Steve Jobs: L’illuminazione del computer

Estratto e adattamento dall’intervista di Steve Jobs a Bob Cringely del 1995, conosciuta come “L’intervista perduta”

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Per rendere più fluido il racconto di Jobs abbiamo tolto le domande di Bob Cringely e sostituite, con minore frequenti, che dei titoletti che scandiscono il percorso di Jobs nella sua scoperta dell’importanza del computer per l’intera società.

La scoperta del mondo dei personal computer

Ho visto il primo computer all’età di dieci o undici anni. È difficile ricordare, ormai è un vecchio fossile, sono passati trent’anni da quando io ne avevo undici e allora nessuno aveva mai visto un computer. O meglio, ne avevano visti. Li conoscevano dai film ed erano grosse scatole ronzanti. Per qualche motivo il computer era stato identificato con i lettori di bande magnetiche, pieni di lucine. Perciò nessuno ne aveva visto uno. Erano oggetti misteriosissimi. Apparecchi molto potenti che lavoravano nell’ombra.

Vederne uno e avere la possibilità di usarlo era un vero privilegio a quei tempi, e io riuscii a entrare alla NASA, allo Ames Research Centre che è qui a Mountain View, ed ebbi la possibilità di usare un terminale a tempo, perciò non vidi un vero computer, ma solo un terminale a tempo. Oggi è difficile immaginare quanto potesse essere primitivo. Non era un computer con uno schermo. Era praticamente una stampante. Una telescrivente con una tastiera su cui digitavi dei comandi e poi, dopo un po’, faceva tric trac… e ti dava un risultato. Ma era comunque una cosa straordinaria, soprattutto per un ragazzino di dieci anni, poter scrivere un programma diciamo in Basic o Fortran, e questa macchina prendeva la tua idea, in qualche modo la elaborava, e ti restituiva un risultato. E se il risultato era quello che avevi previsto allora il tuo programma funzionava davvero. Era un’esperienza davvero elettrizzante.

Così fui davvero… conquistato dai computer, anche se il computer rimase per un me un oggetto piuttosto misterioso perché si trovava all’altro capo del filo e non vidi mai il vero computer.

Dopo quella volta ebbi la possibilità di vedere anche l’interno di un computer.

L’esperienza in HP

Poi entrai in un gruppo alla Hewlett Packard. Quando avevo dodici anni telefonai a Bill Hewlett, che allora stava alla Hewlett Packard. Anche questo mi fa sembrare sclero, ma allora i numeri di telefono erano tutti nell’elenco e mi bastò cercare il suo nome e comporre il numero. Lui rispose al telefono e io dissi: “Salve, mi chiamo Steve Jobs, lei non mi conosce, ma ho dodici anni, sto costruendo un frequenzimetro e mi servono dei pezzi di ricambio”. Così parlammo per una ventina di minuti.

Non lo dimenticherò finché vivrò, mi diede i pezzi e mi diede anche un lavoro estivo alla Hewlett Packard. Io avevo dodici anni e non avevo mai visto un’azienda. Formò la mia visione di come deve essere un’azienda e come debba essere trattato chi ci lavora. A quei tempi non si sapeva del colesterolo e portavano sempre un grosso vassoio di ciambelle e caffè alle dieci di ogni mattina. Si faceva tutti una pausa. Piccole cose come questa. Era chiaro che l’azienda sapeva che il suo vero valore era il suo personale.

Comunque, una cosa tirò l’altra con la Hewlett Packard e cominciai a frequentare il loro centro di ricerca di Palo Alto tutti i martedì sera con un piccolo gruppo di persone per incontrare i loro ricercatori e fu allora che vidi il primo computer da tavolo mai realizzato. Lo Hewlett Packard 9100. Era grosso più o meno come una valigia, aveva un piccolo schermo a tubo catodico ed era completamente autonomo.

Non c’erano fili che scomparivano dietro a una tenda. Io me ne innamorai. Potevi programmarci in Basic o APL. Così di tanto in tanto andavo alla Hewlett Packard e passavo ore su quella macchina, a scrivere programmi.

L’incontro con Steve Wozniak

Questi furono i primi tempi. In quel periodo conobbi anche Steve Wozniak. Forse avevo poco meno di quattordici, quindici anni. Ci capimmo al volo. È stato il primo che abbia conosciuto che ne capisse più di me di elettronica. Mi piaceva molto, aveva circa cinque anni più di me. Era stato buttato fuori dal college per aver organizzato degli scherzi, viveva coi genitori e studiava a Deanza, il college locale. Diventammo subito amici e cominciammo a fare progetti, poi leggemmo su “Esquire” di questo tizio, questo Captain Crunch, che si diceva di riuscire a telefonare gratis.

E anche allora fummo… affascinati. Come diavolo ci riusciva? Pensammo a una bufala. Ci mettemmo a spulciare i libri per scovare il tono segreto con cui riuscire a farlo. E una volta… eravamo allo Stanford Linear Accelerator Centre, una sera, nel cuore della loro biblioteca tecnica, in fondo all’ultimo scaffale all’angolo trovammo una rivista tecnica della AT&T in cui si spiegava tutto. Quello è un altro momento che non dimenticherò mai. Vedemmo la rivista e pensammo: Dio mio, è tutto vero! Così decidemmo di costruire un dispositivo per produrre quei toni. E funzionava… sai quando fai un’interurbana e senti quel du-du-du di sottofondo? Erano toni simili a quelli che si fanno con il telefono, ma erano di una frequenza diversa, perciò non si riusciva a riprodurli.

La blue box

Venne fuori che era un tono inviato da un computer-telefono a un altro che controllava i computer della rete, e la AT&T aveva commesso un fatale errore quando aveva progettato la rete telefonica originale, quello di collocare la segnalazione da un computer all’altro nella stessa banda della voce. Il che vuol dire che se riuscivi a produrre quello stesso segnale, potevi immetterlo nel tuo telefono e l’intera rete internazionale della AT&T avrebbe creduto che quello fosse uno dei loro computer. E dopo circa tre settimane riuscimmo a costruirne uno funzionante. E ricordo la prima chiamata che facemmo, a Los Angeles, a un parente di Woz giù a Pasadena. Componemmo il numero sbagliato e svegliammo un tale nel cuore della notte. E gridavamo come pazzi, il tale non gradì. Ma era un miracolo.

E costruimmo queste scatole per il blue-boxing, così si chiamava, e in fondo mettemmo una breve nota. Il nostro motto era: “ha il mondo intero nelle sue mani”. E funzionavano. Costruimmo la miglior blue-box del mondo. Era tutto digitale. Non servivano regolazioni, potevi fare un’interurbana a White Plains (nello Stato di New York, dall’altra parte degli Stati Uniti) da un telefono pubblico e collegarti via satellite con l’Europa o con la Turchia e poi tornare ad Atlanta via cavo. Insomma potevi girare il mondo. Potevi girare il mondo cinque o sei volte, perché imparammo tutti i codici per collegarci con i satelliti. Insomma, potevi andare al telefono pubblico sotto casa, gridare nella cornetta e dopo circa un minuto il grido usciva fuori da un altro telefono. Era un miracolo.

La telefonata al papa

Potresti chiedermi: che c’è di così eccezionale? C’era di eccezionale che eravamo giovani… E avevamo appena capito di poter costruire, da soli, cose in grado di controllare miliardi di dollari e di collegare tra loro diverse parti del mondo. Questo imparammo, che noi due, beh, non sapevamo poi tanto. Ma potevamo costruire una piccola cosa capace di controllare una cosa gigantesca.

E questa è una lezione incredibile. Non credo che sarebbe mai esistita la Apple, se non fosse esistita la blue-box.

Telefonammo al Papa (Paolo VI). Woz fece finta di essere Henry Kissinger e trovammo il numero del Vaticano. E quelli si misero a svegliare tutti gli alti prelati! Non ne so molto di cardinali e simili. Ma mandarono davvero qualcuno a svegliare il Papa, finché noi scoppiammo a ridere e capirono che non era Henry Kissinger. Perciò non parlammo davvero con il Papa, ma fu molto divertente lo stesso.

Verso il personal computer

Il salto dalle blue-box al computer avvenne per necessità. Nel senso che avevamo a disposizione dei terminali a tempo e un’azienda di terminali a tempo di Mountain View ci permetteva di usare le loro macchine. Però ci serviva un terminale e io non potevo permettermelo. Perciò ne progettammo uno e lo costruimmo. E quella fu la prima cosa che facemmo. Costruimmo questo terminale. Apple I non era altro che un’estensione di questo terminale con un microprocessore a un’estremità. Solo questo. In realtà si trattava di due progetti singoli messi insieme. Così prima costruimmo il terminale e poi l’Apple I.

E davvero lo costruimmo con le nostre mani, perché non potevamo permetterci di comprare niente. Rimediammo i pezzi qua e là e assemblammo tutto a mano. Voglio dire, ci vollero dalle quaranta alle ottanta ore per costruirne uno. E poi si rompevano sempre, perché c’erano tutti quei piccoli cavi. E poi venne fuori che un sacco di nostri amici volevano costruirne uno anche loro. Anche loro potevano rimediare pezzi in giro, ma non avevano le competenze per costruirli che avevamo acquisito noi a forza di lavorarci.

Andò a finire che li aiutammo a costruire la maggior parte dei loro computer. E questo assorbiva gran parte del nostro tempo, così pensammo: se potessimo realizzare quella che si chiama scheda a circuito stampato, cioè un pezzo di fibra di vetro con uno strato di rame su un lato, inciso in modo da formare i fili, così da poter costruire un computer… Insomma, potevamo costruire un Apple I in poche ore, invece di impiegarne quaranta.

Se solo avessimo avuto una cosa del genere, avremmo potuto venderla a tutti i nostri amici a un costo pari a quello necessario per costruirli, così saremmo rientrati delle spese, tutti sarebbero stati contenti e noi, beh, avremmo riavuto la nostra vita.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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