Nero

di Stefano Bonazzi

Racconto della domenica

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Venuto dalle geometriche lontananze di un mare tutto linee rette, sbarcato assieme ad altri disperati come lui: questo è Nero — nero di nome, di pelle, di passato e di futuro. Ad accoglierlo, una donna dalle lentiggini color carota e un buco nel cuore, che gli tende la mano, forse per aiutarlo, forse per aggrapparsi a lui. L’ostacolo della lingua è facile da scavalcare — il bisogno non ha parole — ma a dividerli si erge una barriera impalpabile, fatta di ricordi e perdita, di nome Riccardo… Un racconto su quei muri che avvertiamo senza poterli toccare, e che non sempre abbiamo la forza di abbattere.

Sono sbarcato smuovendo una calca di corpi sudati e tu te ne stavi lì davanti seduta.

Ritagliavi degli ometti sorridenti che si tenevano per mano in una fisarmonica di carta, hai alzato gli occhi e mi hai dedicato un cenno, quasi mi stessi aspettando da un tempo infinito.

Stavamo tutti ammassati, sporchi e terrorizzati, l’aria calda puzzava di sangue, pelle bruciata e fango che ad ogni respiro ti spingeva lo stomaco in gola. Avremmo trascorso la notte a vomitare se non fossimo stati a digiuno da tre giorni.

Non avevo documenti, l’unica anima bastarda senza bagagli. Nemmeno una manciata di stracci anneriti da gettarsi alle spalle a mo’ di zaino. A te non importava, continuavi a osservarmi con il sorriso inclinato di una bambina che ha appena scoperto un insetto raro e affascinante.

Restai immobile incassando spinte e calci come una boa scossa dalle onde perché era proprio così che mi sentivo in quel momento, una dannata boa in balia di onde che non risparmiavano nulla.

Non meritavamo distinzioni dalle merci.

Il primo passo l’hai fatto tu. Hai riposto quella decorazione sulla borsa di corda che tenevi accanto ai piedi, ti sei scrollata le ginocchia dai coriandoli superstiti e mi hai teso una mano.

«Vieni con me.»

Il miglior benvenuto a cui un’anima clandestina possa aspirare.

Cercai di farti capire che non avevo un nome che valesse la pena ricordare e che, se anche lo avessi avuto, le nostre lingue avverse non ci avrebbero mai permesso di condividerlo correttamente.

Non sarei mai stato in grado di parlare la tua lingua, ci tenevo a fartelo capire fin da subito. Non sarei riuscito nemmeno dopo anni di studio, sapevo che non c’era bisogno di tanta apprensione, ma mi sentivo comunque in dovere di chiarire. Avevo convissuto troppo tempo con l’astio degli sconosciuti, tutta quella spontaneità mi metteva a disagio.

Il tuo sorriso non vacillò. Potevo scorgere le sagome delle navi incendiate dal sole nel riflesso dei tuoi occhi.

«Ti chiamerò Nero.»

Scossi il capo.

«Non per il tuo colore, stupido. Perché fino a oggi non vedevo altro.»

Abbiamo camminato fianco a fianco distanziando quella massa di corpi magri e induriti dal sole quando la giornata stava iniziando a mandare i primi sbadigli.

Quelle pelli unte e sudate che per giorni erano stati i miei cuscini e i miei appigli diventavano sagome sfocate contro un tramonto che feriva lo sguardo.

Mentre sfioravo il tuo vestito di tela fine pensavo che ogni porto aveva lo stesso identico odore. L’odore del pesce marcio, delle alghe ammassate attorno ai piloni. Quel tanfo umido che all’inizio sa solo di salato, ma che poi ti si addensa sulla pelle, in mezzo ai peli e alla fine della giornata te lo senti tutto addosso. Mentre cammini in quella città di confine, tra le bucce di lupini che quando le pesti schizzano lontano come gusci d’insetti morti.

Eravamo invisibili, due fantasmi in fuga dal passato, in mezzo a una folla che annegava nel proprio presente.

Casa tua era proprio come me l’ero immaginato mentre odoravo di nascosto i tuoi capelli color carota. Un nido pulito e luminoso, con quadri vivaci e mensole bianche stipate di libri. Un riparo dal mondo che può ferire, un rifugio della grandezza giusta per stiparvi sogni e speranze, senza soccombere ai silenzi di pareti troppo alte o troppo vuote.

C’erano tre gatti che oziavano tra i cuscini del salotto, forse mi leggesti nel pensiero o forse bastò la mia espressione.

«Loro non se ne vanno!» ti affrettasti a chiarire prima di scoppiare a ridere. Anche se avessi parlato la tua lingua non ti avrei mai detto che nel Paese da cui venivo, i gatti noi li mangiavamo ancora vivi.

Ancora te la stavi ridendo che io non feci in tempo a distogliere lo sguardo dalla cornice accanto al divano.

«Lui è Riccardo.»

Prima che il sogno andasse in frantumi.

«Avremmo dovuto sposarci a settembre.»

Abbassai gli occhi cercando di mimare tristezza, lasciandomi ipnotizzare dalle venature del marmo.

«Incidente d’auto. Tornava da una cena di lavoro, non beveva mai ma quella sera l’avevano costretto per colpa di una stupida scommessa.»

Dio solo sa quanto avrei voluto poter pronunciare una parola, mi avvicinai al tuo corpo che aveva iniziato a perder colore. Volevo scaldarti, proteggerti da quell’eclissi che aveva preso a divorarti.

«Quando me l’hanno mostrato era tutto accartocciato in un modo assurdo.»

Iniziasti a piangere, non la smettevi di ripetere il suo nome. «Riccardo, Riccardo», eri caduta in ginocchio e avevi iniziato a sbattere la testa sul tavolino di legno. La foto era caduta in terra, i gatti erano scappati nelle altre stanze.

Ero rimasto solo io, al tuo fianco.

Quella sera cenammo senza accendere le luci.

Il giorno dopo mi portasti all’asilo dove lavoravi.

Sapevamo entrambi che non sarebbe stata una buona idea. Cercai di farti capire che sarei dovuto restare a casa, che ero in grado di badare a me stesso, che non sarei fuggito da nessuna parte e che, anche se non avevo mai creduto nel colpo di fulmine, la mia natura me lo impediva, stavo iniziando a provare qualcosa per te che non era semplice convivenza.

Quelle lentiggini dello stesso colore dei tuoi capelli, la pelle bianca che ti faceva apparire come un alieno… non mi ribellai, non ne ebbi la forza, qualunque cosa sarebbe stata meglio delle tue lacrime.

Le mamme mi guardavano con disprezzo. Solo alcune si avvicinarono chiedendomi il nome, fingendo di esser veramente interessate alla mia situazione, mentre in realtà stavano solo raccogliendo informazioni per accertarsi che il proprio bambino fosse al sicuro. La mia faccia non aveva mai ispirato troppa fiducia, forse proprio per questo mi avevi scelto fra tanti.

Tu non mi perdevi d’occhio un istante.

«Razzista» esclamasti con una di loro.

«Ma che assurdità» rispose la donna. «Cosa c’entra il razzismo, qui si tratta della sicurezza dei nostri figli.»

«Razzista» ripetesti.

Il nostro legame divenne sempre più saldo.

Asciugavo le tue lacrime ogni notte. Dormivo nel suo posto, respiravo nello stesso cuscino. Ero con te, ovunque, proprio come lo era lui. Non era facile riempire la voragine che Riccardo aveva lasciato, ancor meno per uno come me.

Sapevo di esser solo un sostituto, un surrogato. Lo sapevo e non ne facevo un dramma. Solo uno è il primo, tutti gli altri non sono altro che copie, tentativi. Uno dopo l’altro, fino alla fine. Fino alla morte.

Camminammo sulla spiaggia senza sapere dove andare, semplicemente seguivamo la linea dell’acqua fin dove portava lo sguardo. Ci fermammo a guardare i bagni che chiudevano, immaginavamo le voci degli avventori che per tutto il giorno ne avevano impregnato la sabbia.

Guardasti il mare gonfio di sera e la tua faccia pareva dirgli «adesso lasciatemi in pace» oppure «fate silenzio, tutti quanti, non m’importa più quello che avete da dire».

Ti eri seduta sulla sabbia che era ancora capace di far sua la luce del sole, impregnata di calore come una coperta materna. Sei rimasta lì ascoltando il rumore delle macchine che sfrecciavano sulla strada e pensando che mai e poi mai avresti voluto esser in un posto diverso da quello.

«Sai qual è il guaio di questo posto?» mi chiedesti.

Io mi limitai a fissare il tuo viso solcato dal vento.

«È tutto questo infinito. Non ci sono montagne, non ci sono palazzi, solo linee rette. Se lasci andare lo sguardo, poi corri il rischio che non ti torni più indietro.»

Io mi voltai verso il mare che a quelle parole pareva essersi calmato ancor di più.

«Se guardi quelle linee senza arrivare da nessuna parte, prima o poi rischi di impazzire.»

La notte, le pareti della casa vomitavano con violenza il calore del giorno. Le notti erano sempre le peggiori.

La sentivo piangere, ansimare, afferrava le lenzuola con i denti, si strappava la pelle delle cosce incidendole con le unghie, non la smetteva di rigirarsi fino a quando le forze non la lasciavano. Io restavo immobile, fingevo fosse tutto normale.

Finsi anche quella notte.

La notte del primo settembre.

Una notte che sarebbe dovuta essere la notte.

La notte delle nozze.

Si rigirava nel letto, le mutandine scivolavano sulla seta scoprendo quel corpo di giovinezza interrotta. Nell’oscurità, la pelle cerulea e sudata sembrava emanare un bagliore etereo, non potei fare a meno di notare che aveva lentiggini anche sulle cosce, all’interno delle cosce.

Si dimenava come in preda a un incubo ma era sveglia, completamente sveglia. Si portò una mano tra le gambe. Dita giovani e morbide. Dita esperte. Dita che insegnavano a disegnare, che imboccavano e accudivano bambini, bambini di altri.

Dita che non potevano sostituire il calore di un contatto.

Io stavo immobile, fingevo di non vedere, di non sentire.

Ma ero eccitato.

Lei si versò della birra fredda, lasciò che la leccassi.

Che leccassi via quella schiuma insieme ai brutti ricordi, alle delusioni, alle linee troppo rette.

Poi fu lei a tirare verso di sé il mio corpo umido. Fu lei a permettermi di prenderla nel modo più selvaggio, senza lacrime, senza urla, senza voci.

Le volte successive migliorò.

Ci si abitua a tutto.

Divenne sempre più naturale.

Spesso lasciava che la penetrassi fino alla fine, a volte lo facevamo anche in spiaggia, dopo il lavoro, quando le luci degli ultimi bagni di stagione si spegnavano e noi cadevamo esausti sulla riva dopo aver corso ed esserci rincorsi per ore.

A volte mentre veniva si lasciava scappare il suo nome.

Urlava «Riccardo!» mentre le infilavo il cazzo dietro e lei affondava i pugni nel cuscino.

Continuava a ripeterlo per ore: «Riccardo. Riccardo. Riccardo».

Mentre si addormentava, accarezzandomi la coda.

Stefano Bonazzi, nato nel 1983 a Ferrara, web master di professione e grafico pubblicitario, da oltre dieci anni realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte pop surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco e Melbourne. Come autore, ha esordito nel 2011 con il racconto Stazioni di posta nell’antologia Auto Grill. Ha scritto e pubblicato diverse opere. Le ultime sono La strage dell’Italicus con Vittorio Santi (Becco Giallo, 2019) e A bocca chiusa (Fernandel, 2019).

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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