Società delle Nazioni e grandi potenze

Il sistema di Versailles e il suo fallimento (1919–1933)

di Karl Polany

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Lo storico palazzo delle Società delle Nazioni a Ginevra.

1. Gli articoli 16 e 19 del patto

L’arena in cui tutte le forze politiche si scontrarono fu la Società delle Nazioni. I paesi sconfitti e quelli che li appoggiavano politicamente sostenevano la revisione; i paesi vincitori, e in primo luogo la Francia e i suoi alleati, sostenevano la sicurezza collettiva.

La Società delle Nazioni, istituita per garantire lo status quo, cioè le frontiere come erano, doveva diventare la base della sicurezza collettiva. Questa era la politica del gruppo francese.

Essa sfociò nella richiesta di un rafforzamento dei poteri esecutivi della Società delle Nazioni, consistente nel rendere effettive ed efficaci le sanzioni militari. L’articolo 16 del patto aveva istituito il principio dell’azione collettiva dei membri della Società contro eventuali aggressori.

Il gruppo francese insisteva sulla «attuazione» di questo articolo mediante l’assunzione, da parte degli stati membri, di precisi impegni di reciproco soccorso nel caso che uno di essi venisse attaccato.

Gli stati sconfitti si opposero al rafforzamento della Società delle Nazioni, almeno fino a quando ciò avrebbe continuato a significare il rafforzamento di un apparato rivolto al mantenimento delle cose così com’erano.

Prima la revisione, era la loro richiesta. L’articolo 19 del patto aveva stabilito il principio che i trattati divenuti inapplicabili potevano essere rivisti. I paesi sconfitti sostenevano a ragione che questo valeva anche per gli stessi trattati di pace.

Essi pretendevano che l’articolo 19 dovesse essere attuato mediante l’istituzione di una procedura secondo la quale le richieste di revisione potessero essere formalmente inoltrate.

Fino a che ciò non fosse stato possibile, essi non ne volevano sapere dell’«attuazione» dell’articolo 16. Sulla base di quest’articolo, infatti, la guerra sarebbe stata fatta contro di loro. Mentre, sulla base dell’articolo 19, le loro frontiere avrebbero potuto essere pacificamente rivedute.

2. La Francia e i suoi alleati orientali

Com’è naturale, gli stati revisionisti, considerati nel loro complesso, erano meno favorevoli degli antirevisionisti alla Società delle Nazioni.

La Francia e i suoi alleati minori avevano messo in piedi un sistema di trattati per la sicurezza regionale, basato sul patto della Società delle Nazioni.

I potenziali nemici, sulla base di questi trattati, erano la Germania e l’Ungheria. L’alleanza franco-polacca era diretta contro un’eventuale aggressione tedesca; la Piccola Intesa era un’alleanza difensiva per salvaguardare gli stati confinanti con l’Ungheria dalle pretese revisionistiche di quest’ultima.

Benché queste alleanze fossero rivolte al mantenimento dello status quo, cioè delle frontiere esistenti, i paesi sconfitti se ne risentivano come se fossero alleanze militari del tipo prebellico.

I paesi antirevisionisti replicavano vanamente che le loro alleanze non potevano avere alcun intento aggressivo, dal momento che essi erano soddisfatti delle loro frontiere e non volevano cambiarle.

Ribadivano che il senso di tali alleanze era di supplire a sanzioni generali della Società delle Nazioni e che quanto esse prevedevano sarebbe stato messo in atto solo se e quando la Società delle Nazioni avesse deciso che si era verificata un’aggressione.

Dopo tutto, essi argomentavano, finché alcuni membri della Società rifiutavano di impegnarsi in patti per la sicurezza collettiva, rendendo in questo modo aleatorie o inefficaci le sanzioni contro il paese aggressore, perché mai agli altri membri non doveva essere consentito di fare tutto quello che potevano per garantire la sicurezza regionale, impegnandosi a combattere uniti contro eventuali aggressori?

Anche riguardo alla Società delle Nazioni, insomma, come a tutto il resto, i revisionisti e gli antirevisionisti propugnavano linee politiche diametralmente opposte.

3. L’Urss

La politica estera di tutte le grandi potenze europee era determinata principalmente dal loro atteggiamento verso il revisionismo. Francia e Germania erano le potenze che capeggiavano gli opposti schieramenti.

La Germania, però, non era sola. La Russia, benché non avesse da reclamare revisioni delle proprie frontiere, appoggiava ogni tentativo di indebolire o addirittura di minare alla base il sistema di Versailles.

La Russia rivoluzionaria continuava a vivere nel timore che si ripetessero gli interventi organizzati contro di essa alla fine della guerra dagli alleati.

Il suo territorio era stato ripetutamente invaso da armate controrivoluzionarie sostenute dai circoli reazionari francesi e inglesi. Clemenceau aveva dichiarato che la politica degli alleati doveva mirare ad isolare la Russia sovietica dal resto dell’Europa mediante un cordon sanitaire, un accerchiamento antibolscevico.

La Germania revisionista considerava l’Urss come il proprio alleato naturale; nel 1922, a Rapallo, Cicerin e Rathenau firmarono un trattato di amicizia, che rimase per oltre dieci anni uno dei fattori più stabili della politica europea.

Lo stato maggiore tedesco vedeva di buon occhio una collaborazione militare con la Russia; e gli industriali tedeschi volentieri le accordarono crediti nell’ambito dei vasti programmi statali di sostegno alle esportazioni.

La Germania poteva far affidamento sulla cooperazione diplomatica della Russia sovietica, così come dei suoi amici, fra i quali va menzionata la Turchia.

Quest’ultima subiva un duro trattato di pace e per la propria rinascita contava, oltre che sulle proprie capacità, sull’assistenza dei sovietici. I revisionisti potevano sempre contare, insomma, sull’appoggio della Turchia.

4. L’Italia

Più importante della disponibilità della Russia o della Turchia era la determinazione dell’Italia di sostenere il revisionismo con la propria attività diplomatica. Essa spaccò in questo modo il fronte degli alleati e pose la propria potenza militare a disposizione del revisionismo.

La Germania era disarmata. La Russia sovietica non era in condizione di combattere, per la debolezza militare dovuta alla disorganizzazione delle sue industrie.

Le rivendicazioni territoriali dell’Ungheria e della Bulgaria non potevano più, adesso, essere tranquillamente accantonate dalla Jugoslavia, che confinava sia con questi due stati sia con l’Italia, la quale era inoltre sua rivale nell’Adriatico.

La Francia doveva tenere in seria considerazione le simpatie revisioniste dell’Italia, le quali potevano avere un forte peso, essendo questo paese membro permanente del Consiglio della Società delle Nazioni.

Le motivazioni dell’Italia erano puramente egoistiche. V’era il vantaggio che essa poteva trarre da un’accresciuta pressione sulla Jugoslavia e sulla Francia, sue rivali nel Mediterraneo.

In generale, poi, essa riusciva ad assumere un ruolo importante spendendo poco del suo, ma usando gli stati dello schieramento revisionista a volte come uno schermo e a volte come una testa d’ariete per scopi ulteriori.

Mussolini sfruttò deliberatamente la tensione fra i due schieramenti degli stati europei per far diventare l’Italia l’ago della bilancia del potere in Europa.

A questo fine l’Italia si proclamò il più delle volte protettore dei revisionisti, impedendo 1’«attuazione» dell’articolo 16 sulle sanzioni, contrastando la sicurezza collettiva e facendo del suo meglio per minare l’autorità della Società delle Nazioni.

5. La Gran Bretagna

La Gran Bretagna insieme alla Francia era stata la principale promotrice della Società delle Nazioni.

Mentre, però, la Francia si sentiva direttamente minacciata dall’instabilità della situazione europea e manteneva la sicurezza come nota dominante della sua politica estera, l’atteggiamento della Gran Bretagna, nella sua qualità di potenza insulare, era complessivamente improntato a una maggiore disponibilità.

Abbiamo visto come l’opinione pubblica inglese abbia affrontato con coraggio e buona volontà i problemi del dopoguerra. Il fair play era un principio condiviso da tutta la nazione, ed esso portava la Gran Bretagna ad appoggiare i paesi che erano usciti sconfitti dalla Grande guerra.

Una simpatia revisionistica pervadeva, insomma, la politica britannica. Deliberatamente e sistematicamente, anche se non apertamente e formalmente, Downing Street offriva un sostegno ai paesi sconfitti che si battevano per allentare i ceppi dei trattati.

Una grande potenza, com’è ovvio, non può schierarsi ufficialmente per una politica di variazioni territoriali senza sconvolgere l’equilibrio complessivo, mettendo così a repentaglio la pace.

Si spiega in questo modo che la Gran Bretagna non abbia mai accettato formalmente le pretese di revisione avanzate dai paesi sconfitti. Di fatto, però, in più di un’occasione essa si trovò a fianco della Germania contro la Francia, dell’Ungheria contro la Piccola Intesa, della Bulgaria contro la Jugoslavia; certo, in questi casi non si trattava quasi mai di questioni territoriali (che ben difficilmente venivano menzionate), ma delle varie altre questioni che dividevano i due schieramenti di nazioni.

Riguardo al disarmo, alle riparazioni, alle minoranze etniche e ad altre questioni ancora la Gran Bretagna esercitò di solito la propria influenza a favore dei paesi sconfitti.

Essa accettava che il suo armamento restasse indietro rispetto a quello di altri paesi, in vista di una limitazione generale degli armamenti, per la quale i suoi governi si sono battuti, sia pure non tutti con lo stesso vigore.

La dichiarazione di Balfour sui debiti di guerra limitò gli interessi della Gran Bretagna in tema di riparazioni, consentendole di assumere al riguardo un atteggiamento più lungimirante.

La ricostruzione finanziaria in diversi stati dell’Europa centrale è avvenuta principalmente grazie ai buoni servigi da essa offerti tramite la Società delle Nazioni.

Le monete di Austria, Ungheria, Bulgaria, Finlandia e Grecia furono in effetti stabilizzate con l’aiuto dei prestiti della Società delle Nazioni: un’impresa notevole, anche se i suoi effetti non sono stati duraturi. Nella prima metà degli anni venti la Gran Bretagna si oppose coerentemente a misure forti per costringere la Germania a pagare le riparazioni, per esempio all’occupazione della Ruhr da parte della Francia.

Essa tentò inoltre di impedire la conclusione delle alleanze militari della Francia con la Polonia e con gli stati della Piccola Intesa. Bastava, fra l’altro, a dar ragione di tale politica della Gran Bretagna, la sua tradizionale tendenza a restaurare l’equilibrio del potere nel Continente, appoggiando gli avversari della potenza militarmente più forte, in questo caso della Francia.

Ma all’argomento dell’«equilibrio del potere» apparve ben presto opportuno aggiungere considerazioni più attuali. La Gran Bretagna guardava lontano. Il sistema di Versailles non poteva durare.

Bisognava concedere entro breve termine alla Germania la parità di status, altrimenti essa se la sarebbe arrogata. La parità di status doveva dunque essere conseguita in un modo o nell’altro: o mediante il disarmo generale o, se ciò non fosse stato possibile, mediante una riduzione degli armamenti tale da incontrare a metà strada il riarmo tedesco.

Quanto maggiore sarebbe stata la disparità di status, quanto maggiore, cioè, l’inferiorità degli sconfitti rispetto ai vincitori, tanto peggiore sarebbe stato lo shock al crollo del sistema.

La Gran Bretagna si dava quindi da fare per livellare le patenti differenze di potere e di rango che separavano vincitori e vinti. Era inevitabile che nelle istituzioni e nelle conferenze internazionali essa, con tutto il suo peso, cercasse di far pendere la bilancia dalla parte del revisionismo.

Dev’essere perfettamente chiaro, comunque, che, nel perseguire questa politica, la pace costituiva il motivo principale e lo scopo fondamentale della Gran Bretagna. Essa appoggiò la revisione per mantenere e proteggere la pace.

Di fronte a una revisione che minacciasse la pace essa si sarebbe sempre schierata dalla parte degli antirevisionisti. In altre parole, essa non approvò mai l’uso della forza, e vedeva di buon occhio solo la revisione perseguita con mezzi pacifici.

Mentre il revisionismo italiano teneva in ben poco conto la pace, la Gran Bretagna era nello stesso tempo per la revisione e per la pace.

Il revisionismo, però, da solo non si reggeva. Esso era destinato all’insuccesso se contemporaneamente non veniva rafforzata la sicurezza collettiva.

Il timore della revanche era il possente alleato dell’antirevisionismo; occorreva arrivare a mitigarlo, altrimenti avrebbe bloccato qualsiasi progresso verso la revisione.

Ma che cosa riuscì davvero a fare per la sicurezza la Gran Bretagna? Che cosa, per rafforzare la Società delle Nazioni nella sua qualità di guardiano della pace; per attuare l’articolo 16 del patto, che riguarda le «sanzioni» che devono essere collettivamente applicate contro chi aggredisca senza essere provocato?

Quando, nel 1935, l’atto di aggressione di Mussolini in Africa fece sì che la Gran Bretagna si rivolgesse alla Società delle Nazioni, a questo grande foro moderno del diritto internazionale, molti milioni di inglesi sentirono parlare per la prima volta delle «sanzioni della Società delle Nazioni».

Quest’espressione divenne loro familiare, in realtà, solo dopo che per settimane la richiesta di un’azione per fermare l’Italia echeggiò amplificandosi nei giornali inglesi.

Questo semplice fatto, più di qualsiasi altra cosa, prova definitivamente quanto la politica estera britannica, negli ultimi sedici anni, fosse lontana dal seguire una genuina «linea della Società delle Nazioni». Come ogni inglese ormai sa, le «sanzioni» costituiscono il cuore della sicurezza collettiva, e la sicurezza collettiva costituisce l’essenza della Società delle Nazioni.

La Gran Bretagna per molti anni aveva garantito la sua adesione alla Società delle Nazioni. Furono vani, però, tutti gli sforzi della Francia per indurla ad aderire al principio dell’assistenza reciproca fino ad ammettere sanzioni militari contro l’eventuale aggressore.

Nel 1924 Ramsay Macdonald, primo ministro del primo governo laburista, aveva firmato il Protocollo di Ginevra — un documento accuratamente predisposto, nel quale era incorporato il triplo principio della mutua assistenza, dell’arbitrato e del disarmo.

Ma i suoi successori considerarono tale documento tanto poco importante, da non sentirsi in dovere di spiegare per quali ragioni lo ricusassero. In generale, la pubblica opinione britannica rifiutò con forza l’idea di «nuovi impegni» nel Continente, specialmente se sembravano rivolti a soddisfare le esigenze di sicurezza dei francesi.

Ci sono diverse ragioni dietro questo atteggiamento. Alla luce degli eventi che seguirono esso può sembrare effetto di mera miopia politica e di sorpassate idee isolazioniste proprie della mentalità dei die-hards, dei conservatori più duri.

Ma questa spiegazione trascurerebbe aspetti importanti della situazione. Una volta stabilito un sistema generale di assistenza reciproca, una grande potenza marittima come la Gran Bretagna avrebbe potuto essere coinvolta in azioni belliche più facilmente e più spesso degli altri paesi. Infatti le sanzioni della Società delle Nazioni sarebbero consistite il più delle volte in un blocco al traffico marittimo del paese aggressore, un blocco che avrebbe dovuto essere attuato dalla flotta britannica.

Ogni volta che e in qualsiasi parte del mondo la pace fosse stata turbata, la Gran Bretagna si sarebbe trovata praticamente in guerra, anche quando gli altri paesi o almeno la maggior parte di essi avrebbero potuto star fuori dal conflitto e rimanere neutrali.

Inoltre, questa sarebbe stata la via più sicura per ingarbugliare i rapporti della Gran Bretagna con gli Usa, dato che questo paese non era membro della Società delle Nazioni e non pareva disposto ad accettare i principi secondo i quali la Gran Bretagna e le potenze della Società delle Nazioni avrebbero eventualmente messo in atto il blocco.

Gli Usa propugnavano tradizionalmente la libertà dei mari, ciò che in pratica significava il rifiuto di riconoscere il diritto marittimo come la Gran Bretagna lo intendeva.

Infine, gli inglesi avevano sempre seguito la regola di non impegnarsi a priori in questioni di guerra e di pace. Perché mai avrebbero dovuto discostarsi da questa veneranda linea di condotta, assecondando la mania francese della sicurezza e l’ostruzionismo contro qualsiasi revisione dei trattati?

La possibilità di addivenire a una revisione sembrava loro una questione di pura giustizia, e di buon senso. I francesi e i loro alleati non trovarono mai la Gran Bretagna ansiosa di mettersi dalla loro parte, in qualsiasi modo essi proponessero di affrontare la questione della sicurezza collettiva.

Che si trattasse del Protocollo per la mutua assistenza di Herriot, della Pan-Europa di Briand, della Polizia internazionale di Tardieu, della definizione dell’aggressore di Litvinov o delle cinture di sicurezza regionale di Paul Boncour, la Gran Bretagna mantenne un atteggiamento di distacco, se non di aperta ostilità.

Locarno

C’è però una notevole eccezione. Nel 1925 la Gran Bretagna decise di partecipare a un’iniziativa per la sicurezza regionale, che restò per più di dieci anni la salvaguardia della pace nell’Europa occidentale.

Il trattato di Locarno offrì alla Francia e al Belgio una garanzia contro eventuali attacchi non provocati della Germania. Formalmente il trattato era reciproco, e anche la Germania veniva salvaguardata da un attacco francese: una disposizione che appariva tutt’altro che superflua, visto che nel 1923 le truppe di Poincaré avevano invaso la Ruhr.

Non la Germania, comunque, ma la Francia era stata la forza motrice del trattato di Locarno, acclamato dai francesi come un primo importante contributo della Gran Bretagna alla sicurezza collettiva.

È vero che si trattava di un impegno regionale, poiché era limitato alla frontiera occidentale della Germania e alla zona smilitarizzata della Renania e, inoltre, lasciava alla Gran Bretagna stessa l’effettiva decisione di un intervento militare; tuttavia, il principio della mutua assistenza contro aggressioni non provocate veniva chiaramente e definitivamente stabilito.

Anche in questo caso, come in quello del revisionismo, la Gran Bretagna agì conformemente alla sua politica estera tradizionale, nella quale rientrava la difesa dei Paesi Bassi nel caso che venissero invasi.

Anche in questo caso, d’altra parte, come riguardo al revisionismo, i motivi tradizionali della politica inglese erano rafforzati da argomenti più attuali, come il riconoscimento che una maggiore sicurezza era necessaria se la Francia e i suoi alleati dovevano lasciarsi convincere ad avventurarsi nel mare tempestoso del revisionismo.

In effetti, rifiutando di salvaguardare la Polonia contro aggressioni non provocate della Germania, la Gran Bretagna incoraggiava, praticamente, una revisione pacifica della frontiera orientale tedesca. Con Locarno, comunque, la Gran Bretagna si era avvicinata molto alla Società delle Nazioni.

Questo doveva rimanere, per dieci anni, il suo ultimo contributo alla sicurezza collettiva. Forte del trattato di Locarno, essa sentiva più che mai giustificata la propria opposizione all’«attuazione» dell’articolo 16 (sulle sanzioni) del patto.

Le precoci simpatie della Gran Bretagna per il revisionismo provano che essa guardava lontano. Tuttavia, il fatto che essa fosse tanto tiepida riguardo al principio della sicurezza collettiva fa pensare, oggi, che nella sua politica essa non abbia guardato abbastanza lontano.

Se esisteva una possibilità di superare senza traumi e pacificamente il cosiddetto sistema di Versailles, di superarlo con il consenso sia dei paesi sconfitti sia dei vincitori, essa fu sprecata, tradita, quando il protocollo di Ginevra del 1924 fu respinto dalla Camera dei Comuni.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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