Siamo ancora nel mondo di Stalin?

I 75 anni della Conferenza Jalta, il capolavoro di Stalin

Vai agli altri articoli della serie “La società liberale e i suoi nemici”

Image for post

L’ombra lunga di Jalta

I russi sono secondi a pochi quanto si tratta di difendere gli interessi nazionali. L’intera storia della loro diplomazia è nazionalistico-centrica. Stalin è stato, forse, il più grande maestro dell’arte della trattativa, escludendo naturalmente il pontifex maximun della disciplina, Donald Trump.

Alla Conferenza di Jalta, settantacinque anni fa, il capo sovietico ottenne tutto quello che voleva riscrivendo per decenni, secondo la sua visione, il mappamondo.

Ottenne il nulla osta alla sovietizzazione di tutti i territori che l’Armata Rossa aveva occupato secondo il principio che ognuno a casa propria gasa chi vuole. Fece qualche controllata concessione all’idealismo di Roosevelt e della sua signora Eleanor. La fece anche all’imperialismo di Churchill preoccupato che il sole cessasse di tramontare su qualche piccolo lembo di Terra dell’Impero britannico.

I francesi, che pensavano di avere ancora la Grande Armée, neppure avevano ricevuto l’invito per Jalta. Stalin non li voleva e neanche Churchill. E i francesi non lo perdonarono agli inglesi. Un peccato originale della relazione tra le isole britanniche e il continente europeo.

In Asia Stalin accettò il pressante invito di Roosevelt a entrare in guerra nel Pacifico. A guerra praticamente finita invase la Corea. Qui sostituì ai giapponesi la dinastia rossa dei Kim che ancora malamente imperversa.

A causa di questa ombra lunga di Jalta, Diana Preston, che insegna Storia moderna a Oxford, in un intervento sul The New York Times si pone un quesito fondamentale a proposito da Jalta, a 75 anni da quell’evento. Si chiede: “Stiamo ancora vivendo nel mondo di Stalin?”.

Beh, sembra proprio di sì.

Image for post
I tre protagonisti della Conferenza di Jalta posano per i fotografi nel febbraio 1945. Da sinistra, Winston Churchill, primo ministro inglese, Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Unit e Iosif Stalin, segretario generale del Partito Comunista e presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS.

Jalta, Crimea, 1945

Image for post
Eight Days at Jalta: How Churchill, Roosevelt, and Stalin Shaped the Post-War World, lo studio che lo storico di Oxford, Diana Preston, ha dedicato all’incontro che ridisegnò la mappa del mondo.

Se oggi chiedessimo agli esperti di sicurezza globale che cosa li tiene svegli la notte, la risposta unanime sarebbe: “L’Ucraina e la Crimea, la Penisola coreana e l’Europa occidentale post Brexit”. Guarda caso, tutti e tre i problemi possono essere ricondotti a una breve conferenza iniziata un martedì di fine gennaio di settantacinque anni fa.

L’incontro avvenne in una località turistica della Crimea di nome Jalta. Vi si riunirono i tre leader alleati, Franklin Roosevelt, Winston Churchill e Joseph Stalin. La guerra stava finendo e loro si trovavano lì per decidere che cosa sarebbe venuto dopo.

Tra le questioni più urgenti in agenda c’erano i confini e le istituzioni democratiche della Polonia, che Roosevelt e Churchill si erano impegnati a garantire. Nel febbraio del 1945 l’Armata Rossa aveva il controllo di gran parte dell’Europa orientale. Come amava dire Stalin: “Chi occupa un territorio impone a esso il proprio sistema sociale”.

L’Unione Sovietica era semplicemente troppo potente per resisterle.

Operazione impensabile

Roosevelt e Churchill combatterono per l’autodeterminazione della Polonia e di altri Paesi dell’Europa orientale, ma alla fine si assicurarono solo promesse vaghe che l’Occidente non aveva modo di far rispettare e che Stalin violò solo poche settimane dopo.

La Polonia era la ragione per cui la Gran Bretagna era andata in guerra nel 1939; un fatto che Churchill non aveva dimenticato. Poco dopo il ritorno da Jalta, chiese ai suoi generali di valutare il costo dell’uso della forza per costringere Stalin a fare un accordo equo con la Polonia.

La risposta fu che ci volevano 45 divisioni angloamericane, diverse polacche e 100.000 truppe tedesche riarmate. I comandanti soprannominarono l’idea di andare in guerra contro l’Unione Sovietica “Operazione Impensabile”. Naturalmente lo era. Un anno dopo, Churchill dichiarò che una cortina di ferro era scesa su tutta Europa.

L’Europa orientale

Anche se l’Unione Sovietica è crollata trent’anni fa, le divisioni e le criticità restano immutate. Non è un caso che il punto cruciale della divisione tra Russia e Occidente sia in Ucraina e in Crimea, annessa da Vladimir Putin. Proprio come nel 1945, i leader occidentali sapevano di avere ben poche opzioni praticabili oltre le pressioni morali sugli occupanti russi. Stalin una volta disse: “Se hai paura dei lupi, stai lontano dai boschi”. Entrare nel bosco di Putin non sembra meno pericoloso.

La Conferenza di Jalta ha lasciato in eredità altre inquietanti questioni. Uno degli obiettivi principali di Roosevelt a Jalta era quello di assicurarsi l’entrata dell’Unione Sovietica nella guerra contro il Giappone per salvare le milioni di vite americane che credeva sarebbero state il costo dell’invasione del Paese.

Un tempestivo ingresso sovietico in guerra avrebbe potuto costringere il Giappone ad arrendersi. Il presidente americano accettò prontamente le richieste di Stalin di concessioni territoriali e di altro tipo a spese dell’alleato americano e della Cina. Stalin chiese anche concessioni future a un Giappone sconfitto.

Asia e Corea

Image for post
Kim Il-sung, il fondatore della dinastia rossa nordcoreana, arrivò a Pyongyang con l’uniforme di un maggiore dell’Armata Rossa.

Appena cinque mesi dopo, gli Stati Uniti avrebbero testato una bomba atomica. Nel giro di un paio settimane ne sganciarono due sul Giappone. La disponibilità di una nuova potente arma, prima messa in dubbio da molti, Roosevelt e Churchill compresi, rese inutile l’intervento sovietico nel teatro del Pacifico.

Afferrando subito la situazione, Stalin affrettò i suoi piani per attaccare il Giappone. Il 6 agosto 1945, tre giorni dopo che la bomba sganciata su Hiroshima e il giorno stesso della bomba su Nagasaki, l’Armata Rossa spazzò via le forze giapponesi dalla Manciuria e dalla Corea del Nord, detenuta dal Giappone fin dal 1910. Avanzò rapidamente verso il trentottesimo parallelo.

In un accordo vago e affrettato con il comando militare americano, le forze sovietiche raccolsero la resa di tutte le truppe giapponesi a nord di quella linea, mentre le forze americane, con un certo ritardo, lo fecero a sud.

Poco dopo, nonostante l’impegno di Stalin a sostegno di una Corea libera e indipendente, le truppe sovietiche sigillarono il trentottesimo parallelo. Il leader comunista coreano Kim Il-sung arrivò a Pyongyang con l’uniforme di un maggiore dell’Armata Rossa.

Con l’appoggio sovietico, si insediò nella parte settentrionale del paese. Questi sviluppi portarono alla costituzione della Corea del Nord e del Sud, alla guerra di Corea e all’endemica instabilità della regione, nonché all’insediamento della dinastia Kim.

I Kim sono ancora lì.

La Brexit

Image for post
Charles de Gaulle non perdonò mai agli inglesi l’esclusione della Francia da Jalta

Un altro lascito, seppur meno ovvio, della Conferenza di Jalta è la natura del rapporto, molto spesso problematico, della Gran Bretagna con la Francia e, per estensione, con l’Unione Europea. Il generale Charles de Gaulle, il leader delle forze francesi libere, aveva insistito per essere alla conferenza, ma Roosevelt, Churchill e Stalin si opposero. Il risentimento dell’altezzoso de Gaulle fu così grande che, durante la conferenza, comunicò solennemente al popolo francese che la Francia non si sarebbe sentita vincolata alle decisioni della conferenza. Piuttosto, avrebbe ricercato una politica indipendente.

L’esclusione di de Gaulle da Jalta alimentava la crescente diffidenza della Francia verso quella che vedeva come un’egemonia angloamericana sul mondo del dopoguerra. Nel 1963, e di nuovo nel 1967, pose il veto all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea. Nel 1966 fece ritirare la Francia dalla struttura di comando operativo della NATO.

Alla fine, nel 1973, la Gran Bretagna entrò nell’Unione Europea. Se lo avesse fatto prima, avrebbe potuto integrarsi meglio nel blocco. Anche se è impossibile saperlo con certezza, quarantatré anni dopo, il referendum sulla Brexit avrebbe potuto non essere indetto.

Molti considerano Jalta un compromesso, persino un tradimento. Nel 2005 George W. Bush paragonò Jalta all’accordo di Monaco del 1938. Una resa alla dittatura. Indubbiamente Jalta ha lasciato i popoli dell’Europa orientale in balia dell’Unione Sovietica per quasi mezzo secolo. Ma i leader occidentali avevano poca influenza su Stalin, soprattutto per l’ascendente morale e la popolarità l’Unione Sovietica. Quest’ultima aveva sofferto immensamente, più di qualunque altra nazione, durante la guerra.

Roosevelt e Churchill

Dal canto loro, però, gli alleati occidentali raggiunsero molti dei loro obiettivi. Si potrebbe discutere della lungimiranza e della durevolezza di questi obiettivi.

Roosevelt si assicurò l’accordo per il suo tanto agognato sogno delle Nazioni Unite. Gli accordi di veto concordati a Jalta spesso paralizzarono e paralizzano ancora il Consiglio di Sicurezza circa le dispute tra le grandi potenze. Uno qualsiasi dei suoi cinque membri permanenti può porre il veto a una determinata azione. Però, l’organizzazione è un’efficace forza di pace globale. Molte delle sue agenzie, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Alto Commissariato per i Rifugiati, svolgono un lavoro prezioso.

Churchill raggiunse l’obiettivo di conservare l’Impero britannico. Fu una vittoria di Pirro, a brevissimo termine, e, secondo il pensiero moderno, immorale. Mantenendo il controllo di Hong Kong, la Gran Bretagna conservò un avamposto occidentale sulle coste della Cina per molti travagliati anni. Le conseguenze di ciò si stanno vedendo oggi.

Le personalità dei Leader di Jalta

Le trascrizioni della Conferenza di Jalta rivelano parecchio sulle personalità dei leader, quanto sulla politica di Roosevelt, Churchill e Stalin. Le crepe nel rapporto, un tempo molto stretto, tra il presidente americano, freddo e distaccato, e il primo ministro britannico, emotivo e flamboyant, risultarono evidenti.

Per Roosevelt, fu l’ultima occasione di apparire sulla scena mondiale. Già in un visibile declino fisico, morì due mesi dopo. Churchill partecipò alla successiva conferenza alleata, a Potsdam, in Germania, per essere sostituito pochi giorni dopo dal nuovo primo ministro laburista, Clement Attlee.

Rimase solo Stalin.

Le trattative geopolitiche ruotano sempre intorno alle personalità e alle strategie dei leader coinvolti. Chi ha gli obiettivi più chiari, la visione e la determinazione per raggiungerli ha un vantaggio quasi incolmabile.

A Jalta, Stalin mostrò un’accurata conoscenza di tutti gli scenari in discussione, una forte determinazione e la capacità di individuare e sfruttare le debolezze altrui.

Un alto funzionario britannico lo descrisse come “il più straordinario dei tre uomini” e anche “molto tranquillo e sobrio”.

Tre quarti di secolo dopo, la forza tranquilla di Stalin sta ancora modellando gli affari globali.

Diana Preston è l’autore di Eight Days at Jalta: How Churchill, Roosevelt, and Stalin Shaped the Post-War World.

Fonte: We’re Still Living in Stalin’s World di Diana Preston, The New York Times, 4 febbraio 2020.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store