Lutero: alla nobiltà cristiana di nazione tedesca

Appello del 1520

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Un documento importantissimo, questo, che getta luce anche sulle origini del sentiment della popolazione tedesca nei confronti delle nazioni latine. Potrebbe anche aiutarci a capire le radici storiche di alcuni fenomeni della contemporaneità, come quello della difficoltà che incontra, ancora oggi a oltre mezzo millennio di distanza, la costruzione di una nazione europea e una profonda unione d’intenti tra il sud e il nord dell’Europa.

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Commento

L’anno 1520 fu di decisiva importanza per lo sviluppo della Riforma. Il 15 giugno, con la Exsurge Domine, la Chiesa pronunciò la sua condanna: ma l’avversione della Chiesa e la minaccia di scomunica spinsero Lutero sulla via di una violenta ribellione.

«Ho a schifo tanto l’odio che il favore di Roma — scriveva in questo periodo — Con costoro non voglio né riconciliarmi né avere niente a che fare per l’eternità. Se essi condannano e bruciano i miei libri, io condanno e brucio i loro… anzi, brucerò tutto il diritto canonico, questa mostruosa raccolta di eresie. Finora sono stato umile. Non è servito a niente. Ora basta. Non sia più ch’io m’inchini ai nemici del Vangelo.

E in effetti nel dicembre dello stesso anno, insieme con gli studenti di Wittenberg, bruciò la bolla di scomunica e tutti i libri di diritto canonico.

Ma non meno importante di questi eventi è l’attività dottrinale e polemica di Lutero in quell’anno, che segna uno dei vertici della sua vita spirituale e vede la proclamazione di principi fondamentali della nuova dottrina religiosa.

Nell’agosto appariva il celebre appello indirizzato Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, circa il miglioramento dello Stato cristiano, e ad esso fecero seguito nell’ottobre La cattività babilonese della Chiesa e nel novembre La libertà del cristiano.

Di particolare significato e risonanza il primo di questi scritti, di cui si danno qui alcune pagine. È da tener presente, per la retta intelligenza del testo, che sotto la dizione di “nobiltà” si intende un po’ tutto il ceto dirigente germanico, dall’imperatore fino alla piccola nobiltà dei “cavalieri” e dei magistrati delle città libere.

Alcuni hanno voluto vedere in questo testo il passaggio di Lutero da una concezione popolare della riforma religiosa a una visione fondata sulla alleanza e la subordinazione della Chiesa di fronte allo Stato: ma contro questa interpretazione evidentemente tendenziosa è da tener presente che Lutero mira certamente a contestare le pretese teocratiche della Chiesa, ma non tanto per difendere i diritti dello Stato, quanto per ottenere che la prima, liberata dai compiti temporali, possa meglio attendere alle sue finalità religiose; e che l’intervento del magistrato laico nelle cose della Chiesa è fondato su un principio di enorme significato rivoluzionario, come è quello, che qui viene affermato con estremo vigore, del sacerdozio universale dei credenti.

Del resto, davanti a tentativi del potere laico di interferire nella sua opera di predicazione religiosa, Lutero traccerà ben presto rigidi confini a difesa della coscienza religiosa, come sfera inattingibile dal potere laico.

Il testo dell’appello, redatto in tedesco data la qualità dei suoi destinatari, è da vedere nelle cit. ed. delle Dr. Martin Luthers Werke, [Opere del dott. M. Lutero] vol. VI, pp. 404-465. Alcune pagine, corrispondenti alle pp. 406-418 della cit. ed. tedesca, sono tradotte in italiano in G. Alberigo, La riforma protestante, Milano, Garzanti, 1959, pp. 63-79; e da tale traduzione derivano i passi qui riportati.

Per un rapido commento dello scritto di Lutero confronta Bainton, Lutero, trad, it., Torino, Einaudi, 1950, pp. 123–126; e per la sua importanza storica generale cfr. G. Ritter, La formazione dell’Europa moderna, trad. it. Bari, Laterza, 1964, pp. 135–138.

L’appello di Lutero

I romanisti hanno eretto intorno a sé con grande abilità tre muraglie, con le quali essi si sono fino ad ora difesi di modo che nessuno ha potuto riformarli, e in tal modo l’intiera cristianità è orribilmente decaduta.

In primo luogo, quando li si è voluti costringere col potere secolare, essi hanno stabilito e proclamato che l’autorità secolare non aveva alcun diritto sopra di loro ma che al contrario lo spirituale era superiore al temporale. In secondo luogo si è tentato di colpirli con la sacra scrittura, ma essi hanno ribattuto che l’interpretazione della scrittura non è di competenza di nessuno se non del Papa.

In terzo luogo, si è voluto minacciare un Concilio, ma essi hanno inventato che nessuno può convocare un Concilio se non il Papa. Dunque essi ci hanno proditoriamente sottratto tutte e tre le verghe onde rimanere impuniti e, chiusi dentro il sicuro riparo di queste tre muraglie, compiono tutte le mascalzonate e scelleratezze che ora noi vediamo; e se alla fine sono stati costretti a convocare un Concilio, hanno saputo fiaccarlo in precedenza obbligando in anticipo i principi mediante giuramento a lasciarli stare così come sono, e inoltre a concedere al Papa piena potestà su tutto l’ordinamento del Concilio.

Per cui fa proprio lo stesso che vi siano molti Concili o che non ve ne siano, dato che essi ci ingannano con finzioni e ciurmerie: cose orribili temono per la loro pelle da un Concilio vero e libero. Perciò hanno reso paurosi re e principi così che questi credettero che non ubbidire il Papa in tutte le sue maliziose e scellerate imposture fosse contro Dio…

In primo luogo vogliamo attaccare la prima muraglia. Si è trovato conveniente che i papi, i vescovi, i preti e gli abitanti dei conventi si chiamino ceto ecclesiastico e ceto secolare invece i principi, i signori, i commercianti e i contadini; tal cosa è una finissima e ipocrita costumanza, ma nessuno si lasci abbindolare per le seguenti ragioni: tutti i cristiani appartengono allo stato ecclesiastico, né esiste tra loro differenza alcuna, se non quella dell’ufficio proprio a ciascuno; come dice san Paolo (1, Cor., 12, 12 ss.), che noi tutti insieme siamo un solo corpo, ma che ogni organo ha il suo compito particolare con cui serve agli altri; e ciò avviene perché tutti abbiamo il medesimo battesimo, il medesimo Vangelo, la stessa fede e siamo tutti cristiani allo stesso modo.

Il battesimo, il Vangelo e la fede, infatti, ci fanno tutti religiosi e tutti cristiani. E la potestà del papa o del vescovo, cioè di ungere, ordinare, consacrare e vestirsi diversamente dai laici, può rendere uno fariseo o prete consacrato, però non serve mai a rendere uno religioso o cristiano. Infatti tutti quanti siamo consacrati sacerdoti dal battesimo, come dice san Pietro (1, Pietro, 2, 9): «Voi siete un regale sacerdozio ed un regno sacro»; e l’Apocalisse: «Col tuo sangue ci hai fatti sacerdoti e re». Giacché, se non fosse in una consacrazione più alta di quella che ci dà il papa o il vescovo, giammai uno sarebbe fatto sacerdote con la sola consacrazione del papa o del vescovo e non potrebbe né celebrare messa, né predicare, né assolvere.

Dunque la consacrazione da parte del vescovo altro non è se non questo, che cioè egli, in luogo ed a nome dell’intera comunità, prende uno dalla massa, dove tutti hanno la medesima potestà, e gli ordina di esercitare cotesta medesima potestà per tutti; proprio come se dieci fratelli, figli di re e tutti egualmente eredi, eleggessero uno tra loro per amministrare in vece loro l’eredità; essi rimarrebbero sempre tutti re e di pari potenza, tuttavia ad uno solo sarebbe commesso di governare. E, per parlare ancora più chiaramente, se un gruppo di più cristiani laici caduto in prigionia fosse abbandonato in un deserto e, non avendo con sé alcun sacerdote consacrato da un vescovo, di comune accordo eleggessero uno di loro, sposato o no, e gli affidassero l’ufficio di battezzare, di celebrare messa, di assolvere e di predicare: costui sarebbe in verità sacerdote tanto come se l’avessero consacrato tutti i vescovi e i papi.

Ne viene che in caso di necessità chiunque può battezzare ed assolvere, ciò che non sarebbe possibile se non fossimo tutti sacerdoti. Tale eccezionale grazia e potenza del battesimo e del cristianesimo, essi con il loro diritto canonico l’hanno quasi distrutta, così che la ignoriamo. Proprio così nei tempi antichi i cristiani eleggevano dalla moltitudine i loro vescovi o sacerdoti, i quali in seguito venivano confermati da altri vescovi e senza la pompa che invece oggi predomina. Così divennero vescovi sant’Agostino, sant’Ambrogio e san Cipriano.

Ora, poiché le autorità terrene sono battezzate come noi ed hanno la medesima fede e Vangelo, dobbiamo ammettere che siano vescovi e sacerdoti e considerare il loro ufficio un ufficio appartenente ed utile alla comunità cristiana. Infatti, ciò che si riceve dal battesimo ben si può vantare che valga come essere consacrati sacerdoti, vescovi e papi; sebbene non a ciascuno si addica di esercitare tali uffici. Perciò, essendo noi tutti egualmente sacerdoti, nessuno deve elevarsi da sé e ardire di compiere, senza nostra elezione e approvazione, ciò su cui tutti abbiamo il medesimo potere, perciò ciò che è comune nessuno può prenderlo per sé senza il volere della comunità. E se uno prescelto a tale ufficio viene poi deposto per i suoi abusi, esso ritorna ad essere quel che era prima. Per la qual cosa la condizione di un sacerdote nella Chiesa non dovrebbe differire da quella di un qualsiasi altro magistrato: finché adempie al suo ministero è in posizione eminente, ma quando sia deposto non è altro che un contadino o un cittadino come gli altri. In verità dunque un sacerdote non è più sacerdote quando sia stato deposto. Ma ecco ch’essi vengono favoleggiando di carattere indelebile e cianciano che un prete deposto è pur sempre qualcosa di diverso da un cattivo laico; vaneggiano addirittura che un prete non possa più essere altro che prete, né tornare più laico; le quali tutte sono chiacchiere e leggi inventate dagli uomini…

Ora considera se è cristiana la loro legge e la loro pretesa che l’autorità temporale non sia posta più in alto di quella spirituale e non possa nemmeno punirla. Ma questo equivale a dire che la mano non deve far niente, anche se l’occhio soffre una grave necessità. Ma non è innaturale, per non dire anticristiano, che un membro non aiuti l’altro e non debba impedirne la rovina? Anzi, quanto più un membro è nobile, tanto più gli altri debbono aiutarlo. Perciò io sostengo che, poiché l’autorità temporale è stata preordinata da Dio per proteggere i buoni e punire i malvagi, si deve lasciarla libera nei suoi uffici, perché penetri indisturbata in tutto il corpo della Cristianità, senza guardare in faccia a nessuno, sia pur esso papa, vescovo, prete, frate, monaco o quello che vuole. Se per immobilizzare l’autorità secolare fosse sufficiente ch’essa è l’ultimo tra gli uffici cristiani — mi riferisco al predicare, al confessare e in genere alla condizione di ecclesiastico — allora si dovrebbe anche impedire a sarti, calzolai, scalpellini, domestici, cuochi, camerieri, contadini e quanti altri lavorano nel mondo, di preparare per il papa, i vescovi, i preti, i monaci, scarpe, vestiti, case, cibo e bevande, e ancora di pagare i tributi.

Ma se si permette a codesti laici di fare il loro lavoro, che ci stanno a fare gli scrittori romani con le loro leggi, con le quali si sottraggono all’autorità della potestà temporale, così che essi soli possono operare indisturbati il male, adempiendo così a ciò che ha detto san Pietro: «Sorgeranno tra voi falsi profeti, e vi sfrutteranno con parole nate dalla cupidigia, onde mettervi nel sacco»?

Perciò l’autorità cristiana temporale deve esercitare libera e indisturbata il suo ufficio, senza guardare se colui contro il quale agisce, sia papa, vescovo o prete: chi è colpevole paghi. E tutto quello che il diritto canonico ha sostenuto in contrario è mera presunzione e ciurmeria romana. Infatti san Paolo parla così a tutti i cristiani: «Ciascun essere — (e io intendo anche il papa) — sia sottoposto all’autorità, poiché essa non tiene invano la spada; essa serve Dio col punire i malvagi ed esaltare i buoni»; e anche san Pietro:

«Siate dunque soggetti ad ogni autorità umana per amor del Signore, il quale vuole così». Ed egli ha pure annunziato che verranno degli uomini i quali mostreranno di sprezzare l’autorità terrena (2, Pietro, 2, 10), come infatti è avvenuto con il diritto canonico.

Dunque ritengo che questo primo muro di carta giaccia rovesciato, poiché l’autorità civile è divenuta membro del corpo cristiano, e benché essa abbia un ufficio carnale, pure appartiene allo stato religioso; per cui l’opera sua deve procedere indisturbata in tutte le membra dell’intero corpo, punire o stimolare dove la colpa lo meriti o necessità lo esiga, senza tener conto di papi, vescovi e preti, tempestino e scomunichino come vogliono.

Ne viene che i preti colpevoli, sottoposti alla giustizia terrena, perdono innanzi tutto ogni dignità sacerdotale il che però non sarebbe giusto se in precedenza e per volere di Dio la spada terrena non avesse potere sopra di loro. È anche eccessivo che il diritto canonico attribuisca tanta importanza alla libertà, alla persona ed ai beni ecclesiastici, come se i laici non fossero altrettanto buoni e religiosi cristiani di loro, o non appartenessero affatto alla Chiesa. Insomnia, perché sono così liberi il tuo corpo, la tua vita, i tuoi beni ed il tuo onore, ed i miei no? Eppure siamo egualmente cristiani ed abbiamo in comune il battesimo, la fede, lo Spirito e tutte le altre cose. Quando un prete viene ammazzato un paese intero viene colpito dall’interdetto: perché non succede altrettanto quando viene accoppato un contadino? Donde proviene una tale enorme differenza tra cristiani uguali? Solo da leggi ed invenzioni umane…

La seconda muraglia è ancor più malvagia ed assurda, perché essi soli vogliono esser maestri della Sacra Scrittura, sebbene in tutta la loro vita non ne imparino nulla e pretendono d’aver essi soli l’autorità, e con parole sfrontate affermano buffonescamente dinanzi a noi che il papa non può sbagliare in questioni di fede, sia esso pio o malvagio, mentre non possono invocare a favore di ciò neppure una sillaba.

Ne viene che tante norme eretiche, non cristiane e innaturali siano nel diritto canonico, delle quali ora non è necessario discorrere. Costoro, credendo che lo Spirito Santo non li abbandoni mai, siano pur ignoranti e malvagi quanto possono, si fanno temerari e aggiungono ciò che essi solo vogliono. Ma se così fosse, in che senso la Scrittura sarebbe necessaria o utile? Possiamo bruciarla e accontentarci di quegli ignoranti signori di Roma, che sono posseduti dallo Spirito Santo; in verità solo un cuore pio possiede lo Spirito dentro di sé. Se non l’avessi letto io stesso, non avrei potuto credere che il diavolo potesse usare di raggiri tanto stolti con Roma, e trovarsi seguaci.

Per non combatterli solo a parole, sentiamo la Scrittura. San Paolo (1, Cor., 14, 30) dice: «Se qualcuno ha una rivelazione migliore, anche se prima sedeva ed ascoltava da altri la parola di Dio, taccia il primo che parlava e gli ceda il posto». Cosa servirebbe questo comandamento se si dovesse credere solo a quello che sta in cattedra e parla? Anche Cristo dice (Giov., 6, 45) che tutti i cristiani debbono essere ammaestrati da Dio; così può ben accadere che il papa ed i suoi siano malvagi e cattivi cristiani, e non essendo ammaestrati da Dio, non abbiano un retto giudizio.

D’altra parte se un uomo inferiore ha un retto sentire, perché non ascoltare lui? Il papa non ha sbagliato in moltissimi casi? Chi vorrà aiutare la Cristianità quando il papa fosse in errore, se non si può credere ad un altro che abbia dalla sua la Scrittura, anteponendolo allo stesso papa?

Perciò si tratta di una favola sacrilega e fantastica, né possono addurre neppure una sillaba per dimostrare che il papa deve essere il solo a spiegare la Scrittura o a confermarne l’interpretazione; tale potere se lo sono preso da sé. E se danno a intendere che la potestà venne data a san Pietro quando gli furono affidate le chiavi, è sufficientemente chiaro che le chiavi non furono consegnate al solo san Pietro, ma invece all’intera comunità. E inoltre le chiavi furono date solo per legare o rimettere i peccati e non per esercitare autorità sopra la dottrina o il governo, ed è pura invenzione tutto ciò che essi attribuiscono al papa insieme alla potestà delle chiavi.

Ciò che Cristo dice a Pietro: «Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno», non può in nessun modo essere estesa al papa, perché la maggior parte dei papi fu senza fede, come essi stessi devono riconoscere! né Cristo ha pregato solo per Pietro, ma anche per tutti gli apostoli e i cristiani, come dice Giovanni (17, 9 e 20): «Padre, io ti prego per questi che mi hai dato, e non per questi soli, sibbene per tutti quelli che attraverso la loro parola crederanno in me». Ciò non è forse abbastanza chiaro?

La terza muraglia crolla da sé quando crollano queste due prime; infatti, se il papa si comporta in modo contrastante con la Scrittura, noi dobbiam difenderla e punirlo e costringerlo secondo la parola di Cristo (Matt., 18, 15): «Se tuo fratello pecca contro di te, va a parlargli da solo a solo, e se egli non ti ascolta prendi con te ancora uno o due altri, e se ancora non ti ascolta dillo alla comunità, e se egli non ascolta neppure la comunità, allora trattalo come un pagano». Qui ne discende l’obbligo per ciascuno di preoccuparsi per l’altro; quanto più dobbiamo preoccuparci quando il membro che governa la comunità agisce male ed è di danno e di scandalo grande agli altri con le sue azioni. Ma se debbo accusarlo davanti alla comunità, è necessario che la raduni tutta.

Non trova alcun fondamento nella Scrittura neppure la tesi che solo al papa spetti indire o confermare un Concilio, ciò esiste unicamente nelle loro leggi, le quali hanno valore solo fino a che non siano dannose alla Cristianità ed alle leggi divine. Ma quando il papa è colpevole, quelle leggi cadono sull’istante, perché sarebbe dannoso alla Cristianità non punirlo per mezzo di un Concilio.

Pertanto, ove necessità lo richieda ed il papa sia di scandalo alla Cristianità, il primo che lo può, come membro fedele del corpo intero, deve promuovere un Concilio libero e giusto, ma ciò nessuno può farlo bene quanto il potere temporale. Specialmente perché esso è pure parte della Cristianità, partecipa al sacerdozio, appartiene al ceto spirituale, con uguale potestà in tutte le questioni, e il suo ufficio e l’opera sua, che esso ha da Dio sopra a chiunque, devono procedere liberi là dove sia utile e necessario intervenire.

Non sarebbe un atteggiamento strano ed innaturale se, mentre si alza il fuoco in una città, ogni cittadino stesse fermo lasciando bruciare via via tutto ciò che può ardere unicamente perché non ha l’autorità del borgomastro, o forse perché il fuoco cominciò dalla casa del borgomastro? Ogni cittadino non è invece tenuto a far muovere e a chiamare gli altri?

Quanto più ciò deve accadere nella città spirituale di Cristo, quando si leva il fuoco dello scandalo, sia nel governo del papa che in qualsiasi altro posto. Le stesse identiche cose avvengono anche quando i nemici assalgono una città, e riceve onore e gratitudine chi chiama per primo gli altri. Perché mai non dovrebbe meritare onore chi denuncia il nemico diabolico e desta e chiama a raccolta i cristiani?

Non è affatto fondata la pretesa che essi non abbiano il potere di muovere guerra. Nessuno nella Cristianità può arrecare danno o proibire che si combatta il peccato. La Chiesa non ha altro potere che quello di emendare. Dunque, se il papa vuole usare del suo potere per impedire che si tenga un libero Concilio, con ciò egli ostacola la riforma della Chiesa, perciò non dobbiamo più aver riguardo per lui né per la sua potenza e, se egli tuona e scomunica, disprezzare tutto ciò come l’agire di un pazzo e, confidando in Dio, a nostra volta scomunicare e bandire lui, come ne abbiamo il potere. Infatti questo suo vantato potere non è nulla, anzi egli non lo possiede, e può essere battuto da un passo della Scrittura dove Paolo dice ai Corinti: «Dio ci ha dato potestà non per danneggiare, ma per riformare la Cristianità». Ora, chi vorrà passar sopra a queste parole? È la potestà del demonio e dell’Anticristo che combatte quanto serve per il miglioramento della Cristianità, perciò non la si deve seguire, bensì opporvisi con il corpo, i beni e tutto quanto altro abbiamo…

Vediamo ora i problemi che si dovrebbero trattare in Concilio e di cui papi, vescovi e tutti gli altri dotti dovrebbero occuparsi giorno e notte, se amassero Cristo e la sua Chiesa. Ma se costoro non lo fanno, agisca allora la gente e la spada temporale, senza guardare alle loro scomuniche e maledizioni, perché una scomunica ingiusta è meglio di dieci giuste assoluzioni, mentre una assoluzione ingiusta è peggio di dieci scomuniche. Perciò svegliamoci miei cari tedeschi, e temiamo Dio più che gli uomini, affinché non finiamo come tutte quelle povere anime che così miseramente vennero perdute a causa del peccaminoso e diabolico governo romano; e ogni giorno il diavolo ne prende sempre più così che sarà forse possibile che tale diabolico governo diventi ancora peggiore, ciò che io non posso né concepire né credere.

In primo luogo è orribile e spaventoso vedere che il capo della Cristianità, che si proclama vicario di Cristo e successore di san Pietro, viva tanto lussuosamente e mondanamente che nessun re o imperatore può pretendere né ottenere l’uguale, e mentre si fa chiamare “santissimo” e “spirituale” è più terreno di quel che non sia la stessa terra. Porta la triplice corona, mentre i re più grandi ne portano una sola, si paragona alla povertà di Cristo e di san Pietro, e questo è davvero un paragone unico e singolare.

Si grida all’eresia se si parla contro di lui, ma non si vuole comprendere quanto sia anticristiana e antidivina una simile costumanza. Io ritengo che se egli volesse pregare e piangere davanti a Dio dovrebbe deporre una simile corona, perché il nostro Dio non può tollerare la superbia. Ora il suo ufficio non dovrebbe consistere in altro che piangere e pregare tutto il giorno per la Cristianità, e dare esempio di ogni mortificazione…

In secondo luogo: qual vantaggio viene alla Cristianità da coloro che sono chiamati cardinali? Ve lo dirò io. Le terre tedesche e latine hanno molti ricchi monasteri, conventi, feudi e parrocchie; ora non si è trovato di meglio per darli in mano a Roma, se non inventando dei cardinali e dando loro vescovadi, conventi e prelature, col risultato che il servizio divino fu trascurato. Per questo ora si vedono le terre latine ridotte a deserto, i conventi cadenti, i vescovadi sperperati, i redditi delle prelature e di tutte le altre chiese andare a Roma, le città crollano, terre e genti vanno in rovina, perché non si hanno più né servizio divino né prediche. E perché? Perché i cardinali devono possedere i beni; neanche il Turco avrebbe potuto distruggere così le terre romane e calpestare il servizio divino.

Ora che quelle terre sono state spremute a fondo se ne vengono nelle terre tedesche; incominciano assai pulitamente, ma vedrai che, ben presto le regioni tedesche saranno ridotte uguali a quelle latine.

Già abbiamo parecchi cardinali; dove i romani vogliono arrivare per tale via questi sciocchi tedeschi non debbono capirlo, finché non avranno più alcun vescovado, convento, parrocchia, beneficio, soldo né centesimo. L’Anticristo deve avere i beni della terra, come è stato preannunziato. Perciò quelli là hanno l’acquolina in bocca per vescovadi, monasteri e benefici; e perché non osano ancora prendere tutto, come hanno fatto con i latini, usano appunto di quella loro sacra scaltrezza: cioè uniscono dieci o venti prelature e da ognuna estorcono ogni anno qualcosa, così che ne esce una bella somma. La prelatura di Würzburg dà mille fiorini, quella di Bamberga circa altrettanto, Metz e Treviri anche di più; così si mettono insieme migliaia di fiorini e anche decine di migliaia, con cui un cardinale può tenere poi a Roma un tenore di vita uguale a quello di un ricco sovrano.

In terzo luogo: se rimanesse solo la centesima parte della corte papale, togliendone novantanove, sarebbe sempre più che sufficiente per sbrigare le questioni relative alla fede. Ora invece è un tal verminaio e cancro in quella Roma, e tutto ciò si vanta di essere papale, mentre un tale stato non si raggiunse neppure in Babilonia. Solo di scrittori del papa ve ne sono più di tremila, e chi vorrà contare la gente degli altri uffici, quando i soli uffici sono tanti che a malapena si possono contare!

Tutti costoro si aspettano vantaggi dai conventi e dai benefici delle terre tedesche come il lupo dalle pecore. Io credo che la Germania paghi al papa oggi assai più che nei tempi passati agli imperatori. Anzi molti ritengono che ogni anno più di trecentomila fiorini vadano dalla Germania a Roma, e proprio invano, perché non ne riceviamo se non dileggio e beffe; eppure ancora ci meravigliamo che principi, nobilità, città, conventi, campagne e genti diventano poveri; dovremmo meravigliarci di aver ancora da mangiare.

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età moderna, Loescher, Torino, 1966.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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