Lo faccio per Martina

di Francesco Costa

Racconto della domenica

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Nella situazione in cui mi trovo è lampante che di comico non c’è proprio niente, eppure c’è una cosa che mi fa pisciare sotto dal ridere, e sono tutti quelli che scommettono le mutande sul fatto che Tu non esisti.

Sapessi quanti sono. Sono milioni, ma certo Tu lo sai, perché sai tutto. Senza prove in mano, ma con una sicumera che non capisco su quale base si appoggi, giurano su qualsiasi cosa, dall’anima della madre alla testa dei figli, che Tu sei una nostra invenzione. Saresti, figuriamoci, una favola che ci raccontiamo dall’inizio dei tempi per sopportare meglio questa catastrofe immane, questa mitologica rottura di cazzo, questa tortura che chiamiamo vita, e alla quale ci affezioniamo tutti, assurdamente, senza avere mai la consolazione d’esserne ricambiati.

Si sbagliano. Sostenendo che non esisti, gli atei, i miscredenti, i liberi pensatori (o comunque amino farsi chiamare) si sbagliano. È una delle pochissime cose su cui non nutro dubbi, perché non è possibile, non mi faccio capace, non ci credo che sia dovuto semplicemente al caso questo continuo dover saltare ostacoli cui sono condannato, senza mai avere il tempo di tirare il fiato, fin dai tempi della Sanità.

Che la cosa sia casuale è del tutto inconcepibile!

Se mettiamo un gorilla al computer, chiedendogli di pigiare sui tasti a suo piacere, può casualmente succedere che ci scriverà la Divina Commedia? Certamente no, e chi ci crede è un cretino. La verità è che dietro la pirotecnica varietà delle nostre mortificazioni, in fondo al senso di sconfitta che ci dilania quasi tutti, nelle pieghe del nostro patire, c’è il frutto d’un brillante lavorio, quello di una mente sadica, che sbriglia una fantasia straordinaria nell’inventare per ognuno di noi un martirio tutto speciale. Ed è la Mente Tua, Signore mio, Padre amoroso, Principio e Fine di tutto, a darci del suo talento quest’eccelsa prova.

Quelli che, però, nella tua esistenza ci credono, mi fanno imbufalire ancora di più, perché sostengono che è la malasciorte ad avvelenarci le giornate e che Tu, semmai, ti sfinisci nel regalarci un miracolo qui e una grazia là per permetterci di stare a galla. Ma la malasciorte, replico io che passo per cocciuto soltanto perché mi tengo stretto alla logica, chi l’avrebbe inventata?

Tu, Padre celeste, e sennò chi?

In questo momento, per esempio, io lo so, lo avverto con ogni cellula di questo mio corpo affaticato, che da lassù mi guardi e stai ridendo. No, guarda, se lo neghi, mi fai incazzare veramente, perché sarebbe come dire che non T’è bastato avermi già preso in giro per quasi cinquant’anni (li finirò il 15 gennaio), ma che vorresti spassarTi alle mie spalle ancora un po’. Perché non riconosci onestamente che a questo punto di non ritorno, mi trovo infatti davvero ai piedi di Pilato, mi ci hai trascinato Tu?

Dici di no?

E va bene, finiamola di sfotterci a vicenda, perché direi ch’è arrivato il momento di giocare a carte scoperte. Se non ci si guarda in faccia con un minimo d’onestà in una congiuntura così delicata, mentre penzolo nel vuoto alle nove e quaranta del mattino d’un sabato di settembre, appeso per le mani al cornicione dell’ottavo piano di un albergo che si specchia nel lago Maggiore con le sue trecento finestre, allora quand’è che ci si parla con il cuore in mano?

Mi dirai: “Te la sei voluta”, seduto comodamente a gambe accavallate nel più alto dei cieli, e non potrei neanche darTi torto se non fosse che la storia della vita mia, l’hai scritta proprio Tu, mio caro Padre, e mi renderai atto che, se io ho cercato d’apportare qualche modifica al copione, è stato solamente per attenuare certe tinte fosche che apparentavano l’esistenza mia, così almeno mi pareva, ai passaggi più lugubri d’una tragedia greca.

E il fatto che adesso si rimetta a nuvolo, rendendomi più difficile la presa al cornicione di queste otto dita irrigidite, perché i due pollici non contano, a chi lo si dovrebbe se non a Te? Ti solletica troppo l’idea di mettere alla prova la mia forza fisica, per cui non solo mi ritrovo sospeso quassù come un prosciutto, ma dovrò pure infradiciarmi sotto gli scrosci d’acqua d’un improvviso acquazzone, quando ieri sera alla televisione ogni meteorologo giurava solenne, sia sulle reti nazionali che su quelle private, allineate nello sforzo di fornirci fallaci sicurezze, che stamattina il sole avrebbe benedetto ogni angolo del Settentrione.

Ma io non casco, stai tranquillo, io resto appeso qui, al cornicione dell’ottavo piano di questo grattacielo, alla faccia Tua, perché adesso l’unico conforto che mi resta è quello di non darTi soddisfazione. Tra poco arrivano i pompieri, qualcuno avrà già telefonato dall’albergo, e sotto di me s’aprirà un provvidenziale telone bianco, sul quale mi strilleranno di buttarmi. Ecco come mi salverò.

Oppure no? Hai previsto, per caso, un finale meno consolante per questa schifezza di vita che m’hai dato, qualcosa che s’armonizzi meglio con tutte le disgrazie che mi hai fatto passare?

Come, che stai dicendo? Il libero arbitrio? Ma non farmi ridere, quale libero arbitrio? Perché, di nascere a Napoli l’ho deciso io? E di nascere nella Sanità, pure quella fu una scelta mia? Io non ho potuto disporre di niente, e lo sai talmente bene che non m’incanti con quell’aria innocente. Io manco il nome mi son potuto cercare, e se proprio lo vuoi sapere, Basilio Amoroso non m’è mai andato giù.

La Sanità sgocciola. Sì, è tutta uno sgocciolare. Dopo i temporali, cloc cloc, l’acqua s’infiltra dappertutto, nelle soffitte e negli scantinati, e quello che una volta era il teatro Felix puzza di muffa e sgocciola, come tutti i palazzi che gli stanno attorno. Il quartiere sgocciola perfino in agosto, ed è così da secoli, da molto prima che venissero i tedeschi, forse da quando se andarono gli spagnoli, o già durante la dominazione romana, chi lo sa, mentre noi passiamo le notti a dormire con un occhio solo e con l’orecchio attento a quel cloc cloc, senza poter prevedere quando arriverà l’attimo preciso in cui, a furia di marcire, i soffitti decideranno di piombarci sulla testa.

E che papà aveva fatto talmente tanti debiti di gioco da far incarognire i creditori a un punto tale che m’hanno sequestrato la culla per ripicca, costringendomi a dormire nel letto con mammà, i nonni e zio Elio, pure quello l’ho stabilito io?

Forse perché nel lettone di famiglia posto per lui n’era rimasto poco, e tutti dicono che era un tipo molto suscettibile, papà s’involò per chissà dove a soli sette giorni dalla mia nascita tribolata, sussurrando a mammà: “Chiamalo Basilio. Per rispetto alla buonanima di mio padre”.

E non l’abbiamo visto più.

A scuola, e pure questo non l’ho voluto io, ero un ciuccio matricolato: invece di parlare grugnivo, se leggevo più di due righe mi si annebbiava la vista, e sarei pure andato benino in matematica se non avessi scarabocchiato numeri che la maestra definiva illeggibili. E i compagni sfogavano su di me la rabbia e il fastidio che io ero costretto a rinserrare in petto, mi riempivano di botte, mi pigliavano a calci senza motivo, e perfino i più debolucci si davano sicurezza perché tanto, in classe, c’era sempre uno che le buscava più di loro, da tutti e senza protestare, ed era Basilio Amoroso, cioè io.

M’innamorai di Laura, per il garbo con cui mi strillava di lasciarla in pace, ma potevo mai sperare in un suo bacio? C’era una lastra trasparente, tra me e gli altri, invisibile eppure tostissima se ci si batteva contro con la testa. Oltre la lastra se la spassavano quelli che appena esprimevano un desiderio, lo vedevano realizzato, mediamente, in un tempo di tre minuti. Di qua c’ero io che di desideri ne avevo tanti, ma proprio tanti, e perfino un fondo d’allegria se mi si dava modo di sfogarla, ma di facilitazioni davvero poche, da contarle sulle dita d’una mano.

Laura era oltre la lastra: per me imprendibile, e quindi proibita. A ventidue anni ha sposato Marco ch’era figlio di un avvocato con lo studio legale in via Toledo, e capirete che qui si parla di tutt’altro livello, di quel tipo di gente che nasce stanca e ne ignora il perché, gente ch’è stanca al ristorante ed è stanca pure a teatro, è stanca prima di salpare per Capri ed è ancora più stanca quando ne torna, gente che parte già stremata per un giro del mondo, spaziante tra Messico e Islanda, e quando rimpatria, manco a dirlo, si deve mettere subito a letto per riposare almeno sei giorni. Gente che trova subito un lavoro adeguato, i genitori glielo trovano consono all’estrema stanchezza da cui è prostrata, eppure sospira per la vita intera.

“Dio, mi sento tanto stanco senza aver fatto niente. Fosse un po’ di stress?”

Dopo che Laura svanì dalla mia vita, portando via con sé quella sua stanchezza così fine, a zio Elio saltò in mente di erudirmi in materia di donne, malgrado non si fosse mai ammogliato. Nel quartiere si diceva che non gli serviva una donna perché era lui stesso un po’ donna, ma sta di fatto che zio Elio mi aprì in tono stringato una prospettiva per il futuro.

“Sposa Gina, la figlia del panettiere, e vedrai che una brioche al mattino non ti mancherà mai.”

Sposai Gina, e il forno fallì. A suo padre, per la rabbia, venne una trombosi e noi dovemmo accollarcene il mantenimento. Io m’arrangiavo a vendere abiti usati a Resina, e seguirono anni talmente duri che un triste giorno si buttò dalla finestra perfino il gatto di casa, forse per fame o forse per stizza, risolto a cercare fortuna in altri lidi.

Dio, che vitaccia, se solo ci penso, ma che succede laggiù? Otto piani sotto di me, tra la piscina e l’ingresso dell’albergo, si sono radunate decine di ragazze, tutte di principesca bellezza, che starnazzano come le galline quando nel pollaio irrompe una volpe.

Forse si sono spaventate quando m’è sfuggito di mano il fucile che è caduto di sotto, e magari è finito addosso a una di loro. In tal caso vorrei che avesse spaccato la testa a Miss Piemonte, che m’è stata sullo stomaco fin da quando ho sentito dire al telegiornale che la davano tutti per vincente. Ma come, un titolo prestigioso come quello di Miss Italia lo si assegna a un’insipidulella comm’a chella là? Quando io ho presentato al concorso una figlia ch’è le sette bellezze? Ma via, siamo seri!

Intanto si mette a piovere, e tra gli scrosci d’acqua io sento, o mi par di sentire, una voce nota che s’alza sopra tutte le altre, una voce melodiosa, tremolante d’affezione, che gentilmente strilla: “Papà! Che cazzo hai combinato?”.

È Martina! È lei, la vedo, eccola lì! Quant’è bella ‘a creatura mia!

È il mio capolavoro, altro che Botticelli, e la Gioconda di Leonardo le fa un baffo! Nata vent’anni fa per portare un alito di gioia in una vita mesta, ha i capelli così neri da parere blu, una confettura d’amarene sulle guance, e una carnagione burro e panna. Mi sono buttato ai suoi piedi fin dal suo primo vagito, singhiozzando proprio come i selvaggi quando adorano i loro idoli, consapevole di una cosa sola, che sarebbe stata lei, Martina, con la sua rara bellezza a farmi attraversare la lastra invisibile che mi separava dal mondo.

M’ero illuso, ricevendo in dono quel tesoro, che finalmente Tu T’eri accorto di me, e di tutti i dispiaceri che avevo patito. Ho creduto che T’eri pentito d’aver trattato tutti come figli e me come figliastro. Convinto ch’erano finite le mie pene, ho visto sorgere sopra la bancarella di vestiti usati che tengo a Resina un futuro roseo, ma di quella sfumatura di rosa che si vede solamente in certe albe nei quadri dei pittori del Rinascimento.

Era Martina il mio riscatto, la mia rivincita, la ricompensa a tanti dispiaceri, e aiutandola a realizzare un destino importante, mi sarei ritrovato al di là della lastra, in mezzo alla gente che magna e beve, per poterla magari aiutarla a capire di che cos’è sempre stanca quando, a rigor di logica, non combina mai niente.

“È di gamba corta” insinuava Gina, che pure l’amava, e io prendevo fuoco: “Di gamba corta sarà tua madre. Martina è slanciata, e quando cammina ondeggia come una spiga di grano al vento”.

“Non ha facilità di comprendonio” sospirava Gina, solo perché la creatura stentava a far di conto, e io m’impermalosivo. “E chi se ne fotte? Volevi per figlia un Einstein con la gonna? Forse deve fare la professoressa di matematica?”

“In casa non mi dà una mano” si lagnava Gina, e io facevo la faccia storta: “E sì, figuriamoci, mo Martina mia è nata per fare la cameriera…”.

Lo sapevo io per cos’era nata Martina! Gina s’è dovuta rassegnare. Ho cominciato a portarla ai concorsi di bellezza che non teneva ancora quattro anni, quando sì e no balbettava: “Buonasera”, e pure adesso non è che sappia articolare molto di più. Addobbata, infiocchettata, labbra e unghie pitturate, imbalsamata sotto i suoi ornamenti, fettucce, collane, orecchini, pendenti, bracciali, Martina era proprio un’opera d’arte!

Miss Vendemmia, Miss Poligono di Tiro, Miss Frittura di Calamari, e poi titoli più impegnativi, come Miss Mergellina, Miss Frattamaggiore, in un susseguirsi di trionfi, fino a Miss Campania e al giorno fatidico che siamo venuti qui. E proprio qui, sulle rive del lago Maggiore, è ricominciata l’afflizione. Credevo avessimo firmato un armistizio, Tu e io, ma nossignore!

Hai ricominciato a prendermi a dispetto, perché sei una capa tosta e io Ti sto antipatico! Innanzitutto, come T’è venuto d’illudere ogni cafone che passa, praticamente mezz’Italia, d’aver messo al mondo una figlia più bella della mia?

A parte gli scherzi, io di capolavori come Martina, e sono obiettivo, non ne vedo in giro. Non parliamo, poi, del livello culturale che pure ha il suo peso, e solo Tu puoi sapere con quanto scrupolo l’ho preparata.

“Martina, a papà, che cos’è cambiato dopo l’11 settembre?”

“La vita non è più la stessa.” E con quanta grazia lo dice.

“Quanto conta la bellezza fisica?”

“Mai quanto la bellezza interiore.” Capito quant’è furba?

“Che cosa desideri di più al mondo?”

“Un mondo senza guerre!”

“Perché partecipi ai concorsi di bellezza?”

“Per fare un salto di qualità.” E per farlo fare pure a papà.

L’aria, però, m’è parsa ostile fin dal primo momento. Nessuno ci guardava, forse perché siamo meridionali, e non sono riuscito ad accostare neanche un membro della giuria, tanto per scambiare due chiacchiere, senza che mi guardasse storto, e m’intimasse di stare al posto mio. Però al padre di Miss Piemonte, e Ti garantisco che non sono fissato, facevano solo ciance e sorrisi, fino a farmi schiattare in corpo, perché ci si deve intendere su una cosa: io qui sono venuto per vincere e non per tornarmene indietro strutto e stratto, pieno di debiti da pagare, facendo ridere alle mie spalle tutta la Sanità.

La lastra invisibile sta pure qua e mi divide dagli altri, ma la creatura mia no, lei non deve passare la vita di qua dalla lastra, lei deve passare dall’altra parte per stare sempre stanca, ma proprio stanca morta, e fare quella faccia un po’ schifata, come la sanno fare le vere signore.

Mi sono accorto d’impugnare il fucile quando, nella camera nostra, Gina si è fatta bianca come un lenzuolo e mi ha fissato spaventata.

“Ma che te lo sei portato a fare? Vogliamo farci conoscere pure qui?”

Sono uscito di corsa, un po’ confuso, e incerto sul da farsi: a che serviva sparare un colpo in testa a Miss Piemonte? A niente. Morta lei, Martina se la sarebbe dovuta vedere con Miss Veneto, con Miss Umbria e con tutte le altre raccomandate di ferro. Non era più semplice eliminare la giuria, composta solamente da dodici elementi, tutti corrotti e già riuniti in una sala all’ottavo piano, sicuramente per incoronare Miss Piemonte? E poi tenevano tutt’e dodici la faccia stanca, sia il sociologo che la ballerina, sia il professore di glottologia che la diva chiattona, e pure il critico d’arte che si passa sempre le dita fra i capelli, e tutti gli altri, e si sarà capito, a questo punto, che io quelli con l’aria stanca non li sopporto più. Voglio vedere soltanto persone fresche e toste.

Quando, mirando alla fronte, ho sparato al presidente della giuria, gli altri hanno gridato: “Ma che cosa vi abbiamo fatto di male?”.

Facevano finta di non saperlo e magari pensavano pure che ero pazzo.

“Vi vedo troppo stanchi. Dovete riposare” così ho risposto, e li ho ammazzati tutti.

Poi sono uscito dalla finestra per tornarmene in camera mia, ma lì sei intervenuto Tu che naturalmente mi hai fatto scivolare per farmi rimanere appeso al cornicione. Sei un artista, non c’è che dire! Ti faccio i miei complimenti per il formidabile mestiere con cui hai scritto il romanzo di quest’assurda vita mia, ma sei proprio sicuro che non ne cambierò il finale?

La folla strilla perché, finalmente, arrivano i pompieri. Vedo Martina, raggio di sole in mezzo alle nuvole dei patimenti miei, che s’abbraccia stretta stretta a Gina e forse piange.

Avrai già previsto per me, naturalmente, una moscia conclusione, da perdente assoluto, nella quale finisco in galera, tra insulti e fischi, con Martina che se ne torna a casa in pianto e Miss Piemonte che le scippa la corona.

No, Padre caro, non fa per me. Ho studiato un’altra soluzione perché m’è chiaro, ormai, come funziona il mondo: per tipi come me non c’è guadagno, se non ci si scortica fino all’osso, e io tengo ancora una cosa da dare alla figlia mia.

La vita.

Martina diventerà Miss Italia, foss’anche bruttissima, se il padre si sarà ammazzato per lei. Così vanno le cose, almeno in questo nostro Paese così allegro e spassoso. Sarà fotografata sulla tomba del padre con la fascia di Miss Italia. La vedo già sulle copertine dei settimanali, intervistata alla televisione, in spettacoli teatrali e in qualche film, fidanzata a un calciatore e poi moglie d’un marchese. Stanca, deve diventare la figlia mia, stanca come quelli che non hanno faticato mai.

Te l’immaginavi questa conclusione? Ma sì, ma certo, Tu sai tutto, e forse la preparavi da anni, questa scena commovente. Ora che intravedo la fine, Ti perdono i tuoi affronti innumerevoli, sì, Ti perdono perché al sangue mio, a Martina bella, regalerai una vita meno infame. Laggiù i pompieri allungano la scala, e gridano alla gente di togliersi dai piedi. Le loro voci si levano in aria e salgono verso di me, ma io manco le sento.

Mollo la presa, e volo di sotto.

Lo faccio per Martina.

Francesco Costa

Giornalista, napoletano, ha sceneggiato film come L’altra donna di Peter Del Monte (che ha vinto il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia nel 1980), e Così fan tutte di Tinto Brass. È autore di 10 romanzi, nella maggior parte di ambientazione partenopea, due dei quali sono diventati film (La volpe a tre zampe con Miranda Otto e L’imbroglio nel lenzuolo con Maria Grazia Cucinotta). Forse a causa delle origini germaniche è attento al tema del doppio, del sosia e dei complotti. Autore anche di libri per bambini, vince il Premio Selezione Bancarellino 2011 con La scuola dei veleni. I suoi libri sono tradotti in Germania, Spagna, Grecia, Giappone.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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