Ritorno

di Claudio Coletta

Racconto della domenica

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Ciascuno di noi conserva nel cuore i propri fantasmi: una bambola rotta, uno scialle dimenticato, una musica nell’aria. Ma alcuni sono fatti di carne e capita che vengano a bussare alla nostra porta nel cuore della notte, portando con sé melodie di miracolosa bellezza. Capita anche che il caso, o il destino, strappi punti alle nostre ferite e lasci colare via il passato per dare spazio a un nuovo futuro.

Claudio Coletta firma un romantico racconto su l’indissolubilità dei sentimenti, la storia su un uomo e una donna uniti da legami impalpabili, che riecheggiano nei ricordi come una canzone indimenticata, destinata a ricondurli l’uno all’altra.

Fu un caso se vidi la luce dei fari risalire la collina, nel buio che anticipava l’alba. Ero reduce da una notte strana, popolata di fantasmi e immagini confuse, e nel dormiveglia mi era tornata in mente la bambola che avevo rotto a Mimmina. Un fatto remoto, dimenticato da sempre, un improvviso bisogno di vendetta dettato da rabbia infantile, punito da un vago rimorso portato a lungo con me, come un fardello inutile. Di quello sì, mi ricordavo ancora. Litigavamo spesso, io e mia sorella, e quando tutto è finito è rimasto il solo rimpianto della nostra rabbia, a tenerci unite. Due sorelle sanno come farsi male, è strategia sottile, intrisa di veleno e di complicità. Nel buio che avvolgeva la stanza, il ricordo di quella scena infantile mi convinse ad alzarmi. Rabbrividivo nella mia vestaglietta di cotone, inutile per un aprile in collina, e la prima cosa che trovai per coprirmi fu lo scialle di lana dimenticato da mia madre nella sua unica visita e appeso vicino alla porta d’ingresso. Sapevo che fra i nodi della lana avrei trovato, appena percettibile, l’ombra del suo profumo e annusarlo fu un gesto istintivo che accese altri pensieri non voluti, e subito cacciati via. Ho messo a scaldare dell’acqua per una tisana, ho spento la luce e mi sono avvicinata alla finestra, in cerca delle prime tracce dell’alba. Stelle non ce n’erano, dense nuvole grigie riflettevano le luci del paese dietro la collina, o forse era la luna in trasparenza, non ricordo più. Stretta nello scialle ho visto i due coni di luce proiettarsi verso il cielo, sempre più vicini, e ho capito che era lui. Non lo aspettavo, sapevo che aveva avuto una data a Trieste, l’ultima prima della pausa di Pasqua, e tornare dopo il concerto sarebbe stata una follia, una di quelle che faceva spesso, a quel tempo.

Entrò allegro, intriso del freddo della notte e delle sigarette fumate. Ci abbracciammo forte, e ci baciammo. Un contatto interminabile, carico di tutte le cose che avremmo voluto dirci e che sarebbero state superflue, fra noi. Frastornata, lo ascoltavo raccontare della sua tournée, del nuovo contratto con la casa discografica di Milano, di quanto fosse bravo il nuovo batterista che dovevo assolutamente conoscere. Tornare era stato un impulso irresistibile, tanto più che doveva trovarsi a Milano l’indomani pomeriggio, per la firma. Non ce l’aveva fatta a rimanere lassù, mi disse, rientrando in albergo aveva chiuso le valigie, era salito in macchina e via, senza neanche salutare i ragazzi che lo aspettavano per cena. Aveva lasciato il numero del ristorante al portiere, pregandolo di avvisarli lui. Andai in cucina, l’acqua che bolliva da un po’ aveva spento la fiamma e c’era odore di gas. Aprii la finestra, senza accorgermi che era arrivato silenzioso dietro di me, sentii però la sua bocca sfiorarmi il collo, le mani posarsi sulle mie spalle. C’era qualcos’altro, che doveva dirmi. Mi girai, lo guardai negli occhi sospettosa, lui sorrise, mi prese per mano e mi condusse in salotto, verso il pianoforte. Ne aveva uno verticale, di modesto valore, ma dotato di una sonorità particolare che lo rendeva diverso da tutti gli altri. L’avevamo scelto fra tanti altri in un magazzino alla periferia di Roma, per portarcelo in Toscana, nel posto in cui avevamo deciso di andare a vivere insieme. Lui lo aprì, si sistemò sullo sgabello, scaldò le dita per un momento, le distese sui tasti. Era successo altre volte, tornavo a casa e lo trovavo irrequieto, ad aspettarmi, perché aveva scritto qualcosa e non vedeva l’ora di farmela sentire. Io gli chiedevo di parlarmene, prima, di raccontarmelo con le sue parole, di spiegarmi cosa aveva voluto descrivere, come c’era riuscito. Quando finalmente si sedeva al piano, invece di suonarlo accennava il motivo a bocca chiusa, accompagnandolo con gli accordi fondamentali, e se aveva qualche parola già pronta la cantava, come un punto fermo dove posarsi appena un istante, prima di continuare il volo. Qualche volta aveva strofe già scritte, o il testo intero, ma era raro. Ne parlavamo insieme e il giorno dopo, o due al massimo, si presentava con lo spartito della canzone completato. Se conoscevo già la musica, e potevo cantarla, lo facevo per lui. È stato attraverso la mia voce che ha ascoltato molte delle sue canzoni, per la prima volta.

Faceva freddo in quell’ora che precede l’alba, mi avvolsi ancora più stretta nello scialle e mi accoccolai sul divano per ascoltare. Non ci furono foglietti né spartiti, niente. Se ne stava in silenzio e immobile davanti alla tastiera e questo mi sorprese, perché non l’aveva mai fatto prima. L’accordo in re minore rimase sospeso nel vuoto per un attimo, quasi a preparare il fraseggio che l’avrebbe seguito, dapprima rallentato, poi via via sempre più rapido, in una sequenza di scale ascendenti. Attraverso un percorso circolare, la successione di note sembrò voler tornare al tema di partenza ma non si trattava che d’illusione, in realtà finiva per protendersi ancora più in alto, verso un accordo di do che annunciava la frase successiva. Una musica senza strofa né ritornello, ciclica come un canone, ripetitiva eppure diversa, capace di demolire le barriere, penetrarti nell’anima, parlarti dentro. Sopra quel miracolo, un testo perfetto nella sua semplicità: la scoperta di amare ed essere amati, la fatica di proteggere quel sentimento e la consapevolezza che non sarà per sempre. Un pezzo magico, uno di quelli che riconosci al primo ascolto, che lo capisci che se ne sta sospeso in cielo, in attesa che qualcuno lo prenda e lo porti giù, rubandolo agli angeli.

Ci amammo a lungo, ripetutamente, senza neanche accorgerci che era già mattino e dopo, quasi subito, lui crollò in un sonno profondo. Ero stremata anch’io ma sentivo che non si poteva sprecare un momento così, avevo voglia di uscire, correre sul prato bagnato dalla notte, urlare al cielo il nostro amore, la nostra fortuna. Invece mi sono alzata, ho chiuso con cura le persiane della camera, ho staccato il telefono e mi sono sdraiata accanto a lui. La sera avevo un concerto a Roma, il sound check col gruppo era fissato per le sei e senza qualche ora di riposo la voce ne avrebbe risentito. Prima di cedere al sonno sono rimasta a osservare il suo profilo disegnato dalla fioca luce sul comodino. Mi sono chinata sul suo volto, ho avvicinato la mia bocca alla sua bocca, ho respirato la sua stessa aria, il fiato che sapeva di legno fresco, e di sigaretta. Poi, dopo aver spento la luce, mi sono sdraiata aderendo alla sua schiena tiepida e ho chiuso gli occhi.

È stato davvero il caso a farci incontrare all’uscita della sala prove dell’auditorio, dopo anni di lontananza? Ero stata invitata alla serata celebrativa della mia prima casa discografica, sapevo che sarebbe stata un’esperienza da evitare, ma Franco, il mio ex manager, ci teneva così tanto che non avevo avuto la forza d’inventare una scusa. L’avevo visto spuntare da una porta laterale, insieme con un tizio che non conoscevo e che gli camminava accanto, parlando fitto. Lui ascoltava solo a metà, aveva un’aria annoiata, l’aspetto molto stanco. Quando mi aveva visto, per un attimo, per un solo infinitesimo attimo, aveva pensato di fare finta di niente e andarsene. Invece aveva messo su un sorriso di meraviglia e mi era venuto incontro con le braccia spalancate, in un gesto teatrale che non gli conoscevo. Qualcosa era pur cambiato, in tutti quegli anni.

«Gloria, come stai, non sai quanto mi fa felice rivederti…»

Mi aveva stretto fra le braccia come si fa con una vecchia amica, mi aveva baciata leggermente sulle guance, prima una e poi l’altra, quindi si era scostato un poco, tenendomi per le mani, per osservarmi compiaciuto.

«Cavolo, ma sei bellissima, non riesco a crederci… la mia Gloria, che sorpresa!»

Non potevo immaginare che il giorno dopo avesse una serata a Roma e mi ero chiesta se fossi venuta lo stesso, con il rischio d’incontrarlo. Forse sì, chissà, le ferite erano ormai ben chiuse, il ricordo del dolore svanito.

«Senti, voglio assolutamente che tu domani venga al concerto. Non accetto scuse, e non venirmi a raccontare che hai serate da qualche parte perché controllerei, ci puoi scommettere.»

Mentre si allontanava veloce verso la vettura di servizio avevo immaginato che nessuno, tantomeno lui, si sarebbe accorto della mia assenza. Questo pensiero mi aveva rasserenato, avrei deciso nel pomeriggio, con tutta calma. Impegni per il giorno dopo non ne avevo, e neanche per i successivi, ero padrona del mio tempo e della mia vita, da un pezzo.

È stato avvicinandomi allo specchio, preoccupata dalle tracce della nottata di veglia, che ho ammesso con me stessa di avere già deciso. Sarei corsa ai ripari con il vecchio metodo tante volte usato durante le tournée: un lungo bagno caldo e un’ora di riposo assoluto al buio, con gli occhi chiusi. Per il resto sarebbe bastato un trucco un po’ più accurato del solito e qualcosa di decente addosso. Alle otto ero pronta, con la minacciosa prospettiva di un’ora almeno da riempire. Ho prenotato un taxi, ho preparato una dose abbondante di single malt liscio, mi sono buttata sul divano e ho consentito ai ricordi di tornare, per la prima volta dopo un mucchio di tempo. Nessun bilancio, per carità, solo una sequenza d’immagini lasciate libere di scorrere nei meandri della mente, dopo una vita intera impiegata a respingerle, per istinto di sopravvivenza. Il prato della nostra casa di Trequanda, il bambino desiderato e mai arrivato, il viaggio negli States, l’aurora attesa sdraiati sullo Zabriskie Point, in una personale celebrazione di tutti i miti della nostra generazione. La sera del nostro addio, le sue valigie in fondo alle scale, lui sulla porta socchiusa che mi chiedeva di capire, nonostante tutto. Doveva succedere, prima o poi, e quella non era una serata peggiore di altre per liberarsi di fantasmi trascinati dietro troppo a lungo. Ho sospirato di sollievo, quando il cellulare mi ha avvisato che c’era il taxi ad attendermi sotto casa.

Il mio posto era riservato in prima fila, abbastanza laterale. Dopo la via crucis dei saluti e degli abbracci sono riuscita a sedermi, con gli sguardi della gente alle mie spalle. Tutti sapevano, tutti ricordavano, o erano solo mie paranoie? All’improvviso la voglia di alzarmi e fuggire è stata irresistibile, ho dovuto far ricorso a tutta la mia forza di volontà per restare seduta, per evitare un gesto così plateale. Sarei rimasta fino alla fine, avrei applaudito con entusiasmo e solo a quel punto sarei stata libera di andarmene. Avevo commesso un errore madornale, non mi restava che rassegnarmi, resistere fino in fondo e farcela a tornare a casa più o meno incolume.

Ha iniziato con alcuni brani del suo album uscito da poche settimane. Ne conoscevo un paio di sfuggita, captati alla radio sui taxi o nel supermercato vicino casa, dove imperversava una radio privata con pessima musica italiana. Ho captato la sua strizzatina d’occhi, ricambiandola con un sorriso d’intesa, a quel punto potevo rilassarmi e iniziare a osservare i musicisti che lo accompagnavano. Tutti bravi, giovani e carini. Il chitarrista, magro e flessibile come un giunco, saltava e correva da una parte all’altra del palco. Il ragazzino al basso, dotato di una tecnica notevole, se ne stava immobile come una statua al centro di tutto, lasciando alle sue dita il compito di correre velocissime sulle corde. Un tempo gliel’avrei portato via, il suo giovane bassista. Quello alla batteria era il più anziano e lo conoscevo bene, aveva militato con grosse ambizioni in un paio di gruppi rock negli anni Novanta e solo da poco si era rassegnato a un’onesta carriera nell’ombra, fra studi di registrazione e serate ben remunerate in giro per l’Italia. Un discreto artigiano, convinto di essere un artista di talento sfortunato, ne conoscevo a mucchi, così. Una schiera di cui ho fatto parte anch’io, alla resa dei conti. Lui, come al solito, cambiava strumento a ogni canzone. È stato un piacere maligno, misto a un velo di tristezza, accorgersi della pancia messa su, e di come la Fender appesa all’altezza della pelvi gli conferisse un’aria ridicola e vagamente malinconica, da clown invecchiato. Ma quello che più attirava la mia attenzione, nonostante tutti gli sforzi per fare finta di niente, era la sconosciuta violoncellista. Giovanissima, carina, elegante nel suo tubino nero, suonava tenendo lo strumento fra le gambe socchiuse e accompagnava la musica con una specie di danza. Per la verità erano le sole braccia, e con esse l’archetto, a muoversi nelle pause dello strumento, disegnando nell’aria figure immaginarie e flessuose, scenografie scelte per una musica come quella. Se la cavava bene, a giudicare dalla reazione del pubblico. Ho cercato uno sguardo d’intesa, un cenno spontaneo fra loro due, ma non c’è mai stato. Giusto così, ho pensato, e poi chiunque, al suo posto, avrebbe fatto lo stesso. Il concerto è andato avanti bene, il pubblico intorno a me si stava scaldando e lui sfruttava con sapienza ogni trucco del mestiere. La carrellata dei successi proseguiva decisa verso il finale, quello con i vecchi cavalli di battaglia. All’ultimo pezzo ho cominciato a rilassarmi, pensavo che i bis fossero gli stessi di sempre: un paio di canzoni al piano, con lui da solo sotto l’occhio di bue, e per concludere il suo pezzo rock più famoso, fatto apposta per costringere il pubblico ad alzarsi e scatenarsi prima dei saluti. Un copione consolidato, da rispettare fino in fondo. Ero già preparata al supplizio dei saluti in camerino quando le luci si sono spente di nuovo, all’improvviso. In quel momento ho capito che non era finita, l’amaro calice andava bevuto fino all’ultima goccia e me l’ero meritato, stupida come sempre. L’accordo di re minore è partito al buio, nel silenzio del pubblico già in piedi, di nuovo immobile. Anche così, anche nel dolore di una ferita riaperta e strappata punto dopo punto, non ce l’ho fatta a difendermi dalla bellezza di una musica che tornava a penetrarmi dentro, immutata, lacerante come la prima volta che l’avevo ascoltata da lui. In quel momento ho sentito, con assoluta certezza, che la stava suonando per noi, che quei tre minuti di grazia erano dedicati al nostro percorso di vita insieme, alla nostra giovinezza. Ed è stato il sapore ritrovato della felicità, l’ombra di tutto il riso e di tutto il pianto vissuto con lui a riportarmi a quella sera in Toscana, avvolta dallo scialle di mia madre, e a convincermi, questa volta, a uscire a piedi nudi sul prato bagnato, a viverlo fino in fondo quel futuro che sembrava non dovesse finire mai, e che ha fatto presto a diventare passato.

Claudio Coletta è nato a Roma nel 1952. Di professione cardiologo, ha all’attivo una lunga attività di ricerca scientifica in ambito clinico, con numerose presentazioni e pubblicazioni su prestigiose riviste di medicina nazionali ed estere. Appassionato di cinema, nel 2007 ha fatto parte della giuria internazionale del Festival del Cinema di Roma. Scrittore di racconti di vario genere, nel 2011 ha pubblicato il romanzo noir Viale del Policlinico per Sellerio, a cui sono seguiti Amstel blues (2014), Il manoscritto di Dante (2016); a breve uscirà Prima della neve per la stessa casa editrice. Soprattutto, è un appassionato lettore di narrativa contemporanea e di grandi classici.

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