Montesquieu: Repubblica o Monarchia?

La divisione dei poteri (1748)

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Montesquieu, l’Esprit des lois, 1748

Qualche anno dopo esser rientrato da una serie di viaggi compiuti tra il 1728 e il 1732 in Austria, in vari stati italiani, in Germania, in Olanda e in Inghilterra, il Montesquieu si accinse a scrivere quella che doveva diventare l’opera sua più famosa, l’Esprit des lois [Lo spirito delle leggi], alla quale si dedicò per circa tre lustri, fino al 1748.

Qui se ne riproducono alcuni capitoli del libro XI, che costituisce uno dei punti nodali dell’opera, sul quale più intensa e vivace è stata la discussione degli studiosi. Si è sostenuto, infatti, da parte di molti che, all’esaltazione del regime repubblicano come unico tipo di reggimento politico basato sulla morale e sulla virtù diffusa nei primi dieci libri, si sarebbe andato sostituendo, a partire dal libro XI, l’ideale di una monarchia temperata, sull’esempio dell’Inghilterra. In realtà, come è stato di recente dimostrato, non si può parlare di un Montesquieu repubblicano divenuto poi, per la suggestione dell’esempio inglese, monarchico, ma soltanto di un Montesquieu costantemente conservatore, come risulta evidente dalla costante distinzione, osservata dal pensatore francese in tutte le sue opere, tra monarchia e dispotismo, tra governi moderati e governi dispotici, e dalla affermazione che la virtù era incompatibile sia con la schiavitù che con l’estrema libertà.

Del resto un esame del testo smentisce l’ipotesi avanzata di una composizione dei primi dieci libri dell’Esprit des lois anteriore al viaggio e di una più tarda stesura del resto dell’opera. In realtà nell’opera complessiva Montesquieu rifuse anche capitoli scritti precedentemente, com’è il caso appunto del capitolo in sulla libertà, con il quale si inizia il nostro passo (e che originariamente apparteneva al cap. VIII) e del capitolo sulla costituzione inglese, che anche qui si riporta.

Le opere complete di Montesquieu sono raccolte in due volumi nella collezione della Plèiade (Parigi, 1949–51); per l’Esprit des lois cfr. l’edizione e la traduzione di S. Cotta (Torino, Utet, 1952) da cui sono tratte le pagine che seguono senza le relative note (ivi, pp. 273–92) e dello stesso Cotta l’opera Montesquieu e la scienza della società, Torino, ed. Ramella, 1953.

Che cos’è la libertà

È vero che nelle democrazie il popolo sembra fare ciò che vuole, ma la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere.

Bisogna mettersi bene in mente che cosa sia l’indipendenza, e che cosa sia la libertà. La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono; e se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non sarebbe più libero, poiché tutti gli altri avrebbero anch’essi questo stesso potere.

La democrazia e l’aristocrazia non sono Stati liberi per loro natura. La libertà politica si trova nei governi moderati. Ma essa non è sempre negli Stati moderati: non vi rimane che quando non vi è abuso di potere. È però una esperienza eterna, che ogni uomo, il quale ha in mano il potere, è portato ad abusarne, procedendo fino a quando non trova dei limiti. Chi lo direbbe? La virtù stessa ha bisogno di limiti.

Perché non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere freni il potere. Una costituzione può essere tale che nessuno sia costretto a compiere le azioni alle quali la legge non lo costringe, e a non compiere quelle che la legge gli permette.

Per quanto tutti gli Stati abbiano in generale lo stesso fine, che è quello di conservarsi, ciascuno è portato a desiderarne uno particolare. L’ingrandimento era il fine di Roma; la guerra, quello degli Spartani; la religione, quello delle leggi ebraiche; il commercio, quello, dei Marsigliesi; la tranquillità pubblica, quello delle leggi cinesi[1]; la navigazione, quello delle leggi dei Rodiesi; la libertà naturale è lo scopo dell’ordinamento dei selvaggi; in generale, le delizie del principe, quello degli Stati dispotici; la gloria personale e quella dello Stato, lo scopo delle monarchie: l’indipendenza di ciascun individuo è lo scopo delle leggi polacche e, di conseguenza, l’oppressione generale.[2]

C’è anche una nazione che ha per scopo diretto della sua costituzione la libertà politica. Esamineremo ora i princìpi sui quali essa la fonda. Se sono buoni, la libertà vi farà la sua comparsa come in uno specchio.

Per scoprire la libertà politica nella costituzione, non ci vuole molto sforzo. Se si può vederla ove essa è, se la si è trovata, perché cercarla?

Esistono, in ogni Stato, tre sorte di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere esecutivo di quelle che dipendono dal diritto civile.

In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati. Quest’ultimo potere sarà chiamato il potere giudiziario, e l’altro, semplicemente, potere esecutivo dello Stato.

La libertà politica, in un cittadino, consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e,, perché questa libertà esista, bisogna che il governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino.

Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non vi è libertà, perché si può temere che lo stesso monarca o lo stesso senato facciano leggi tiranniche per attuarle tirannicamente.

Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo.

Se esso fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario, poiché il giudice sarebbe al tempo stesso legislatore. Se fosse unito con il potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore.

Tutto sarebbe perduto se la stessa persona, o lo stesso corpo di grandi, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le pubbliche risoluzioni, e quello di giudicare i delitti o le liti dei privati.

Nella maggior parte dei regni d’Europa il governo è moderato, perché il principe, che detiene i primi due poteri, lascia ai suoi sudditi l’esercizio del terzo. Presso i Turchi, ove questi tre poteri sono riuniti nella persona del Sultano, vi regna un terribile dispotismo.

Nelle repubbliche italiane, ove i tre poteri sono riuniti, la libertà si trova in misura minore che nelle nostre monarchie. Così il governo ha bisogno, per mantenersi in vita, di mezzi altrettanto violenti di quelli in uso in Turchia: ne fanno fede gli inquisitori di Stato[3], e la cassetta ove ogni delatore può, in qualunque momento, gettare con un biglietto la sua accusa…

Il potere giudiziario non deve essere attribuito a un senato permanente, ma deve essere esercitato da persone scelte tra il popolo[4], in terminati periodi dell’anno, secondo la maniera prescritta dalla legge, per formare un tribunale il quale rimanga in vita soltanto per il periodo che la necessità richiede.

In questo modo il potere giudiziario, così terribile tra gli uomini, non essendo legato né a una determinata condizione né a una determinata professione, diviene, per così dire, invisibile e nullo. Non si hanno continuamente dei giudici davanti agli occhi; si teme la magistratura, e non i magistrati.

Bisogna inoltre che nei casi di accusa più grave l’imputato, conformemente alla legge, possa scegliersi dei giudici, o per lo meno possa rifiutarne un numero così elevato che quelli che rimangono possano essere considerati come di sua scelta.

I due altri poteri potrebbero essere conferiti a magistrati o a dei corpi permanenti, perché non vengono esercitati nei riguardi di alcun singolo, non essendo, uno, che la volontà generale dello Stato, e l’altro l’esecuzione di questa volontà generale.

Ma, se i tribunali non devono essere fissi, i giudizi devono esserlo a tal punto da non essere altro che un testo preciso della legge. Se fossero il frutto delle opinioni particolari dei giudici, si vivrebbe in una società senza sapere con precisione quali impegni vi si contraggono.

Bisogna poi che i giudici siano della stessa condizione dell’accusato, o suoi pari, perché egli non possa sospettare di esser caduto nelle mani di persone inclini ad usargli violenza.

Se il potere legislativo lascia a quello esecutivo il diritto di imprigionare i cittadini che possono dare cauzione della loro condotta, non c’è più libertà, a meno che essi non vengano arrestati per rispondere senza indugio a una accusa che la legge ha reso passibile di pena capitale, nel qual caso sono realmente liberi, non essendo sottomessi che al potere della legge…

Poiché in uno Stato libero ogni uomo, che si suppone possieda uno spirito libero, deve guidarsi da sé, bisognerebbe che il corpo del popolo avesse direttamente il potere legislativo; ma poiché ciò è impossibile nei grandi Stati, ed è soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto ciò che non può compiere direttamente.

Si conoscono molto meglio le esigenze della propria città che quelle delle altre, e si giudica meglio della capacità dei vicini che di quella degli altri compatrioti. Non bisogna dunque che i membri del corpo legislativo provengano in generale da tutta la nazione, ma conviene che, in ciascun luogo importante, gli abitanti si scelgano un rappresentante.

Il grande vantaggio di avere dei rappresentanti, è che essi sono capaci di discutere i pubblici affari. Il popolo non ne è affatto in grado, e questo costituisce uno degli inconvenienti principali della democrazia.

Non è necessario che i rappresentanti, che hanno ricevuto da chi li ha scelti delle istruzioni generali, ne ricevano anche di particolari su ciascuna questione, come avviene nelle diete in Germania. È vero che in questo modo, la parola dei deputati sarebbe più diretta espressione della voce della nazione, ma ciò porterebbe ad infinite lungaggini, renderebbe ciascun deputato padrone di tutti gli altri e, nei casi più urgenti, tutta la forza della nazione potrebbe venire arrestata da un capriccio…

Tutti i cittadini, nei diversi distretti, devono avere il diritto di dare il loro voto per scegliere il rappresentante, eccettuati quelli che sono in così bassa condizione che si ritiene non abbiano volontà propria.

Il corpo rappresentativo non deve essere neppur esso scelto per prendere risoluzioni attive, cosa che non farebbe bene, ma per fare delle leggi, o per controllare se quelle che ha fatte sono state ben attuate, cosa che può fare assai bene, e che, anzi, è solo a poter far bene.

Esistono sempre, in uno Stato, delle persone illustri per nascita, ricchezze od onori; se venissero confuse tra il popolo, e non avessero che una voce come quella degli altri, la libertà comune sarebbe la loro schiavitù, e non avrebbero alcun interesse a difenderla, perché la maggior parte delle risoluzioni sarebbe contro di loro. La parte che essi hanno nella legislazione deve dunque essere proporzionata agli altri vantaggi che essi godono nello Stato: ciò accadrà se formeranno un corpo che abbia il diritto di arrestare le iniziative del popolo, come il popolo ha diritto di arrestare le loro.

Pertanto il potere legislativo sarà affidato e al corpo dei nobili, e al corpo che verrà scelto per rappresentare il popolo, ed entrambi avranno ciascuno le sue riunioni e le sue deliberazioni a parte, e punti di vista e interessi separati.

Dei tre poteri dei quali abbiamo parlato, quello giudiziario è in certo senso nullo. Non ne restano che due, e, dal momento che abbisognano di un potere regolatore che li moderi, la parte del corpo legislativo composta di nobili è adattissima a questo scopo.

Il corpo dei nobili deve essere ereditario. Lo è innanzitutto per sua natura, e poi perché bisogna che abbia un grande interesse a conservare le proprie prerogative, odiose di per sé, che, in uno Stato libero, devono sempre essere in pericolo.

Ma, poiché un potere ereditario potrebbe esser indotto a seguire i suoi interessi particolari e a dimenticare quelli del popolo, bisogna che nelle cose ove si ha sommo interesse a corromperlo — come nelle leggi che concernono l’imposizione dei tributi — esso prenda parte alla legislazione soltanto con la sua facoltà di impedire, e non con quella di statuire.

Io chiamo facoltà di statuire il diritto di ordinare da sé, o di correggere quello che è stato ordinato da un altro. Chiamo facoltà di impedire il diritto di render nulla una risoluzione presa da qualcun altro. Era questo il potere dei tribuni romani. Per quanto chi ha la facoltà di impedire possa avere anche il diritto di approvare, questa approvazione non è altro che la dichiarazione di non uso della facoltà di impedire e deriva da questa facoltà.

Il potere esecutivo deve essere nelle mani di un monarca, perché questa parte del governo, che ha quasi sempre bisogno di una azione subitanea, è meglio amministrata da uno che da molti, mentre ciò che dipende dal potere legislativo è spesso meglio ordinato da molti che da uno solo.

Se non ci fosse monarca, e il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone scelte dal corpo legislativo, non ci sarebbe più libertà, perché i due poteri si troverebbero riuniti, le stesse persone avendo talvolta parte — e potendo prenderla in ogni momento — all’una e all’altra attività…

Chi legge l’ammirevole opera di Tacito sui costumi dei Germani[5], vedrà che è da loro che gli Inglesi hanno tratto l’idea del loro governo politico. Questo bel sistema è stato trovato nei boschi.

Poiché tutte le cose umane hanno un termine, lo Stato del quale parliamo perderà la sua libertà. Roma, Sparta e Cartagine sono pur perite. Questo Stato perirà quando il potere legislativo sarà più corrotto di quello esecutivo.

Non spetta a me di esaminare se gli Inglesi godano attualmente della libertà, o no. Mi basta affermare che essa è stabilita dalle loro leggi: a me non interessa altro.

Non pretendo certo con questo di disprezzare gli altri governi, né di affermare che questa libertà politica estrema debba mortificare chi gode soltanto di una moderata. Come potrei dire questo proprio io, convinto come sono che l’eccesso della ragione non è sempre desiderabile, e che gli uomini si adattano quasi sempre meglio alle soluzioni intermedie che a quelle estreme?

[1] È lo scopo naturale di uno Stato che non ha nemici esterni, o che crede di averli fermati con delle muraglie.

[2] Inconveniente del liberum veto

[3] A Venezia.

[4] Come ad Atene.

[5] De minoribus rebus principes consultant, de maioribus omnes; ita tamen ut ea quoque, quorum penes plebem arbitrium est, apud principes pertractentur. (Germ., cap. II].

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età moderna, Loescher, Torino, 1966.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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