L’avvento delle reti social a motore blockchain

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Tecnologici in movimento

Non è che il mondo della tecnologia sia rimasto pietrificato dopo il devastante passaggio di Donald Trump e le crescenti e aspre critiche di una cospicua parte dell’opinione pubblica mondiale.

Il mondo della tecnologia, che è peristaltico, si è mosso. Si è mosso in due direzioni, nell’unico modo in cui sa muoversi. Cioè pensando che la tecnologia sia risolutrice di ogni problema. Ci sono due gruppi di tendenza.

Da una parte coloro che vogliono superare con la tecnologia il controllo sui contenuti da parte social media maggiori progettati su un nucleo di controllo centrale, un panopticon. In grande parte questi soggetti sono libertari, anarco-capitalisti o elettori repubblicani convintamente o vagamente trampiani.

Dall’altra parte ci sono gli stessi grandi social media che cercano nella tecnologia una soluzione che impedisca, o renda inutile, il programma politico di regolamentazione delle loro entità, un qualcosa che ormai quasi tutti i parlamenti del mondo si apprestano a fare. Con il tipico pensiero monoteista della Silicon Valley si è convinti che saranno gli stessi social che hanno creato il patatrac a trovare il rimedio.

E in effetti, al di là di queste fantasiose teorie, la tecnologia può offrire, davvero, qualche soluzione interessante. E già esiste. Aspetta solo di essere implementata à la Steve Jobs. Ma forse l’unico tecnologo che somiglia veramente a Jobs si occupa di altro, di automobili e di vettori spaziali. E Twitter lo usa come Trump.

Decentralizzare o non decentralizzare?

Sul piano teorico la soluzione che appagherebbe entrambe le tendenze sarebbe quella dei social decentralizzati, cioè svincolati da un controllo centrale unificato. Non più un mainframe, ma un sistema di network diffusi e connessi.

I libertari sarebbero contenti e Dorsey potrebbe andarsene in Polinesia o Africa senza doversi portare dietro nessun dubbio amletico se tenere o non tenere i casinisti a bordo di Twitter.

Ma se questa soluzione piace ai libertari e anche ai capi dei grandi social media, pone problemi enormi alla comunità e ai suoi rappresentati politici. La moderazione dei contenuti che si va cercando come il Santo Gral, in questo nuovo contesto, sarebbe molto difficile, se non impossibile. Sarebbe un liberti tutti.

Allo stato attuale, come avviene per il fenomeno dei bitcoin dal quale deriverebbe la soluzione tecnologica per i social decentralizzati, tutta questa problematica è avvolta nella nebbia più profonda, anche perché il sistema dei pesi e contrappesi, fondamento della pratica democratica, nel caso dei social decentralizzati sarebbe ontologicamente privato di efficacia.

Sul tema dei social media decentralizzati sofferma la sua attenzione Nathaniel Popper che copre finanza e tecnologia per il New York Times. Vi riportiamo di seguito le sue considerazioni.

Buona lettura!

Gli affanni Jack Dorsey, giovane libertario

Jack Dorsey, l’amministratore delegato di Twitter, è stato al centro di un esteso dibattito sul potere di Twitter dopo la decisione di chiudere l’account di Donald J. Trump. L’ex-presidente aveva fatto di Twitter il suo principale mezzo di comunicazione, anche istituzionale.

Si è trattato di una decisione sofferta da parte di Dorsey, 44 anni e barba da frate cappuccino, che si era già più volte interrogato se la soluzione al troppo potere di Twitter, che da libertario iniziava a pesargli oltremisura, non fosse nella nuova tecnologia che motorizza i Bitcoin, cioè la tecnologia della blockchain.

Dopo che YouTube e Facebook hanno bloccato decine di migliaia di sostenitori di Trump e di suprematisti, è successo che molti di questi si sono riversati su applicazioni alternative come LBRY, Minds e Sessions. Quello che accomuna tal-fatti social media è che sono costruiti sul design tecnologico dei Bitcoin.

La blockchain

Questa tecnologia è sempre più amata da un crescente movimento di tecnologi, investitori, attivisti e utenti comuni perché costruisce una nuova risorsa che è difficile, se non impossibile, da controllare o da egemonizzare da parte dei giganti di Internet come Facebook e Google.

I Bitcoin, sono già una rete decentralizzata capace di sfuggire a ogni controllo privato o pubblico. Infatti, a differenza di altri tipi di criptovaluta, i Bitcoin sono creati e trasferiti non da una banca centrale o da un’istituzione finanziaria, ma da una vasta e distesa rete di computer minatori.

È qualcosa di simile al meccanismo di Wikipedia che può essere modificata da chiunque voglia farlo, piuttosto che da un gruppo di editor, supervisori o editori. La tecnologia sottostante ai Bitcoin è chiamata blockchain, un chiaro riferimento a un libro mastro condiviso nel quale sono registrate con chiave personale tutte le attività.

La blockchain per i social media

Si sta adesso trovando il modo di utilizzare la blockchain, o una tecnologia simile e comunque derivata da essa, per creare reti di social media, per memorizzare contenuti online e per ospitare siti web senza che vi sia alcuna autorità centrale in campo. In questo modo è molto difficile per qualsiasi governo o corporazione vietare gli account o cancellare i contenuti.

Questi esperimenti sono tornati in auge dopo le recenti iniziative “censorie” delle grandi imprese tecnologiche, le quali hanno sollevato molti dubbi sull’eccessivo potere di queste organizzazioni.

Facebook e Twitter hanno chiuso l’account di Trump dopo gli eventi del Campidoglio del 6 gennaio 2021. Trump, incitando alla violenza, avrebbe violato le regole che governano i due social media.

Con la motivazione di non aver fatto abbastanza per limitare i contenuti violenti, Amazon, Apple e Google hanno messo fuori gioco Parler, un’applicazione di social networking che era diventato popolare tra l’estrema destra.

Ci di può fidare?

Mentre i liberal e gli oppositori irresoluti di Trump hanno lodato l’iniziativa, i maggiori social media sono stata messi sulla graticola dai conservatori, dai sostenitori del Primo Emendamento e dall’American Civil Liberties Union con il motivo che non deve esserci alcuna entità privata (e neanche pubblica per i certi repubblicani) a decidere chi può rimanere online e chi no. Dall’Europa si sono fatte sentire le preoccupazioni dei capi di stato dei maggiori paesi.

“Anche se si può essere d’accordo con certe specifiche decisioni, non c’è da fidarsi nemmeno per un secondo delle persone che le stanno prendendo”, ha detto Jeremy Kauffman, il fondatore di LBRY, che fornisce un servizio decentralizzato per lo streaming di video.

Nuove opzioni per le attività sociali online

Questa situazione ha spinto a cercare nuove opzioni. Decine di start-up oggi offrono alternative a Facebook, Twitter, YouTube e ai servizi di web hosting di Amazon. Sono tutte alternative costruite in capo alle reti decentralizzate e ai libri mastri condivisi. Molte di queste iniziative hanno guadagnato milioni di nuovi utenti nell’ultimo torno di tempo, secondo SimilarWeb, una società di dati.

“Questa è la più grande ondata che si sia mai vista”, ha detto Emmi Bevensee, autore di The Decentralized Web of Hate, un saggio sull’adozione dei gruppi di destra della tecnologia decentralizzata.

“Finora è stato un fenomeno di nicchia, ma ora stiamo registrando un interesse più ampio sul modo nel quale le tecnologie emergenti possano servire per sprigionare un profondo impatto sulla nostra società”.

Discesa e risalita dei Bitcoin

Si è cominciato a parlare dei Bitcoin nel 2009. Il suo creatore, una figura oscura conosciuta come Satoshi Nakamoto, ha detto che il suo scopo era quello di permettere a chiunque di aprire un conto bancario digitale e gestire il proprio denaro in un modo che nessun governo potesse controllare o regolare.

Per diversi anni, i Bitcoin ebbero poco seguito oltre un piccolo gruppo di utilizzatori online e persone che volevano acquistare droghe illegali. Però man mano che valore dei Bitcoin saliva, sempre più gente nella Silicon Valley iniziava a rendersi conto delle peculiari qualità tecniche della criptovaluta. Alcuni erano convinti che una tale tecnologia avrebbe potuto essere usata per riprogettare tutto, dal tracciamento dei prodotti, ai giochi online, dal giornalismo ai libri.

Questo clamore si è attenuato nel corso degli anni perché la tecnologia, sottostante al mondo dei Bitcoin, si è dimostrata lenta, proclive all’errore e non facilmente accessibile al grande pubblico. Ma negli ultimi tempi gli investimenti nel settore e l’impegno di alcune start-up hanno cominciato a produrre un software, a motore blockchian, molto accessibile.

I nuovi social media

Nel 2020, Arweave, un progetto basato su blockchain per memorizzare e visualizzare in modo permanente i siti web, ha fornito un archivio di dati e di documenti filmati sulle proteste di Hong Kong. Una iniziativa che ha mandato in ebollizione il governo cinese.

Minds, un clone di Facebook fondato nel 2015 e basato su blockchain, è diventato la casa online per alcune personalità di destra e alcuni neonazisti che erano stati cacciati dai social network tradizionali, insieme a frange estremiste che, in altri paesi, erano state prese di mira dai loro governi.

Minds e altre start-up di natura simile sono finanziate da importanti società di venture capital come Andreessen Horowitz e Union Square Ventures.

Il nuovo piano di Dorsey

Uno dei maggiori promotori dei social decentralizzati è proprio Jack Dorsey. Dorsey ha parlato più volte delle potenzialità di tali reti sociali decentralizzate. Con l’altra società che guida, Square — un servizio di pagamento e transazione online — ha promosso i Bitcoin, senza tanti indugi.

Il suo sostegno pubblico ai Bitcoin e ai progetti legati alla blockchain risale al 2017. Alla fine del 2019, Dorsey ha annunciato l’avvio di Blue Sky, un progetto per sviluppare una tecnologia per dare a Twitter meno potere discrezionale nel decidere chi possa e non possa usare il servizio.

Dopo aver chiuso l’account di Trump, Dorsey ha detto che avrebbe devoluto al team di Blue Sky il potere di decisione su chi deve stare o non stare su Twitter. Blue Sky ha pubblicato i risultati del lavoro di una task force che ha iniziato ad esaminare i potenziali progetti.

L’alternativa alle blockchian

Le blockchain non sono l’unica soluzione per coloro che sono alla ricerca di alternative al strapotere Big Tech. Molte persone sono recentemente migrate su app di messaggistica criptata come Signal e Telegram, che non hanno bisogno di una blockchain. Moxie Marlinspike, il creatore di Signal, ha detto che la decentralizzazione rende difficile costruire un buon software.

La sperimentazione di sistemi decentralizzati è comunque aumentata nell’ultimo periodo. Brave, un nuovo browser, ha annunciato che avrebbe iniziato ad implementare, all’interno del software esistente, un sistema basato su blockchain, noto come IPFS. Lo scopo di IPFS sta nel rendere il web più affidabile e generalmente accessibile nel caso in cui i grandi fornitori di servizi andassero giù o cercassero di bandire i contenuti.

“La rete IPFS dà accesso anche ai contenuti che sono stati censurati dalle corporazioni e dagli stati nazionali”, ha detto Brian Bondy, co-fondatore di Brave.

LBRY

Da dicembre 2020, ogni giorno il numero di persone che si iscrivono a LBRY, l’alternativa a YouTube basata sulla blockchain, è aumentato del 250 per cento, secondi i dati diffusi dalla società. I nuovi arrivati sembrano provenire in gran parte dal gruppo eterogeneo di fan di Trump, suprematisti bianchi e sostenitori del diritto delle armi che, in genere, sono incappati nella messa al bando di YouTube per violazione del codice di condotta.

Quando YouTube ha rimosso le ultime clip del videoblogger suprematista bianco Way of the World, questi ha twittato: “Perché sprechiamo il nostro tempo con questa merda globalista? Venite su LBRY a vedere tutti i miei video in qualità HD, senza censura!”.

Megan Squires, un professore della Elon University che studia le nuove reti di computer, ha detto che i network sociali basati su blockchain sono problematici perché la tecnologia sottostante ha reso difficile esercitare qualsiasi controllo sui contenuti.

I rischi delle rete sociali a motore blockchain

“Come tecnologia è molto cool, ma non si può semplicemente sedersi lì e pensare che tutte le informazioni saranno, a prescindere, libere”, ha detto ancora Squires. “Ci saranno razzisti, ci sarà gente che vuol sparare ad altra gente, ci saranno pazzoidi. Ci sarà, insomma, il pacchetto completo”.

Kauffman ha dichiarato che LBRY è preparato per affrontare queste situazioni. Chiunque potrà creare un account e mettere contenuti sulla blockchain di LBRY senza che la società possa mettere becco. Avviene tutto in maniera simile al modo in cui chiunque può creare un indirizzo e-mail e inviare un messaggio di posta. Ma, per fortuna, c’è un grosso “ma” ed è avversativo.

E questo ma è che le persone avranno accesso ai contenuti postati attraverso una pagina web tradizionale. Ciò permetterà a LBRY di applicare le necessarie politiche di moderazione, proprio come Google può filtrare lo spam e i contenuti illegali nelle e-mail.

Anche con questa limitazione, Kauffman ha affermato che nessuno verrebbe privato della possibilità di partecipare alla conversazione che si svolge online.

“Sarei fiero di dare spazio su LBRY a ogni voce emarginata, a prescindere da quanto io sia in disaccordo o in accordo con essa”, ha detto Kauffman con orgoglio.

A nous la liberté! A vous les problemes!

Nathaniel Popper si occupa di finanza e tecnologia per conto del “New York Times”. È autore di Digital Gold: Bitcoin and the Inside Story of the Misfits and Millionaires Trying to Reinvent Money. Prima di approdare al New York Times ha lavorato al “Los Angeles Times” e a “Forward”.

Fonte: They Found a Way to Limit Big Tech’s Power: Using the Design of Bitcoin. Companies inspired by the cryptocurrency are creating social networks, storing online content and hosting websites without any central authority, The New York Times, 26 gennaio 2021.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.