Napoli: masse popolari e idee rivoluzionarie

Eleonora De Fonseca Pimentel e il “Monitore Napolitano” (1799)

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Xavier della Gatta, “La distruzione dell’albero della libertà a Largo di Palazzo”, Collezione Privata, Friburgo. L’albero della libertà era il simbolo della rivoluzione napoletana del 1799. Dopo la caduta della Repubblica Partenopea fu distrutto daisanfedisti. Nel dipinto si vede Largo di Palazzo (Piazza del Plebiscito) e in lontananza, sul colle del Vomero, la certosa di San Martino.

La drammatica frattura tra le minoranze di patrioti illuminati che speravano in un avvenire di libertà e giustizia per tutti e le grandi masse popolari, e soprattutto contadine, ancora fedeli al mondo retrivo dell’Antico Regime, fu all’origine della debolezza di tutte le repubbliche “giacobine” italiane: ed essa ebbe conseguenze che a Napoli assunsero carattere di tragedia.

Nel tentativo di superare quella frattura e di attirare le masse popolari alla causa della rivoluzione si prodigarono i migliori patrioti napoletani; e fra essi, in modo particolare, con i suoi articoli sul «Monitore napolitano», di cui si riportano qui alcuni dei più significativi, Eleonora de Fonseca Pimentel.

Nata a Roma il 13 gennaio 1752 da genitori portoghesi, ma presto trasferitasi a Napoli, la Fonseca Pimentel scrisse di poesia, di scienza, di questioni giuridiche ed economiche. Aderì alle idee rivoluzionarie e nell’ottobre 1798 fu arrestata. Liberata all’arrivo delle truppe francesi fu redattrice principale del giornale ufficiale della Repubblica, il «Monitore Napolitano».

Al ritorno dei Borboni fu condannata a morte dal tribunale straordinario della Giunta di Stato, e il 20 agosto 1799 venne giustiziata. Su di lei, si veda il saggio bellissimo di B. Croce, nel volume La rivoluzione napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1926, pp. 1–83, che ha anche curato la ristampa del «Monitore Napolitano» (E. De Fonseca Pimentel, Il Monitore repubblicano del 1799, a cura di B. Croce, Bari, Laterza, 1943).

Gli scritti qui riportati sono da vedere nella ristampa de I giornali giacobini italiani, a cura di R. De Felice, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 455–459. Cfr., ivi, anche l’introduzione del De Felice, spec. pp. XLIX-XVII.

Educazione della plebe

Mentre noi nel passato foglio invitavamo qualche zelante cittadino a pubblicare delle civiche arringhe nel patrio vernacolo napoletano, onde così diffondere la civica istruzione in quella parte del popolo, che altro linguaggio non ha, né intende che quello; veniva già il nostro desiderio adempito dalla ben intesa graziosissima arringa pubblicata li 15 de lo mese che chìove dall’amico dell’uomo e de lo patriota. A nome di tutti i patrioti rendiam dunque grazia a questo degno cittadino, esortiamo gli altri ad imitarne l’esempio, ed esortiam lui a spesseggiarlo.

Questa parte del popolo, la quale per fintanto che una migliore istruzione non l’innalzi alla vera dignità di popolo, bisognerà continuar a chiamar plebe, comprende non solo la numerosa minuta popolazione della città, ma benanche la più rispettabile delle campagne; e se sopra di questa poggia pur nelle monarchie la forza dello Stato, vi poggia nella democrazia la forza non solo, ma la sua dignità.

Una gran linea di separazione disgiunge fra noi questa parte dal rimanente del popolo, appunto perché non si ha con essa un linguaggio comune. Se ben si rimonti alla cagione de’ nostri ultimi mali, si vedranno derivati particolarmente da questa separazione; e tuttavia la plebe diffida de’ patrioti, perché non gl’intende. In una parola, per fin che lo stabilimento di una educazione nazionale non riduca la plebe ad esser popolo, conviene che il popolo si pieghi ad apparir plebe. Ogni buon cittadino dunque, cui per la comunione del patrio linguaggio, si rende facile il parlare e ’l commischiarsi fra lei, compie con ciò opera non solo utile, ma doverosa.

Le insurrezioni e le loro cause

Continuano ad essere disgustosissime le notizie di varie parti dell’interno della Repubblica. Sembra che in effetto siansi alquanto più tranquillizzati gli Abruzzi; ma in controcambio molti di quei facinorosi si son ripiegati a rafforzare quelli che infestavano le finitime terre già contado di Molise; ed il mal seme dilatandosi nella già provincia di Basilicata e nella Puglia, funestissime voci corrono di varie tragedie avvenute in molte di quelle Comuni.

Ma in un odio così generale del tiranno, in una adesione già così pronta alla democratizzazione, ond’è poi surto un tanto subitaneo furore, che la plebe insorga da per tutto, atterri gli alberi di libertà e si scagli accanita contro tutti i civili, cui ella aveva placidamente aderito? È nella natura di ogni corpo politico che le altre parti dello Stato seguano di ordinario l’esempio e l’impulso della capitale; e la plebe si dà di mano con la plebe, siccome gli altri ordini di cittadini si dan di mano con gli altri ordini dei cittadini.

La nuova della insurrezione della plebe di Napoli, giunta ed ingrandita da’ pubblici rumori negli Abruzzi, ha mosso quella plebe a far causa comune con lei; e di codesta disposizione si è avvaluto lo sciame de’ spioni, de’ denuncianti, degli emissari, infine degli infami ministri del passato governo. L’ex-provincie più vicine alla centrale, sulla nuova dell’entrata dell’armata francese, e della proclamata Repubblica, ne avevano, è vero, seguito l’esempio col democratizzarsi; ma molti di tali scellerati si son ripiegati su tali ex- provincie, e fan corpo con quelli che già in abbondanza vi si trovano, con altri che qui soverchia indulgenza o trascuragine ha fatto sfuggire dalle nostre mani.

A tutti costoro si sono unite bande di fuorusciti e malviventi, di tutte le finitime provincie dell’interno; e tutt’insieme sono andati e vanno tuttavia spargendo che Napoli ha fatto la controrivoluzione; che una potente armata inglese è sbarcata ed ha preso possesso di Napoli a nome del tiranno, che si attende a momenti; quindi la meschina plebe delle provincie, temendo esser vittima dei già sperimentati furori di questo, crede salvarsi e lavar la colpa dell’adesione al cambiamento del governo, collo slanciarsi contra coloro, che glielo hanno persuaso, e tutti gli sacrifica. A questa disposizione si aggiunge, non v’ha dubbio, la rapineria degli assassini, più quella degli impiegati del passato governo, i quali se prima col favor del medesimo rubbavano ed assassinavano placidamente nelle proprie case, or hanno preso le armi in mano per seguir il loro istinto; e siccome per tale impura miscela tanti assassini seguirono fra noi, così pure tutto è ora in quelle parti pieno di stragi e di devastazione.

Ma qual sarà il rimedio a tanto e sì terribile male? Brugiar le comunità, fucilar chiunque porti le armi? No. In molti comuni i pacifici cittadini sono stati obbligati a prenderle dagli stessi insurgenti, ed han dovuto obbedire per non essere fucilati col fatto; in molte le han prese per difender se stessi. Dunque bisogna punire i faziosi, disingannare la generalità. Bisognerebbe perciò, che colle armi francesi si accompagnassero quei commissari del governo de’ nostri cittadini, i quali, ministri di pace, potessero proclamar il perdono alle comuni che rientreranno nell’obbedienza; che potessero proclagmare a nome del governo una legge utile alle provincie; e questa è l’abolizione della feudalità; e coll’una, e coll’altra legge, e colla loro stessa missione, dar una pruova di fatto, che Napoli è sotto un governo repubblicano, e che questo governo è più utile a’ popoli.

Ricordiamone che, quando nei principi della rivoluzione francese accaddero le note stragi in Avignone e la Convenzione si apprestava a punirle, l’eloquente Vergniaud provò che in certe pubbliche straordinarie effervescenze, convien portar i cittadini alla pace col- l’addolcirne i sentimenti col perdono, e non inasprirgli ed animare e far nascere vendetta da vendetta col castigo; e mercé il rancore di esso lasciar sempre nel cuore umano un germe a’ nuovi delitti, al governo una sempre rinascente necessità di punire; e trasse tutta la Convenzione al suo parere. Ricordiamone che Robespierre tentò invano di calmar la Vandée col terrore, e che il generale Hoche la calmò, mostrando l’esercito ed adoprando i proclami; e, se giova prendere esempi da tempi più lontani, ma da popoli di noi meglio istruiti nel governo, rammentiamone che gli Ateniesi ricuperando la loro libertà dai trenta tiranni, intimarono il perdono di tutte le passate stragi e vendette particolari, ed. inventarono allora la nota parola amnistia, che altro non suona che generale oblivione del passato. Perché il castigo sia utile e produca emenda e non distruzione, bisogna perdonar alle popolazioni, punir alcuni individui. Non gittiamo di grazia nel cuor della nostra -plebe delle provincie un seme di dispetto e di risentimento, che per quella tenacità con cui ogni plebe, e più quella delle campagne, ritiene le impressioni una volta ricevute con qualche forza, può in lei propagarsi di generazione in generazione, e, tenendola sempre divisa ed indispettita col resto de’ cittadini, prepari lunga e rinascente serie di privati delitti e di pubbliche disgrazie.

Sottopongo queste riflessioni al nostro governo, che composto quasi tutto da illustri martiri della causa del popolo, han particolarmente sofferto per migliorar la sorte appunto di cotesta preziosissima e sempre nelle monarchie oppressa parte di lui: le sottoponga ad ogni buon patriota, che sia nel caso di farle valere. Felicissimi intanto continuano ad essere i riscontri delle Calabrie; e tali, non occorre dubitarne, saran quelli di ogni parte, ove non si dubiti, o si dilucidi, che Napoli è repubblica, e Ferdinando, lungi dal venire a Napoli, sta per fuggir da Palermo.

Agli insorti

Cittadini, che in tante comuni bagnate le mani gli uni nel sangue degli altri, e non arrossendo associarvi ad avanzi di carcere e pubblici infestatori di strada, partecipate con essi del brutto titolo d’insurgenti contra la patria; perché pugnate, e per chi? Non per l’aristocrazia ed il baronaggio, avverso il quale avete sempre reclamato; non pel fuggito despota, che tutti avevate in esecrazione e vilipendio; non pel nostro culto, la nostra religione, che voi vedete intemerata ed intatta; non per le vostre sostanze, che così disperdete a vicenda.

Qual biasimevole contrasto opponete ora ai vostri avoli de’ tempi del gran Masaniello! Senza tanto lume di dottrine e di esempi quanti ora ne avete, die Napoli le mosse, proseguirono i vostri avoli, insorsero da per tutto contro il dispotismo, gridarono la repubblica, tentarono stabilir la democrazia, e per solo ragionevole istinto reclamarono i diritti dell’uomo. Ora proclamano l’eguaglianza, e la democrazia i nobili, la sdegnano le popolazioni!

Non vedete voi i vostri vescovi, i vostri parrochi unirsi alla repubblica ed inculcarvela come utile a voi? Qual fantasma vi atterrisce ancora col nome dell’avvilito despota fuggitivo? Se tra gli odi, onde siete reciprocamente accesi, e tra’ delitti nei quali v’immergete, deste campo alla verità de’ fatti di pervenir sino a voi, sapreste che la squadra inglese non è più in Sicilia, che quel despota, tremante, disarmato, destituito di forze e di mezzi, e non men di qui odiato colà, anziché poter venire a soccorrere e premiar voi, non trova chi soccorra e sostenga lui, e sta per fuggir o esser arrestato in Sicilia.

Sento che siano tra voi gare, invidie, gelosie, e che da queste prendano fomento gli odi civili. Che sotto il passato sistema, fondato sopra distizioni e privilegi, privilegi e distinzioni accresciuti da capriccioso favore, il giogo della servitù gravitando inegualmente su voi, quelli che più se ne vedevano oppressi, nudrissero invidia per quelli che lo erano meno, e quindi sorgessero tra voi gare e gelosie, è facile il comprenderlo, siete voi scusabili di averle concepute. Ma quali gelosie ed invidie possono aver luogo nella repubblica, dove, tolta ogni distinzione, tutti siete uguali in considerazione; tutti avete ugualmente liberi i mezzi alla vostra industria; sicuro l’acquisto e il possesso delle vostre proprietà; tutti siete chiamati agli stessi premi; tutti minacciati, se rei, cogli stessi castighi? Che importa a voi, se anche taluno ottenesse ora in preferenza vostra un impiego, un onore? Non sapete voi che nella repubblica sono in perpetua rotazione gli onori tutti e gl’impieghi? Se oggi li aveste avuti o gli aveste voi, dovreste prepararvi ad uscirne per dar luogo ad un altro; se gli ha avuti, o gli avrà un altro, si prepara egli ad uscirne per dar luogo a altro; se gli ha avuti, o gli avrà un altro, si prepara egli ad uscirne per dar luogo a voi.

Tralasciate dunque gare e brighe, che in danno vostro ricadono e de’ vostri figliuoli. Se oggi saccheggiate le case del vostro nemico, domani sarà saccheggiata la vostra: in tanta uccisione di uomini, mancherà la cultura alle altrui ed alle vostre campagne; in tanta reciproca distruzione, verrà la depauperazione comune, e la mendicità si estenderà sulle altrui e sulle vostre famiglie; cadrà infine, su voi alta e terribile la vendetta nazionale. La repubblica perdona a’ ravveduti; è inesorabile co’ pertinaci.

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età moderna, Loescher, Torino, 1966.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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