La wokness può affondare Joe Biden

… ma il movimento dell’allerta non ha futuro

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La cultura woke

La cultura woke è divenuta un tratto importante del panorama culturale e politico americano ed è entrata nel dibattito pubblico internazionale. Michel Barnier, già commissario europeo alla Brexit e adesso aspirante candidato alle presidenziali francesi per “Les Républicains”, ha di recente dichiarato: “il faut Lutter contre la culture woke”.

Naturalmente Barnier ha usato questa espressione in modo estensivo — nel senso di una certa cultura di sinistra — perché, a ben guardare, il wokismo è un movimento peculiarmente americano.

In ogni caso lo Zingarelli ha incluso “woke” tra le nuove parole della lingua e lo stesso ha fatto Le Petit Robert.

Purtroppo l’approdo del wokismo, che parte da istanze importanti come quelle che hanno dato origine al movimento Black Lives Matter e a quello Mee#Too nel 2017, è la cultura della cancellazione che fa proprio un principio molto pericoloso ed estremo, quello della totale decontestualizzazione della storia e del presente. Che può essere anche un principio fortemente progressivo in campi come l’arte o la letteratura, ma che diventa deleterio in ambito sociale e politico.

La cultura woke influenza moltissimo la sinistra del partito democratico, la quale a sua volta ha una forte presa sull’amministrazione Biden. Ma Biden ha cinque voti in più alla Camera e uno soltanto al Senato.

Bret Stephens, opinionista di vaglio del “New York Times”, ha parlato dell’“ideologia” woke in un intervento nella pagina op-ed del quotidiano di New York. Penso che meriti la pena di conoscere la sua opinione.

Perché la wokness farà fiasco

di Bret Stephens

Una storia americana

La storia americana è, per molti versi, una storia segnata da grandi proteste. Generalmente di due tipi.

Il primo tipo sono i movimenti di protesta che, anche se radicali, credono che il sistema americano sia in definitiva orientato a soddisfare le sue promesse di uguaglianza, di diritti inalienabili, di ricerca della felicità e di pluribus unum (che è anche il motto della nazione americana) che spinge verso un’unione sempre più perfetta della nazione americana.

Questo è ciò che Frederick Douglass aveva in mente quando, in una critica feroce dell’ipocrisia americana, definì la Costituzione un “glorioso documento di libertà”.

Il secondo tipo è rappresentato dai movimenti di protesta che si sono rivolti contro il sistema, o perché gli aderenti non pensano che il sistema possa mantenere le sue promesse, o perché non sono mai stati d’accordo con il sistema stesso.

“Noi non siamo sbarcati sulla Roccia di Plymouth”, disse memorabilmente Malcolm X. “È la Roccia è sbarcata su di noi”.

Costruire

L’esperienza di quasi 250 anni mostra che il primo tipo di movimento generalmente ha avuto successo. Istanze come emancipazione, suffragio, diritti civili, uguaglianza tra i generi hanno fatto un grandissimo passo in avanti. Quei movimenti sono costruttivi e mirano e ad unire più strettamente gli americani su fondamenta già esistenti.

Il secondo tipo di movimento — dalla Confederazione degli Stati del sud, alla supremazia bianca dell’era Jim Crow fino al nazionalismo nero militante negli anni ’60 — ha sempre fallito. Questi movimenti vogliono abbattere le cose, dividere gli americani, rifiutare e sostituire con qualcos’altro le fondamenta della nazione.

Distruggere

Il movimento ideologico di protesta vagamente chiamato Wokeness appartiene al secondo tipo. La settimana scorsa ha avuto il suo primo grande impatto sulla democrazia e sulle elezioni, non solo nella corsa a governatore in Virginia, ma anche in un referendum sulla sostituzione del dipartimento di polizia a Minneapolis e su questioni di ordine pubblico a Seattle. La Wokeness è stata sconfitta, e non sarà l’ultima volta.

Mi chiedo che cosa c’è di sbagliato in un movimento che mira a rendere gli americani più consapevoli delle ingiustizie razziali, passate e presenti? Niente. In casi come quelli di Eric Garner, George Floyd e Ahmaud Arbery, l’America bianca ha avuto la prova definitiva del fatto che le vite delle persone di colore possono ancora subire le medesime crudeltà che subivano un secolo fa.

Sbagliato alla radice

Ma, come molti movimenti che vanno oltre le iniziali ragioni dell’azione, la Wokeness oggi è molto di più che una lotta per riformare la polizia o denunciare l’ingiustizia razziale quando si verifica. È, invece, l’asserzione che il razzismo è una caratteristica che definisce la nazione, non un suo difetto, qualcosa che permea ogni aspetto della vita americana dalla sua nascita ad oggi. Sta nei libri che leggiamo, nella lingua che parliamo, negli eroi che veneriamo, nelle strade che percorriamo, nel modo in cui facciamo affari, nel modo in cui selezioniamo i meritevoli e così via.

La Wokness è una prescrizione, non per avviare un dialogo e una riforma genuini, ma per diffondere l’indottrinamento e la cancellazione. Una ricetta basata su una forma estrema di coscienza razziale che sfida il moderno credo americano di giudicare le persone dalle caratteristiche del loro carattere e non dal colore della loro pelle.

La falsità

Il problema con questo tipo di accusa è che in essa c’è una ratio. Il passato dell’America è costellato di razzismo e, come diceva Faulkner, “Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato”.

Ma l’accusa è anche parziale, distorta, ingenerosa nei confronti delle generazioni precedenti che hanno portato avanti la promessa dell’America. È anche non veritiera nei confronti del paese che la maggior parte degli americani conosce oggi.

La Wokeness opera come se non ci fosse stato il movimento per i diritti civili e come se i bianchi americani non ne fossero stati parte integrante. Opera come se 60 anni di azione affermativa non ci fossero mai stati e come se una percentuale sempre crescente di neri americani non appartenesse alla classe media e superiore (e che, per inciso, è concentrata nel Sud degli Stati Uniti). Ragiona come se non avessimo eletto due volte un presidente nero e recentemente seppellito un generale nero come un’icona americana.

L’insulto

Opera come se, città dopo città, le forze di polizia non fossero guidate da persone di colore con agenti di differente estrazione. Opera come se la supremazia bianca fosse ancora sistematicamente applicata, mentre ignora il fatto che una minoranza etnica precedentemente emarginata, cioè gli asiatici americani, abbiano livelli di reddito più alti degli americani bianchi.

Soprattutto, la Wokeness reputa che alcuni disgraziati eventi come l’omicidio di George Floyd, che sono scandali nazionali, siano in realtà norme nazionali. Non lo sono, nonostante le ingiustizie attuali. La maggior parte degli americani, credo, non solo percepisca la falsità di queste accuse, ma sia sempre di più, insultata da essa.

Il danno

L’insulto si trasforma in danno quando si viene alle soluzioni che la Wokeness prescrive, e al modo in cui le prescrive. Questo non significa solo proposte come “abolire la polizia” le quali sono così apertamente distruttive che gli elettori percepiscono subito il pericolo che vi è insito. L’insulto si annida anche in situazioni più sottili.

Ecco un tipico esempio. L’American Medical Association ha recentemente pubblicato la sua “Guida al linguaggio, alla narrativa e ai concetti” con alcune raccomandazioni come la sostituzione del termine “svantaggiati” con “storicamente e intenzionalmente esclusi”, “problema sociale” con “ingiustizia sociale”, “vulnerabili” con “oppressi”, e “lista nera-blacklist” e “ricatto-blackmail “ con parole che non suggeriscano alcuna correlazione della parola “nero-black” con “sospetto o disapprovazione”.

Quasi orwelliano

Questo comportamento non è soltanto sciocco. È orwelliano. È un bieco tentativo di trasformare il discorso quotidiano in un perpetuo, politicizzato e quasi inconsapevole atto d’accusa contro il “sistema”. Chiunque abbia passato del tempo ad analizzare come hanno operato i regimi totalitari del XX secolo noterà le molte somiglianze.

La cosa principale che separa quei regimi dalle istituzioni Wokified di oggi è l’elemento della coercizione governativa. Sì, ci può essere un’immensa pressione a conformarsi in luoghi come la Yale Law School, dove nessuna microaggressione è troppo piccola per non suscitare l’ira di amministratori censòri. In definitiva, però, gli americani sono ancora liberi di rifiutare l’ethos Woke, anche se a volte tale risultato li porta ad abbandonare le loro istituzioni.

Senza futuro

Ecco perché la Wokeness fallirà. Per ogni tentativo di cancellare certi scrittori, ci saranno altri a pubblicarli. Per ogni diktat per aggiustare il linguaggio sostituendo alcune parole con altre, la gente troverà semplicemente modi ancora più sovversivi per dire la stessa cosa.

Per ogni sforzo di trasformare le scuole superiori e le università in fabbriche di Wokeness, ci saranno risposte per ricominciare tutto da capo. Poiché la tecnologia, il capitale e le buone idee si muovono più velocemente e questo movimento avrà successo più rapidamente di quanto i loro scettici immaginino.

A lungo termine, gli americani hanno sempre sostenuto i movimenti di protesta che rendono il paese più aperto, più decente, meno diviso. Quello che oggi si chiama woke non fa nessuna di queste cose. Non ha futuro nella patria della libertà.

Da “The New York Times”, 9 novembre 2021

Bret L. Stephens è opinionista del “New York Times” dall’aprile 2017. Ha vinto un premio Pulitzer al “Wall Street Journal” nel 2013. In precedenza è stato direttore del “Jerusalem Post”.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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