La crisi di talenti politici dell’Occidente

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Va in scena la commedia

L’attuale scena politica internazionale è quanto mai ricca di avvenimenti e di sviluppi. Alcuni di questi sembrano uscire da una tragedia shakespeariana, fra le più nere come Re Lear o Macbeth. Per altri sembra più consona la commedia, come le Allegre comari di Windsor o La commedia degli errori.

Con la prima si potrebbe fare un adattamento moderno della competizione per la leadership del Partito conservatore inglese che sta svolgendo al termine accompagnata dalle note della Sinfonia degli addii di Haydin. Adesso sono rimasti in due per una sfida all’Ok Corall che avverrà alle 5 della sera del prossimo 5 settembre.

La commedia degli errori è stata rappresentata durante la sessione del Parlamento italiano che ha tolto la fiducia a Mario Draghi, il politico che tutti vorrebbero in Europa e che ora possono aspirare ad avere.

Un problema serio

Proprio questi due casi hanno stimolato Janan Ganesh, uno dei commentatori politici più perspicaci del “Financial Times”, a offrirci una riflessione su un problema molto serio: la qualità della classe politica che ha in mano le sorti dell’Occidente.

Ci sono veramente i migliori cervelli alla guida delle democrazie occidentali? Risposta: non ci sono. Perché non ci sono? Risposta: perché la politica non è più la professione più attraente del mondo, anzi non lo è affatto.

Succede a Roma e a Londra

Per la seconda volta in un decennio, l’Italia ha avuto un globocrate di nome Mario chiamato a tener a bada una classe politica nazionale priva di statura. In questi giorni il secondo Mario è rimasto vittima di un “coup” populista a cui si è unito un ultraottuagenario. Può essere che siamo sempre lì anche dopo nuove elezioni, cioè ci sia bisogno di un terzo “SuperMario” a mettere insieme i cocci di una classe politica inetta.

Nel Regno Unito Rishi Sunak (uno dei due candidati al ballottaggio di settembre per la leadership del Partito conservatore inglese) fa politica come se fosse appena reduce da un doposcuola sul come fare politica. C’è qualcosa di imparato a memoria nei gesti delle mani e nei discorsi. C’è qualcosa di stereotipato nelle tattiche che usa: ora corteggia la destra, ora fa da perno sul centro. In una democrazia florida, sarebbe un buon capo dello staff di Downing Street con un occhio di lince per un seggio parlamentare vacante.

Come stanno le cose, l’ex cancelliere del Regno Unito [cioè Rishi Sunak] è chiaramente il miglior candidato a primo ministro in un campo conservatore in condizioni disastrose. In ogni caso, è sconcertante la mancanza di talenti che vediamo sugli scranni di Westminster.

Da altre parti non stanno meglio

Non è che altrove stanno meglio. Negli Stati Uniti, i due democratici più in vista sono un pensionato un po’ barcollante [Joe Biden] e il suo inesperto braccio destro [Kamala Harris].

Le ultime elezioni tedesche hanno contrapposto Olaf Scholz ad Armin Laschet in una gara di eccitante mediocrità. Nessuno degli ultimi sei premier australiani ha impressionato abbastanza gli elettori da rimanere in carica per un’intera legislatura.

La democrazia occidentale ha un problema di personale. È un problema che si è presentato lungo tutto il nuovo secolo. Con una buona mente e un modo di fare plausibile, è stato assurdamente facile per David Cameron diventare leader dei Tory appena cinque anni dopo il suo ingresso in Parlamento avvenuto nel 2001.

Quando, un decennio dopo, Dominique Strauss-Kahn è uscito di scena a causa di uno scandalo i socialisti francesi si sono affidati a François Hollande, un mezzofondista da metà classifica che viaggiava in motorino per visitare l’amante.

Guardiamoci intorno, chi c’è di bravo nelle principali democrazie di oggi? C’è Emmanuel Macron, è vero, ma avrebbe però brillato in qualsiasi professione impiegatizia. Ma chi altro? Boh.

Un problema di offerta

Se gli elettori del mondo rifiutassero politici di vaglia per scegliere mezze calzette, potremmo dire che tutto questo nasconde un problema di domanda. Ma il problema più grande, in realtà, è l’offerta. Le persone capaci di orientamento liberale o moderato non scelgono la politica. Le ragioni sono abbastanza intuitive. Il divario retributivo rispetto alla finanza, al diritto societario e ad altre carriere nelle professioni liberali è cresciuto a dismisura nell’ultima generazione.

Si pensi la rapidità e l’impegno che Cameron ha messo nel recuperare i guadagni perduti quando era a Downing Street. Per di più a tenere a debita distanza i veri talenti dalla politica è l’esposizione e lo scrutinio personale che le cariche elettive portano seco.

In altri tempi la stampa ha saputo essere discreta sui segreti della vita privata di un John F. Kennedy o di un François Mitterrand. Oggi anche se lo facesse e non lo fa più, ci sarebbe sempre qualcuno con uno smartphone e un account Twitter per rivelarli al mondo.

La crisi di personale delle democrazie

Le turbolenze dell’ultimo decennio si spiegano meglio se viste in questa ottica di personale politico non all’altezza. Intellettualmente, è di rigore attribuire la crisi della democrazia a forze strutturali: alla perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero, all’ascesa dei nuovi media e della tecnologia.

Nel raccontare la storia, se non l’economia, il mio mestiere è diventato marxiano fino al midollo. Per tutto il suo filisteismo esteriore, tuttavia, la “teoria del grande uomo”, l’enfasi, cioè, sull’agente individuale della storia, ha qualcosa di fondato.

[E un fondamento c’è addirittura nella filosofia della storia di Hegel che ci dice che un grande ruolo è svolto da quei singoli che riescono a incarnare lo spirito del tempo per mandare avanti la baracca. Poi l’hegeliano Marx ha sostituito il singolo con il colletivo proletario, ma non ha funzionato. NdT]

Ergo, forse il liberalismo è soltanto a corto di grandi uomini e di grandi donne. E persino di quelli semplicemente bravi.

È difficile enfatizzare il ruolo dell’individuo nella storia senza sembrare snob. Sappiamo non esiste un’equazione automatica tra il curriculum accademico-professionale di una persona e la sua abilità nella vita pubblica. Harry Truman era un commerciante di panni fallito. Con la Nato e il Piano Marshall è diventato l’architetto della seconda metà del XX secolo. Robert McNamara, aveva forse il miglior curriculum d’America. Difficilmente avrebbe potuto essere un segretario alla Difesa più disastroso.

Domanda esistenziale

La domanda è se un Paese possa prosperare dopo avere spedito i suoi uomini migliori nel settore privato. In un certo senso, il capitalismo democratico si sta auto-erodendo. Con carriere personali così lautamente retribuite e privacy tutelate, la politica diventa un gioco da ragazzi. Vi si esibiscono le seconde scelte.

Sta di fatto però che il conseguente declino delle istituzioni e della vita politica minaccia a sua volta l’economia. Se il circo dei Tory o il post-Draghi vi angoscia, considerate che, nel Regno Unito, le persone con maggiore esperienza nella squadra ombra del Labour, sono una signora che ha trascorso un quarto di secolo in parlamento senza lasciarvi traccia alcuna (Yvette Cooper) e un signore che è un ex-leader sconfitto nelle elezioni (Ed Miliband). In Italia non va meglio: a gareggiare c’è un ultraottantenne, un leader che inanella sbagli su sbagli e una signora che si infervora ai comizi di Vox.

Nelle autocrazie almeno c’è un po’ di tolleranza per le qualche imbroglio o indulgenza nei confronti di qualche peccatuccio, in modo da non mandare a casa i talenti che se ne macchiano.

Amarcord

I diari di Chris Patten, l’ultimo governatore di Hong Kong, sono un’elegia di quella città. Finiscono per lasciare il lettore malinconico, sì, ma per un certo genere di politici. Intelligente, capace di amministrare, non dottrinario, E Patten non era nemmeno il membro di spicco di una schiera di Tory che comprendeva un buon avvocato diventato ministro a 40 anni (Ken Clarke) e un instancabile imprenditore (Michael Heseltine).

Per fare un paragone, la Gran Bretagna potrebbe presto essere governata da una persona che ha cercato di inserire la parola “cazzo” in un discorso parlamentare tutte le volte che ha potuto. O l’Italia da uno che dice sempre “assolutamente sì” alle domande più ovvie e conta sulle dita le cose impossibili che vuol che siano fatte.

In realtà, la crisi della democrazia è come la crisi del settore della ristorazione e degli aeroporti. Non si riesce a trovare il personale. Tutto qua.

Fonte delle informasioni Janan Ganesh, Western democracies have a talent problem, “The Financial Times”, 20 luglio 2022

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.