L’America ricadrà in una guerra civile?

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Mood nero

Le redazioni delle maggiori testate americane e di alcuni magazine stanno dedicando un’attenzione insolita nei confronti di due libri appena usciti. Il che mostra il mood che prevale in certi ambienti, in particolare, quelli di ispirazione liberaldemocratica o, diciamo, tendenzialmente progressista.

Il temporaneo sollievo per l’uscita di Trump e il buon avvio della Presidenza Biden sembra essersi mutato in una sceneggiatura di Roger Corman: l’incubo di un film horror di serie B.

Il primo libro, del quale si parla molto, è How Civil Wars Start: And How to Stop Them di Barbara F. Walter, una politologa dell’Università della California, San Diego. La studiosa californiana ha impiegato la sua carriera nello studio dell’origine e dello sviluppo dei conflitti intestini in molteplici paesi (Jugoslavia, Iraq, lo Sri Lanka e un altro centinaio di luoghi dove sono avvenuti, stando dell’autrice) e adesso inizia ad vedere salire una tendenza simile a quella di questi infelici paesi anche negli Stati Uniti.

Il secondo libro è dello scrittore e critico canadese Stephen Marche nel cui libro, The Next Civil War: Dispatches from the American Future l’eventualità ipotizzata dalla Walter diventa certezza: sì l’America andrà a pezzi e ci sarà una guerra civile. Preparatevi! (rivolto ai canadesi).

Questo due libri vanno ad aggiungersi ai molti che hanno analizzato il processo di polarizzazione e di crescita del frazionismo radicale in America che è una delle prime vampate di una eventuale guerra civile.

Tra i molti, la book critic per la non-fiction del New York Time, Jennifer Szalai, menziona questi: Lilliana Mason Uncivil Agreement, Ezra Klein Why We’re Polarized, Joanne B. Freeman The Field of Blood e Kathleen Belew Bring the War Home. Un effluvio di studi, ma nessuno di questi ipotizza una nuova Guerra di Secessione.

Adesso Michelle Goldberg, una delle opinioniste di punta del quotidiano di New York, prende il toro per le corna e, riferendosi ai due studi sopra citati, affronta senza troppe remore il tema di sottofondo, ma certamente presente nel sentimento pubblico, se l’America stia correndo pazzamente sui binari che portano a un vero e proprio conflitto civile.

Per non tenervi in ansia, vi anticipo che non ritiene che questo succederà, ma succederà qualcosa di molto meno fragoroso, ma affine nello sbocco.

Interessante.

Leggetevi in traduzione italiana l’articolo dove la Goldberg sviluppa questa tesi.

A proposito di Michelle Goldberg. Quando Trump decise di visitare la redazione del NYT, all’inizio del mandato, chiese la esclusione di due giornaliste: proprio la Goldberg e Maureen Dowd. Ne stanno andando ancora orgogliose.

Buona lettura!

Quando meno te lo aspetti, zac

Barbara F. Walter, una scienziata della politica dell’Università della California, San Diego, ha intervistato molte persone che hanno vissuto guerre civili, e ha scoperto che tutti dicono che non se le aspettavano. “ Tutti restano sorpresi”, ha detto. “Anche se, per chi le studia, sono un sbocco ovvio già anni prima che esplodano”.

Vale la pena tenerlo a mente se il primo impulso è quello di rigettare l’idea che l’America possa ricadere in una guerra civile. Anche ora, nonostante la mia costanta angoscia per la disintegrazione dell’America, trovo l’idea di un crollo totale difficilmente plausibile.

Ma per coloro che, come Barbara Walter, studiano le guerre civili, un collasso dell’America inizia a essere ritenuto, se non ovvio, tutt’altro che improbabile, specialmente dopo i fatti del 6 gennaio dello scorso anno.

Due libri che fanno pensare

Due libri usciti questo mese ci notificano che l’America è più vicina alla guerra civile di quanto la maggior parte di noi creda.

In How Civil Wars Start: And How to Stop Them, Barbara Walter scrive: “Ho studiato come iniziano le guerre civili, e intercetto segnali che la gente non vede. E posso vedere questi segni emergere in America ad un ritmo sorprendentemente veloce”.

Lo scrittore e critico canadese Stephen Marche è ancora più esplicito nel suo libro The Next Civil War: Dispatches From the American Future. “Gli Stati Uniti stanno già arrivando all’epilogo”, scrive Marche. “La domanda è come”.

Nel “Globe and Mail” di Toronto, Thomas Homer-Dixon, uno studioso dei conflitti, ha esortato il governo canadese a prepararsi per un’implosione americana. “Entro il 2025, la democrazia americana potrebbe collassare, producendo un’estrema instabilità politica interna, compresa una diffusa violenza civile”, ha scritto.

“Entro il 2030, se non prima, il paese potrebbe essere governato da una dittatura di destra”. Come scrive John Harris su Politico, “Alcune persone serie parlano di ‘guerra civile’ non come metafora ma proprio in senso letterale”.

Succederà davvero?

Naturalmente non tutte le “persone serie” la vedono in questo modo. Il politologo di Harvard Josh Kertzer ha scritto su Twitter che conosce molti studiosi della guerra civile e pochissimi tra loro pensano che gli Stati Uniti siano sull’orlo di qualcosa di simile.

Eppure, anche coloro che respingono i discorsi sulla guerra civile non hanno problemi a riconoscere la pericolosità della situazione nella quale si trova l’America.

Su “The Atlantic”, Fintan O’Toole, in una recensione del libro di Marche, avverte che le profezie di guerra civile possono anche auto-avversarsi; durante il lungo conflitto in Irlanda, sostiene, ciascuna parte era guidata dalla paura che l’altra si stesse mobilitando. Scrive:

“Una cosa è riconoscere la reale possibilità che gli Stati Uniti possano andare in pezzi e che ciò possa avvenire e che possa verificarsi in modo violenti. Un’altra cosa è inquadrare questa possibilità come inevitabile”.

La crisi civica dell’America

Sono d’accordo con O’Toole nel dire che è assurdo guardare alla guerra civile come un esito scontato, ma il solo fatto che esista questa possibilità è osceno. Il fatto che lo speculare su una possibile guerra civile non sia più il tratto distintivo di frange stravaganti, ma sia entrato nel mainstream è di per sé un segno di crisi civica, una prova di quanto l’America sia già a pezzi.

Il tipo di guerra civile che Walter e Marche intravedono non è quella di giacche rosse e giacche blu che si affrontano in campo aperto.

Se succederà, sarà più una guerriglia insurrezionale che una guerra guerreggiata. Walter, come Marche, basa la sua ipotesi sulla definizione accademica di “conflitto armato maggiore”, cioè uno scontro aperto che reclama almeno 1.000 vite in un anno, e su quello di “conflitto armato minore” che, meno vorace di vite umane, può provocare qualcosa come 25 morti all’anno.

L’America è già in armi

Secondo questa impostazione, come sostiene Marche, “l’America è già in uno stato di conflitto civile”. Secondo l’Anti-Defamation League, gli estremisti, la maggior parte dei quali è di destra, ha fatto 54 vittime nel 2018 e 45 nel 2019. (Nel 2020 ce ne sono state solo 17, una cifra bassa a causa dell’assenza di sparatorie di massa, probabilmente per via della pandemia).

La Walter sostiene che le guerre civili hanno schemi prevedibili, e spende più della metà del suo libro per spiegare come questi schemi si siano verificati in diversi paesi. Avvengono di regola in realtà che lei e altri studiosi chiamano “anocrazie”, sistemi politici che non sono “né autocrazie né democrazie complete, ma qualcosa che sta nel mezzo”.

I segnali dell’avvento di questa forma di governo sono l’intensificazione della polarizzazione politica basata sull’identità piuttosto che sull’ideologia, in particolare la polarizzazione tra due fazioni di dimensioni approssimativamente simili, ognuna delle quali teme di essere schiacciata dall’altra.

Chi inizia una guerra civile?

Gli istigatori della violenza civile, scrive la studiosa di San Diego, tendono ad essere gruppi precedentemente dominanti che vedono il loro status venire meno. “I gruppi etnici che iniziano le guerre sono quelli che rivendicano che il paese ‘è o dovrebbe essere loro’”, scrive.

Questo è uno dei motivi per cui, anche se ci sono soggetti violenti a sinistra, né lei né Marche non credono che sarà la sinistra ad iniziare una guerra civile. Come scrive Marche, “il radicalismo di sinistra è rilevante soprattutto perché crea le condizioni per quello di destra”.

Non è un segreto che molti a destra stanno fantasticando e pianificando una guerra civile. Alcuni di quelli che hanno sciamato al Campidoglio un anno fa indossavano felpe nere con la scritta “MAGA Civil War”.

IL GOP fa da sponda

I Boogaloo Bois, un movimento antigovernativo surreale, violento e ossessionato dai meme, prendono il loro nome da una battuta pronunciata in un sequel sulla Guerra Civile.

I repubblicani lanciano sempre più spesso l’idea del conflitto armato. Ad agosto, il rappresentante Madison Cawthorn del North Carolina ha detto: “Se i nostri sistemi elettorali continuano ad essere manipolati e defraudati, allora questo porterà ad un solo esito e cioè allo spargimento di sangue”, e ha quindi fattp capire di essere disposto, anche se riluttante, a prendere le armi.

Citando gli uomini che hanno complottato per rapire il governatore del Michigan, Gretchen Whitmer, la Walter scrive che le moderne guerre civili “iniziano con vigilantes proprio come quelli, cioè militanti armati che portano la violenza direttamente al popolo”.

L’America verso l’anocrazia?

Ci sono parti dell’argomentazione della Walter che non mi convincono del tutto. Consideriamo, per esempio, lo status dell’America come anocrazia. Non discuto le teorie di scienza politica sulle quali studiosa i basa per mostrare l’allarmante fenomeno del regresso democratico dell’America.

Ma penso che lei sottovaluti la differenza tra i paesi che passano dall’autoritarismo alla democrazia e quelli che vanno nella direzione opposta.

Si può capire perché un paese come la Jugoslavia è esploso quando il sistema autocratico che lo teneva insieme è scomparso; le nuove libertà e la competizione democratica permettono l’emergere di ciò che Walter descrive come gli “imprenditori etnici”.

Non è chiaro, tuttavia, se il passaggio dalla democrazia all’autoritarismo sarebbe destabilizzante in ugual maniera.

Come la Walter riconosce, “Il declino delle democrazie liberali è un fenomeno nuovo, e nessuna nazione democratica è caduta in una guerra civile totale, almeno per ora”.

Un regime in salsa goulache

Per me, la minaccia che l’America, sotto un presidente repubblicano, si calcifichi in un’autocrazia di destra in stile ungherese sembra più probabile e imminente della violenza civile di massa. La teoria di una nuova guerra civile dipende da una fazione irredentista di destra che si ribella contro la sua perdita di potere.

Sempre di più, la destra sta alterando il nostro sistema politico sclerotico in modo da poter mantenere il potere, che gli elettori lo vogliano oppure no.

Se la guerra civile vera e propria non è ancora ipotizzabile, però, questa mi sembra uno sbocco più probabile di un ritorno al tipo di stabilità democratica nella quale molti americani sono cresciuti.

I possibili scenari

Il libro di Marche presenta cinque scenari di un possibile disfacimento della democrazia in America, ognuno dei quali è estrapolato dai movimenti e dalle tendenze attuali. Alcuni di essi non mi sembrano del tutto plausibili.

Per esempio, data la storia degli scontri federali con l’estrema destra a Waco, Ruby Ridge e al Malheur National Wildlife Refuge, ritengo che un presidente americano determinato a smobilitare un accampamento di cittadini sovranisti manderebbe l’FBI, non un generale dell’esercito che si basa sulla dottrina della controinsurrezione.

Eppure la maggior parte delle narrazioni di Marche sembrano più descrivere un futuro nel quale il 6 gennaio sembra essere il picco dell’insurrezione di destra, e così per l’America finisce sostanzialmente bene. “È così facile far finta che tutto vada bene”, scrive. Io, invece non lo trovo per niente facile.

Da Michelle Goldberg, Are We Really Facing a Second Civil War?, “The New York Times”, 6 gennaio 2022

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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