Steve Jobs parla del potenziale rivoluzionario del Personal computer

Intervista a Rolling Stone del 16 giugno 1994

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Gli anni 1992–1996

di Mario Mancini

Steve Jobs era una persona che non teneva molto ad avere una visione coerente. Anche se l’aveva. Pensava che la coerenza fosse, in generale, un vizio dei mediocri e, nell’industria del computer, un errore madornale. Differentemente dalle apparenze, e malgrado il suo ego sterminato, non anteponeva sé al mondo. Il contrario. Come l’acqua prende la forma del contenitore, lui si modellava sulla realtà e, come Benigni nella Vita è bella, la raccontava all’interno di un campo di distorsione.

Senza dubbio utilizzava molti elementi della sua visione in modo opportunistico, o, per usare una parola più nobile e forse più corretta, tattico. C’erano però dei punti cardinali nella sua visione che non oscillavano così tanto come quelli esecutivi.

Uno di questi era la convinzione che soltanto la stretta integrazione tra hardware software e contenuti, da realizzare in un unico e inscindibile bene, poteva dare una user experience superiore. Vale a dire quel vantaggio competitivo definitivo in un mercato in fase di consolidamento e ormai commodizzato.

C’è stato, però, un breve periodo in cui questa convinzione ha vacillato seriamente. Si potrebbe definire “la breve estate gatesiana di Steve Jobs”, come quella dei film di Bergman. Inizia nel 1992, dopo che il progetto NeXT subisce una dolorosa battuta d’arresto con la decisione di terminare la produzione delle workstation, e termina nel 1996 con il rientro di Jobs in Apple.

La centralità del software

In questo intervallo Jobs sembra convertirsi alla dottrina cara a Bill Gates. È il software, in cima a qualsiasi hardware, a fare a differenza e a fornire il vantaggio competitivo definitivo. Qualcosa che Gates aveva teorizzato vent’anni prima al tempo della lettera aperta agli hacker del Homebrew Computer Club. Ma c’è un distinguo importante nella posizione di Jobs. Non sarà il software procedurale, cioè quello di Microsoft, ma il software creato con la nuova tecnologia della programmazione orientata agli oggetti, cioè quello di NeXTSTEP, a scrivere la prossima pagina della storia del computer

Questa “conversione” si attua in un periodo critico della carriera di Jobs, forse più problematico di quello che aveva seguito la sua estromissione dalla Apple. Un evento straziante che, però, aveva liberato un Prometeo. “L’esser cacciato dalla Apple è la cosa la cosa migliore che mi poteva capitare”, disse Jobs nel 2005 alle matricole di Stanford.

Mel 1992 la situazione era molto diversa e un documento ufficiale, come il prospetto di quotazione a Wall Street di NeXT, ci informa che Jobs stava considerando un ridimensionamento del suo impegno nell’industria del computer. Stava, forse, pensando di riversare la sua energia creativa su Hollywood dove la Pixar stava diventando un player importante.

Questa intervista del 1996 è a Jeff Goodell, insieme a quella a Wired del 1994, è una delle migliori testimonianze di breva questa “breve estate” del percorso umano e professionale di Jobs.

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Intervista a Steve Jobs di Jeff Goodell di “Rolling Stone”

R.S. Sono passati 10 anni dall’introduzione del Macintosh. Quando guardi al panorama tecnologico odierno, che cosa ti sorprende di più?
S.J. Molte persone mi dicono: “Lavori nel settore più veloce del mondo”. Ma non è così. Piuttosto, penso di lavorare in uno dei più lenti. Ci vuole un’eternità a fare qualsiasi cosa. Tutta la faccenda dell’interfaccia grafica che abbiamo sviluppato con il Macintosh era stata sviluppata per la prima volta dallo Xerox PARC e da Doug Engelbart dello Stanford Research Center a metà degli anni ’70. Ed eccoci qua, solo alla metà degli anni ’90 quell’interfaccia è diventata uno standard. Sono passati 10–20 anni. È un sacco di tempo.
In questo luogo è verificato una combinazione davvero unica di tecnologia, talenti, affari, marketing e fortuna che ha portato a cambiamenti significativi nel nostro settore. Questa combinazione non si è verificata così spesso nella storia.
L’altra cosa interessante è che, in generale, il business tende ad essere l’agente propulsore di questi cambiamenti. Accade semplicemente perché nel mondo degli affari ci sono molti soldi. Si è disposti a pagare molti soldi per beni che aumenteranno le produttività personale o forniranno nuove opportunità alle persone. A volte è molto difficile, perché la grande parte della gente più creativa di questo settore non lavora perché vuole aiutare l’America degli affari.
Un esempio perfetto è il PDA [Personal Digital Assistant], come il Newton di Apple. Non sono molto ottimista al riguardo e ti dirò perché. La maggior parte delle persone che hanno sviluppato questi PDA li hanno creati pensando che le persone li avrebbero acquistati per darli alle loro famiglie. Alcuni miei amici, che hanno fondato la General Magic [una nuova società che mira sfidare il Newton della Apple], pensano che i loro figli utilizzeranno i PDA e anche la nonna ne avrà uno e così si potranno tutti in famiglia si potranno messaggiare. Bene, a 1.500 dollari con un modem cellulare incorporato, non credo che saranno molte le persone a comprarne tre o quattro per darli ai loro congiunti. Le persone che li compreranno saranno uomini d’affari che viaggiano molto.
Il problema è però un altro. La mentalità delle persone che sviluppano questi oggetti non è quella di cui ci sarebbe bisogno per venderli. Nessuno di loro è disposto ad indossare un completo, saltare su un aereo e andare da Federal Express per lanciare il prodotto.
Per provocare un cambio di passo e apportare cambiamenti rivoluzionari, ci vuole una speciale combinazione di acume tecnico, business, marketing e soprattutto una cultura che riesca ad abbinare il motivo per cui si è sviluppato un prodotto con quello per cui le persone vorranno acquistarlo. Ho un grande rispetto per i miglioramenti incrementali e ho fatto questo genere di cose nella mia vita, ma sono sempre stato attratto da cambiamenti più rivoluzionari. Non so perché. Forse, perché sono più difficili. Forse, perché sono molto più impegnativi dal punto di vista emotivo. E di solito ci sono dei momenti in cui tutti ti dicono che hai completamente fallito.

R.S: È questo il momento che stai attraversando?
S.J. Penso di sì. Ci sono già passato e recentemente si è ripresentato.
Come sai, ho dedicato la maggior parte della mia carriera al software. Nell’Apple II non c’era molto software, ma il Mac era tutto software in una bella scatola. Abbiamo dovuto costruire una scatola speciale perché il software non funzionava in nessun’altra scatola. Il Mac era principalmente software. Sono stato coinvolto nello sviluppo del PostScript e nella formazione di Adobe. Anche qui era tutto software. E quello che abbiamo fatto con NeXTSTEP è davvero tutto software. Abbiamo provato a venderlo in una scatola davvero stupefacente, ma abbiamo imparato una lezione molto importante. Quando si chiede alle persone di uscire dal mainstream, gli si chiede di assumere un grosso rischio. Quindi ci deve essere una ricompensa importante perché decidano di correre quel rischio, altrimenti la cosa cadrà.
Quello che abbiamo imparato è anche che la ricompensa non può essere solo una volta e mezza migliore o due volte più buona del mainstream. Questo non è abbastanza. La ricompensa deve essere tre, quattro o cinque volte migliore per correre il rischio di saltare fuori dal mainstream.
Il problema è che, nell’hardware, non è possibile creare un computer due volte più buono di qualsiasi altro computer sul mercato. Troppi sanno come farlo come il tuo. Sei fortunato se riesci a farne uno che è una volta o una volta e mezzo migliore. E poi passano solo sei mesi prima che tutti gli altri ti riacciufffino. Ma se non puoi farlo nell’hardware, puoi farlo nel software. In effetti, penso che il salto che abbiamo fatto con NeXT sia di almeno cinque anni avanti rispetto a chiunque altro.

R.S. Parliamo dell’evoluzione del PC. Circa il 30 percento delle società americane dispone di computer. Le aziende sono cablate. Le consolle per videogiochi stanno rapidamente diventando potenti come i PC e nel prossimo futuro saranno in grado di fare tutto ciò che i computer tradizionali fanno. La rivoluzione del PC è finita?
S.J. No. Beh!, non so esattamente cosa intendi con questa domanda, ma penso che la rivoluzione del PC sia tutt’altro che finita. Quello che è successo con il Mac è stato — però, prima vorrei dirti la mia teoria su Microsoft. Microsoft ha avuto due obiettivi negli ultimi 10 anni. Il primo era quello di copiare il Mac e il secondo quello di replicare il successo di Lotus nel foglio di calcolo — in sostanza, il settore delle applicazioni. E nel corso degli ultimi 10 anni, Microsoft ha raggiunto entrambi questi obiettivi. E ora sono completamente persi per gli altri.
Sono stati in grado di copiare il Mac perché il Mac nel tempo si è bloccato. Infatti il Mac non è cambiato molto negli ultimi 10 anni. È cambiato, diciamo, del 10 percento. Era un bersaglio facile. È incredibile che Microsoft abbia impiegato 10 anni per copiare qualcosa che era immobile. Apple, purtroppo, non merita troppa comprensione. Hanno investito centinaia e centinaia di milioni di dollari in ricerca e sviluppo, ma ne è uscito molto poco. Non hanno prodotto quasi nessuna innovazione rispetto al Mac originale.
Così ora, i geni originali del Macintosh hanno inseminato la terra. Il novanta percento sotto forma di Windows, ma ci sono altre decine di milioni di computer che funzionano nello stesso modo. E questo è fantastico. La domanda adesso è: quale sarà il prossimo passo? E che cosa continuerà a guidare questa rivoluzione del PC?
Se guardi agli anni ’80, l’obiettivo allora era davvero quello della produttività individuale. E a ciò si è risposto con il software pacchettizzato. Se guardi all’obiettivo degli anni ’90 — beh, il personal computer passerà dall’essere uno strumento di calcolo all’essere uno strumento di comunicazione. Si passerà dalla produttività individuale alla produttività delle organizzazioni e anche alla produttività in campo operativo. Quello che intendo dire è che il mercato dei mainframe e dei minicomputer è ampio quanto quello dei PC e le società che li usano non acquistano computer per far funzionare solo i fogli di calcolo o gli elaboratori di testi. Li acquistano per eseguire applicazioni che automatizzino il core business della loro attività. A loro non interessano le applicazioni pacchettizzate. Nessuni compra un’applicazione preconfezionata per gestire un ospedale, fare trading di prodotti derivati o gestire una rete telefonica. Non esiste. Oppure, se lo fanno, devono personalizzarli così tanto che finiscono con l’essere delle app del tutto differenti.
Queste applicazioni personalizzate erano finora solo nel back office, nella contabilità e anche nella produzione. Ma poiché le aziende stanno diventando sempre più sofisticate e i consumatori si aspettano sempre di più, le app personalizzate hanno invaso anche front office. L’ideazione di un nuovo prodotto si compone essenzialmente di tre cose: un’idea, un canale di vendita e un’app personalizzata per implementare il prodotto. La società non implementa più il prodotto a mano e non lo serve in modo tradizionale. Senza l’app personalizzata non esiste un nuovo prodotto o un nuovo servizio. Ti faccio un esempio. “Friends and Family” di MCI è stata la promozione aziendale di maggior successo realizzata nell’ultimo decennio, misurata in termini di risultati. AT&T non ha risposto a questa sfida per 18 mesi e le è costato miliardi di dollari. Perché non l’ha fatto? Ovviamente all’AT&T non ci sono degli sprovveduti. Non lo hanno fatto perché non sono stati in grado di creare un’app personalizzata per effettuare un nuovo sistema di fatturazione.

R.S. Quindi, come tutto questo si collega alla prossima generazione di PC?
S.J. Credo che la prossima generazione di PC sarà guidata da un software molto più avanzato dell’attuale e sarà guidata dal software customizzato per le organizzazioni. Il business si è concentrato sul software pacchettizzato nei PC, ed è per questo motivo che i PC non hanno davvero toccato il core business delle aziende. E ora bisogna portare il PC proprio lì in modo tale da disporre di app personalizzate da affiancare a quelle pacchettizzate. Solo in questo modo l’azienda otterrà un vantaggio competitivo sul mercato.
Ad esempio, McCaw Cellular — il più grande fornitore di telefonia cellulare al mondo — adesso gestisce l’intera gamma di attività con NeXTSTEP. Stanno offrendo PC con app personalizzate ai rivenditori di telefonia in modo che quando si acquista un telefono cellulare non si impiega più un giorno e mezzo per metterlo in rete. Adesso ci vogliono cinque minuti. Il rivenditore di telefoni esegue semplicemente queste app personalizzate le quali sono collegate in rete a un server a Seattle e in un minuto e mezzo, senza alcun intervento umano, il telefono funziona su tutta la rete McCaw.
Oltre a ciò, il settore delle applicazioni si sta complicando in modo drammatico. Adesso ci vogliono da 100 a 200 persone e uno anno o due di tempo solo per fare un aggiornamento importante a un word processor o a un foglio di calcolo. Così, tutte le persone veramente creative a cui piace lavorare in piccoli gruppi di tre, quattro o cinque soggetti, vengono escluse da quel business. Come forse saprai, Windows è il peggior ambiente di sviluppo che sia mai stato realizzato. E Microsoft non ha alcun interesse a renderlo migliore, perché il fatto che sia davvero difficile sviluppare delle app in ambiente Windows gioca a vantaggio di Microsoft. Non ci possono essere piccoli team di programmatori che sviluppano word processor e fogli di calcolo: ciò ne comprometterebbe il vantaggio competitivo. E non possono certo permettersi di avere 200 persone che lavorano su un unico progetto.
Con la tecnologia di NeXT, con gli oggetti, letteralmente, tre persone in un garage possono competere con ciò che producono 200 persone in Microsoft. Letteralmente possono spazzarla via. La corporate America ha una necessità grande e può risparmiare così tanti soldi, o guadagnare così tanti soldi, o perdere così tanti soldi se manca una opportunità come quella offertagli dalla rivoluzione della programmazione orientata agli oggetti.

R.S. Può essere così. Ma quando la gente pensa a Steve, pensa all’uomo la cui missione è quella di portare la tecnologia alle masse — non all’America delle imprese.
S.J. La vita è sempre più complicata di quanto appaia.
Ciò che ha guidato il successo di Apple II per molti anni e che ha permesso ai consumatori di trarre vantaggio da quel prodotto è stata la vendita di Visi-Calc alle imprese. La Corporate America stava comprando Apple II per utilizzare Visi-Calc. In questo modo noi abbiamo potuto aumentare i nostri volumi e abbassare i prezzi e venderlo come prodotto di consumo al lunedì, mercoledì e venerdì. Al martedì e giovedì invece lo vendevamo alle imprese. Regalavamo i Macintosh alle scuole mentre li vendevamo con un buon profitto alle multinazionali americane. Quindi ci volevano entrambe.
Ciò che alimenterà la rivoluzione della programmazione a oggetti non è il consumatore. Il consumatore non vedrà i benefici fino a quando il mondo delle imprese non li vedrà e non inizierà a utilizzare questa tecnologia a grandi volumi. Purtroppo le persone non si ribellano a Microsoft. Non conoscono niente di meglio. Non si mettono a pensare di avere un grosso problema che deve essere risolto, mentre le aziende lo fanno. Il mercato dei PC ha fatto sempre meno per soddisfare le loro crescenti esigenze. Hanno un bisogno gigantesco di innovazione e lo sanno. Non dobbiamo spendere soldi per sensibilizzarli sul problema: sanno di avere un problema. C’è un vuoto enorme che attende si essere colmato e ci sono molti soldi per alimentare lo sviluppo del settore della programmazione a oggetti. E tutti ne trarranno beneficio
Ho visitato lo Xerox PARC nel 1979, quando ero alla Apple. Di quella visita ho già detto: è stata una visita molto importante. Ricordo di aver visto la loro rudimentale interfaccia grafica utente. Era incompleta, in parte non era nemmeno adeguata, ma il germe dell’idea era lì. In appena 10 minuti, era già ovvio che un computer avrebbe funzionato in quel modo, un giorno. Lo sentivo con ogni fibra del mio corpo. Ora, si potrebbe discutere sul numero di anni che occorrono, si potrebbe discutere sui possibili vincitori e perdenti in termini di aziende del settore, ma non credo che le persone razionali potrebbero non sostenere che ogni computer funzionerà in questo modo, un giorno.
Provo oggi lo stessa sensazione per gli oggetti, con ogni fibra nel mio corpo. Un giorno tutti i software saranno scritti con questa tecnologia a oggetti. Nessun dubbio al riguardo. Puoi discutere su quanti anni ci vorranno, puoi discutere su chi saranno vincitori e perdenti in termini di società di questo settore, ma non credo che una persona razionale possa sostenere che tutto il software non sarà costruito in questo modo.

R.S. Spiegheresti, in parole semplici, che cos’è esattamente il software orientato agli oggetti?
S.J. Gli oggetti sono come le persone. Vivono, respirano, sanno come fare le cose e hanno una memoria per ricordarle. E, piuttosto di interagire con loro a un livello molto basso, si interagisce con loro a un livello molto alto di astrazione, proprio come stiamo facendo noi.
Ecco un esempio: io sono il tuo oggetto per il bucato. Puoi darmi i vestiti sporchi e mandarmi un messaggio che dice: “Puoi farmi lavare i vestiti, per favore?”. Parlo inglese, e ho i soldi. Esco, fermo un taxi e dico all’autista di portarmi in certo posto a San Francisco. Faccio lavare i vestiti, salto nel taxi, torno qui. Ti restituisco i vestiti lavati e dico: “Ecco qua i tuoi vestiti puliti”.
Tu non hai la minima idea di come l’abbia fatto. Non conosci l’indirizzo della lavanderia. Forse parli francese e non puoi nemmeno chiamare un taxi. Non puoi pagarlo, non hai spiccioli in tasca. Io invece so come fare tutto questo. Tu non sei tenuto a saperlo. Tutta quella complessità era nascosta dietro la mia conoscenza e siamo stati in grado di interagire a un livello molto alto di astrazione. Ecco cosa sono gli oggetti. Incapsulano la complessità e le interfacce di questa complessità sono di alto livello.

R.S. Prima hai detto di aver nutrito Microsoft. Cosa pensi del fatto che Bill Gates ha sostanzialmente raggiunto il dominio nell’industria del software e come ciò va ad incidere sulla tua visione di come dovrebbero funzionare i personal computer?
S.J. Non so davvero cosa significhi tutto ciò. Se intendi, che cosa ne penso di Bill Gates che si è arricchito grazie ad alcune nostre idee… beh!, sai, il mio obiettivo non è quello di essere l’uomo più ricco del cimitero. Non è questo il mio obiettivo.
La cosa che credo non sia buona è che Microsoft non lavora per migliorare le cose, non è un agente della prossima rivoluzione. I giapponesi, ad esempio, erano accusati solo di copiare — e in effetti, all’inizio, è proprio quello che facevano. Ma con il tempo sono diventati un po’ più sofisticati e hanno iniziato a innovare. Guarda i settore dell’auto, hanno sicuramente innovato parecchio lì. Non posso dire la stessa cosa di Microsoft.
E mi preoccupo molto, perché vedo Microsoft competere molto ferocemente e mettere molte aziende fuori dal mercato — alcune meritatamente e altre immeritatamente. E vedo molta innovazione che lascia questo settore. Quello che credo fermamente è che l’industria ha assolutamente bisogno di un’alternativa a Microsoft. E ha bisogno di un’alternativa a Microsoft anche nell’area delle applicazioni. Spero che questa alternativa sia Lotus. E abbiamo anche bisogno di un’alternativa a Microsoft nell’area dei sistemi operativi. E l’unica speranza che abbiamo, secondo me, è NeXT.

R.S. Microsoft, ovviamente, sta lavorando al proprio sistema operativo orientato agli oggetti.
S.J. Hanno lavorato sul Mac per 10 anni. Sono sicuro che adesso stanno lavorando sugli oggetti.
La più grande risorsa di Microsoft è Windows. La loro più grande responsabilità è Windows. Windows è talmente non orientato agli oggetti che per loro sarà impossibile tornare indietro e orientarsi agli oggetti senza buttare via Windows. E non possono farlo. Quindi cercheranno di sistemare le cose con Windows, e non funzionerà.

R.S. Hai definito la Microsoft l’IBM degli anni ’90. Cosa intendi esattamente con questo?
S.J. Sono il mainstream. E molte persone che non vogliono farsi troppi problemi compreranno il loro prodotto. Hanno una posizione dominante sul mercato ed ora che è così grande che in realtà inizia a danneggiare l’industria. Non mi piace discutere se hanno raggiunto questa posizione in modo corretto o no. Sta ad altri decidere. Guardo e dico che non è salutare per il Paese.

R.S. Cosa ne pensi dell’indagine antitrust a livello federale?
S.J. Non ho abbastanza informazioni per parlarne. Di nuovo, il problema non è se hanno fatto ciò che hanno fatto seguendo il libro delle regole o infrangendolo. Non sono qualificato per dirlo. Non credo sia importante. Non penso che questo sia il vero problema. Il vero problema è che l’America è alla testa della tecnologia software nel mondo, e questo è un bene così prezioso per questo paese che tutto ciò che potenzialmente minaccia quella leadership deve essere attentamente considerato. Penso che il monopolio di Microsoft in entrambi i settori dell’industria del software — sia di sistema che applicativo e del potenziale terzo settore, cioè quello dei decoder per i consumatori — costituirà la più grande minaccia al dominio dell’America nell’industria del software. Personalmente credo che sarebbe nel più grande interesse del paese suddividere Microsoft in tre società: una società per il software di sistema, una società per le applicazioni e una società per il software di consumo.

R.S: Sentirti parlare in questo modo mi fa tornare in mente i vecchi tempi della Apple, quando la Apple si era assegnata il ruolo del ribelle contro l’establishment. Ora, invece di IBM, il grande male è Microsoft. E invece di Apple questa volta sarà NEXT a salvarci. Vedi anche qui dei parallelismi?
S.J. Certo. Lascia perdere me. Io non sono importante. La cosa importante è che vedo enormi parallelismi tra la solidità e la dominanza che IBM ha avuto e le catene che stava imponendo al nostro settore e ciò che Microsoft sta facendo oggi … Penso che siamo andati più vicini di quanto pensassimo a perdere parte dalla nostra industria del computer tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Penso che la graduale dissoluzione di IBM sia stata la cosa più benefica accaduta a questo settore negli ultimi 10 anni.

R.S. Qual è il tuo rapporto personale con Bill Gates?
S.J. Penso che Bill Gates sia un bravo ragazzo. Non siamo i migliori amici, ma parliamo almeno una volta al mese.

R.S. C’è molta rivalità tra voi due. Siete i due ragazzi d’oro della rivoluzione del computer.
S.J. Penso che Bill e io abbiamo sistemi di valori molto diversi. Bill mi piace moltissimo e ammiro molto i suoi successi, ma le aziende che abbiamo costruito erano molto diverse l’una dall’altra.

R.S. Molte persone credono che, data la presa che Microsoft ha sull’intero business del software, a lungo termine, il meglio che il NeXT possa sperare è di diventare un prodotto di nicchia.
S.J. Apple è un prodotto di nicchia, il Mac era un prodotto di nicchia E guarda cosa ha fatto. Apple è un’azienda da 9 miliardi di dollari. Erano 2 i miliardi di quando l’ho lasciata. Stanno bene. Sarei felice di avere una quota di mercato del 10% nel settore dei software di sistema. Sarei felice. Sarei molto felice. Lavorerei come un matto per altri 20 anni.

R.S. Prima hai menzionato la Apple. Che cosa pensi dell’azienda che hai fondato?
S.J. Non voglio parlare di Apple.

E il PowerPC?
S.J. Funziona bene È come il Pentium. Il PowerPC e il Pentium sono equivalenti, differiscono più o meno del 10 o 20 percento, a seconda del giorno in cui vengono misurati. Sono, di fatto, la stessa cosa. Quindi Apple ha un Pentium. Bene! È tre o quattro o cinque volte meglio? No. Lo sarà mai? No. È stato qui che l’architettura Motorola 68000 ha fallito. Power PC e Pentium sono uguali, ma questo non è un vantaggio di nessun tipo.

R.S. Al giorno d’oggi non è possibile aprire il giornale senza leggere di Internet e dell’autostrada dell’informazione. Dove ci sta portando tutto questo?
S.J. Internet non è una novità. La rete è qui da 10 anni. Finalmente, adesso, l’onda sta iniziando ad arrivare all’utente finale. E mi piace. Penso che la tana sia molto più interessante del soggiorno. Mettere Internet nelle case delle persone sarà davvero il risultato dell’autostrada dell’informazione, non della convergenza digitale del decoder. Tutto ciò che il decoder farà sarà quello di mettere fuori servizio i negozi di noleggio video e risparmiare un viaggio per noleggiare un film. Non ne sono molto entusiasta. Non sono entusiasta dello shopping a casa. Sono molto entusiasta di avere Internet nella mia tana.

R.S. Le compagnie telefoniche, le compagnie via cavo e Hollywood stanno gareggiando per prendersi un pezzettino. Chi pensi saranno i vincitori e i perdenti, diciamo, da qui a cinque anni?
S.J. Ho parlato con alcuni di questi ragazzi nel settore telefonico e via cavo e, credetemi, non hanno idea di cosa sta succedendo. E le persone che urlano di più, ne sanno di meno

R.S. A chi ti riferisci? A John Malone?
S.J. Non voglio fare i nomi. Consentimi di dire che, in generale, non hanno la minima idea di quanto sarà difficile e di quanto tempo ci vorrà. Nessuno di questi ragazzi capisce di computer. Non capiscono che tutto gira intorno a un piccolo computer dentro al decoder e, per far funzionare quel computer, dovranno trovare un software molto sofisticato.

R.S. Parliamo di più di Internet. Ogni mese cresce a passi da gigante. In che modo questa nuova rete di comunicazioni influenzerà, in futuro, il modo in cui viviamo?
S.J. Non credo sia bene parlare di questo tipo di cose. Puoi leggere o ascoltare ogni tipo di sciocchezza su questo argomento.

R.S. Sono interessato ad ascoltare le tue idee.
S.J. Non penso al mondo in questo modo. Costruisco degli strumenti. È così che mi vedo. Voglio costruire strumenti davvero buoni, strumenti che so, con tutto me stesso, essere di valore. E poi qualunque cosa accada, beh che sia … Non puoi davvero prevedere esattamente cosa accadrà, ma puoi sentire la direzione in cui si sta andando. E questo è il modo in cui puoi avvicinarti di più. Poi ti allontani e, allontanandoti, queste cose assumono una vita propria.

R.S. Parli spesso della tecnologia come potere trasferito alle persone, di come può cambiare la loro vita. Hai ancora la stessa fiducia nella tecnologia di quella che avevi quando hai iniziato 20 anni fa?
S.J. Oh certo. Non è fede nella tecnologia. È fede nelle persone.

R.S. Spiegati meglio.
S.J. La tecnologia non è niente. La cosa importante è la fiducia nelle persone. Le persone sono fondamentalmente brave e intelligenti. Se dai loro gli strumenti, faranno delle cose meravigliose. Non sono gli strumenti l’oggetto della fiducia: gli strumenti sono solo strumenti. Funzionano o non funzionano. L’investimento in fiducia è nelle persone, o no? Sì, certo, sono ancora ottimista, voglio dire che a volte divento pessimista, ma non dura molto.

R.S. Sono passati 10 anni da quando è iniziata la rivoluzione del PC. Le persone discutono se la tecnologia abbia reso il mondo un posto migliore.
S.J. Il mondo è indubbiamente un posto migliore. Gli individui possono ora fare delle cose che solo i grandi gruppi con un sacco di soldi potevano fare. Ciò significa che le persone hanno molte più opportunità di raggiungere il mercato — non solo il mercato del commercio ma il mercato delle idee, il mercato delle pubblicazioni, il mercato delle politiche pubbliche. Come li vuoi chiamare? Abbiamo fornito a individui e piccoli gruppi strumenti tanto potenti quanto quello di cui dispongono le più grandi organizzazioni del mondo. E questa tendenza continuerà. Oggi puoi acquistare con meno di 10.000 un computer della stessa potenza di calcolo di quello di una grande organizzazione. In pratica, chiunque al mondo può metterci le mani.
La seconda cosa che abbiamo fatto riguarda il settore delle comunicazioni. Creando questa rete diffusa, abbiamo eliminato il distacco tra le possibilità del singolo e quelle di un’organizzazione. Abbiamo permesso alle persone, che non fanno parte di un’organizzazione, di comunicare e mettere in comune i loro interessi, i loro pensieri e le loro energie e di iniziare ad agire, insieme, come se fossero un’organizzazione virtuale.
Quindi penso che questa tecnologia sia stata estremamente gratificante. E non credo che sia una cosa tanto facile d trovare.

R.S. Parlando di Bill Gates, hai detto che il tuo obiettivo non è quello di essere il ragazzo più ricco del cimitero. Qual è, allora, l’obiettivo?
S.J. Non so cosa risponderti. In un contesto più ampio, l’obiettivo della vita è quello di cercare l’illuminazione — chiamala come vuoi. Ma queste sono faccende private. Ma, non voglio parlare di questo tipo di cose.

R.S. Perché?
S.J. Penso che, soprattutto quando si è personaggi pubblici, sia molto importante mantenere una vita privata.

R.S. Sei a disagio con il tuo status di celebrità nella Silicon Valley?
S.J. Considero di avere un gemello famoso. Ma non sono io. Perché altrimenti, impazzirei. Se per esempio leggi un articolo negativo — che alcuni idioti hanno scritto su di te –, non puoi prenderla troppo sul personale. Parimenti non devi prendere sul personale anche quelli che sono fantastici. Alla gente piacciono i simboli e i giornalisti scrivono sui simboli.

R.S. L’altro giorno ho parlato con alcuni dei progettisti del Mac e mi hanno detto della celebrazione del decennale del Mac di qualche mese fa, alla quale tu non hai voluto partecipare. È per te un peso da portare l’aspettativa a replicare il fenomenale successo del Mac? Alcune persone ti hanno paragonato a Orson Welles, che a 25 anni ha fatto il suo miglior lavoro, ed da lì in su tutto è andato in discesa.
S.J. Sono molto lusingato del paragone. Mi chiedo con quale gioco a premi debba iniziare. Immagino di dover mangiare una bella fetta di torta. [Ride] Non lo so. Il Macintosh è stato un po’ come una meravigliosa storia d’amore che ha dato la vita a 10 milioni di bambini. In un certo senso l’amore durerà tutta la vita. Sentirai l’essenza dell’amore ogni mattina che ti alzi. E quando aprirai la finestra, l’aria fresca ti inalerà il volto e sentirai l’odore di quel romanticismo nell’aria. Vedrai i tuoi figli in giro, e ti sentirai bene. E niente ti farà mai stare male.
Ma la vita va avanti. Ti alzi ogni mattina e ricordi quella storia d’amore, ma poi c’è l’intera giornata davanti a te per fare qualcosa di altrettanto meraviglioso.
Penso anche che ciò che stiamo facendo ora potrebbe rivelarsi alla fine più grande del Mac stesso. Certo il Macintosh è stato l’agente del cambiamento che ha portato i computer a tutti grazie alla sua interfaccia utente. Questo è stato molto importante. Oggi però l’industria ha di fronte una porta chiusa. Saranno gli oggetti ad aprire quella porta. Di fronte alla porta c’è un pozzo così ricco di opportunità che ci consentirà di completare quello che abbiamo iniziato con l’Apple II.
Dopo quello … chi lo sa? Forse c’è un’altra porta chiusa a chiave dietro quella porta. Non lo so. Qualcun altro dovrà capire come aprirla.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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