The Economist: la faccenda dei passaporti di immunità

Ancora nessuna certezza sulle risposte immunitarie al Virus

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La questione degli anticorpi

Tra le più idee sorprendenti che circolano sul modo di uscire dall’isolamento virale, troneggia quella di dare un “passaporti di immunità” a chi risulta positivo agli anticorpi della SARS-CoV-2, il virus che causa il covid-19. Questi passaporti permetterebbero a questi soggetti di muoversi liberamente e tornare al lavoro senza rischi. Il presupposto è che il possesso di tali anticorpi, di per sé, impedisce la reinfezione.

Si tratta di una supposizione ragionevole. Dopotutto, è vero per molte altre infezioni. Le supposizioni, tuttavia, non sono dati. Così il 24 aprile l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emesso una nota informativa sul perché i passaporti di immunità non sono una buona idea. Ha detto:

«Attualmente non ci sono prove che le persone che si sono ristabilite dalla covid-19 e che hanno sviluppato gli anticorpi siano protette dal ricorre di un’infezione».

Molti interrogativi

I ricercatori hanno imparato molto sulla SARS-CoV-2 nei mesi seguiti all’isolamento del virus. Ma la conoscenza delle interazioni con il sistema immunitario umano è ancora molto lacunosa.

Quali sono le specifiche della risposta del sistema immunitario?

In che modo questa risposta influisce sulla gravità della malattia?

Quanto dura l’immunità?

La mancanza di risposte certe, rende difficile decidere quando allentare le restrizioni al movimento e all’assembramento. Se lo si fa troppo presto, si rischia una recrudescenza virale. Se lo si fa troppo tardi si rischia di non avere più un’economia a cui le persone possano tornare.

Le risposte del sistema immunitario

Quando il sistema immunitario di una persona è esposto a un agente patogeno, la sua prima risposta è quella di mobilitare i globuli bianchi, chiamati macrofagi, per arrestare la progressione degli invasori. A questa azione segue, in un periodo compreso tra i cinque a dieci giorni del contagio, una reazione più mirata. Questa reazione avviene su due fronti.

Il primo comporta la produzione di anticorpi da parte delle cellule note come linfociti “B” (così chiamati perché maturano nel midollo osseo). Gli anticorpi sono proteine appositamente studiate che si attaccano a un agente patogeno.

Alcuni, chiamati anticorpi neutralizzanti, ingurgitano l’agente patogeno e lo neutralizzano. Tutti i patogeni, neutralizzanti o meno, sono contrassegnati per la distruzione da parte dei macrofagi.

I linfociti T

L’altro ardiglione si presenta sotto forma di linfociti a “T” (che maturano nel timo). Questi riconoscono e uccidono le cellule del corpo che si sono infettate.

Se gli sforzi combinati dei macrofagi, delle cellule B e delle cellule T sono bastanti, l’agente patogeno viene sconfitto e alla fine eliminato dall’organismo. Una volta che questo è accaduto, le cellule B e T specializzate nella “memoria” aiuteranno il sistema immunitario a ricordare l’agente patogeno sconfitto.

In questo modo il sistema immunitario sarà pronto a rispondere a un eventuale nuovo attacco.

L’arco di durata di tale memorizzazione dipende dall’agente patogeno. Per il morbillo, la protezione dura tutta la vita. Per l’influenza, può durare sei mesi. La durata della memoria della SARS-CoV-2 è, al momento, sconosciuta, per la semplice ragione che il virus non è ancora stato abbastanza a lungo in circolazione per scoprirlo.

I possibili indizi

Ci sono, tuttavia, degli indizi. Alcuni sono forniti dalla SARS e dal MERS, due malattie potenzialmente letali causate da coronavirus strettamente correlati alla SARS-CoV-2. Nel sangue di coloro che hanno recuperato da queste malattie sono rilevabili degli anticorpi anche a distanza di due anni dall’infezione nel caso della SARS e di tre anni per la MERS.

Analogamente, circa la metà di coloro che sono sopravvissuti alla SARS hanno sviluppato forti risposte dei linfociti T già a un anno di distanza, mentre le risposte dei linfociti T al MERS sono state rilevate fino a quattro anni di distanza dall’l’infezione.

Un’altra serie di indizi proviene dal coronavirus umano 229E. A differenza della SARS-CoV-2, della SARS classica o della MERS, il 229E non è mortale. I suoi sintomi si presentano in forma analoga a ciò che è conosciuto colloquialmente come il raffreddore (anche se non è l’unica causa del raffreddore).

Il 229E fornisce informazioni importanti sulle risposte immunitarie ai coronavirus. Un esperimento condotto alla fine degli anni ’70 ha mostrato che le persone infettate dal 229E avevano mantenuto i loro anticorpi protettivi per meno di un anno. Tuttavia, un ulteriore ricerca, svolta nel 1990, ha mostrato che le persone reinfettatesi dopo un anno mostravano sintomi meno gravi rispetto alla prima infezione.

Oltre gli anticorpi

Come dimostra questo lavoro, la mancanza di anticorpi non significa che manchi una protezione immunitaria, perché anche le cellule T entrano in gioco. E questo può valere anche per la SARS-CoV-2, come suggerito da uno studio effettuato a Shanghai, pubblicato di recente su MedRxiv, un server di paper in attesa di peer review.

I ricercatori coinvolti nello studio hanno esaminato campioni di sangue prelevati da 175 persone interessate da casi lievi di covid-19. I ricercatori hanno scoperto che la maggior parte dei pazienti aveva sviluppato anticorpi neutralizzanti appena 10–15 giorni dopo l’inizio della malattia, anche se la loro quantità variava notevolmente da un paziente all’altro.

È curioso, tuttavia, che dieci persone del campione non avevano anticorpi rilevabili nel sangue, pur essendo comunque riusciti a cancellare l’infezione. Questo suggerisce che altri componenti del sistema immunitario, molto probabilmente la risposta delle cellule T, sono davvero cruciali.

Ha senso il passaporto di immunità?

Che l’immunità alla reinfezione possa essere garantita in assenza di anticorpi non è, ovviamente, un argomento valido contro i passaporti di immunità basati sulla presenza di anticorpi. Sarebbe solo una iattura, per chi ha l’immunità basata sulle cellule T, non riuscire a sfuggire all’isolamento.

Un’obiezione più pertinente, anche se la protezione anticorpale è efficace, è che i test anticorpali non sono ancora veramente affidabili e non possono, in particolare, distinguere tra gli anticorpi che sono neutralizzanti e quelli che non lo sono.

L’utilità dei test

Questi test, tuttavia, possono dare informazioni sulla progressione della pandemia, in quanto rilevano la totalità dei contagiati, compresi gli asintomatici. Studi basati sugli anticorpi in America, Danimarca, Paesi Bassi e altre paesi hanno suggerito che circa il 5% della popolazione campionata era stata contagiata prima del test (vedi grafico sotto).

A New York, il centro dell’epidemia di covid-19 in America, questa cifra si aggira intorno al 20%. Finora non sono state condotte indagini su larga scala sugli anticorpi in punti caldi dell’Europa, come in Spagna e in Belgio.

I dati sugli anticorpi, se combinati con i dati sulla mortalità, suggeriscono che la covid-19 è più passeggera e meno letale di quanto si credesse un po’ di tempo fa. Ma l’affidabilità di questi dati dipende da diversi fattori. Uno è l’accuratezza dei test. Anche un tasso di falsi positivi di appena l’1% potrebbe portare i ricercatori a conclusioni errate se il tasso reale sulla popolazione totale è di appena il 5%.

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Studi criticati

Un altro è la rappresentatività dei partecipanti. Uno studio molto criticato, condotto nella contea di Santa Clara in California, ha reclutato i volontari attraverso Facebook, una risorsa alla quale non tutti — in particolare gli anziani — hanno accesso. Anche l’indagine di New York è stata altrettanto criticata.

È stata condotta all’interno dei punti vendita, e quindi ha incluso nel campione solo chi si sentiva abbastanza in salute da poter fare shopping.

Molti dei dati provenienti dalla Danimarca e dai Paesi Bassi, nel frattempo, erano basati sui donatori di sangue, una categoria che esclude gli anziani e i malati.

Ci vorranno anni…

Altri governi, compresi quelli di Gran Bretagna e Germania, hanno in programma di condurre, nei prossimi mesi, indagini sugli anticorpi che coinvolgeranno decine di migliaia di persone. Con un po’ di fortuna, questo sarà un campione più rappresentativo.

Ci vorranno, però molti anni per arrivare a vera comprensione della risposta immunitaria alla SARS-CoV-2 e di come questo virus si sia diffuso nel mondo.

Nel frattempo, tutte queste incertezze accrescono i rischi associati alla fine al blocco sulla base di strategie centrate sulle persone che hanno sviluppato un’immunità a lungo termine contro la reinfezione.

I politici nella maggior parte dei paesi sottolineano la loro volontà affidarsi alla scienza in questioni riguardanti la pandemia.

Il problema p he la scienza non ha alcun vantaggio da offrire.

Fonte: “The Economist”, 2 maggio 2020.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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