Stephen King: la prolificità è ok

L’avvento dell’era della quantità

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Quantità e qualità: una coppia in crisi

Internet è quantità. Esiste un termine che definisce bene lo stato delle cose nei nuovi media. Il termine è massa critica. Se un’attività, un’iniziativa, un contenuto non raggiunge una certa massa critica è irrilevante socialmente, culturalmente ed economicamente. Il valore di una risorsa online si misura in base al numero dei suoi utenti unici, la pubblicità paga le impression e i clic, gli artisti sono compensati sul numero delle volte che vengono visti, ascoltati o letti. Tutto è quantità. Più alto è un numero, più alta è la rilevanza di chi ha quel numero.

In genere quantità fa coppia con qualità, che potrebbe essere anche il suo opposto o alter ego e invece è successo che la qualità è stata sussunta nella quantità. La qualità come la intendevamo una volta, cioè una proprietà attribuita a qualcosa da un cluster di esperti o di intellettuali spesso inquinato da conflitti d’interessi, è oggi una nota a pie’ di pagina nei nuovi media. Fortunatamente verrebbe da dire, la mediazione è segnale di arretratezza. Ma ci sono, come in ogni processo storico, degli elementi fortemente dialettici in questa evoluzione.

C’è chi ha iniziato a vedere le conseguenze di questa situazione, conseguenze che non sono affatto magnifiche e progressive. E c’è anche chi ha cominciato ribellarsi.

Contenuto e qualità

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Ev Williams, uno dei fondatori di Twitter, è rimasto inorridito dalle conseguenze deleterie (leggi “Trump”) della creatura a cui lui stesso ha dato vita e ha deciso che si doveva far qualcosa di riparatorio. Ha fondato allora Medium che, adesso, è la cosa migliore che esista sul web. Medium è tutto quello che Twitter o Facebook non sono e non saranno mai: non ha pubblicità, i contenuti sono analitici e verificati, i contributor vengono retribuiti, gli utenti pagano per leggerli o ascoltarli e un gruppo di editor, secondo specifiche guideline, si incarica di trovare il giusto equilibrio tra qualità e quantità nel raccomandare i contenuti al pubblico.

Di recente Williams ha scritto:

Personalmente penso che la qualità non sia sostenibile in un’editoria unicamente motorizzata dalla pubblicità. Noi di Medium siamo fortemente impegnati nella costruzione di un modello editoriale basato sull’abbonamento, dove la qualità del contenuto (di autori singoli o di pubblicazioni) è compensato sulla base del suo valore per i lettori.

Ecco trovato un punto accettabile di equilibrio tra quantità e qualità. Quest’ultima torna a essere valorizzata non più in un rapporto di sussunzione totale nella quantità. Quest’ultima però resta decisiva, anche se democraticamente determinata, non sulla base della necessità dei pubblicitari, ma su quella dei lettori che cercano informazione e cultura autentica.

E sorprendentemente il concetto funziona a riprova che c’è un altro modo di farlo, anche se fino a oggi Medium ha perduto soldi come il sistema idrico di Firenze perde acqua.

Condannati alla prolificità

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Per chi vive di scrittura o aspira a farlo, però, il tema della prolificità o, più brutalmente, della massa critica esiste, specialmente con l’avvento dei nuovi media. A questo punto viene da chiedersi se la necessaria prolificità sia veramente nemica della qualità, com’è incline a reputare la percezione generale. Probabilmente non le è affatto nemica, anzi, come tende a ritenere un gigante della scrittura, egli stesso piuttosto prolifico, come Stephen King.

Sulla questione della prolificità dello scrittore, King ha affidato le sue riflessioni a un articolo, pubblicato nelle pagine op-ed del “New York Times”, dal titolo “Can a Novelist Be Too Productive?”. Di seguito vi offriamo la traduzione italiana di questa importante e spassosa riflessione.

Per chi avesse voglia di esplorare approfonditamente il processo creativo di questo scrittore, che ha pochi eguali nel panorama della letteratura contemporanea, consigliamo senz’altro la lettura di On Writing nella recente edizione di Frassinelli.

Quantità uguale dozzinale?

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Nella critica letteraria ci sono molti postulati impliciti, uno di questi è: più uno scrive più il suo lavoro diventa banale. Joyce Carol Oates, autrice di più di cinquanta romanzi (senza contare gli 11 scritti con gli pseudonimi Rosamond Smith e Lauren Kelly) ci fa capire quanto di scarsa utilità siano i critici per gli scrittori prolifici. [La Oates è edita in Italia da Mondadori e nell’estate del 2017 è stata ospite a Barolo al Festival delle collisioni].

In uno dei suoi diari ha annotato che sicuramente ha scritto molto di più di quanto il mondo letterario consenta a uno scrittore “serio”. Come tutti i postulati, che hanno a che fare con la percezione personale, l’equazione scrittura prolifica uguale cattiva scrittura deve essere presa con cautela. In molti casi può essere davvero così. Certamente nessuno può essere indotto a includere John Creasey, autore di 564 romanzi con 21 differenti pseudonimi, nel museo dei giganti della letteratura; sia lui che le sue creazioni (Toff, l’ispettore Roger West, Sexton Blake ecc.) sono stati ampiamente dimenticati.

Lo stesso si può dire della scrittrice inglese Ursula Bloom (oltre 500 pubblicazioni con molti pseudonimi) e una schiera di altri scrittori. Si potrebbe anche ricordare la famosa battuta di Truman Capote a proposito di Jack Kerouac: “Non è scrittura, è dattilografia!”.

Il caso Agatha Christie

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Sta di fatto che alcuni scrittori prolifici hanno avuto una profonda influenza sulla coscienza pubblica. Basti pensare ad Agatha Christie, verosimilmente la scrittrice più popolare del 20° secolo, le cui opere sono ancor’oggi ampiamente ristampate in tutto il mondo. La Christie ha scritto 91 libri, 82 a suo nome e 9 col nome d’arte Mary Westmacott o con il nome da coniugata Agatha Christie Mallowan.

I suoi romanzi possono non essere dei capolavori letterari, ma neppure sono la melassa cucinata da John Creasey. Alcune opere della scrittrice inglese sono sorprendentemente buone. La Christie ci ha regalato due personaggi, Miss Marple e Hercule Poirot, che hanno raggiunto l’invidiabile status di immortalità. Se poi si aggiunge a ciò l’unitarietà stilistica e tematica dei suoi romanzi, il calore accogliente delle ambientazioni, gli stereotipi inglesi inseriti nel contesto della sua visione incredibilmente algida della natura umana, succede che il lettore guarda a questi libri sotto una luce sempre differente.

Qualcosa di simile si può dire del prolifico scrittore John D. MacDonald [pubblicato in Italia da Mondadori, come la Christie]. Le storie di Travis McGee appaiono oggi irrimediabilmente datate e molti dei suoi 40 romanzi sono un frullato indigeribile di Ernest Hemingway e John O’Hara. Quando però MacDonald mette da parte i suoi eroi immaginari e scrive esclusivamente di sé, fa un lavoro impressionante. I suoi romanzi migliori, come Branco di lupi (The End of the Night) e The Last One Left, si elevano al livello di quella “bestia mutante che chiamiamo letteratura americana”.

Nessuna persona di senno potrebbe affermare che la quantità garantisce la qualità, ma dire che la quantità non produce mai qualità mi appare un qualcosa di altezzoso, insensato e palesemente falso.

Gli scrittori non prolifici

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Prendiamo adesso in considerazione l’altro lato dello spettro. Donna Tartt, una delle migliori autrici emerse nell’ultimo mezzo secolo, dal 1992 ha pubblicato solo tre romanzi. Jonathan Franzen, l’unico narratore americano che le è pari, ne ha pubblicati solo cinque.

È facile guardare a questi pochi libri, ognuno di una qualità straordinaria, e concludere che meno è meglio. Forse. Philip Roth [edito in Italia da Einaudi], che si è ritirato solo di recente, ha scritto un multiplo dei libri dei due messi insieme. La nostra gang (Our Gang) è tremendo, ma Pastorale americana (American Pastoral) mi sembra un’opera anche migliore del Cardellino (The Goldfinch) della Tartt e di Libertà (Freedom) di Franzen.

Sono un ex alcolista e non bevo un goccio da 27 anni e, oggi, il pensiero di bere ogni tanto mi passa per la mente. Sicché quando penso agli otto romanzi della Tartt e di Franzen – non abbastanza da riempire un mezzo metro di scaffale della mia libreria – mi viene in mente il pranzo che ho consumato con mia moglie subito dopo aver abbandonato l’alcolismo, un ventennio fa.

Al ristorante, sedute vicino al nostro tavolo, c’erano due anziane signore. Discutevano animatamente, trascurando di sorseggiare il vino dai due bicchieri dimenticati al centro del tavolo. Ho sentito il bisogno urgente di alzarmi e di parlarle. Sentivo una gran voglia di apostrofarle: “Semplicemente non è giusto. Perché non bevete il vostro vino? Per carità di Dio, sto seduto vicino a voi, non posso bere, non ho più quel privilegio, ma voi potete e allora perché diamine non lo fate?”.

Il lungo intervallo che trascorre tra un libro e un altro di scrittori di grande talento mi fa similmente impazzire. Capisco benissimo che ognuno di noi lavora a una velocità differente e ha un personale processo creativo. Capisco che questi scrittori siano scrupolosi, pesano ogni frase – ogni parola – per ottenere, prendendo a prestito uno dei migliori libri di Franzen, un Forte movimento (Strong Motion). So benissimo che non si tratta di pigrizia, ma di rispetto per il proprio lavoro e so, dalla mia stessa esperienza, che la fretta produce schifezze.

Se hai talento, scrivi!

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Ma so anche che la vita è breve e che alla fine della fiera nessuno di noi è prolifico. La scintilla creativa si affievolisce con il tempo e la morte la spegne. William Shakespeare non ha scritto una nuova opera teatrale da 400 anni. Questa, amici mei, è una lunga astinenza.

Tutto questo non è un alibi per giustificare la mia prolificità. Sì, ho pubblicato più di 55 romanzi. Sì, ho anche utilizzato uno pseudonimo (Richard Bachman). Sì, ho pubblicato 4 libri in un anno (pochi a confronto di James Patterson… con l’la differenza che i miei erano più lunghi e scritti senza l’aiuto di collaboratori). E sì, una volta ho scritto un romanzo (L’uomo in fuga/The Running Man) in una sola settimana. Ma posso dire, con totale onestà, che non avevo scelta. Da giovane la mia testa era affollata di pensieri come succede in una sala cinematografica quando, al grido “al fuoco”, tutti gli spettatori si accalcano all’unisono verso l’uscita. Avevo migliaia di idee ma solo 10 dita e un’unica macchina da scrivere. C’erano dei giorni – e non vi sto prendendo in giro o esagerando – in cui tutte quelle voci strepitanti nella mia mente mi mandavano fuori di testa. Ricordando i miei vent’anni penso spesso alla poesia di John Keats che inizia così: “Quando ho paura che potrei cessare di esistere / Prima che la mia penna abbia mietuto il mio cervello brulicante”.

Immagino che sia successo la stessa cosa a Frederick Schiller Faust meglio conosciuto come Max Brand (e ancor più noto come il creatore del Dottor Kildare). Ha scritto 450 romanzi, un’impresa resa ancor più rimarchevole dalla sua salute precaria e dalla morte prematura a 51 anni. Alessandro Dumas ha scritto il Conte di Montecristo e I tre moschettieri e altri 250 romanzi. E c’è Isaac Asimov, che ha venduto la sua prima storia a 19 anni, pubblicando poi più di 500 libri e rivoluzionando il genere fantascienza.

La prolificità è inevitabile

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La mia tesi è modesta: la prolificità è qualcosa di inevitabile e ha il suo senso. La definizione accettata — condizione di persona o di animale che ha generato parecchi figli. Anche fig., con riguardo alla produzione di opere dell’ingegno: p. d’uno scrittore, d’un artista (Treccani) – ha un suono ottimistico, almeno per le mie orecchie.

Non tutti sono d’accordo. Ricordo un party durante il quale qualcuno, autonominatosi arbitro del gusto letterario, si prese gioco di Joyce Carol Oates dicendo che “era una vecchia signora che viveva in una scarpa e aveva così tanti bambini da non sapere che farne!”. In realtà Ms. Oates sa esattamente che cosa sta facendo e perché lo sta facendo. “Ho ancora tante altre storie da raccontare” dice in uno dei suoi diari e “tanti altri romanzi”. E ne sono felice perché io li voglio leggere.

Il talento senza prolificità è sprecato.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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