Steve Jobs: hippy o nerd?

Lo spirito della controcultura nel personal computer

Estratto e adattamento dall’intervista di Steve Jobs a Bob Cringely del 1995, conosciuta come “L’intervista perduta”

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In questo fotomontaggio Jobs viene mostrato mentre raccoglie meglie. In effetti dopo aver abbandonato gli studi lavorò in una comunità hippy fruttariana che coltivava mele e si nutriva del frutto. Forse da questa esperienza potrebbe essere derivato il nome.

Lo spirito hippy

Beh se devo scegliere fra queste due cose, sono sicuramente un hippy. Tutti quelli con cui lavoro sono degli hippy. Pensiamo a che cos’è un hippy. Voglio dire, è una vecchia parola con molte connotazioni, ma per me il ricordo degli anni Sessanta risale ai primi anni Settanta, ero appena un ragazzo e ne vedevo molti. Molte cose succedevano proprio nel nostro giardino. Per me la scintilla di tutto è stata l’idea che ci fosse qualcosa nascosto dietro le apparenze di tutti i giorni.

C’è qualcosa nella vita, oltre al lavoro, alla famiglia e a due macchine in garage e a una carriera, c’è anche qualcos’altro. C’è un rovescio della medaglia di cui non parliamo molto e di cui ci accorgiamo solo quando manca. Quando non tutto è così ordinato e perfetto. Quando c’è un vuoto. È come una forza travolgente. Molte persone, nel corso della storia, lo hanno sperimentato. Thoreau, i mistici indiani o altri. E il movimento hippy ne ha colto un riflesso e ha cercato di scoprire di che si trattava.

Era l’idea che la vita non si limitava a fare quello che avevano fatto i genitori. Certo, ci furono degli eccessi nella direzione opposta, delle follie, ma c’era il germe di qualcosa. È la stessa forza che porta le persone a diventare poeti e non banchieri.

Io credo sia una cosa meravigliosa e che lo stesso spirito possa essere messo nei prodotti. In modo che questi, una volta realizzati, possano regalare questo spirito alle altre persone. Se parli con le persone che usano il Macintosh, vedrai che amano il Macintosh. Non capita spesso che le persone si innamorino dei prodotti. Lo sappiamo bene. Ma qui lo si sentiva. C’era qualcosa di straordinario.

Io credo che la maggior parte delle persone davvero brave con cui ho lavorato non si occupassero di computer per amore del computer stesso, ma perché lo consideravano uno strumento per trasmettere il loro spirito. Uno spirito che desideravano condividere con gli altri. Vi sembra che abbia senso? Ebbene ha senso!

La bicicletta della mente

Quando ero molto giovane lessi un articolo su “Scientific American”. Si misurava l’efficacia motoria di varie specie presenti sul pianeta. Orsi, scimpanzé, uccelli e pesci. Quante chilocalorie al chilometro utilizzano per muoversi. C’erano anche gli esseri umani. E vinceva il condor. Era lui quello che si muoveva con maggior efficienza. Mentre gli uomini, il punto più alto del creato, figuravano appena a metà della classifica.

Ma qualcuno ha avuto la brillante idea di valutare l’efficienza motoria di un uomo in bicicletta. Batteva anche il condor. Di gran lunga. Ricordo che questo ebbe un grande impatto su di me. Mi fece pensare che gli uomini costruiscono strumenti, che noi costruiamo strumenti in grado di accrescere significativamente le nostre abilità innate.

I primi tempi alla Apple realizzammo una pubblicità così: il computer come bicicletta della mente. E io credo davvero, con ogni fibra del mio essere, che di tutte le invenzioni umane il computer sia la più importante, anche se ci guardiamo indietro. È il più formidabile strumento che abbiamo mai inventato, e io mi ritengo davvero fortunato a essermi ritrovato proprio nella Silicon Valley e proprio in questo periodo storico, in cui quest’invenzione stava prendendo forma.

Come tu sai, se lanci un razzo nello spazio e ne modifichi leggermente la traiettoria all’inizio, il tuo intervento avrà enormi ripercussioni sul suo percorso. Io credo che noi siamo appena all’inizio di questo viaggio. E se riusciamo a spingerlo nella giusta direzione, possiamo fare in modo di migliorarlo nel futuro. Credo sia un’opportunità che non capita spesso e per tutti noi che vi contribuiamo è un’enorme soddisfazione.

Come si fa a determinare la direzione giusta? In fondo è una questione di gusto. Una questione di gusto, sì. Si tratta di entrare in contatto con le cose migliori che l’uomo abbia prodotto e poi cercare di infonderne lo spirito in ciò che facciamo.

Picasso diceva: “I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”. E noi non ci siamo mai fatti scrupoli a rubare le grandi idee. Credo che in parte ciò che reso grande il Macintosh sia il fatto che coloro che ci hanno lavorato erano musicisti, poeti, artisti, zoologi e storici che, guarda caso, erano anche i più grandi ingegneri del mondo. Se ci fosse stato il computer, queste persone avrebbero comunque fatto grandi cose in altri campi. Hanno sprigionato, e tutti abbiamo contribuito a questo sforzo, un grande spirito creativo. Significa che abbiamo voluto infondere nel nostro campo tutto il meglio che abbiamo visto in altri campi. Non credo che chi è di vedute ristrette possa riuscirci.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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