La storia continua… eccome

di Francis Fukuyama

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Nell’ambito della serie di articoli della serie The Uncomfortable Lessons of Jan. 6, promossa dal “New York Times”, è intervenuto Francis Fukuyama, un politologo di prima statura. Il politologo di Stanford è ormai anche un “meme” con la sua teoria della “fine della storia” sostenuta in un libro pubblicato subito dopo la caduta del comunismo. In quel crollo lo studioso di origine giapponese vedeva il definitivo affermarsi della democrazia su scala universale, un sistema politico al quale non esistevano più alternative percorribili.

Non è andata così e oggi la democrazia appare in retromarcia, perfino nel Paese che l’ha reinventata e praticata con più anelito. Una cosa inimmaginabile che ha ripercussioni importanti in tutto il mondo. Ed è questo proprio quello che discute Fukuyama nell’intervento che pubblichiamo in traduzione italiana.

La democrazia in ritirata

L’attacco del 6 gennaio al Congresso da parte di una folla incitata dall’ex presidente Donald Trump ha segnato un inquietante precedente nella politica americana. Dai tempi della guerra civile, nel paese c’era sempre stato un trasferimento pacifico di potere, e nessun candidato prima dello scorso anno aveva contestato di proposito i risultati di un’elezione di fronte a un’ampia evidenza che si fosse svolta libera e giusta.

L’evento continua a riverberarsi sulla politica americana — ma il suo impatto non è solo domestico. Ha anche avuto un grande impatto a livello internazionale e ha messo in luce un significativo declino del potere e dell’influenza globale dell’America.

Il 6 gennaio deve essere interpretato sullo sfondo della più ampia crisi globale della liberal democrazia. Secondo il rapporto, Freedom in the World 2021, stilato dalla Freedom House, la democrazia è in declino da 15 anni consecutivi, con alcune preoccupanti battute d’arresto nelle due maggiori democrazie del mondo, Stati Uniti e India.

Da quando il rapporto è stato pubblicato, ci sono stati colpi di stato in Myanmar, Tunisia e Sudan, paesi che avevano precedentemente compiuto dei promettenti passi verso la democrazia.

L’esempio della democrazia americana

Il mondo aveva visto un’enorme espansione del numero di democrazie, dalle 35 nei primi anni ’70 a ben oltre 110 al momento della crisi finanziaria del 2008.

Gli Stati Uniti sono stati fondamentali per quella che è stata definita la “terza ondata” di democratizzazione. L’America ha fornito sicurezza agli alleati democratici in Europa e in Estremo Oriente e ha presieduto su un’economia globale sempre più integrata la quale ha quadruplicato la sua produzione in quello stesso periodo.

Ma la democrazia globale era sostenuta dal successo e dalla forza della democrazia negli stessi Stati Uniti — quella cosa che lo scienziato politico Joseph Nye chiama il “soft power” dell’America. Le persone in tutto il mondo guardavano all’esempio americano come a un esempio da emulare, dagli studenti di piazza Tienanmen nel 1989 ai manifestanti che guidavano le “rivoluzioni dei colori” in Europa e in Medio Oriente nei decenni successivi.

Il declino della democrazia in tutto il mondo è guidato da forze complesse. La globalizzazione e il cambiamento economico hanno lasciato molti indietro e un enorme divario culturale è emerso tra i professionisti altamente istruiti che vivono nelle città e i residenti delle città più piccole con valori più tradizionali.

L’ascesa di internet ha indebolito il controllo delle élite sull’informazione; c’sempre stato disaccordo sui valori, ma ora viviamo in universi fattuali separati. E il desiderio di appartenenza e l’affermazione della propria dignità sono spesso forze più potenti dell’interesse economico.

Il mondo appare quindi molto diverso da come era 30 anni fa, quando crollò l’ex Unione Sovietica. C’erano due fattori chiave che avevo sottovalutato allora — primo, la difficoltà di creare non solo la democrazia, ma anche uno stato moderno, imparziale e non corrotto; e secondo, la possibilità di decadenza politica nelle democrazie avanzate.

La decadenza del modello americano

Il modello americano sta decadendo da un po’ di tempo. Dalla metà degli anni ’90, la politica del paese è diventata sempre più polarizzata e soggetta a continui blocchi, che le hanno impedito di svolgere funzioni governative di base come l’approvazione dei bilanci.

C’erano già degli evidenti problemi con le istituzioni americane — l’influenza del denaro in politica, gli effetti di un sistema di voto sempre meno allineato con la scelta democratica — eppure il paese sembrava incapace di riformarsi.

I periodi di crisi come la Guerra Civile e la Grande Depressione hanno prodotto leader lungimiranti e capaci di costruire istituzioni; non così nei primi decenni del XXI secolo, nei quali si è visto i politici americani presiedere a due catastrofi — la guerra in Iraq e la crisi finanziaria dei subprime — e poi si è assistito all’emergere di un demagogo miope che ha incoraggiato un movimento populista arrabbiato.

Fino al 6 gennaio, si sarebbe potuto valutare questi sviluppi attraverso la lente della politica americana ordinaria, con i suoi disaccordi su questioni come il commercio, l’immigrazione e l’aborto.

Ma la rivolta ha segnato il momento in cui una minoranza significativa di americani si è mostrata disposta a rivoltarsi contro la stessa democrazia americana e a usare la violenza per raggiungere i propri fini. Ciò che ha reso il 6 gennaio una macchia (e una tensione) particolarmente allarmante per la democrazia degli Stati Uniti è il fatto che il partito repubblicano, lungi dal ripudiare coloro che hanno iniziato e partecipato alla rivolta, ha cercato di normalizzarla e di eliminare dalle sue stesse file coloro che erano disposti a dire la verità sulle elezioni del 2020. Adesso guarda al 2024, quando Trump potrebbe tornare.

L’impatto internazionale

L’impatto del 6 gennaio sta ancora avendo i suoi effetti sulla scena globale. Nel corso degli anni, leader autoritari come Vladimir Putin della Russia e Aleksandr Lukashenko della Bielorussia hanno cercato di manipolare i risultati elettorali e negare la volontà popolare.

Di contro, i candidati sconfitti nelle elezioni nelle nuove democrazie hanno spesso accusato di brogli elettorali votazioni ampiamente libere e corrette. Questo è successo l’anno scorso in Perù, quando Keiko Fujimori ha contestato la vittoria di Pedro Castillo nel secondo turno delle elezioni presidenziali del paese.

Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ha posto le basi per contestare le elezioni presidenziali di quest’anno attaccando il funzionamento del sistema di voto brasiliano, proprio nella stessa maniera in cui Trump aveva trascorso il periodo precedente alle elezioni del 2020 in modo da minare la fiducia nel voto perpostale.

Prima del 6 gennaio, questo tipo di buffonate sarebbero state viste come il comportamento di democrazie giovani e non ancora consolidate, e gli Stati Uniti avrebbero alzato il dito in segno di condanna. Ma ora quello è successo proprio negli stessi Stati Uniti. La credibilità dell’America nel sostenere un modello di buona pratica democratica è stata distrutta.

L’ascesa di Russia e Cina

Questo precedente è abbastanza brutto, ma ci sono fenomeni ancora più pericolosi del 6 gennaio. L’arretramento globale della democrazia è stato guidato da due paesi autoritari in ascesa, Russia e Cina. Entrambe le potenze hanno pretese irredentiste sul territorio di altre genti.

Il presidente Putin ha dichiarato apertamente che non crede che l’Ucraina sia un paese legittimamente indipendente ma piuttosto parte della Grande Russia. Ha ammassato truppe ai confini dell’Ucraina e ha messo alla prova le reazioni occidentali a una possibile aggressione.

Il presidente cinese Xi ha affermato che Taiwan deve alla fine tornare alla Cina e i leader cinesi non hanno escluso l’uso della forza militare, se necessario.

Un fattore chiave in qualsiasi futura aggressione militare da parte di uno dei due paesi sarà il ruolo potenziale degli Stati Uniti, che non ha esteso chiare garanzie di sicurezza né all’Ucraina né a Taiwan, ma ha sostenuto militarmente e ideologicamente gli sforzi di questi paesi per diventare vere democrazie.

Se nel partito repubblicano si fosse verificato uno slancio per rinunciare agli eventi del 6 gennaio pari a quello che alla fine ha lasciato al suo destino Richard Nixon nel 1974, avremmo potuto sperare che il paese potesse andare avanti dopo l’era Trump. Ma questo non è successo, e gli avversari stranieri come la Russia e la Cina stanno guardando a questa situazione con incontrollata soddisfazione.

Se questioni come le vaccinazioni e l’indossare le maschere sono diventate politicizzate e divisive, considerate come verrebbe accolta una futura decisione di estendere il supporto militare — o di negare tale supporto — all’Ucraina o a Taiwan. Trump ha minato il consenso bipartisan che esisteva dalla fine degli anni ’40 sul forte sostegno dell’America a un ruolo internazionale liberale, e il presidente Biden non è ancora riuscito a ristabilirlo.

La debolezza degli Stati Uniti

La più grande debolezza degli Stati Uniti oggi risiede nelle sue divisioni interne. Gli spin doctor conservatori si sono recati nell’Ungheria illiberale per cercare un modello alternativo, e un numero sconcertante di repubblicani vede i democratici come una minaccia maggiore della Russia.

Gli Stati Uniti conservano un’enorme quantità di potere economico e militare, ma questo potere non è utilizzabile in assenza di un consenso politico interno sul ruolo internazionale del paese.

Se gli americani cessano di credere in una società aperta, tollerante e liberale, anche la nostra capacità di innovare e guidare come prima potenza economica del mondo diminuirà.

Il 6 gennaio ha sigillato e approfondito le divisioni del paese, e per questo avrà conseguenze che riecheggeranno in tutto il mondo negli anni a venire.

Da: Francis Fukuyama, One Single Day. That’s All It Took for the World to Look Away From Us, The New York Times, 5 gennaio 2022

Francis Fukuyama (Chicago, 1952) è un politologo americano, noto per essere l’autore del controverso saggio La fine della storia, pubblicato nel 1992. Dal 201 è professore alla Stanford University. Il suo ultimo libro è Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, Milano, UTET, 2019. Sta per uscire Liberalism and Its Discontents, uno studio sintetico sulle sfide al liberalismo da destra e da sinistra.

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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