Patatine

di Ornella Soncini e Lucrezia Pei

Racconto della domenica

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A volte, è possibile incrociare degli occhi e sentire «qualcosa confuso e caldo, istintuale, come appena uscito da un uovo» che «strilla dentro». Sono sguardi di caccia, scambiati tra predatore e preda. Ed è così che la Ragazza di questa storia si ritrova in un budello di confusi sentimenti, pronti «da digerire». Un inquietante racconto a quattro mani e una lettura d’interpretazione, da mandar giù in un sol boccone.

Fuori dal finestrino il sole cuoce le pietre e la carrozza è una cella frigo.

Attorno, perfetti sconosciuti si lamentano in coro: del climatizzatore, della puzza di piedi, dei bagni malpuliti, del chiasso, del personale, del viaggio, della vita, di. La Ragazza non si unisce: se ne sta per conto proprio, la testa ciondoloni, l’attenzione che si accende e si spegne a ogni sobbalzo sulle rotaie. Ondeggia sul sedile come un assaggio di budino sul cucchiaio mentre il treno va, si arresta, riparte.

L’aria condizionata allunga le mani e la fa tremare sotto jeans e maglia troppo leggeri, scaccia via il sonno che le pesa sugli occhi; siccome non si appisola, pensa, e i suoi pensieri finiscono nello stomaco a pezzi grossi, difficili da digerire. L’amica del cuore lasciata alla stazione e che non rivedrà a lungo; l’ennesima estate persa tra riassunti e schemi, con notti di tre ore e giorni di ventuno; gli esami che la inseguono e la laurea troppo lontana; il tempo che passa e il curriculum che resta magro come un’adolescente senza tette, che nessuno guarderà mai.

Con le dita si tasta la curva bombata e flaccida dello stomaco. In quella tana abita un mostro familiare. Affamato dalle sue paure, si sta stirando. Lo sente farsi gli artigli. Prova a ignorarlo, ma l’ansia la apre da dentro coi denti.

Cerca una distrazione nel cellulare, lo stringe. Ci si aggrappa. Spera in qualche messaggio, ma il treno si tuffa, galleria dopo galleria, per un tempo gelatinoso. Non c’è campo.

Allora non pensare.

Appeso alla sua gamba piegata c’è il libro che stava leggendo. In copertina uomini nudi e piccole creature deformi danzano attorno a una morbida cornamusa rosa su un piatto da portata. A guardarla bene, sembra più un pezzo di carne offerto in sacrificio. Ora che riesce a vederlo, non ha nessuna voglia di andare avanti.

Ogni tanto controlla gli altri passeggeri, i suoi intimi sconosciuti compagni di viaggio, e scopre che certi sono spariti, sfuggendole prima che potesse impicciarsi a modo delle loro vite (tutto pur di non pensare alla propria). Alcuni restano, ma più si avvicina a casa e più rimane sola con la sua valigia e il libro che sta ancora in bilico sulla coscia di budino, e con la sua pancia e l’ansia che l’abita.

Ha fame, ma non c’è da mangiare. Continua a non esserci campo. Posa il cellulare.

Dall’altro lato del corridoio due uomini parlano in napoletano stretto. Non capisce molto: «Quanno se… cuntratta c’‘a…».

Di fronte a loro un ragazzo in tuta impegnato a ruminare, e forse c’è qualcun altro in fondo al vagone.

Ascolta le mascelle del ragazzo lavorare. Forse sono coetanei, forse è più giovane; certo ha un’orribile tuta cerata dello stesso colore del sedile, ce lo fa sprofondare dentro. I loro occhi si incrociano, lui rompe subito il contatto e la plastica del pacchetto geme quando ci ficca dentro la mano.

La Ragazza lo lascia stare e abbassa di nuovo le palpebre. Per fortuna dietro non c’è niente, solo sonno. Permette vinca per un poco.

… Fermate più vicine, adesso.

E a ogni sussulto del treno sussulta anche lei, la bocca semiaperta, l’ansia per quel filo di bava che a volte pende dall’angolo — perderebbe la faccia con un pugno di persone che probabilmente non vedrà mai più.

Non manca molto per arrivare a casa. Il mostro nella pancia si fa più vorace.

La Ragazza si muove un po’ sul sedile, per scrollare via il freddo. Guarda meglio i pochi che scendono e salgono. Si morde le unghie inesistenti, perché se l’è già mangiate l’altro giorno al pensiero di dover tornare e non sono ancora ricresciute.

Con i denti tira via le pellicine da una delle sue brutte dita corte e pensa che è un ammasso senza pregio, tozza come il suo futuro; così, ogni tanto si chiede se non farebbe meglio a morire. Come ora. Buttarsi dal finestrino sarebbe possibile, ci passerebbe?

Ma comunque, si dice.

Raccoglie il libro e lo infila nello zainetto dietro la schiena. Il treno curva la spina dorsale e la valigia quasi le scappa da sotto al piede; ci pianta sopra il tallone con fermezza, tutta tesa, ed è così, mentre cerca di restare intera, che gli occhi le rotolano via.

I napoletani dove sono?, si chiede. Il Ragazzo-che-mastica è ancora lì, continua nel suo lavoro e il sacchetto sembra sempre mezzo pieno.

Quant’è brutto, pensa.

Gli occhi sono piccoli e tondi, lo sguardo da uccello. La bocca, un foro ovale con labbra sottilissime, un buco nero dove le patatine vengono risucchiate. Mastica lentamente, e la fissa. Lei ricambia, un po’ confusa, ma poi distoglie gli occhi. E però torna a guardarlo, e ancora e ancora e ancora. Ogni volta che alza la testa lo vede puntarla, e ne è inspiegabilmente attratta.

Alla fine lui neanche finge. La fissa dritto mentre si ficca le patatine in bocca, le fa sparire nel nero dopo aver ravanato nel pacchetto.

Qualcosa confuso e caldo, istintuale, come appena uscito da un uovo, strilla dentro la Ragazza. Non è il mostro nella pancia, ora zittito. Questa nuova cosa è nata nel cervello, e da lì inizia a scuoterla tutta.

Ti piaccio?, pensa.

E mentre abbassa gli occhi sulle cosce, intreccia le mani sudate. Si sente guardata, ed è così strano che non sa cosa fare di sé stessa. Chissà da quanto tempo lui sta lì, che la guarda.

Se fosse più coraggiosa lo raggiungerebbe, magari. Magari, inizierebbero a parlare. Anche se è brutto. Non le importa poi tanto, e cerca di ignorare la diffidenza per i suoi polpastrelli luccicanti di saliva.

Ma diventa così rosso che la Ragazza sente di provare imbarazzo al suo posto. E il suo piccolo naso emette sbuffi rumorosi.

Mastica ancora e sulle labbra passa la lingua, così rossa da risultare svergognata. La Ragazza non vede denti, un palato, niente. Solo patatine risucchiate in un vacuum, e si trova a ricambiare le occhiate ossessive di quell’oscurità.

A ogni battito di palpebra, ogni volta che chiude gli occhi e subito li riapre, la bocca è più grande. Le labbra non esistono più. Dal nero sbuca fuori solo la lingua, mobile e rossa e veloce. La bocca si allarga e il resto sembra così piccolo.

La Ragazza ha i brividi. Ha freddo, e il freddo la rende più goffa; ha caldo, e il caldo viene da dentro. Sono i minuscoli occhi senza sclera del ragazzo-delle-patatine che la fanno bruciare, è come se le incenerisse i vestiti, perciò le pieghe di carne dietro le ginocchia sono saldate dal sudore, e anche quelle fra ascelle e seni, e gli incavi dei gomiti.

Il Ragazzo-delle-patatine l’ha messa sulla bilancia della fame.

Signorina tutta sola, quanto pesi?

Con gli occhietti cerca il punto più tenero dove poggiare la sua bocca senza denti, succhiare dalla fonte il nutrimento.

Il Ragazzo-delle-patatine non è più una tuta e dieci dita lucide; è una faccia paonazza appena abbozzata, segni particolari: bocca spalancata di uccello che cerca il cibo e lo vuole a tutti i costi, strilla per averlo. Non è più un ragazzo. È un mostro.

Il Mostro-delle-patatine è più pericoloso di quello che stava nella pancia a rosicchiarle la tranquillità. Come certi lupi che “sono pelosi all’interno” — nella testa le friggono le belle parole del libro, presagio di sangue –, più pericolosi di quegli altri, i cugini dei posti selvaggi.

È un mostro educato, a suo modo. Resta seduto e non la tocca nemmeno: la fame è tanta ma lui ha già iniziato a mangiare; la paura è l’antipasto.

Il terrore bussa, toc toc.

La testa della Ragazza, che è la sua parte di pregio anche se adesso è instupidita dal terrore, ordina alle gambe di muoversi e loro, in qualche modo, la mettono in piedi. Ma perché continua a guardare il Mostro-delle-patatine nemmeno il suo bel cervello lo capisce.

Si fissano ancora.

Lui seduto, la busta in grembo; ci infila le dita, le muove proprio agili lì dentro.

Lei è aggrappata mani e piedi alla confusione. Sente le ossa fatte di fil di ferro, che reggono per chissà che miracolo il peso che si portano dietro. Si china, afferra la valigia, raccoglie il cellulare e nasconde come può la scollatura, improvvisamente indaffarata e con uno scopo. Dà la schiena al Mostro-delle-patatine: la testa ancora non le funziona bene, non è prudente, lui potrebbe prenderla alle spalle e fagocitarla in una volta sola con quella sua bocca enorme. Ma non è facile pensare alla vita che forse si sta per perdere, non è facile pensare.

Che assurdità ammettere di poter essere vittima, per giunta di un mostro così. E poi nella carrozza non c’è modo di scappare. La Ragazza è già bolo, pronta per essere digerita. Il mostro ingoia le patatine con il suo buco nero spalancato sulla faccia, la lingua che carezza i lembi. Il corpo della Ragazza sarà il primo piatto dopo il lauto antipasto.

Il treno si ferma.

Lo sbalzo la fa ondeggiare, scuotendole il cervello. Sbatte le palpebre, afferra meglio il manico della valigia. Inizia a camminare. Riesce persino a contare i passi, sempre più numerosi.

Cresce la distanza. Si gira solo una volta — solo una, perché altrimenti potrebbe diventare di sale.

Vede una macchia muoversi veloce oltre porticina che si richiude dietro le sue spalle.

Forse vuole inseguirla, come tutti i mostri in ogni storia degna di essere raccontata. Non resta per scoprirlo, anche se ora che non ce l’ha davanti sembra quasi non sia vero — quasi; è più facile essere saggia adesso.

Percorre qualche carrozza veloce quanto può e si ferma solo quando attorno c’è abbastanza gente. Siede accanto al finestrino, un panetto di burro sciolto.

Attorno, persone in cerca di un posto che sollevano bagagli, li incastrano sotto le poltrone, vivono senza troppe fiabe dell’orrore in testa. Un passeggero le chiede se accanto a lei è libero: lei lo fissa, poi annuisce.

Non può essere niente di diverso da una persona normale.

Il treno riparte.

Guarda fuori e vede, piccola piccola, in fondo alla banchina, una signora trascinare a fatica una grande valigia. Dietro di lei una macchia rossa come il suo cappotto, promessa di morte — ha cambiato colore, ma lo riconosce. Il Mostro-delle-patatine.

Il treno si allontana di più, i due spariscono in fretta.

Tira fuori il cellulare, incastrato nella tasca dei jeans. Le sue brutte dita grassocce tremano, ma riesce a muoverle sullo schermo. C’è campo. Nella testa terrore, ma è lucida: quella cosa affamata è scesa e lei è salva.

Seleziona il numero di suo padre e il telefono squilla.

Si è pisciata addosso e gli occhi sono bagnati di lacrime. Non vede il vicino che arriccia il naso, disgustato.

Pensa: Per qualcuno sono attraente.

Poi la voce di suo padre.

«Papà ciao. Senti, che mi vieni a prendere alla fermata? Non fuori, alla fermata.»

Ornella Soncini, siciliana, finge di essere fiorentina non volendo più parlare siciliano. Laureatasi con una tesi sulla guardaroba di Lucrezia Borgia, si è poi specializza nella formazione editoriale. Collabora con diverse realtà indipendenti (tra cui goWare) in qualità di editor, redattrice, impaginatrice, social media manager e, all’occorrenza, donna dei traslochi. Ha pubblicato racconti, a quattro mani e sotto segretissimo pseudonimo, in alcune antologie.

Lucrezia Pei, nata nella cittadina che ha ispirato C.S. Lewis, sta terminando gli studi alla facoltà di Lettere indirizzo Lingue dell’Università La Sapienza. Traduce dall’inglese e dal francese e anche lei si è specializza nella formazione editoriale. Oltre all’esperienza presso alcune case editrici indipendenti, per goWare ha tradotto due volumi (a breve il terzo) di una serie sulla leadership incentrata sui classici della letteratura. Ha pubblicato racconti, a quattro mani e sotto segretissimo pseudonimo, in alcune antologie.

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