L’attualità di Edmund Burke

Proteggere le istituzioni a prescindere da chi le occupa

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Edmund Burk visto dall’illustratore newyorkese John Jay Cabuay. Illustrazione comparsa su “The New Yorker” del 22 luglio 2013 a corredo di un articolo di Adam Gopnik dal titolo “The right man”.

L’eredità di Burke

La storia del pensiero deve ancora rendere giustizia ad Edmund Burke. Considerato il più conservatore dei conservatori, l’arci-nemico di ogni cambiamento, in realtà è tutt’altro rispetto a questo ritratto.

A ben guardarne il pensiero, Burke è tanto conservatore, per certi aspetti, quanto liberale, per altri, rapportando il significato dei due termini al tempo in cui è vissuto il pensatore irlandese.

Il suo scritto più importante e noto, Riflessioni sulla rivoluzione in Francia, divenne immediatamente il manifesto dei conservatori europei. Questa connotazione ha purtroppo messo in ombra altri e altrettanto significativi aspetti dell’attività politica e del pensiero di Edmund Burke.

Se non fosse stato per le Riflessioni, oggi Burke occuperebbe un posto meno assegnato, più dialettico nella storia delle dottrine politiche. Anche se negli Stati Uniti l’attenzione verso Burke si è riaccesa a differenza di quanto succede nel suo Paese e in Europa.

Qui Burke resta saldamente nel campo conservatore come cerca di mostrare anche la sua recente biografia scritta da Jesse Norman — membro conservatore della Camera dei Comuni — dal titolo Edmund Burke: The First Conservative.

A chi appartiene Burke?

In un lungo articolo del 2013 su “The New Yorker” Adam Gopnik si chiede, appunto, a chi appartenga Burke e nota l’originalità e la straordinarietà del suo pensiero anche se resta difficile definire che cosa lo renda così straordinario. Proprio questa difficoltà definitoria lascia spazio a molte direttrici interpretative.

Si aggiunga che anche nella vita privata Burke era un originale e un eccentrico e anche stravagante nei suoi gusti. Irlandese, di capigliatura rossa, cattolico, viveva in un paese in cui i cattolici erano discriminati ed emarginati dalla vita pubblica e dal potere in modo analogo a quello che avviene negli Stati Uniti con la gente di afro-americana.

Un tentativo di collocare meglio Burke nell’ambito della storia delle dottrine politiche è stato effettuato dal giovane storico Yuval Levin nel suo The Great Debate: Edmund Burke, Thomas Paine, and the Birth of Right and Left (2013). Per Levin i due pensatori, arci rivali all’epoca, alla fine stanno nello stesso alveo quello del liberalismo classico.

Solo che lo vedono in modo diverso. Paine lo vede da fisico newtoniano. La società deve essere continuamente rimodellata sulla base del pensiero razionale delle leggi astratte e del metodo scientifico. L’approccio di Burke è quello della teoria evolutiva dove mutazioni sono graduali e riflettono la saggezza ereditata della specie. Gli esseri umani, in questa visione, vivono in una complessa rete di relazioni sociali che ci preesistono e ci superano.

Burke politico

Un tratto del comportamento politico e della visione di Burke ha in effetti, come vedremo meglio, una grandissima attualità nel dibattito politico contemporaneo. Si tratta della netta distinzione che egli traccia tra le istituzioni e chi, sul momento, le occupa.

La critica dura o la lotta tenace al soggetto occupante un’istituzione non deve mai coinvolgere l’istituzione stessa, la quale deve restare fuori dalla battaglia politica, anche quando questa si polarizza o si estremizza. Due tendenze che connotano lo scenario politico contemporaneo in molti paesi. Per esempio Burke sarebbe rimasto scandalizzato udendo lo slogan come “Not my president”.

Se la lotta politica finisce per travolgere questo confine tra istituzione e occupante, il dado è tratto. Lo sbocco è quello che Burke chiama la “Repubblica dei regicidi”, cioè uno stato senza più istituzioni di riferimento dove prevale la legge del più forte e non più la legge della costituzione.

Un conservatorismo tendenzialmente liberale

Forse il pensiero di Burke rappresenta il conservatorismo al suo più alto e bilanciato livello di progressività.

Per esempio, Burke era solidale con le rivendicazioni delle colonie americane, ma non (come il suo amico Thomas Paine) un entusiasta sostenitore della loro indipendenza; ripugnava la rivoluzione francese ma restò ipnotizzato da quella americana, criticò aspramente la politica di Giorgio III, ma fu un irremovibile difensore dell’istituzione monarchica; si oppose fermamente alla politica di rapina della Compagnie delle Indie, ma restò un fermo sostenitore dell’Impero britannico; vide con favore una graduale emancipazione degli schiavi, ma non credeva, anzi aborriva, il concetto di uguaglianza.

Ancora in vita Edmund Burke era fuori da tutti gli schemi.

La rivoluzione francese secondo Burke

Il nome di Burke, come abbiamo detto, è indissolubilmente legato alla sua radicale critica alla Rivoluzione Francese. Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia fu pubblicato nel novembre del 1790, un anno dopo la caduta della Bastiglia, ma prima dell’avvento del Terrore.

In quel momento sembrava ancora possibile che la continuità della monarchia, in una forma costituzionale, avrebbe risparmiato alla Francia il bagno di sangue e l’apocalisse istituzionale che in effetti si verificò sotto il Terrore.

Proprio Burke nelle Riflessioni previde, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, la deriva della rivoluzione, le esecuzioni di Luigi XVI e Maria Antonietta; la pochezza dei leader rivoluzionari moderati; la ghigliottina nelle piazze, l’avvento a di una dittatura di stampo militare come quella di Napoleone; la lunga guerra europea in cui la “Repubblica del Regicidio” avrebbe cercato di soggiogare le altre nazioni in nome di libertà, fraternità e uguaglianza.

Una delle figure più significative della storia francese del Novecento e della grandeur, Charles de Gaulle, non era lontano dal pensarla come Burke sullo sviluppo della rivoluzione francese, come mostra Patrice Gueniffey nel suo recentissimo libro Napoleon and de Gaulle (Harvard University Press, 2020) Giusto per dire che l’opera di Burke non influenzò solo i suoi contemporanei, ma anche generazioni ampiamente successive.

Come fece Edmund Burke ad anticipare con tanta precisione il corso degli eventi della rivoluzione in Francia e, per estensione, di altre rivoluzioni successive le quali miravano a stabilire società più giuste ed eque e, invece, finivano solo per produrre dispotismo e terrore?

È questa la domanda che si pone, come leva per sviluppare un ragionamento sul quadro attuale — specialmente in America — Bret Stephens, editorialista del “New York Times”. Il suo intervento sul quotidiano di New York, dal titolo Why Edmund Burke Still Matters, vale senz’altro il tempo che richiede per leggerlo. Lasciamo dunque la parola a Stephens.

Buona lettura!

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Edmund Burke alla Camera dei Comuni. Incisione di Charles Joseph Staniland.

L’arazzo sociale e politico

La domanda va affrontata alla luce delle due correnti ideologiche più importanti del mondo di oggi: il populismo, che ha travolto tanta parte del mondo conversatore negli ultimi cinque anni, e il progressismo radicale che minaccia di travolgere l’altra parte dello schieramento politico, cioè la sinistra.

Alla base della visione di Burke della società politica c’è la profonda preoccupazione per la fragilità delle istituzioni che possono essere annichilite in nome di un nuovo ordine morale, del nazionalismo e della rivoluzione sociale.

Gli Stati, le società e le identità non sono costruzioni di blocchi di Lego da smontare e rimontare a piacimento. Sono più simili ad arazzi, tramandati di generazione in generazione, da rammendare con cura su un bordo sfilacciato, da ampliare con delicatezza sull’altro, da maneggiare con cautela per evitare che un singolo filo tirato con troppa energia possa srotolare l’intero tessuto.

“La natura dell’uomo è sfaccettata; le componenti della società sono di una complessità indicibile”, scriveva Burke. “E quindi nessuna azione o iniziativa del potere può essere semplice o rispondere appieno alla complessità della natura dell’uomo e delle sue relazioni sociali”.

Gestire la complessità

La critica maggiore di Burke ai rivoluzionari francesi è proprio quella di aver prestato troppo poca attenzione a questa complessità.

“Erano uomini di teoria, non di pratica”, scrive Burke.

Gli uomini di esperienza tendono a essere cauti nell’azzardare cambiamenti radicali nei confronti di ciò che è stato faticosamente costruito. Gli uomini di teoria tendono ad essere avventati con ciò che hanno ereditato senza averlo costruito.

“Hanno costruito una santabarbara sotterranea che faranno saltare in aria, con una sola grande esplosione. Salterà in aria il passato, salteranno in aria i trattati, le leggi, il Parlamento. Dalla loro parte hanno ‘i diritti dell’uomo’. In nome di questi diritti non si possono accettare limitazioni”.

Non che Burke fosse contro i “diritti” in sé. La caricatura di Burke vuole che sia il “grande conservatore”, un politico per il quale ogni tipo di cambiamento era pericoloso in pratica e un anatema in linea di principio.

Questa caricatura del pensatore irlandese avrebbe stupito i suoi contemporanei, che lo conoscevano come il paladino dell’emancipazione dei cattolici — il movimento per i diritti civili del suo tempo — e di altre cause riformiste (e di solito impopolari).

Una collocazione più appropriata per Burke

Una collocazione più corretta di Burke lo metterebbe nell’area dei “quasi-liberali”, o dei “quasi-conservatori”. Burke sfida le facili categorizzazioni del suo tempo e anche quelle del nostro. Credeva in un governo ragionevolmente ridotto, in un riformismo graduale, nella sovranità del parlamento e, con certe limitazioni, nei diritti individuali.

Pensava che per garantire i diritti non bastava semplicemente dichiararli sulla carta, codificarli nella legge e rivendicarli come il dono di Dio o della volontà generale.

Le condizioni della libertà dovevano irradiare dall’esempio del potere pubblico, dall’educazione morale, dalla lealtà alla nazione e al proprio paese e dal sano rispetto per la “saggezza latente” nei costumi e nelle credenze consolidatesi da tempo.

A Burke mancavano la chiarezza e l’idealismo di Thomas Jefferson, ma il pensatore irlandese non soffriva di quel tanto d’ipocrisia che invece affliggeva lo statista americano, sostenitore dell’egualitarismo, ma non per le persone di colore. Il possidente Thomas Jefferson, che aveva molto schiavi, non ha mai detto una parola contro la schiavitù che, invece, Burke, avversava senza con questo mai diventare fautore di un principio parità.

Burke su Trump

Quanto detto può risultare sospetto ai lettori moderni, soprattutto a quelli progressisti. Ma consideriamo che cosa Burke avrebbe potuto pensare di Trump e del trumpismo. Sarebbe rimasto inorridito di fronte alle parole di Trump di “prosciugare la palude”. La metafora gli avrebbe ricordato che, distruggendo tutta la vita all’interno della palude, alla fine rimane solo la melma.

Sarebbe stato disgustato dall’autopromozione della famiglia Trump. Tra le grandi cause della vita di Burke ci fu la lotta per l’impeachment di Warren Hastings, il de facto governatore generale dell’India, a capo di un’amministrazione corrotta e crudele.

Soprattutto, Burke sarebbe stato disgustato dalle maniere di Trump.

“Le buone maniere sono più importanti delle leggi”, scrisse con convinzione.

Buone maniere e decenza pubblica

“La legge ci tocca, ma parzialmente e sporadicamente. Le buone maniere, invece, sono ciò che ci infastidisce o ci conforta, ci corrompe o ci purifica, ci esalta o ci svilisce, ci barbarizza o ci civilizza… Danno forma e colore alla nostra vita. A seconda della qualità delle maniere, la morale si irrobustisce o si indebolisce”.

La visione di Burke della centralità delle buone maniere rispetto alle norme, e delle norme rispetto alla morale, della morale rispetto alla cultura e della cultura rispetto all’ordine politico significa che non sarebbe rimasto impressionato dalle affermazioni secondo cui Trump avrebbe “vinto” con la nomina di giudici conservatori o la riduzione dell’aliquota dell’imposta sulle società. Quelle sarebbero state delle quisquilie immerse in un contesto ben più pericoloso.

La vera eredità di Trump, agli occhi di Burke, sarebbe stato il suo indefesso svilimento della cultura politica, della correttezza personale, del rispetto per delle istituzioni, dell’amore per la tradizione, della fiducia dei cittadini nelle autorità civili.

Tutti questi sono ingredienti di una società che crede — e ha ragione a farlo — nella propria fondamentale decenza.

“Perché possiamo amare il nostro Paese”, scriveva, “occorre che il nostro Paese sia un luogo bello e decente”.

Continuità e cambiamento

D’altronde, Burke non sarebbe stato meno clemente con l’estrema sinistra. “Avete cominciato a sentirvi a disagio”, disse ai rivoluzionari francesi, “perché avete cominciato a disprezzare tutto ciò che vi apparteneva”.

Per Burke, i materiali per un cambiamento sociale positivo dovevano essere ricercati in ciò che il Paese già aveva — storicamente, culturalmente, istituzionalmente — e non in ciò che gli mancava.

La Gran Bretagna era diventata la società più liberale del suo tempo, sosteneva Burke, perché aveva tenuto fede a quelle che lui chiamava “le nostre antiche, indiscutibili leggi e libertà”, tramandate “come eredità dei nostri antenati. Questo lascito”, aggiungeva, “è un principio sicuro di continuità; che non esclude per niente il principio di miglioramento”.

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La statua di George Washington imbrattata di vernice nel Washington Square Park a New York.

Il rispetto delle istituzioni

Le persone che ora imbrattano le statue di Thomas Jefferson e George Washington e che dipingono con lo spray “1619” su di loro monumenti, pensano di potere così smascherare l’ipocrisia razziale dei padri fondatori.

Se Burke fosse ancora vivo, probabilmente noterebbe che le persone che scambiano le antiche libertà — la libertà di parola, per esempio — con i nuovi diritti (esempio, la libertà dalla parola) potrebbero presto ritrovarsi con nessuna delle due.

Burke osserverebbe che non è facile insegnare il rispetto per le istituzioni politiche democratiche, quando si getta la vernice, in segno di disprezzo, sui monumenti dei fondatori di tali istituzioni.

Suggerirebbe ai manifestanti, bramosi di rivendicare una maggiore uguaglianza per tutti gli americani, che è meglio arruolare la memoria dei fondatori alla propria causa piuttosto che consegnare la loro difesa agli avversari politici.

Metterebbe in guardia sul fatto che la distruttività nei confronti della proprietà tende ad aprire la strada alla violenza nei confronti delle persone.

Avvertirebbe che il danno all’ordine civile, alla proprietà pubblica e, soprattutto, ai valori che i dimostranti sostengono di difendere, potrebbe essere difficile da riparare. “La rabbia e la frenesia distruggono più in mezz’ora di quanto la prudenza, la riflessione e la lungimiranza abbiamo costruito in cento anni”.

Perché Burke ha ancora qualcosa da insegnare

Poiché Burke sostiene un concetto di libertà diverso da quello che oggi va per la maggiore, può essere facile liquidare i suoi insegnamenti come interessanti, ma in definitiva irrilevanti. George Will, nella sua opera magna The Conservative Sensibility, parla di Burke come di un conservatore “trono e altare” di scarsa rilevanza per i contemporanei.

Qualsiasi altra cosa si possa dire di eventi come quelli di Portland o di Seattle o di altre località nel mondo (dopo la morte di Floyd), non si tratta dell’assalto alla Bastiglia, e le veglie non sono il giacobinismo — o, almeno, non ancora. Il momento di scrivere Riflessioni sulle Rivoluzioni in America e nel mondo è ancora lontano.

Leggere e ammirare Burke non richiede di fare proprio il suo pensiero, tanto meno di trattarlo come un profeta. Ma è un’opportunità per imparare qualcosa da un uomo che ha visto, più chiaramente della maggior parte delle persone, come “programmi molto credibili, con inizi molto promettenti, finiscano spesso per svilupparsi in sistemi vergognosi e deplorevoli.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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