione potrebbe agire in senso unificante quanto l’attaccamento positivo e dar luogo a legami emotivi analoghi.

È chiaro che questa integra­zione negativa viene alimentata dalla pulsione distruttiva che Freud, nella Psicologia delle masse, non menziona espressamente, ma il cui ruolo decisivo egli riconobbe nel Disagio della civiltà. Nel presente contesto Freud spiega l’ostilità contro il gruppo esterno con il narcisismo:

Nella palese avversione e ripugnanza provata per l’estraneo con cui siamo a contatto, è avvertibile l’espressione di un amore per noi medesimi, di un narcisismo che tende all’autoaffermazione e si comporta come se la mera presenza di uno scostamento dalla propria linea di sviluppo implicasse una critica di questa e un invito a modificarla.

L’“utile” narcisistico che la propaganda fascista produce è evidente. Essa afferma continuamente, a volte in modo alquanto bizzarro, che gli adepti, per il solo fatto di far parte del gruppo d’appartenenza, sarebbero migliori, superiori e più puri di coloro che ne sono esclusi. Nello stesso tempo ogni tipo di critica e di conoscenza di sé viene biasimato come perdita narcisistica, e suscita ira. Questo spiega la violenta reazione di tutti i fascisti contro tutto ciò che considerano “disgregante”, contro tutto ciò che denigra i valori a cui ottusamente si appigliano, e spiega anche l’ostilità delle persone piene di pregiudizi contro qualsiasi forma di introspezione. La concentrazione della ostilità sul gruppo esterno elimina, nel contempo, l’intolleranza all’interno della propria massa nei confronti della quale, diversamente, si manifesterebbe un atteggiamento oltremodo ambivalente.

Ma tutta questa intolleranza scompare, temporaneamente o in maniera durevole, tramite la formazione collettiva e nella massa. Finché la formazione collettiva persiste e fin dove si estende il suo ambito, gli individui si comportano come se fossero omogenei, tollerano il modo d’essere peculiare dell’altro, si considerano uguali a lui e non provano nei suoi confronti alcun sentimento di ripugnanza. In base alle nostre concezioni teoriche, tale limitazione del narcisismo può essere il prodotto di un solo fattore: il legame libidico con gli altri.

Questa è la funzione del “trucco dell’unità” degli agitatori. Essi sottolineano la loro diversità dall’esterno e ridimensionano contestualmente, appiattendole, le diversità all’interno del proprio gruppo, ad eccezione, s’intende, di quelle gerarchiche. «Siamo tutti nella stessa barca»; nessuno se la deve passare meglio degli altri; lo snob, l’intellettuale, il gaudente vengono sempre attaccati. Una componente della propaganda fascista e del fascismo in generale è la corrente sotterranea dell’egualitarismo ipocrita, di una fratellanza torbida e umiliante che ha trovato il suo simbolo nel famoso “piatto unico” ordinato da Hitler. Quanto meno vogliono veder cambiata la struttura interna della società, tanto più parlano di una giustizia sociale il cui senso consiste nel fatto che a nessun membro della Volksgemeinschaft è consentito di abbandonarsi al godimento individuale. Un egualitarismo repressivo al posto della realizzazione di un’autentica uguaglianza che escluda la repressione è uno degli aspetti fondamentali dell’ideologia fascista, che trova riscontro nella tecnica degli agitatori del “se voi sapeste…”, che consiste nella promessa di rivelare vendicativamente ogni sorta di piacere vietato che gli altri si permettono. Freud spiega questo fenomeno con la trasformazione degli individui in membri di una psicologica “orda fraterna”. La loro coesione è una formazione reattiva, posta al servizio del vincolo di massa, contro la loro primaria gelosia reciproca.

Ciò che in seguito troviamo operante nella società come spirito comunitario, spirito di corpo [esprit de corps] eccetera non smentisce la propria provenienza dall’invidia originaria. Nessuno deve voler emergere, ognuno deve voler essere e avere ciò che sono e hanno gli altri. “Giustizia sociale” significa che non consentiamo a noi stessi molte cose affinché anche gli altri debbano rinunciarvi o, ciò che è lo stesso, affinché non possano aspirarvi.

Si può aggiungere che l’ambivalenza nei confronti del fratello ha trovato un’espressione calzante, sempre ricorrente nella tecnica degli agitatori. Freud e Rank hanno fatto notare che nelle fiabe gli animaletti come formiche e api erano «i fratelli dell’orda primitiva, così come anche nella simbologia onirica gli insetti, i parassiti stanno a indicare i fratelli (con disprezzo, in quanto bambini piccoli)». Poiché i membri del gruppo d’appartenenza sono riusciti «in forza del medesimo amore per lo stesso oggetto a identificarsi l’un l’altro», non possono ammettere questo reciproco disprezzo. Esso viene, pertanto, espresso in un’interpretazione completamente negativa di questi infimi animali, abbinata all’odio per il gruppo esterno e proiettata sullo stesso. In effetti, un motivo prediletto degli agitatori fascisti, che Leo Lowenthal ha esaminato approfonditamente, è l’accostamento dei gruppi esterni, di tutti i “diversi”, e in particolare di profughi ed ebrei, ad animali infimi e parassiti.

Se siamo autorizzati a stabilire una corrispondenza tra gli stimoli della propaganda fascista e i meccanismi sviluppati da Freud nella sua Psicologia delle masse, si pone inevitabilmente il quesito come abbiano fatto gli agitatori fascisti, rozzi e semianalfabeti com’erano, a sapere di questi meccanismi. Non ci sarebbe di grande aiuto far riferimento all’influenza esercitata dal Mein Kampf di Hitler sui demagoghi americani, poiché sembra impossibile che le conoscenze teoriche di Hitler della psicologia delle masse andassero oltre le più triviali osservazioni derivate da un Le Bon in versione popolare. Un’altra idea insostenibile è quella che vuole Goebbels un genio della propaganda, pienamente consapevole delle più avanzate acquisizioni della moderna psicologia del profondo. La lettura dei suoi discorsi e di brani dei suoi diari recentemente pubblicati dà piuttosto l’idea di un uomo che era sufficientemente intelligente ai fini del gioco della politica di potere, ma scialbo e incolto relativamente a tutti i problemi sociali e psicologici che stanno sotto la superficie dei suoi slogan ed editoriali. L’immagine di Goebbels come di un intellettuale sofisticato e “radicale” è parte della leggenda diabolica associata al suo nome e alimentata da un solerte giornalismo. Una leggenda, peraltro, che richiederebbe essa stessa una spiegazione psicoanalitica. Goebbels stesso ragionava per stereotipi ed era completamente ammaliato dalla personalizzazione. Dobbiamo cercare pertanto altre fonti, che non siano quelle dell’erudizione, se vogliamo venire a capo della tanto declamata padronanza delle tecniche psicologiche della manipolazione di massa da parte dei fascisti. La fonte più importante potrebbe essere la già menzionata identità tra capo e gregari, che costituisce un aspetto dell’identificazione. Il capo può indovinare i desideri e le esigenze psichiche della persone permeabili alla sua propaganda in quanto è psichicamente affine a loro, e se ne distingue non per una vera superiorità, bensì per la capacità di esprimere senza inibizioni ciò che in loro è latente. Generalmente i capi appartengono al tipo del carattere orale, con un irrefrenabile bisogno di parlare incessantemente e di turlupinare gli altri. Il loro famoso potere sui gregari sembra fondarsi, sostanzialmente, su questa loro oralità: il linguaggio stesso, svuotato di significato razionale, assurge in essi a una funzione magica, alimentando le regressioni arcaiche attraverso le quali gli individui vengono ridotti a membri di una massa. Siccome questa disinibita abilità oratoria procede sostanzialmente per associazioni e presuppone almeno una temporanea sospensione dell’autocontrollo, è piuttosto un segno di debolezza che di forza. E, in effetti, l’ostentazione di potere degli agitatori fascisti spesso è accompagnata da segni di tale debolezza, soprattutto l’elemosinare soldi, che naturalmente vengono abilmente mescolati con l’idea di potere. Per indovinare gli umori inconsci del suo pubblico, in un certo senso l’agitatore rivolta semplicemente verso l’esterno il suo proprio inconscio. La sua particolare sindrome caratteriale gli permette di fare esattamente questo, e l’esperienza gli ha insegnato a sfruttare consciamente questa capacità e a utilizzare razionalmente la sua irrazionalità, analogamente all’attore o a un certo tipo di giornalista che sa come vendere le sue nevrosi e la sua sensibilità. Egli, senza saperlo, è in grado di parlare e gesticolare conformemente alla teoria psicologica, per il semplice motivo che la teoria psicologica è vera. Tutto ciò che deve fare, per far scattare la psicologia dei suoi ascoltatori, è di adoperare con scaltrezza la propria psicologia.

L’adeguatezza dei trucchi degli agitatori alla base psicologica dei loro obiettivi è inoltre accentuata da un altro fattore. Noi sappiamo che l’agitazione fascista è diventata una professione, una fonte di guadagno. In questo processo c’è stato tempo a sufficienza per sperimentare l’efficacia dei vari tipi di seduzione e, attraverso una sorta di selezione naturale, sono sopravvissuti solo i più “competitivi” sul mercato. La loro stessa efficacia è perciò una funzione della psicologia dei loro consumatori. All’interno di un processo di “irrigidimento” che si può osservare in tutte le tecniche impiegate dalla moderna cultura di massa i richiami propagandistici sopravvissuti sono stati standardizzati in modo analogo agli slogan pubblicitari che si siano rivelati i più efficaci ai fini di un incremento del fatturato. E questa standardizzazione coincide a sua volta con il ragionare stereotipato, cioè con la “stereopatia” di coloro che sono sensibili a questa propaganda e col loro desiderio infantile di un infinito, immutato ritornello. È difficile prevedere se questa predisposizione psicologica eviterà il logoramento dei trucchi per eccesso di replica. Nella Germania nazionalsocialista tutti ironizzavano su determinati slogan propagandistici del tipo “Blut und Boden” [sangue e suolo], scherzosamente contratto in “Blubo”, oppure sul concetto della razza nordica, da cui fu derivato il parodistico verbo “aufnorden” [nordicizzare]. Non sembra tuttavia che tali allettamenti abbiano perso la loro forza d’attrazione. Anzi, cinicamente e sadicamente si è probabilmente goduta la loro inautenticità come l’espressione del fatto che, nel Terzo Reich, solo il potere, un potere indipendente da qualsiasi oggettività razionale, decideva del destino degli uomini.

Un’ulteriore questione che può essere sollevata è perché la psicologia di massa applicata, di cui qui si parla, sia propria solo del fascismo e non anche della maggior parte degli altri movimenti che ricercano un sostegno di massa. Perfino il più superficiale raffronto tra la propaganda fascista e quella di partiti liberali e progressisti dimostrerà che è così. Ma né Freud né Le Bon hanno pensato di operare una tale distinzione. Entrambi parlavano, infatti — analogamente a quanto avviene nella categorizzazione della sociologia formale — di masse “in quanto tali”, senza lacuna distinzione rispetto agli obiettivi politici dei gruppi in questione. In effetti, entrambi si riferivano a movimenti socialisti tradizionali e non al loro contrario, anche se bisogna osservare che sia la chiesa che l’esercito, che Freud sceglie come esempi a dimostrazione della sua teoria, sono organizzazioni essenzialmente conservatrici e gerarchiche. Le Bon invece si occupa principalmente di masse non organizzate, spontanee, effimere. Solo una teoria sociale sviluppata, che travalichi decisamente l’ambito psicologico, potrebbe rispondere esaurientemente al quesito qui sollevato. Ci limiteremo pertanto ad alcuni cenni. Primo, i fini oggettivi del fascismo sono ampiamente irrazionali, in quanto contraddicono gli interessi materiali di un gran numero di persone sulle quali cercano di far presa; la congiuntura favorevole dovuta al riarmo nei primi anni del regime hitleriano non contraddice questa osservazione. Il perenne pericolo di guerra inerente al fascismo significa distruzione, e di questo le masse si rendono conto, se non altro a un livello preconscio. Per questo il fascismo non dice assolutamente delle falsità quando parla delle forze irrazionali che gli sono immanenti, per quanto possa essere mistificata la mitologia che razionalizza ideologicamente l’irrazionale. Poiché per il fascismo sarebbe impossibile conquistare le masse con argomenti razionali, la sua propaganda deve necessariamente prescindere dal ragionamento discorsivo a favore di un orientamento psicologico che mobiliti processi irrazionali, inconsci, regressivi. Questo compito è facilitato dallo stato d’animo di tutti quei ceti sociali che subiscono un’insensata frustrazione e che sviluppano, di conseguenza, una mentalità meschina, irrazionale. Forse il segreto della propaganda fascista consiste nel prendere semplicemente la gente per quello che è: veri figli dell’odierna cultura di massa standardizzata, sostanzialmente depredati della loro autonomia e spontaneità, anziché indicare obiettivi il cui raggiungimento andrebbe oltre lo status quo psicologico e sociale.

La propaganda fascista deve solo riprodurre per i suoi fini l’esistente stato d’animo, non ha bisogno di produrre alcun cambiamento; e la ripetizione forzata, che è una delle sue caratteristiche principali, coincide con la necessità di questa continua riproduzione. Essa si affida completamente sia alla struttura complessiva sia ai singoli tratti del carattere autoritario, che a sua volta è il prodotto di un’interiorizzazione degli aspetti irrazionali della società moderna. Nelle con­dizioni predominanti, l’irrazionalità della propaganda fascista diventa razionale dal punto di vista dell’economia pulsionale. Se, infatti, lo status quo è dato per scontato e pietrificato, è molto più difficile rischiararlo che adeguarvisi, cercando di trarre almeno qualche gratificazione dall’identificazione con l’esistente il punto cruciale della propaganda fascista. Questo può spiegare perché i movimenti di massa ultrareazionari usino la “psicologia delle masse” molto di più dei movimenti che, invece, mostrano più fiducia nelle masse. Indubbiamente, però, perfino il movimento politico più progressista può sprofondare al livello della “psicologia di massa” e della sua manipolazione, se il suo contenuto razionale viene stravolto dalla conversione al cieco potere.

La cosiddetta psicologia del fascismo è sostanzialmente prodotta dalla manipolazione. Ciò che ingenuamente si considera la “naturale” irrazionalità delle masse è il prodotto di tecniche razionalmente calcolate. Questa intuizione può aiutarci a rispondere al quesito se il fascismo, come fenomeno di massa, possa essere spiegato semplicemente in termini psicologici. Mentre è fuor di dubbio che esiste, nelle masse, una potenziale ricettività al fascismo, è altrettanto certo che la manipolazione dell’inconscio, il tipo di suggestione che Freud spiega in termini genetici, è indispensabile ai fini della attualizzazione di tale potenziale. Ma questo conferma l’assunto che il fascismo non costituisce, in realtà, un problema psicologico, e che ogni tentativo di spiegare psicologicamente le sue radici e la sua funzione storica si colloca al livello delle ideologie, come quella delle “forze irrazionali” diffusa dal fascismo stesso. Sebbene indubbiamente l’agitatore fascista riprenda determinate inclinazioni intrinseche a coloro cui si rivolge, egli lo fa in qualità di agente di potenti interessi economici e politici. Non sono le predisposizioni psicologiche a provocare veramente il fascismo; il “fascismo”, in realtà, indica un campo psicologico che può essere sfruttato con successo da quelle forze che lo alimentano per motivi di interesse tutt’altro che psicologici. Ciò che avviene quando le masse sono prese dalla propaganda fascista non è l’espressione spontanea e primordiale di pulsioni e istinti, bensì una rivitalizzazione per così dire scientifica della loro psicologia, la regressione artificiale descritta da Freud nella sua disamina delle masse organizzate. La psicologia delle masse è stata sequestrata dai loro capi e trasformata in uno strumento atto a dominarle. Nei movimenti di massa, essa non si esprime in modo diretto. Questo non è un fenomeno del tutto nuovo, ma ha i suoi precedenti nei movimenti controrivoluzio­nari della storia. Lungi dall’essere la fonte del fascismo, la psicologia è diventata uno degli elementi di un sistema imposto dall’alto il cui carattere totalizzante è reso necessario dal potenziale di resistenza delle masse cioè dalla loro razionalità. Il contenuto della teoria di Freud, la sostituzione del narcisismo individuale mediante l’identificazione con immagini di capo, indica ciò che potremmo chiamare appropriazione della psicologia delle masse da parte degli oppressori. Certamente questo processo ha una dimensione psicologica, ma è anche indicativo di una crescente tendenza all’eliminazione della motivazione psicologica secondo la tradizionale accezione liberale. Tale motivazione è sistematicamente controllata e assorbita dai meccanismi sociali dominati dall’alto. Nel momento in cui i capi prendono coscienza della psicologia delle masse, impadronendosene, questa, in un certo senso, cessa di esistere. Questa potenzialità è contenuta nella struttura fondamentale della psicoanalisi, nel senso che, per Freud, il concetto di psicologia è essenzialmente negativo. Egli definisce il campo della psicologia attraverso la supremazia dell’inconscio e chiede che l’Es si trasformi in Io. Così l’emancipazione dell’uomo dal dominio eteronomo del proprio inconscio equivarrebbe all’abolizione della sua “psicologia”. Il fascismo spinge nel senso contrario questa abolizione: non favorendo il raggiungimento di una libertà possibile, ma mantenendo il rapporto di dipendenza, non facendo in modo che i soggetti si rendano conto del proprio inconscio, ma espropriandolo attraverso il controllo sociale.

Se, infatti, psicologia significa sempre una qualche schiavitù dell’individuo, essa presuppone al tempo stesso la libertà nel senso di una certa autosufficienza e autonomia dell’individuo. Non a caso è stato il diciannovesimo secolo l’epoca d’oro del pensiero psicologico. In una società totalmente reificata, in cui non esistono, virtualmente, rapporti diretti tra le persone e in cui ognuno è stato ridotto a un atomo sociale, a una mera funzione della collettività, i processi psicologici, pur persistendo in ogni singolo individuo, hanno cessato di apparire come forze determinanti del processo sociale. La psicologia dell’individuo ha perso ciò che Hegel avrebbe chiamato la sua sostanza. Forse il più grande merito del libro di Freud, nonostante si sia limitato al campo della psicologia individuale, astenendosi dall’introdurre dall’esterno fattori sociologici, consiste nell’aver nondimeno raggiunto il punto in cui la psicologia abdica. L’«impoverimento psicologico» del soggetto che «ha sacrificato sé stesso all’oggetto» e lo ha messo «al posto della parte più importante di sé stesso», il super io, anticipa in modo quasi chiaroveggente gli atomi sociali post-psicologici e dei-ndividualizzati che compongono le masse fasciste. In questi atomi sociali le dinamiche psicologiche della formazione delle masse si sono acuite a un punto tale da non essere più reali. L’impostura è propria dei capi come dell’atto di identificazione da parte della massa, della sua presunta isteria e fanatismo. La gente crede in cuor suo che gli ebrei siano il diavolo con la stessa improbabilità con cui crede completamente nel capo. Queste persone non si identificano con lui, ma “agiscono” questa identificazione, recitano il loro stesso entusiasmo partecipando così allo “show” del loro capo. In virtù di questa messinscena riescono a stabilire un equilibrio tra le loro esigenze pulsionali continuamente mobilitate e il livello storico di rischiaramento da essi raggiunto che non può essere revocato arbitrariamente. Probabilmente è il sospetto del carattere fittizio di questa loro “psicologia di massa” a rendere le masse fasciste così spietate e inaccessibili. Se solo si fermassero per un secondo a ragionare l’intero “show” crollerebbe a pezzi e loro sarebbero in balla del panico.

Freud ha avuto modo di confrontarsi con questo momento dell’inautentico in un contesto inatteso, cioè quando ha discusso l’ipnosi come regressione degli individui al livello della relazione tra orda primordiale e padre primigenio.

Come sappiamo da altre reazioni, il singolo ha serbato in misura variabile un’idoneità personale a rivivere tali antiche situazioni. Una certa cognizione del fatto che l’ipnosi è nonostante tutto solo un gioco, un ripristino menzognero di quelle antiche impressioni, può tuttavia conservarsi e dar luogo a una resistenza contro troppo serie conseguenze dell’abolizione ipnotica della volontà.

Nel frattempo questo gioco è stato socializzato e le conseguenze si sono dimostrate molto serie. Freud distingueva tra ipnosi e psicologia delle masse, definendo la prima come un processo che interessa solo due persone. Ma l’appropriazione della psicologia delle masse da parte dei capi, il perfezionamento della loro tecnica, li ha posti in condizione di estendere alla dimensione collettiva la fascinazione ipnotica. Il grido di battaglia dei nazisti “Deutschland erwache” [Germania, svegliati], cela esattamente il contrario. D’altra parte, però, collettivizzazione e istituzionalizzazione dell’incantesimo hanno reso il transfert sempre più indiretto e labile, cosicché è enormemente cresciuto il momento della messinscena, l’inautenticità dell’entusiastica identificazione e insomma di tutta la tradizionale dinamica della psicologia di massa. È senz’altro pensabile che questo porterà a un’improvvisa presa di coscienza circa il carattere mistificatorio dell’incantesimo per culminare, infine, nel suo crollo. L’ipnosi socializzata sviluppa al suo stesso interno le forze che spazzeranno via lo spettro della regressione telecomandata e che sveglieranno finalmente coloro che tengono gli occhi chiusi anche se non dormono più.

Da: Freudian Theory and the Pattern of Fascist Propaganda, in Gesammelte Schriften, vol. 8, pp. pp. 408-433. Edizione italiana, 1994, Il Manifestolibri. Trad. ital. di Franco Filice.

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