Riflessioni sensate sulla politica dell’Amministrazione Biden in Ucraina

di Thomas Friedman

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Questo contributo di Thomas Friedman, editorialista di punta del “New York Times” e molto addentro alle faccende di politica internazionale, è una delle cose migliori che siamo state scritte sulla politica dell’Amministrazione Biden in Ucraina, in particolare sull’indirizzo che ha preso nell’ultimo torno di tempo.

È un contributo molto importante che lo avvicina molto alle posizioni europee che fanno riferimento a Emanuel Macron e anche a Mario Draghi.

Vi proponiamo nella sua integralità l’articolo apparso sul quotidiano di “New York”.

Buona lettura!

Meglio parlare poco

Essendo cresciuto nel Minnesota, sono stato un grande tifoso della locale squadra di hockey, i North Stars, che avevano un radiocronista sportivo, Al Shaver, dal quale ho ricevuto la prima lezione di politica e strategia militare. Concludeva le sue radiocronache con questa frase: “Quando perdete, parlate poco. Quando vincete, ancora di meno. Buonanotte e buon sport”.

Il Presidente Biden e la sua squadra farebbero bene ad considerare la massima di Shaver.

La settimana scorsa, in Polonia, vicino al confine con l’Ucraina, il Segretario alla difesa americano Lloyd Austin ha catalizzato la mia attenzione — e sicuramente quella di Vladimir Putin — quando ha dichiarato che l’obiettivo dell’America in Ucraina non è più solo quello di aiutare l’Ucraina a ripristinare la propria sovranità, ma anche quello di neutralizzare la Russia. Ha detto testualmente:

“Vogliamo vedere la Russia indebolita al punto da non poter più fare il tipo di cose che ha fatto invadendo l’Ucraina. Francamente ha già perso molte delle sue capacità militari e anche parecchie delle sue truppe. Vogliamo che non siano in grado di replicare in tempi stretti le capacità perdute”.

Per favore, ditemi che questa dichiarazione è il risultato di una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale guidata dal Presidente. E che tutti insieme hanno deciso, dopo aver soppesato attentamente tutte le conseguenze di secondo e terzo ordine, che è nel nostro interesse e nel nostro potere degradare a tal punto le forze armate russe che non saranno più in grado di esprimere capacità aggressiva — presto? mai? non è chiaro — e che possiamo ottenerlo senza rischiare una risposta nucleare da parte di un umiliato Putin.

Le conseguenze delle parole in libertà

Non ho dubbi: spero che questa guerra finisca con l’esercito russo fortemente ridimensionato e con Putin esautorato. Ma non lo direi mai pubblicamente se fossi al comando, perché non ti fa guadagnare nulla e può costarti potenzialmente molto.

Le parole in libertà affondano le navi e gettano anche le basi per una guerra fuori misura, per illazioni sullo scopo della missione, per uno scollamento tra fini e mezzi e per enormi indesiderate conseguenze.

La squadra di Biden si è spinta troppo in avanti su questa piano combinando pasticci che hanno richiesto troppi interventi correttivi. Ad esempio, poco dopo la dichiarazione di Austin, un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale ha dichiarato, secondo la CNN, che i commenti del segretario riflettevano gli obiettivi degli Stati Uniti, ovvero “rendere questa invasione un fallimento strategico per la Russia”.

Bel proposito, ma si tratta di un proposito artificioso. Costringere la Russia a ritirarsi dall’Ucraina non significa dichiarare che vogliamo vederla indebolita a tal punto da non poter più operare in quel modo: questo è un obiettivo di guerra non ben definito. Come si fa a sapere quando è stato raggiunto? Ed è un processo senza fine, continueremo per sempre a lavorare per ilridimensionamento della Russia?

A marzo, in un discorso in Polonia, Biden ha detto che Putin, “un dittatore, deciso a ricostruire un impero, non cancellerà mai l’amore di un popolo per la libertà”, e poi il presidente ha aggiunto: “Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere”.

Un obiettivo chiaro e semplice

La Casa Bianca ha dovuto correggere queste parole del Presidente precisando che Biden “non stava parlando del potere di Putin in Russia, o di un cambio di regime”, ma piuttosto stava facendo notare che a Putin “non può essere dato il permesso di esercitare il potere sui suoi vicini o sulla regione”.

Un’altra insalata di parole in libertà che mi convince del fatto che il Consiglio di sicurezza nazionale non ha tenuto una riunione per stabilire i limiti in cui inizia e cessa il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’assistenza all’Ucraina. Invece, succede che le persone dell’Amministrazione sono libere di parlare e di agire. Questo non va bene.

Il nostro obiettivo è iniziato in modo semplice e deve rimanere tale. Dobbiamo aiutare gli ucraini a combattere finché hanno la volontà di farlo e aiutarli a negoziare quando ritengono che sia il momento giusto per farlo, in modo che loro possano ripristinare la loro sovranità e noi possiamo riaffermare il principio che nessun Paese può divorare un Paese vicino. Se ci si spinge oltre, si rischiano guai.

In che senso? Per cominciare, non voglio che l’America sia responsabile di ciò che accade in Russia se Putin viene rovesciato. Perché è molto probabile che si verifichi una di queste tre scenari:

(1) Putin viene sostituito da qualcuno peggiore di lui.
(2) Scoppia il caos in Russia, un Paese con circa 6.000 testate nucleari. Come abbiamo visto nella primavera araba, l’opposto dell’autocrazia non è sempre la democrazia, ma spesso è il disordine.
(3) Putin viene sostituito da qualcuno migliore di lui. Un leader migliore in Russia renderebbe migliore il mondo intero. Prego per questo. Ma perché questa persona abbia legittimità in una Russia post-Putin, è fondamentale che non sembri che l’abbia installata l’America. Deve essere un processo che avviene in Russia ed è riconosciuto come russo.

Quale scenario è meglio

Se abbiamo lo scenario n. 1 o n. 2, non vorrei che il popolo russo o il mondo ritenessero l’America responsabile di aver scatenato una prolungata instabilità in Russia. Ricordate la nostra paura delle “bombe in libertà” in Russia dopo la caduta del comunismo negli anni ‘90?

Non vogliamo nemmeno che Putin ci separi dai nostri alleati. Non tutti i nostri alleati sono disposti a partecipare a una guerra il cui obiettivo non è solo liberare l’Ucraina, ma anche spodestare Putin. Senza fare nomi, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha recentemente denunciato che alcuni alleati della NATO “vogliono che la guerra continui. Vogliono che la Russia diventi più debole”.

Ricordate: molti Paesi del mondo sono neutrali in questa guerra perché, per quanto possano simpatizzare con gli ucraini, non amano vedere l’America o la NATO comportarsi come il bullo di turno — anche nei confronti di Putin. Se questa sarà una guerra lunga e l’Ucraina riuscirà a recuperare tutto o la maggior parte del suo territorio, è fondamentale che venga percepita come Putin contro il mondo, non come Putin contro l’America.

E facciamo attenzione a non aumentare troppo le aspettative degli ucraini. I piccoli Paesi che improvvisamente ottengono l’appoggio delle grandi potenze possono inebriarsi. Molte cose sono cambiate in Ucraina dalla fine della Guerra fredda, tranne una: la sua geografia. È ancora, e sarà sempre, una nazione relativamente piccola al confine con la Russia. Dovrà scendere a compromessi difficili prima che questo conflitto finisca. Non rendiamoglielo ancora più difficile aggiungendo obiettivi irrealistici.

L’Ucraina non è la Danimarca

Allo stesso tempo, bisogna stare attenti ad innamorarsi di un Paese che appena un anno fa non si riusciva a trovare su una mappa dopo aver fatto 10 tentativi. L’Ucraina ha una storia di corruzione politica e di oligarchi malavitosi, ma stava facendo progressi verso le riforme democratiche prima dell’invasione russa. Non è diventata la Danimarca negli ultimi tre mesi, anche se, Dio li benedica, molti giovani ci stanno provando e vogliamo sostenerli.

Ma nel 1982 ho visto un film che non riesco a togliermi dalla testa. Gli israeliani si erano innamorati dei falangisti cristiani del Libano, con i quali si allearono per cacciare l’OLP di Yasir Arafat da Beirut. Insieme volevano riprogettare il Levante, ma sono andati troppo oltre. Questo ha portato ad ogni tipo di conseguenza indesiderata: il leader falangista fu assassinato; Israele rimase impantanata in Libano; e nel sud del Libano si affermò una milizia sciita filo-iraniana che resistette agli israeliani. Si chiamava “Hezbollah”. Ora domina la politica libanese.

Avere obiettivi precisi e limitati

La squadra di Biden ha fatto bene finora con i suoi obiettivi limitati. Dovrebbe rimanere incollata a quelli.

Nader Mousavizadeh, fondatore e amministratore delegato di Macro Advisory Partners, una società di consulenza geostrategica, ha spiegato bene il lavoro dell’Amministrazione Biden:

“La guerra in Ucraina ha dato all’Amministrazione l’opportunità di mettere in campo risorse che solo gli Stati Uniti hanno nel mondo di oggi: quella di forgiare e mantenere un’alleanza globale di Paesi per affrontare un atto di aggressione autoritaria; quella di disporre di una superarma economica sanzionatoria che solo il dominio del dollaro nell’economia globale rende possibile.
Se gli Stati Uniti continueranno a impiegare efficacemente queste due risorse — ha aggiunto –miglioreranno notevolmente il nostro potere e la nostra posizione a lungo termine nel mondo e invieranno un messaggio di deterrenza molto potente sia alla Russia che alla Cina”.

Negli affari esteri, il successo genera autorità e credibilità, e credibilità e autorità generano altro successo. Il solo ripristino della sovranità dell’Ucraina e il fallimento dell’esercito di Putin in quel paese, sarebbe un risultato enorme con benefici duraturi. Al Shaver sapeva quello che diceva: Quando perdi, parla poco. Quando vinci, ancora di meno. Tutti possono vedere il punteggio.

Da: Thomas L. Friedman, A Message to the Biden Team on Ukraine: Talk Less, The New York Times, 3 maggio 2002

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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