Perché ci sono regioni ricche e regioni povere?

Il nuovo approccio degli economisti nella narrazione di “The Economist”

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L’illustrazione di apertura del saggio di “The Economist” dal titolo “Economists are turning to culture to explain wealth and poverty”

La cultura spiega la ricchezza e la povertà

L’economia politica è nata per spiegare le ragioni della ricchezza delle nazioni e per porre rimedio alla povertà di quest’ultime. Una disciplina con un’alta ricaduta sulla società, apparentata strettamente con la filosofia e l’etica.

Nelle opere del fondatore, Adam Smith, è difficile separare queste componenti del pensiero che sono sempre strettamente interlacciate e si richiamano a vicenda, come spiega bene un libro di Claudio Napoleoni, I Fisiocratici, Smith, Ricardo, Marx. Le origini dell’economia politica, ormai divenuto un classico della storia del pensiero economico, recentemente ripubblicato da goWare

Spiegare però le ragioni della ricchezza o della povertà di una comunità e cercare di trarne una teoria economica non è un’impresa che sia ancora riuscita.

Gli economisti classici pensavano che il fattore determinante della ricchezza o della povertà di una comunità fosse la cultura, una categoria, però, troppo inclusiva per ricavarne delle linee chiare di interpretazione.

Caduta e resurrezione dell’economia culturale

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Il “classico” di Claudio Napoleoni recentemente ripubblicato da goWare.

Questo approccio, proprio per la sua genericità, successivamente cadde in disgrazia. Gli economisti andarono a preferirne uno più orientato alla scienza dei dati che via via iniziavano a rendersi disponibili in quantità sempre maggiore. Ma anche questo nuovo metodo non ha portato a nessuna formuazione coerente sulle ragioni delle povertà e la ricchezza delle nazioni.

Recentemente è quindi tornato in auge la cosiddetta “economia culturale”, cioè la forma classica di interpretazione, arricchendosi, però, di nuovi strumenti di analisi e maggiori informazioni fornite dalla storia e dalla sociologia.

L’Economist ha ricostruito da par suo questo percorso del pensiero economico intorno alla ricchezza e alla povertà in un saggio dal titolo Economists are turning to culture to explain wealth and poverty.

Siamo lieti di offrirlo ai nostri lettori in traduzione italiana. Forse è il caso di farci davvero una riflessione visto che le disuguaglianze si vanno sempre più allargando non solo tra le nazioni, ma anche al loro interno.

La nascita dell’economia politica

La nascita della disciplina economica nel XVIII secolo avvenne nel momento in cui alcuni studiosi iniziarono a interrogarsi su qualcosa che non era mai successo prima. All’epoca un piccolo gruppo di paesi stava diventando favolosamente ricco, mentre altri rimanevano indietro. Nel 1500 il Paese più ricco del mondo era due volte più agiato di quello più povero; nel 1750 il rapporto era salito a cinque a uno.

Non è un caso che il più famoso libro di economia, pubblicato nel 1776, si interroghi proprio sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni.

Per spiegare una tale divergenza tra paesi ricchi e paesi poveri, i primi economisti si concentrarono sulla cultura, un termine che comprendeva le credenze, i gusti e i valori di una società. Adam Smith, l’autore de La ricchezza delle nazioni, esplorò i vari modi in cui la cultura aiutava o ostacolava l’economia.

Egli sosteneva che certe condizioni, diciamo culturali, sono necessarie affinché le economie di mercato possano prosperare. Una cosa molto importante è che le persone non siano motivate solo da loro privato interesse, ma lo soddisfino nel rispetto dei bisogni degli altri componenti della comunità.

Marx e Weber

Karl Marx, qualche decennio dopo, temeva che una cultura che definì del “dispotismo orientale” impedisse l’emergere del capitalismo in Asia. Lo storico della Scuola di Francoforte Karl August Wittfogel dedicò un monumentale studio alla questione del dispotismo orientale. In questo libro fondamentale postulava una stretta connessione tra il tipo di tecniche agricole e gli sviluppi socio-politici delle nazioni orientali.

Le speculazioni di Smith, Marx, e altri, alla fine dei conti, erano teorie. L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, pubblicato nel 1905, le rese più concrete e reali. Weber sosteneva che i protestanti, in particolare i calvinisti, favorirono l’emergere del capitalismo grazie a una forte etica del lavoro. Una spiegazione che ebbe una larga fortuna, ma lasciava ancora in ombra molti aspetti cruciali.

La messa in discussione dell’economia culturale

A metà del XX secolo tali teorie culturali cominciarono a cadere in disgrazia. La rapida ascesa dell’economia giapponese negli anni Cinquanta del secolo scorso, e più tardi quella delle “tigri” asiatiche, ha messo in crisi l’idea marxista-weberiana che la sola cultura occidentale fosse un ambiente favorevole all’industrializzazione.

Allo contempo, la crescente disponibilità di dati con cui condurre analisi statistiche sui fenomeni economici ha fatto sì che l’attenzione degli economisti si spostasse altrove.

Perché preoccuparsi di questioni difficili da misurare come la morale, quando è possibile utilizzare dati come l’accumulazione di capitale, i salari o l’occupazione per costruire un modello di interpretazione?

Nel 1970 Robert Solow, insignito del premio Nobel, ha scritto che i tentativi di spiegare la crescita economica in riferimento alla cultura sono finiti “in un tripudio di sociologia dilettantesca”.

Ma l’interesse per la cultura è, in ogni caso, rimasto, e in effetti sta tornando in auge. A partire dagli anni Ottanta, classi di dati come quelli del World Values Survey e del General Social Survey hanno reso più facile misurare quantitativamente le preferenze culturali delle comunità e metterle in relazione con i risultati economici.

Le principali riviste economiche includono regolarmente articoli sull’importanza della cultura nella formazione della ricchezza. Molte riviste di settore si sono rese conto dei limiti del puro ragionamento economicistico.

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Robert Putman e il caso italiano

Forse il testo più influente contributo alla rinascita dell’interpretazione culturale dell’economia è stato Making Democracy Work, un libro del 1993 di Robert Putnam. Putnam cercò di capire perché il Nord Italia è più ricco del Sud, e trovò la ragione in quello che lui chiama “capitale sociale”.

Putnam argomenta che la gente del Sud Italia era fortemente leale alla propria famiglia e assai diffidente nei confronti degli estranei, mentre la gente del Nord era ben pronta a stringere legami con gli estranei.

Al nord la gente leggeva più giornali, era più propensa a partecipare ad associazioni sportive e culturali, e votava più frequentemente nelle elezioni.

Questo, secondo la teoria dell’economista americano, ha contribuito a migliorare il governo locale e a rendere più efficienti le transazioni economiche, che a loro volta hanno prodotto una maggiore ricchezza. Bisogna però dire che Putnam non è chiaro riguardo al meccanismo preciso tramite cui una cosa porta all’altra.

Sulla scia di Putman

Un gruppo di ricercatori, in gran parte italiani, si sono ispirati all’opera di Putnam, ampliandone le idee e cercando spiegazioni culturali sulle ragioni del perché alcune aree sono ricche e altre povere.

In un articolo del 2004, Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales, sempre guardando all’Italia, rilevavano che nelle aree ad alta capitalizzazione sociale le famiglie investivano più in azioni, facendo meno ricorso al credito informale.

Inoltre nelle aree in cui le persone non si fidavano veramente di coloro che erano al di fuori dal cerchio famigliare, era essere difficile formare grandi organizzazioni imprenditoriali così da poter beneficiare di economie di scala e delle nuove tecnologie.

Questo suggerisce che non è un caso che l’impresa media in Lombardia, una ricca regione del Nord Italia, abbia 13 dipendenti di media, contro i cinque della Calabria, una regione povera del Sud.

Oltre l’Italia

Altri hanno guardato oltre l’Italia. In A Culture of Growth, pubblicato nel 2016, Joel Mokyr, della Northwestern University, pone il “principio di contendibilità” come la ragione per cui alcuni Paesi si sono industrializzati ma altri no.

Organizzazioni come la Royal Society, fondata a Londra nel 1660, erano forum per lo scambio di idee, dove la gente esponeva le proprie scoperte e criticava ferocemente le teorie altrui. A tutti i livelli c’era una forte contendibilità.

Inoltre, con il passare del tempo, l’obiettivo delle scienze nell’Europa occidentale si è spostato da quello di “accumulare fatti empirici senza senso”, come dice Mokyr, verso scoperte che avrebbero potuto essere utilizzate nel mondo reale.

L’indagine scientifica è stata alla base dell’eccezionalità economica europea. Non è successo nulla di paragonabile in altre parti del mondo.

Le due questioni sospese

La rinascita delle teorie culturali sulla ricchezza e sulla povertà sembra avere fatto un considerevole passo in avanti dal punto di vista metodologico. Eppure ci sono ancora due grandi questioni alle quali non ha dato risposta. La prima riguarda le origini dei tratti culturali: da dove provengono?

La seconda è: perché comunità provenienti da culture apparentemente simili hanno talvolta esiti economici tanto diversi.

Per rispondere a queste domande, gli economisti hanno imparato ad apprezzare l’importanza della storia e, in particolare, dell’“incidente storico”.

L’incidente storico: Egitto e Namibia

Prendiamo innanzitutto la questione dell’origine dei tratti culturali di una comunità. Alcune ricerche suggeriscono che essi sono il prodotto di cambiamenti avvenuti centinaia di anni fa. Un articolo del 2013 del compianto Alberto Alesina e di due suoi colleghi analizza il motivo per cui alcuni Paesi hanno tassi di partecipazione femminile alla forza lavoro molto diversi.

L’Egitto e la Namibia si equivalgono in ricchezza, ma la quota di donne namibiane nella forza lavoro è più del doppio di quella delle donne egiziane. Alesina attribuisce tali differenze in gran parte alle diversità nell’agricoltura preindustriale e nelle condizioni ambientali.

L’aratura, diffusa in Egitto, richiedeva molta forza nella parte superiore del corpo, quindi gli uomini erano in vantaggio. La shifting cultivation, più comune in Namibia, utilizzava strumenti manuali più maneggevoli, come la zappa, che si adattavano meglio alle donne. L’effetto di queste tecnologie agricole si riflette oggi nelle statistiche sull’impiego della forza lavoro femminile.

Il ruolo delle malattie

Altri economisti guardano alla storia più remota per spiegare le disparità di reddito e di ricchezza. Un articolo del 2019 di Benjamin Enke, dell’Università di Harvard, ha trovato prove del fatto che le etnie preindustriali esposte a un’alta diffusione locale di agenti patogeni mostravano legami di parentela più stretti. Il che significa, in effetti, che le persone erano fortemente compatte nel clan familiare, ma sospettose nei confronti degli estranei.

In un luogo minacciato dalle malattie, gli stretti legami familiari erano vantaggiosi perché riducevano la necessità di viaggiare e quindi diminuivano il rischio di contagi. Le aree che centinaia di anni fa avevano sistemi di parentela più stretti tendono ad essere più poveri oggi. Una situazione che è emersa, per la prima volta, durante la rivoluzione industriale.

Altre ricerche hanno guardato ancora più indietro, suggerendo che i tratti culturali contemporanei sono il risultato di una variazione genetica. Ma questa rimane una ricerca di nicchia, e la maggior parte degli economisti si guarda bene dal parlare di genetica.

Il caso del Guatemala e del Costa Rica

Un corpus di ricerche si concentra sui casi in cui la cultura non è una spiegazione sufficiente per comprendere i risultati economici. Prendiamo il caso del Guatemala e del Costa Rica. “I due Paesi hanno avuto storie simili, geografia ed eredità culturali affini e si sono trovati ad avere le stesse opportunità economiche nel XIX secolo”, scrivono Daron Acemoglu e James Robinson in The Narrow Corridor, un libro pubblicato nel 2019.

Ma oggi il reddito medio del Costa Rica è più del doppio di quello del Guatemala. La ragione della differenza all’inizio è sembrata puramente causale ai due studiosi. Alla fine è diventato chiaro che si trattava del caffè.

In Costa Rica lo sviluppo delle piantagioni di caffè per rifornire il mercato europeo ha portato ad un rapporto più equilibrato tra Stato e società, forse perché il paese aveva molte terre fertili e una piccola proprietà diffusa. In Guatemala, invece, il caffè ha portato alla nascita di un governo rapace.

Il ruolo delle istituzioni

Oltre alla cultura, quindi, un gruppo crescente di economisti guarda alle “istituzioni”, spesso intese come sistema giuridico e normativo. Alcuni economisti culturali sostengono che l’attenzione alle istituzioni dimostra il loro punto di vista: cosa sono le istituzioni se non il prodotto di norme, valori e inclinazioni?

Le diverse convinzioni degli americani e degli europei sulle cause delle disuguaglianze, ad esempio, spiegano perché gli stati assistenziali europei sono più generosi di quelli d’Oltreoceano.

Ma in molti casi la nascita delle istituzioni può non avere nulla a che fare con la cultura di un Paese. A volte è solo “puro caso”.

Joel Mokyr dimostra che l’Europa, frammentata in molti Stati, è stata lo scenario perfetto per l’innovazione: gli intellettuali che avevano sfidato la cultura dominante o erano portatori di un pensiero non omologato, incorrendo così nell’ira delle autorità costituite, poterono trasferirsi altrove. Thomas Hobbes ha scritto “Leviatano” a Parigi. Spinoza è approdato ad Amsterdam

In Cina, sostiene Mokyr, invece, i liberi pensatori avevano poche vie di fuga. Gli europei non avevano pianificato un sistema del genere. È successo e basta.

La salubrità

Altri lavori di Acemoglu e Robinson, insieme a Simon Johnson del MIT, hanno trovato un ulteriore elemento di casualità che può spiegare i modelli odierni di ricchezza e povertà, ovvero quali paesi sono più inclini a certe malattie.

Il tasso di mortalità dei coloni era basso in alcuni paesi colonizzati, come la Nuova Zelanda e l’Australia, in parte perché i tipi di malattie che vi si sviluppavano erano meno virulenti. In altri, come il Mali e la Nigeria, i tassi di mortalità erano molto più alti.

I colonizzatori non volevano stabilirsi in Paesi ad alto rischio di malattie, anche perché volevano solo prendere le materie prime di quei Paesi. Così in paesi come il Mali e la Nigeria, i colonizzatori, invece di stabilirvisi permanentemente, hanno messo in piedi sistemi per massimizzare l’estrazione delle risorse con il minor numero di presenze sul territorio.

Questo, dicono Acemoglu, Johnson e Robinson, ha prodotto sistemi politici rapaci che hanno resistito fino ad oggi.

Ancora lontani da una vera e propria teoria

Gli economisti sono oggi più vicini a rispondere alla domanda fondamentale della loro scienza? Oltre la semplicistica certezza di Max Weber, sembra probabile che alcuni paesi siano ricchi e altri poveri a causa di una combinazione disordinata di fattori: incentivi economici, cultura, istituzioni e casualità. Il fattore più importante è ancora da scoprire.

Nel 1817 Thomas Malthus, uno dei primi economisti politici, scrisse in una lettera a David Ricardo, un altro pensatore economico, che “le cause della ricchezza e della povertà delle nazioni [erano] il grande oggetto di tutte le inchieste di economia politica”.

La rinascita dell’economia culturale a due secoli di distanza dalla nascita dell’economia politica ha aiutato questa ricerca, ma questa è lungi dall’essere terminata.

Fonte: “The Economist”, 3 settembre 2020

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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