L’arte della stampa di Aldo Manuzio

All’intersezione tra arte e tecnologia

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La modernità di Aldo Manuzio

L’estetica della parola scritta è una necessità. Traversa tutta l’epoca moderna e continuerà anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Pure i robot ameranno i bei caratteri e i glifi ben rifiniti ai loro bordi grazie alla loro costruzione geometrica fatta secondo antiche regole formali di proporzione e grazia. Il bello resterà e l’arte della stampa cerca il bello.

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L’emblema delle Edizioni Aldine di Manuzio mostra un delfino arrotolato intorno a un’ancora agganciata a un festone di frutti. Manuzio aveva ricavato questo emblema da una moneta romana donatagli dal Bembo. Il motto delle edizioni Aldine è “festina lente” (affrettati lentamente). Questo emblema è stato ripreso in tempi moderni dalla casa editrice di New York Doubleday Books, oggi parte del gruppo Penguin-Random House.

All’origine dell’arte della stampa c’è Aldo Manuzio, l’uomo che ha coniugato arte, tecnologia e manifattura e ha lasciato un’“eredità più duratura del bronzo”, come titolava una mostra tenuta a New York nel 2015 per il quinto centenario della sua scomparsa. Per chi legge e pubblica Manuzio vale quanto Michelangelo per chi modella la materia.

Steve Jobs non mancava di dire che la tecnologia è un aspetto della creazione artistica. È più design che ingegneria, anzi è design tout-court. Vikram Chandra, uno sviluppatore scrittore indiano naturalizzato americano e noto anche in Italia, ha scritto un libro, Geek Sublime. La mia vita tra letteratura e codice (Mondadori), per mostrarci che la scrittura del codice è una sorta di genere letterario, qualcosa che equivale a scrivere una storia o una poesia. Esattamente come gli scrittori e i poeti, alcuni tra i più motivati sviluppatori di software sono ossessionati dall’eleganza e dallo stile delle parole che utilizzano.

Ebbene Manuzio non è stato il primo artista-tecnologo, ma è stato il primo ad aggiungere a quel binomio vincente un terzo pilastro, il marketing, perché l’editore veneziano aveva un senso per gli affari e l’impresa molto spiccati, come si addiceva agli abitanti della Venezia dell’epoca. Il che non guasta mai in un’artista. Lavorava nella Venezia di fine quattrocento, una città che si poneva, come lo saranno Parigi e New York, nel punto di giunzione tra cultura e business, tra arte e mercato.

Chi è Manuzio?

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Manuzio raffigurato in una incisione del XVII secolo, Bibliothèque Nationale, Paris.

Manuzio è un personaggio davvero importante per chi si occupa di editoria, ma non solo. Nato in un paesino laziale, Bassiano, il cui nome richiama curiosamente luoghi e pittori del Rinascimento veneto, si trasferì appunto a Venezia, dopo gli anni di formazione umanistica spesi tra Roma e Ferrara, tra il 1489 e il 1490.

Trovarsi a Venezia in quel decennio cruciale per lo sviluppo della città voleva dire essere parte della più potente repubblica marinara, crocevia di creatività e ispirazione metropolitana, mitigate dal rigore di personaggi come il cardinal Bessarione che alla città aveva donato la sua strabiliante collezione di codici, oppure di Ermolao Barbaro che agli studiosi metteva a disposizione la sua grande biblioteca.

Senza dimenticare che, oltre ad un’aristocrazia ricca, ambiziosa e colta, pochi anni dopo, all’alba del Cinquecento, sarebbero arrivate a Venezia alcune tra le menti e le mani più abili della pittura rinascimentale: Lorenzo Lotto, Tiziano Vecellio, Tintoretto.

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Una pagina di Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna edito da Manuzio nel 1499. Si noti la xilografia che raffigura un’unica scena che abbraccia due pagine frontali. Si noti anche la costruzione del testo sottostante a piramide rovesciata. La costruzione artistica della pagina realizzata con mezzi meccanici è uno dei più grandi insegnamenti del grande editore veneziano. L’intersezione tra tecnica e arte è oggi un principio profondamente riconosciuto e applicato.

Un perfetto equilibrio tra tecnica, arte e mercato

Ad ogni modo, Manuzio si ritrova in una di quelle fortunate coincidenze spazio-temporali in cui, a chi voglia occuparsi di cultura, gli affari non possono che andar bene (beati loro!). Grammatiche greche, dizionari, edizioni complete delle opere di Aristotele, Lucrezio e Plutarco, opere di storia e trattati di oratoria cominciano a uscire dalle abili mani di una quindicina di operai e da sei torchi in contrada S. Agostin.

Se dal punto di vista contenutistico non furono poche le opere cruciali inserite nel piano editoriale della stamperia di Manuzio, anche sul piano pratico molti furono i suoi successi: dallo sviluppo di caratteri come il Bembo, esempio di raffinata eleganza e di proporzioni basate sulla profonda conoscenza dei coevi studi umanistici in architettura, tale fu l’unanime riconoscimento dell’arte di Manuzio da essere il primo a essere plagiato, con botteghe di imitatori che “taroccavano” i suoi libri.

E proprio a questo periodo risale la composizione di una delle opere più studiate del Rinascimento italiano, l’Hypnerotomachia Poliphili, attribuita a Francesco Colonna ma dibattuta in ogni dettaglio ancora ai giorni nostri e soggetto di una imponente bibliografia sui cinque continenti. La particolarità del volume aldino, oltre al complesso e misterioso contenuto, risiede certamente nell’arte di combinare le ben 172 illustrazioni incise su matrici di legno con il testo in volgare.

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L’edizione tascabile del 1501 de Il Canzoniere di Francesco Petrarca . È il primo tascabile della storia. Oggi il libro è alla Morgan Library di New York.

I libelli portatiles

All’inizio del Cinquecento, inoltre, Manuzio inventò — forse per ovviare alla crisi economica dovuta in parte anche alle guerre attraverso le quali Venezia cercava di barcamenarsi mantenendo la propria indipendenza — i primi libri “portatili”, ovvero dei libelli di dimensioni contenute che permettevano di svincolare la lettura dall’essere un’occupazione puramente connessa ai momenti di studio o a determinati luoghi deputati, dando pertanto vita ad una concezione moderna del lettore.

Il laboratorio dell’editore moderno

Manuzio introdusse anche l’uso della punteggiatura mutuandone l’uso dal greco e introducendo accenti, punti e virgole e apostrofi e creò inoltre un famoso emblema per la sua bottega: un’ancora e un delfino stretti in un abbraccio suggellato dal motto “Festina lente” (affrettati con calma) usato ancora oggi dalla casa editrice Doubleday.

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Il frontespizio dell’edizione di Adagia del 1507.

Nella bottega di Manuzio, prendono forma anche quelle forme di mercanteggiamento tra autori ed editori che caratterizzano ancora oggi l’editoria moderna, ovvero la promessa d’acquisto di uno stock di libri da parte degli autori o dei committenti alfine di garantire il rientro economico delle spese di pubblicazione agli editori.

A Manuzio fu addirittura il celebre Erasmo da Rotterdam a garantire l’acquisizione di 200 copie dell’edizione dei suoi Adagia nel 1507, Erasmo che gli suggerì anche di realizzare l’opera in corsivo, contribuendo alla creazione di quel set di caratteri che ancora oggi viene chiamato italics in lingua inglese, celato omaggio al nostro Manuzio.

Il Grolier Club, il luogo dei bibliofili

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La placca del Grolier Club a New York, sulla 29ma East.

Per gli amanti dell’arte del libro e i bibliofili, il luogo ideale per immergersi nell’arte secolare della manifattura libraria è il Grolier Club di New York, un club dedicato proprio a questa arte.

Fondato da Robert Hoe nel 1884, prende il nome dal celebre collezionista francese Jean Grolier, figura ispiratrice per gli otto membri fondatori del club che nella sua mission annovera obiettivi come sostenere lo studio dei libri e delle opere cartacee, mantenere una biblioteca, pubblicare occasionalmente dei libri, organizzare mostre e diffondere la cultura libraria presso il pubblico generale — non dimenticando l’arte (davvero sconosciuta ai più) di compilare bibliografie.

La collezione del club include 100.000 libri che trattano di…libri! Il Grolier possiede anche 60.000 cataloghi di vendite e aste di libri raccolti nell’arco di cento anni dai più importanti librai europei e americani. Quale posto migliore per chi abbia voglia di approfondire l’argomento?

La Aldus e la nascita del Desktop Publishing

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La videata dei crediti di Aldus Page Maker, il primo software di impaginazione per il Macintosh. L’introduzione del Page Maker dette avvio al fenomeno del Desktop Publishing che ha cambiato la tipografia moderna portandola da un’industria manifatturiera a un’industria automatizzata.

Nel lontano 1985, una software house di Seattle di nome Aldus Corporation, iniziò a commercializzare un software per l’impaginazione di testi e immagini di nome PageMaker, scrivendo una pagina fondamentale della storia della tipografia e dell’editoria.

Fu proprio Aldus PageMaker a rendere possibile la rivoluzione del desktop publishing poiché, per usare un termine più recente, contribuì a trasformare il Macintosh (lanciato l’anno prima) in una ottima piattaforma per la produzione di ogni tipo di pubblicazione, compresi i libri.

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Il Macintosh con la Laser Printer, il sistema che ha dato inizio, insieme al PageMaker, alla rivoluzione del desktop Publishing.

Steve Jobs, grazie alla sua passione per la calligrafia di cui ci occuperemo in un prossimo post, avevo dotato il Mac di un set di meravigliosi caratteri tipografici (tra cui il Palatino e il Bookman) che la Laser Printer (la stampante collegata al Mac) riproduceva con una qualità quasi tipografica grazie al linguaggio di descrizione PostScript di Adobe. Il linguaggio PostScript aveva la straordinaria capacità di riprodurre su un foglio di carta quelle che si riusciva a costruire e a vedere a video con i programmi di grafica e disegno, che sempre più numerosi e sofisticati, si aggiungevano al set iniziale fornito da Apple. Il tutto somigliava, molto metafisicamente, alla stamperia delle Edizioni Aldine. C’erano le stesse cose, in una forma immateriale.

Il PageMaker e la Laser Printer di Apple erano stati rilasciati lo stesso giorno il 23 gennaio 1985. Questa data può essere segnata come la data dell’editoria elettronica.

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Una videata di PageMaker 2.0 con aperto il menu “Type” che permetteva di formattare il testo in modo tipografico una volta collocato nella pagina. Ciò che era visibile a video, veniva poi trasferito sulla stampante.

I fondatori e gli sviluppatori della Aldus, avevano voluto rendere omaggio al fondatore della tipografia e dell’editoria moderni, innanzitutto chiamando la società “Aldus”, il nome di battesimo di Manuzio e la radice delle Edizioni Aldine, e poi adottando come logo delle società e emblema dello stesso PageMaker, il volto stilizzato di Manuzio, tramandato attraverso una famosa incisione. Stavano a Seattle, dall’altra parte del mondo, erano dei giovani ingegneri e non si occupavano né di editoria, né di arte. Ma l’eredità dell’umanista veneziano era più duratura del bronzo.

Aldus, un ennesimo esempio preclaro di congiunzione tra arte e tecnologia. La via giusta al futuro.

Si ringrazia Valentina Sonzogni per avere contribuito a questo post.

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Valentina Sonzogni, storica dell’architettura e dell’arte, ha ottenuto il PhD presso l’Universität für Angewandte Kunst (Vienna) in Storia e teoria dell’architettura. Ha lavorato presso numerose istituzioni, tra le quali Kiesler Foundation (Vienna) e The Guggenheim Foundation (New York), ha scritto su riviste e cataloghi di architettura e ha tenuto conferenze presso università italiane ed estere. Dal 2008 collabora con il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea (Rivoli-Torino).

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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