Le 95 tesi di Martin Lutero

Chiesa del castello di Wüttenberg il 31 ottobre 1517

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Particolare del monumento a Martin Lutero, a Dresda.

È dubbio se le Tesi affisse alla porta della Chiesa del castello di Wittenberg il 31 ottobre 1317 fossero manoscritte, secondo l’uso più comune del tempo, ovvero già stampate in foglio per l’affissione e per la diffusione tra i dotti.

Del foglio per l’affissione, comunque, si conservano solo poche ristampe; il testo latino delle tesi venne poi diffuso anche in opuscolo, e tradotto in tedesco. Come è noto, in un primo tempo Lutero non si proponeva affatto di rompere l’unità della dottrina cattolica, e neppure di negare “in toto” la dottrina delle indulgenze, delle quali intendeva soltanto limitare l’efficacia all’ambito delle pene canoniche irrogate dalla Chiesa, escludendo invece che potessero dare la certezza della salvazione.

«In timore e tremore — egli scriveva all’arcivescovo di Magonza Alberto di Brandenburgo, inviandogli una copia delle tesi — noi dobbiamo lavorare alla nostra salvezza. Le indulgenze non possono offrire alcuna salvezza, ma solo la remissione delle pene canoniche esterne. Le opere di pietà e di carità sono infinitamente migliori delle indulgenze. Cristo non comandò la predicazione delle indulgenze, ma quella del Vangelo, e quale orrore è questo, quale pericolo per un vescovo, se egli non dà mai il Vangelo al suo popolo se non insieme con il brigantaggio (racket) delle indulgenze».

Va tenuto presente anche che Lutero, al momento della pubblicazione delle tesi, ignorava l’indegno traffico che si nascondeva dietro la predicazione della bolla di indulgenza. In effetti, metà dei suoi proventi erano destinati proprio al giovane arcivescovo di Magonza, come indennizzo delle somme da lui pagate alla Curia pontificia per ottenere, contro ogni regola di diritto canonico, di riunire tre grossi vescovati nelle sue mani.

Per ciò che riguarda il livello della predicazione popolare dell’indulgenza, ad opera specialmente del domenicano Johann Tetzel, si ricordi il ritornello, attribuito appunto al Tetzel: «Appena il soldo in cassa ribalta, l’anima via dal Purgatorio salta», al quale si fa riferimento nelle tesi 27 e 28.

La condanna della Chiesa è consacrata nella bolla Exsurge Domine del 15 giugno 1320, di papa Leone X, in Magnum Bullarium Romanum, 1, Luxemburg, 1727, p. 610 sgg., nella quale vengono condannate 41 proposizioni tratte da vari scritti di Lutero.

Il testo critico delle tesi è da vedere in Dr. Martin Luthers Werke [Le opere del dr. Martin Lutero], vol. 1, Weimar, 1883, pp. 233-238. Qui di seguito si riporta la traduzione italiana in Lutero, Scritti religiosi, a cura di V. Vinay e G. Miegge, Bari Laterza, 1958, pp. 3-15; da questa ed. sono anche riprese le note illustrative. Per una breve analisi delle Tesi cfr. R. H. Bainton, Lutero, trad, it., Torino, Einaudi, 1950, pp. 33–57.

Tesi per chiarire l’efficacia delle indulgenze

Per amore e zelo di elucidare la verità le tesi sotto scritte saranno discusse a Wüttenberg, sotto la presidenza del R.P. Martin Lutero, Maestro delle Arti e della sacra Teologia, e della stessa quivi lettore ordinario. Per la quale ragione egli prega coloro che non possono discutere verbalmente di presenza con noi, di farlo per iscritto. Nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

1. Il Signore e maestro nostro Gesù Cristo, dicendo[1]: «Fate penitenza» ha voluto che tutta la vita dei fedeli sia una penitenza.

2. Questa parola non può intendersi della penitenza sacramentale (cioè della confessione e della soddisfazione che si compie per il ministero dei sacerdoti).

3. Né d’altra parte intende la sola penitenza interiore, ché anzi la penitenza interiore è nulla se non produce esteriormente varie mortificazioni della carne.

4. Perciò la pena dura finché dura l’odio di sé (che è la vera penitenza interiore), cioè fino all’entrata nel regno dei cieli.

5. Il papa non può rimettere alcuna colpa, fuorché quelle che ha imposte per volontà sua o dei canoni.

6. Il papa non può rimettere alcuna colpa, se non dichiarando e garantendo che è stata rimessa da Dio, o al più rimettendo i casi a sé riservati; ove questi siano disprezzati, la colpa rimarrebbe certamente.

7. Dio non rimette la colpa a nessuno, senza sottometterlo al tempo stesso, interamente umiliato, al sacerdote, suo vicario.

8. I canoni penitenziali sono imposti soltanto ai vivi, e nulla si deve imporre ai moribondi in virtù dei medesimi.

9. Ci benefica dunque lo Spirito Santo, nel papa, eccettuando sempre nei suoi decreti i casi di morte e di necessità.

10. Agiscono male e con ignoranza quei sacerdoti, che riservano ai moribondi pene canoniche in purgatorio.

11. Quelle zizzanie del mutare la pena canonica nella pena del purgatorio sembrano certo essere state seminate mentre i vescovi dormivano[2].

12. Nel passato le pene canoniche erano imposte non dopo, ma prima dell’assoluzione, come prove di una vera contrizione.

13. I morenti danno piena soddisfazione di tutto con la morte, e son già morti alle leggi dei canoni, essendo per diritto sciolti da esse.

14. Una imperfetta salute[3] o carità nel morente porta necessariamente con sé un gran timore, e tanto maggiore quanto essa è minore.

13. Questo timore ed orrore basta per sé solo (per tacere d’altro) a costituire la pena del purgatorio, poiché è vicino all’orrore della disperazione.

16. L’inferno, il purgatorio, il cielo sembrano differire tra loro come la disperazione, la quasi disperazione e la sicurezza.

17. Sembra dunque necessario che alle anime nel purgatorio diminuisca l’orrore, e di altrettanto aumenti la carità.

18. Né sembra dimostrato da alcun argomento razionale o scritturale che queste anime sian fuori dello stato di merito, ossia dell’accrescimento della carità.

19. Né con questo sembra provato, che esse siano certe e sicure della loro beatitudine, almeno tutte, sebbene noi ne siamo certissimi.

20. Perciò il papa, con la remissione plenaria di tutte le pene, non intende senz’altro la remissione di tutte, ma soltanto di quelle da lui imposte.

21. Errano perciò quei predicatori di indulgenze, i quali dicono che «per opera delle indulgenze papali l’uomo è liberato da ogni pena e salvato»[4].

22. Che anzi, il papa non rimette alle anime in purgatorio nessuna pena che avrebbero dovuto subire in questa vita secondo i canoni.

23. Se mai può essere concessa ad alcuno la remissione di tutte le pene, è certo che può venir data soltanto ai perfettissimi, cioè a pochissimi.

24. Perciò è inevitabile che la maggior parte del popolo sia ingannata dalla indiscriminata ed altisonante promessa della liberazione della pena.

25. Lo stesso potere che ha il papa in generale sul purgatorio, lo ha ogni vescovo e curato in particolare nella sua diocesi o nella sua parrocchia[5].

26. Il papa fa benissimo, quando concede la remissione alle anime non per il potere delle chiavi (che non ha), ma a modo di suffragio[6].

27. Predicano l’uomo[7] coloro che dicono: «Appena il soldino ha tintinnato nella cassa, un’anima se ne vola via»[8].

28. Quel che è certo, è che al tintinnio della moneta nella cassa può accrescersi il guadagno e l’avarizia; ma il suffragio della Chiesa dipende dal beneplacito di Dio solo.

29. Chissà se tutte le anime nel purgatorio desiderino essere liberate, come si narra che sia avvenuto a san Severino e a san Pasquale[9].

30. Nessuno è sicuro della sincerità[10] della sua contrizione; tanto meno del conseguimento della remissione plenaria.

31. Quanto è raro un vero penitente, tanto è raro chi compera veramente le indulgenze, cioè è rarissimo.

32. Saranno dannati eternamente con i loro maestri coloro che per mezzo delle lettere di indulgenza[11] credono di essere sicuri della loro salvezza.

33. Sono specialmente da evitare coloro che dicono, che quelle indulgenze del papa sono quel dono inestimabile, per il quale l’uomo viene riconciliato con Dio[12].

34. Infatti, quelle grazie indulgenziali si riferiscono soltanto alle pene della soddisfazione sacramentale stabilite dall’uomo[13].

35. Predicano una dottrina non cristiana quelli che insegnano, che a coloro che redimeranno anime o compreranno lettere confessionali non sia necessaria la contrizione[14].

36. Qualunque cristiano veramente pentito ha la remissione plenaria dalla pena e dalla colpa che gli è dovuta, anche senza lettere di indulgenza[15].

37. Qualunque vero cristiano, vivo o morto, ha la partecipazione a tutti i beni di Cristo e della Chiesa, datagli da Dio anche senza lettere di indulgenza.

38. Nondimeno, la remissione e la partecipazione del papa[16] non è affatto da disprezzarsi, perché, come dissi[17], essa è la dichiarazione della divina remissione.

39. È difficilissimo anche per i più dotti teologi, estollere al tempo stesso al cospetto del popolo la prodigalità delle indulgenze e la verità della contrizione.

40. La vera contrizione cerca ed ama le pene; la prodigalità delle indulgenze produce un rilassamento e fa odiare le pene, o almeno ne offre l’occasione.

41. I perdoni apostolici si devono predicare cautamente per evitare che il popolo creda falsamente che essi siano preferibili alle altre opere della carità.

42. Si deve insegnare ai cristiani, che non è intenzione del papa che l’acquisto delle indulgenze sia in alcun modo da mettere alla pari con le opere di misericordia.

43. Si deve insegnare ai cristiani, che chi dà al povero o fa un prestito al bisognoso, fa meglio che se comprasse indulgenze.

44. Perché con l’opera di carità cresce la carità e l’uomo diventa migliore, mentre con le indulgenze non diventa migliore, ma soltanto più libero dalla pena.

43. Si deve insegnare ai cristiani, che colui che vede un povero, e trascuratolo dà il suo denaro per le indulgenze, non s’acquista le indulgenze del papa, ma l’indignazione di Dio.

46. Si deve insegnare ai cristiani, che se non abbondano di beni superflui, son tenuti a risparmiare il necessario per la loro casa, e non a sprecarlo per le indulgenze.

47. Si deve insegnare ai cristiani che l’acquisto delle indulgenze è cosa libera, non di precetto.

48. Si deve insegnare ai cristiani che il papa, come ha maggiore bisogno, così desidera maggiormente, per sé, nel concedere le indulgenze, una preghiera devota che del pronto danaro.

49. Si deve insegnare ai cristiani, che i perdoni papali sono utili se non confidano in essi, ma estremamente nocivi se perdono per essi il timore di Dio[18].

50. Si deve insegnare ai cristiani, che se il papa conoscesse le estorsioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di san Pietro andasse in cenere, piuttosto che fosse edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecore.

51. Si deve insegnare ai cristiani che il papa — come deve — vorrebbe dare dei suoi denari — anche a costo di vendere, se ve ne fosse bisogno, la basilica di san Pietro — a molti dai quali alcuni predicatori di indulgenze cavano danaro.

52. Vana è la fiducia per la salvezza per mezzo delle lettere di indulgenza, anche se un commissario, anzi il papa stesso desse in pegno per esse l’anima sua.

53. Nemici di Cristo e del papa sono coloro i quali, affinché si possano predicare le indulgenze, ordinano che taccia interamente la parola di Dio nelle altre chiese[19].

54. Si fa offesa alla parola di Dio, quando in una stessa predica si dedica alle indulgenze un tempo eguale o maggiore che ad essa[20].

55. È certamente intenzione del papa, che se le indulgenze (che sono una cosa minima) siano solennizzate con una sola campana, una sola processione, una sola cerimonia, il Vangelo, che è la cosa più grande, sia predicato con cento campane, cento processioni, cento cerimonie.

56. I tesori della Chiesa, da cui il papa concede le indulgenze, non sono sufficientemente definiti né conosciuti presso il popolo di Cristo.

57. Che non siano certamente tesori temporali è evidente, perché molti di quei predicatori non li profondono tanto facilmente[21], ma soltanto li raccolgono.

38. Né sono i meriti di Cristo e dei santi, perché questi operano sempre, anche senza il papa, la grazia dell’uomo interiore e la croce, la morte e l’inferno dell’uomo esteriore[22].

59. Tesori della Chiesa chiamò san Lorenzo i poveri della Chiesa: ma egli parlava il linguaggio del suo tempo.

60. Senza avventatezza diciamo che cotesto tesoro consiste nelle chiavi della Chiesa (donate per il merito di Cristo).

61. È chiaro, infatti, che alla remissione delle pene e dei casi[23] basta da sola la potestà del papa.

62. Il vero tesoro della Chiesa è il sacrosanto Evangelo della gloria e della grazia di Dio.

63. Ma questo tesoro è a ragione odiosissimo, perché «fa dei primi gli ultimi»[24].

64. Ma il tesoro delle indulgenze è a ragione il più gradito, perché «degli ultimi fa i primi»[25].

65. Perciò i tesori evangelici sono reti con le quali in passato si pescavano uomini ricchi[26].

66. Ma i tesori delle indulgenze sono reti con le quali si pescano le ricchezze degli uomini[27].

67. Le indulgenze, che i predicatori proclamano come le più grandi grazie, si capisce che sono veramente tali quanto al guadagno che promuovono.

68. Sono tuttavia in realtà le minime, paragonate alla grazia di Dio e alla pietà della croce.

69. I vescovi e i curati sono tenuti ad accogliere con tutto il rispetto i commissari dei perdoni apostolici[28].

70. Ma sono tenuti ancora più a vigilare attentamente con gli occhi e con le orecchie affinché invece del mandato ricevuto dal papa quelli non predichino i loro sogni.

71. Chi parla contro la verità dei perdoni apostolici sia anatema e maledetto.

72. Ma chi si oppone alla frenesia e alla licenza del parlare del predicatore di indulgenze, sia benedetto.

73. Come il papa fulmina giustamente coloro che operano qualsiasi macchinazione ai danni della vendita delle indulgenze,

74. Così molto più gravemente intende colpire coloro che, col pretesto delle indulgenze, operano macchinazioni a danno della santa carità e verità.

75. Ritenere che le indulgenze papali siano così potenti da assolvere un uomo, anche se, per impossibile, avesse violato la Madre di Dio, è essere fuori di senno[29].

76. Al contrario diciamo, che le indulgenze papali non possono togliere, quanto alla colpa, neppure il minimo dei peccati veniali[30].

77. Dire che neanche san Pietro, se fosse oggi papa, potrebbe dare maggiori grazie, è una bestemmia contro san Pietro e il papa.

78. Al contrario, diciamo che anche questo papa, come qualsiasi altro, possiede grazie maggiori, cioè il Vangelo, i miracoli, i doni di guarigione ecc., come insegna I. Cor., XII[31].

79. Dire che la croce con le insegne papali eretta solennemente equivalga alla croce di Cristo, è bestemmia.

80. I vescovi, curati e teologi che permettono che simili discorsi siano tenuti al popolo, ne renderanno ragione.

81. Questa scandalosa predicazione delle indulgenze fa sì che non è facile neanche a dei dotti difendere la riverenza dovuta al papa dalle calunnie, o se si preferisce, dalle sottili obiezioni dei laici.

82. Ad esempio: Perché il papa non vuota il purgatorio a motivo della santissima carità e della somma necessità delle anime, che è ragione tra tutte la più giusta, dal momento che libera un numero senza fine di anime a motivo del funestissimo danaro per la costruzione della basilica, che è una ragione leggerissima?

83. Parimenti: Perché continuano le esequie e gli anniversari dei defunti, e non restituisce[32], anzi permette di ricevere i benefici istituiti a loro vantaggio, mentre è un’offesa pregare per dei redenti[33]?

84. Ancora: Che è mai questa nuova pietà di Dio e del papa, per cui concedono per denaro ad un empio e nemico[34] di liberare un’anima pia e amica di Dio, e tuttavia, per la necessità della stessa anima pia e diletta non la liberano con carità gratuita?

85. Perché mai si redime ancora con denaro, con la concessione di indulgenze, da canoni penitenziali che di fatto e per disuso sono già da tempo in sé abrogati e morti, come se fossero ancora in pieno vigore?

86. Così ancora: Perché il papa, le cui ricchezze sono oggi più crasse di quelle dei più ricchi Crassi non costruisce una sola basilica di san Pietro col suo danaro, invece che con quello dei poveri fedeli[35]?

87. Parimenti: Che cosa rimette o partecipa il papa a coloro che in virtù di una perfetta contrizione hanno diritto alla piena remissione e partecipazione[36]?

88. Qual bene maggiore non verrebbe alla Chiesa, se il papa, come lo fa una sola volta, concedesse cento volte al giorno, ad ognuno dei fedeli queste remissioni e partecipazioni?

89. Poiché il papa, per mezzo delle indulgenze, cerca la salvezza delle anime più che il danaro, perché sospende le lettere[37] e le indulgenze precedentemente concesse, mentre sono egualmente efficaci?

90. Soffocare queste pericolosissime argomentazioni dei laici con la sola forza e senza addurre ragioni è esporre la Chiesa e il papa alle beffe dei nemici e rendere infelici i cristiani.

91. Se dunque le indulgenze fossero predicate secondo lo spirito e l’intenzione del papa, tutte quelle difficoltà sarebbero facilmente risolte, anzi non esisterebbero.

92. Addio, dunque, a tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: «Pace, pace», mentre non c’è pace[38].

93. Salute, a tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: «Croce, croce», mentre non v’è croce.

94. Si devono esortare i cristiani a seguire con zelo il loro capo, Cristo, attraverso le pene, le mortificazioni, e gli inferni.

95. Sicché confidino piuttosto di «entrare in cielo attraverso molte tribolazioni»[39], che per la sicurezza della pace[40].

Note

[1] Matth., IV, 17. Metanoeite. Lutero osserva che il significato neotestamentario di questa parola è più ampio di quello della penitenza ecclesiastica, ed equivale ad un rinnovamento della mente designando un atteggiamento permanente di autocritica nel cospetto di Dio e di contrizione, la quale però non si riduce ad una pura disposizione soggettiva, anzi accetta ed invoca le «mortificazioni della carne» (Tesi 3) nelle quali si esprime l’«odium sui» (Tesi 4), che è il sentimento di un vero penitente. Nel senso di questa perdurante disposizione contrita va inteso il famoso paradosso luterano: «semper peccator, semper Justus, semper poenitens», che è sottinteso da tutta questa discussione del concetto di penitenza. E ad essa va riferita la polemica contro le indulgenze, che ovviamente non s’applicano né alla penitenza interiore né alle pene naturali come malattie, sciagure, ingiustizie ed oppressioni, che se accettate come dispensazioni provvidenziali costituiscono una spontanea espiazione, ma unicamente alle pene canoniche imposte dalla Chiesa ai penitenti e contriti confessi.

[2] Matth., XIII, 24 sgg. L’applicazione delle indulgenze alle anime che compiono la loro purificazione in purgatorio è giustificata dalla assimilazione delle loro pene alle pene canoniche imposte dalla Chiesa ai penitenti. Nel caso delle anime purganti, la contrizione è ovviamente presupposta.

[3] «Sanitas», s’intende in senso morale, salute dell’anima. Lutero, a questo punto della sua evoluzione, non nega ancora l’esistenza del purgatorio, ma ne dà una interpretazione psicologica e morale.

[4] La fonte delle affermazioni discusse da Lutero in questa tesi e in quella seguente è la Summaria instructio sacerdotum ad praedicandas indulgentias, pubblicata a cura dell’arcivescovo Alberto di Magdeburgo (ed. dal Kapp, Schauplatz der Tetzelschen Ablass-Krams, Leipzig, 1720).

[5] Cfr. la spiegazione che Lutero dà di questa tesi nelle Resolutiones disputationum de virtute indulgentiarum (1518): «Il papa ed ogni singolo credente possono intercedere, pregare, digiunare per un altro; il papa può farlo per tutti (generaliter), il vescovo per un certo numero (particulariter), il cristiano per determinate anime (individualiter)».

[6] Per il potere delle chiavi, cfr. Matth., XVI, 19; XVII, 18; Joann., XX, 22 sg. Le parole «che non ha» vanno intese con l’implicita limitazione: «che non ha in questo senso, in questa ampia accezione».

[7] «Predicano l’uomo», cioè predicano dottrine immaginate dagli uomini e senza fondamento nella Sacra Scrittura.

[8] «La cassa»: delle indulgenze; «vola via», s’intende, dal purgatorio. Si tratta di esagerazioni della predicazione popolare, attribuite a Tetzel.

[9] L’opinione che alcune anime purganti amino la penitenza per amore di Dio, e non desiderino, in ossequio alla sua volontà, vederla abbreviata, si riscontra in uno scritto di Giovanni Genser von Paltz, docente nello Studio del convento agostiniano di Erfurt fino al 1507. Cfr. E. Bratke, Luthers 95 thesen und ihre dogmenhìstorìschen Voraussetzungen, Gottingen, 1883.

[10] «Nullus securus est de veritate suae contritionis». La certezza soggettiva dev’essere secondo Lutero convalidata da segni oggettivi, come l’assoluzione e i sacramenti in generale.

[11] Le “lettere di indulgenza” sono lettere di confessione (confessionalia) autorizzanti il penitente a scegliere un confessore, da cui ricevere l’assoluzione plenaria, una volta in vita, all’articolo della morte. L’assoluzione concessa dalle lettere confessionali contemplava anche i casi riservati al papa.

[12] La fonte delle affermazioni discusse da Lutero in questa tesi è la Summaria Instructio sacerdotum dell’arcivescovo Alberto di Magdeburgo già citata.

[13] Dei tre elementi della penitenza; contritio cordis, confessio oris, satis)actio operis, soltanto la terza, cioè la pena canonica che viene attribuita al penitente contrito e confesso, è oggetto dell’indulgenza. Ma le altre due parti della penitenza sono, secondo Lutero, le più importanti.

[14] S’intende, in quanto nelle anime purganti la contrizione può essere senz’altro presupposta.

[15] «A poena et a culpa». Lutero spiega, nelle Resolutiones, che le pene canoniche sono soltanto di diritto umano, e non divino.

[16] Intendi: la partecipazione ai tesori della Chiesa, concessa dal papa.

[17] Cfr. Tesi 6.

[18] «Confidano in essi», nel senso intensivo della fede fiduciale luterana, che può avere per oggetto soltanto Cristo.

[19] Allude all’uso di sospendere le prediche nelle altre chiese durante la campagna per le indulgenze.

[20] «Maggiore che ad essa»: s’intende, che alla parola di Dio.

[21] Intendi: non profondono facilmente i loro beni temporali.

[22] L’azione della grazia, nel pensiero di Lutero, ha una doppia e antitetica funzione: mortifica e vivifica: la «croce», ossia la mortificazione, è l’«opus alienum» della grazia, mentre la vivificazione è l’«opus proprium» della medesima.

[23] S’intende: dei casi riservati normalmente alla giurisdizione del papa.

[24] Matth., XX, 16.

[25] Ibid.

[26] Matth., IV, 19. Gli «uomini ricchi», viros divitiarum, sono gli uomini dediti alle ricchezze.

[27] La fonte è in san Bernardo.

[28] Cioè, delle indulgenze papali.

[29] Questa enormità è attribuita a Tetzel. Nelle controtesi di Tetzel-Wimpina l’ipotesi è giustificata cosi: «Poiché un peccato commesso contro la Madre di Dio (per quanto enorme) è minore che se fosse commesso contro il Figlio, e questo, per esplicita testimonianza di Cristo (Matth., XII, 32), può essere rimesso, chiunque afferma che un tale peccato non possa essere sciolto da indulgenze concesse alla contrizione, vaneggia, smania ed erra contro il testo dell’Evangelo e contro Cristo».

[30] Si deve sottolineare: quoad culpam. Le indulgenze rimettono soltanto la pena canonica, non la colpa, da cui il penitente è assolto per la sua contrizione.

[31] I. Cor., XII, 28. «Questo papa» è Leone X.

[32] Il soggetto è: «il papa».

[33] «Per dei redenti»: tali sono, osserva ironicamente Lutero, in virtù delle indulgenze.

[34] «Nemico»: intendi, di Dio.

[35] «Una sola basilica»: allusione alle voci di storni di fondi per altre costruzioni a Firenze (Rossi, Lutero e Roma, p. 299).

[36] «Partecipazione», s’intende alle grazie connesse al tesoro della Chiesa.

[37] «Le lettere»: s’intende: le lettere confessionali

[38] Ierem., vi, 14; Ezech., XIII, 10, 16.

[39] Act., XIV, 22.

[40] Intendi: per la sicurezza prodotta dalla falsa pace di chi si confida nelle indulgenze.

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età moderna, Loescher, Torino, 1966.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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