La situazione del socialismo in Germania

di Friedrich Engels

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Traduzione dal tedesco di Tiziano Tanzini

Articolo scritto tra il 13 e il 22 ottobre 1891. L’Introduzione e la Conclusione nel gennaio 1892. Pubblicato per la prima volta in Die Neue Zeit, №19, Anno X, volume 1, 1891–1892.

Karl Marx/Friedrich Engels, Werke, Vol.22, Berlin/DDR, pp.245–260.

Questo testo è tratto dall’ottima raccolta Klassiker der Marxismus-Leninismus improvvisamente irreperibile dalla fine di giugno 2000

Al suo posto si trova ora la pagina altrettanto eccellente, Stimme der proletarischen Revolution. Markup HTML: Einde O’Callaghan per Marxists’ Internet Archive.

Il testo che segue è la traduzione di un articolo che ho scritto in francese per l’Almanach du Parti Ouvrier del 1892 su esplicita richiesta dei nostri amici parigini. Ma ora, nei confronti dei socialisti sia francesi che tedeschi ho il debito della sua pubblicazione anche in tedesco. Nei confronti dei francesi, perché i tedeschi devono conoscere la franchezza con cui si può discutere in Francia l’eventualità che sia assolutamente necessario per i socialisti tedeschi partecipare a una guerra, anche contro la Francia, nonché quanto siano liberi questi francesi dallo sciovinismo e dalla sete di rivincita ostentati da tutti i partiti borghesi, siano essi monarchici o radicali. Ma anche nei confronti dei tedeschi, perché hanno il diritto di conoscere da me personalmente in modo autentico ciò che dico ai francesi sui tedeschi stessi.

Va da sé — e lo ripeto ancora esplicitamente — che in questo articolo parlo solo a mio nome e in nessun modo a nome del partito tedesco. Il diritto di farlo, lo hanno solo gli organi eletti, i rappresentanti e le persone di fiducia di questo partito. Inoltre, la mia posizione internazionale, acquisita in cinquant’anni di lavoro, mi proibisce di apparire come rappresentante del partito socialista di questo o quel Paese, in contrasto con altri partiti socialisti, anche se non mi proibisce di ricordare che sono tedesco e di essere fiero della posizione che i nostri lavoratori tedeschi hanno conquistato prima di tutti gli altri.

1. L’ascesa del socialimo tedesco

Il socialismo tedesco risale a molto prima del 1848. In origine, presentava due correnti indipendenti. Una, costituita da un mero movimento operaio, ramificazione del comunismo operaio francese; da questa si sviluppò, successivamente, il comunismo utopistico di Weitling. L’altra, rappresentata da un movimento di tipo teorico scaturito dalla decomposizione della filosofia hegeliana. Questo orientamento sarà dominato fin dall’inizio dal nome di Marx. Il Manifesto Comunista, del gennaio 1848, segna la fusione delle due correnti, una fusione portata a termine e suggellata dal fuoco della rivoluzione, alla quale tutti, lavoratori ed ex-filosofi, hanno dedicato una passione assoluta.

Dopo la sconfitta della rivoluzione europea nel 1849, il socialismo in Germania dovette rifugiarsi in un’esistenza segreta. Solo nel 1862 Lassalle, discepolo di Marx, fece nuovamente garrire la bandiera del socialismo. Ma non si trattava più dell’audace socialismo del Manifesto: ciò che Lassalle chiedeva nell’interesse della classe operaia era l’istituzione di cooperative di produzione finanziate da crediti statali — una riedizione del programma della corrente operaia parigina che prima del 1848 aveva aderito al programma, di stretta osservanza repubblicana, del “National” di Marrast, quel programma cioè che i repubblicani opponevano alla “Organizzazione del lavoro” di Louis Blanc. Il socialismo lassalliano era, come si vede, di natura assai modesta. Eppure è il punto di partenza della seconda fase dello sviluppo del socialismo in Germania. Perché il talento, l’ardore, l’energia indomabile di Lassalle fecero rinascere un movimento operaio al quale è possibile ricollegare, con legami positivi o negativi, amichevoli od ostili, tutto ciò che il proletariato tedesco è riuscito a fare autonomamente in dieci anni.

Ma: il lassallismo puro, così com’era e com’è, sarebbe stato in grado di soddisfare le richieste socialiste della nazione che il Manifesto aveva prodotto? No, impossibile. Così, grazie soprattutto agli sforzi di Liebknecht e Bebel, nacque ben presto un partito operaio che proclamava apertamente i principi del Manifesto del 1848. Nel 1867, tre anni dopo la morte di Lassalle, apparve Das Kapital di Marx e, da quel momento, inizia il declino del lassallismo tradizionale. Le idee de “Il Capitale” divennero sempre più patrimonio comune di tutti i socialisti tedeschi, dei lassalliani non meno che dei socialisti di altri orientamenti. Clamorosamente, alcuni gruppi di lassalliani si un unirono al nuovo partito detto di “Eisenach”. Il rafforzamento via via sempre più rapido di questo partito suscitò ben presto l’ostilità dei lassalliani tradizionali nei suoi confronti. Il conflitto degenerò in scontro aperto e divenne tanto più violento quanto più mancavano elementi di effettivo contrasto tra i contendenti: i principi, gli argomenti e persino i mezzi di lotta dell’uno coincidevano infatti, in tutti i punti essenziali, con quelli dell’altro.

A quel tempo i deputati di entrambe le tendenze sedevano uno accanto all’altro nel Reichstag. La necessità di un’azione comune divenne quindi doppiamente manifesta. Di fronte ai cosiddetti partiti dell’ordine, le lotte intestine tra socialisti erano semplicemente ridicole e la situazione praticamente insopportabile. E fu allora, nel 1875, che intervenne la fusione. E da allora, ininterrottamente, i fratelli un tempo ostili hanno formato un’unica famiglia intimamente unita. Anche se fosse esistita una remota possibilità di tornare a dividersi, Bismarck, nel 1878, fu così gentile da impedire una simile eventualità dichiarando illegale, con la sua infame Legge Eccezionale, l’intero socialismo tedesco. Bersagliati — imparzialmente — dai colpi di maglio della persecuzione, i “socialisti di Eisenach” e i “socialisti di Lassalle” riuscirono a fondersi definitivamente in un unico gruppo omogeneo. E oggi accade che il Partito Socialdemocratico possa pubblicare da un lato un’edizione ufficiale delle opere di Lassalle, e, dall’altro — anche con l’aiuto di vecchi lassalliani — cancellare dal suo programma le ultime tracce del lassallismo tradizionale.

Devo elencare le vicissitudini, le lotte, le sconfitte e i trionfi che hanno ritmato la vita del nostro partito? Quando il suffragio universale, nel 1866, gli aprì le porte del Reichstag, aveva due deputati (Bebel e Liebknecht) e centomila elettori; oggi ha trentacinque deputati e 1 milione e mezzo di elettori: più elettori di quanti ne abbia avuti qualsiasi altro partito nelle elezioni del 1890. Undici anni di bando e di stato d’assedio ne hanno quadruplicato la forza rendendolo il più forte partito della Germania. Nel 1867, i membri del Partito dell’Ordine potevano ancora considerare i loro colleghi socialisti come esseri strampalati; oggi, volenti o nolenti, sono costretti a vedere in essi i rappresentanti di una forza cui appartiene il futuro. Il Partito Socialdemocratico, che è riuscito a rovesciare un Bismarck; che dopo undici anni di lotte è riuscito a cancellare la legge che metteva al bando i socialisti il partito che in una marea montante ha travolto ogni diga, riversandosi nelle città e nelle campagne, fin nei distretti agricoli più reazionari, questo partito si trova oggi nella situazione di poter calcolare con certezza quasi matematica il momento in cui arriverà a governare.

Il numero dei voti socialisti è stato:

1871 — 101.927
1884 — 549.990
1874 — 351.670
1887 — 763.128
1877 — 493.447
1890 — 1.427.298

Ora, dopo le ultime elezioni, il governo ha fatto del suo meglio per spingere le masse popolari nelle braccia del socialismo, opprimendo le associazioni di categoria, perseguitando gli scioperi e mantenendo, anche nell’attuale ondata di rincari, i dazi doganali a causa dei quali il pane e la carne che i poveri acquistano costano di più a vantaggio dei grandi proprietari terrieri. Nelle elezioni del 1895, quindi, possiamo contare su almeno 2 milioni e mezzo di voti; ma l’orizzonte dei 3 milioni e mezzo o addirittura dei 4 milioni, per il 1900, non sarebbe lontano. Un conto di “Fine Secolo” proprio piacevole per i nostri borghesi!

A fronte di questa massa compatta e in continua crescita dei socialdemocratici vediamo solo partiti borghesi divisi. Nel 1890, i Conservatori (i due gruppi parlamentari sommati) hanno ottenuto 1.377.417 voti; i Liberal-Nazionali 1.177.807; i Liberali 1.159.915; il Centro 1.342.113. Ciò significa una situazione in cui un partito solido, con oltre 2 milioni e mezzo di voti, può far cadere qualsiasi governo.

Il principale punto di forza della socialdemocrazia tedesca, tuttavia, non è affatto costituito dal numero dei suoi elettori. Nel nostro Paese si diventa elettori solo a 25 anni, ma si diventa soldati già a 20. E poiché è proprio la generazione dei giovani a fornire al nostro partito il maggior numero di reclute, ne consegue che l’esercito tedesco è sempre più infettato dal socialismo. Oggi abbiamo un soldato su cinque, tra qualche anno ne avremo uno su tre e, intorno al 1900, l’esercito, un tempo l’elemento più prussiano del Paese, sarà in maggioranza socialista. Un effetto che si sta avvicinando inesorabilmente, fatalmente. Il governo di Berlino lo sa bene, così come lo sappiamo noi, ma è impotente. L’esercito gli sta sfuggendo.

Quante volte i (partiti) borghesi ci hanno intimato di rinunciare incondizionatamente alla pratiche rivoluzionarie e di restare dentro il perimetro della legalità ora che, abolita la Legge Eccezionale, è stato ripristinato il diritto comune per tutti, anche per i socialisti! Purtroppo non siamo in grado di fare questo favore ai signori borghesi. Ma ciò non toglie che in questo momento non siamo certo noi a “infrangere la legalità”. Al contrario, essa funziona così egregiamente a nostro favore che saremmo degli stolti se la violassimo finché le cose vanno avanti così. La vera questione è invece se non saranno proprio i borghesi e il loro governo a violare il diritto e la giustizia per stritolarci con la violenza. Staremo a vedere. Nel frattempo, “sparate pure per primi, signori borghesi!”

Non c’è dubbio: saranno loro a sparare per primi. Un bel giorno i borghesi tedeschi e il loro governo, stanchi di stare a guardare senza reagire la marea montante del socialismo, cercheranno rifugio nell’illegalità e nella violenza. Ma a che serve? La violenza può reprimere una piccola setta in una piccola zona. Ma non è ancora stata scoperta la forza capace di spazzare via un partito di più di 2 o 3 milioni di aderenti sparsi su tutto il territorio di uno Stato di grandi dimensioni. La momentanea superiorità controrivoluzionaria riuscirà forse a ritardare di qualche anno il trionfo del socialismo, ma solo per renderlo poi ancor più completo e definitivo.

2. Il socialismo tedesco di fronte a una guerra d’aggressioen russo-francese

Quanto detto sopra vale solo se alla Germania sarà consentito di perseguire nella pace il proprio sviluppo economico e politico. Una guerra cambierebbe tutto. E una guerra può scoppiare da un momento all’altro.

Tutti sanno cosa significhi “guerra” al giorno d’oggi. Significa: Francia e Russia da una parte, contro Germania, Austria e, forse, Italia dall’altra. I socialisti di tutti questi paesi, arruolati di mala voglia, dovrebbero battersi l’uno contro l’altro. Cosa farà il partito socialdemocratico tedesco in tal caso? Cosa diventerà?

Il Reich tedesco è una monarchia con forme semi-feudali ma plasmata in definitiva dagli interessi economici della borghesia. Questa monarchia — grazie a Bismarck — ha commesso errori madornali. La sua politica interna arbitraria, meschina, gretta, indegna di una grande nazione, le è valso il disprezzo di tutti i Paesi liberal-borghesi; la sua politica estera le ha procurato la diffidenza, anzi l’odio, dei popoli vicini. Con la violenta annessione dell’Alsazia-Lorena, il governo tedesco ha reso impossibile qualsiasi riconciliazione con la Francia per molti anni a venire e, senza neppur trarne un reale vantaggio per sé, ha fatto della Russia l’arbitro d’Europa. Ciò è così evidente che, nella seduta che tenne il giorno dopo Sedan, il Consiglio Generale dell’Internazionale poté immediatamente predire l’attuale situazione europea. Nel comunicato che rilasciò il 9 settembre 1870, si afferma: “Non è che i patrioti tedeschi si illudono di garantire la pace e la libertà spingendo la Francia nelle braccia della Russia? Se la Germania, trascinata dal successo delle sue armi, dall’arroganza della vittoria, dagli intrighi dinastici, si impadronisce di un territorio rubandolo alla Francia, allora delle due l’una: o riconosce di essere un evidente strumento della politica di conquista russa, oppure si trova di fronte a una ‘guerra difensiva’ di nuovo tipo: non una di quelle guerre ‘locali’ come si suol dire oggi, ma una guerra razziale, una guerra contro Slavi e Romani uniti”.

È indubbio che, rispetto a questo Impero tedesco, l’odierna Repubblica francese rappresenti una rivoluzione: una rivoluzione solo borghese, ma pur sempre una rivoluzione. Se però questa Repubblica si mette agli ordini dello zar russo, le cose cambiano. Lo zarismo russo è nemico di tutti i popoli occidentali, anche dei borghesi in questi popoli. Se le orde zariste arrivassero in Germania, non porterebbero libertà ma schiavitù, non sviluppo ma devastazione, non progresso ma imbarbarimento. A braccetto dello zar, la Francia non può trasmettere ai tedeschi nemmeno la più piccola idea di libertà: il generale francese che si mettesse a parlare di una Repubblica tedesca sarebbe deriso dall’Europa e dall’America tutta. La Francia rinnegherebbe interamente il ruolo rivoluzionario assunto nella sua storia e permetterebbe all’impero bismarckiano di porsi come rappresentante del progresso occidentale di fronte alla barbarie orientale.

Tuttavia, dietro la Germania ufficiale, vi è la Germania socialista e un partito cui appartiene il futuro, il prossimo futuro del Paese. Quando questo partito arriverà al potere, non potrà esercitarlo e neppure mantenerlo se non riparerà le ingiustizie commesse dalle amministrazioni che lo hanno preceduto verso altre Nazioni. Dovrà preparare la restaurazione della Polonia, ora tradita in modo così altezzoso dalla borghesia francese; dovrà consentire allo Schleswig settentrionale e all’Alsazia-Lorena di decidere liberamente il proprio futuro politico. Tutte questioni facilmente risolvibili in un prossimo futuro purché la Germania sia lasciata a sé stessa, non subisca interferenze. Tra una Francia socialista e una Germania socialista non può esistere una questione Alsazia-Lorena; il caso si risolve in un attimo. Si tratta di aspettare ancora una decina di anni. Se in Francia, Inghilterra, Germania, l’intero proletariato attende ancora la sua liberazione; i patrioti dell’Alsazia-Lorena non possono aspettare ancora un po’? Un intero continente deve essere proprio devastato e infine consegnato al giogo zarista solo per la loro impazienza? Il gioco vale la candela?

Se si scatenasse una guerra, sarà combattuta innanzitutto in Germania, poi in Francia. Sono questi due Paesi che dovranno accollarsi prima di tutti gli altri i costi e le devastazioni da essa provocati. Inoltre, questa guerra si segnalerà, già all’inizio, per una serie di tradimenti reciproci tra alleati, che nemmeno quell’arci-traditrice che è la diplomazia, è ancora riuscita a uguagliare. Le principali vittime di questi tradimenti saranno ancora una volta la Francia, la Germania o entrambe. Nessuno dei due, di fronte a tali dilemmi, provocherà una lotta aperta. La Russia, invece, coperta dalla sua posizione geografica ed economica contro le conseguenze più pesanti di una eventuale serie di sconfitte, la Russia, ma solo la Russia ufficiale, potrà trovare un proprio interesse in una guerra così terribile e lavorare direttamente al suo scatenamento. Comunque, data l’attuale situazione politica, scommetto che al primo colpo di cannone sulla Vistola le armate francesi marceranno sul Reno.

La Germania invece lotta semplicemente per la sua sopravvivenza. Se vince, non troverà da nessuna parte territori da annettersi: a ovest o ad est troverà solo province che parlano lingue straniere: ne possiede già abbastanza. Se sconfitta, schiacciata tra il martello francese e l’incudine russa, dovrà cedere alla Russia la Vecchia Prussia e le province polacche, alla Danimarca tutto lo Schleswig e alla Francia l’intera riva sinistra del Reno. Anche se la Francia rifiutasse queste conquiste, la Russia ve la costringerebbe: perché la Russia ha continuo bisogno di pretesti per nuovi contenziosi, ha continuo bisogno di motivi per dividere Francia e Germania. Riconciliate questi due grandi Paesi e porrete fine al predominio russo in Europa. Una Germania smembrata sarebbe invece incapace di svolgere il ruolo che le spetta nello sviluppo storico dell’Europa. Ridotta al livello impostole da Napoleone dopo Tilsit, poteva rimanere in vita solo preparando nuove guerre che ripristinassero le condizioni politiche per essere una nazione. Fino a quel momento, però, sarebbe rimasta il docile strumento dello zar (Alessandro III), che non avrebbe mancato di servirsene — contro la Francia.

In tali circostanze, che ne sarà del partito socialdemocratico tedesco? Né lo zar, né i repubblicani borghesi francesi, né lo stesso governo tedesco si lasceranno di certo sfuggire un’occasione così ghiotta per schiacciare l’unico partito che, per tutti e tre, è il nemico. S’è già visto come Thiers e Bismarck si siano dati la mano sulle rovine della Parigi che aveva dato vita alla Comune; potremo vedere come lo Zar, Constans e Caprivi, o uno qualsiasi dei loro successori, cadere l’uno nelle braccia dell’altro sopra il cadavere del socialismo tedesco.

Ora, però, grazie alle lotte e ai sacrifici sopportati ininterrottamente in questi ultimi trent’anni, il Partito Socialdemocratico Tedesco ha acquisito, unico tra i partiti socialisti di tutto il mondo, una posizione di assoluto rilievo che gli permetterà di accedere in breve tempo al potere politico. La Germania socialista occupa nel movimento operaio internazionale una posizione preminente, la più ragguardevole, la più carica di responsabilità; ha il dovere di mantenere questa posizione contro ogni attacco, fino all’ultimo uomo.

Ma se la vittoria dei russi sulla Germania annientasse il socialismo tedesco, quali responsabilità dovranno assumersi i socialisti tedeschi in tale evenienza? Dovranno subire passivamente gli eventi che minacciano di distruggerli? Abdicheranno senza opporre resistenza al ruolo di cui si sono assunti la responsabilità di fronte al proletariato di tutto il mondo?

Assolutamente no! Nell’interesse della rivoluzione europea sono tenuti a mantenere tutte le posizioni conquistate, a non capitolare né davanti al nemico esterno né di fronte a quello interno. Possono farlo solo combattendo fino in fondo la Russia e tutti i suoi alleati, chiunque essi siano. Se la Repubblica francese si ponesse al servizio di Sua Maestà lo Zar, autocrate di tutte le Russie, i socialisti tedeschi la combatteranno: a malincuore, ma la combatteranno. Davanti all’impero tedesco, la Repubblica francese può forse rappresentare la rivoluzione borghese. Ma davanti alla repubblica di un Constans, di un Rouvier e persino di un Clemenceau, ma soprattutto davanti a una repubblica postasi al servizio dello zar russo, il socialismo tedesco rappresenta indubbiamente la rivoluzione proletaria.

Se russi e francesi invadessero la Germania, questa dovrebbe lottare per la propria sopravvivenza: e potrebbe garantire la propria esistenza come Nazione solo ricorrendo alle misure più rivoluzionarie. L’attuale governo, se non vi sarà costretto, non scatenerà certo alcuna rivoluzione. Abbiamo però un partito forte che può costringerlo a farlo o, se necessario, a sostituirlo: il Partito Socialdemocratico.

Non abbiamo dimenticato l’esempio grandioso che la Francia ci dette nel 1793. Si sta avvicinando il centenario di quella data. Se la sete di conquista dello zar e l’impazienza sciovinista della borghesia francese dovessero arrestare la vittoriosa ma pacifica avanzata dei socialisti tedeschi, essi sono pronti — siatene certi — a dimostrare al mondo che i proletari tedeschi di oggi sono degni dei sansculottes francesi di cento anni fa e che il 1893 sarà degno del 1793. E allora, quando i soldati del signor Constans metteranno piede sul territorio tedesco, saranno accolti con le parole della Marsigliese:

Quoi! Ces cohortes étrangères
Feraient la loi dans nos foyers!
Che cosa?! Queste coorti straniere
Detterebbero legge a casa nostra!

Insomma: la pace garantisce al Partito Socialdemocratico Tedesco la vittoria entro dieci anni circa. La guerra potrebbe portarlo alla vittoria in due o tre anni — o alla rovina completa, che potrebbe durare anche quindici o vent’anni. Di fronte a questa alternativa, i socialisti tedeschi sarebbero stolti a scegliere la guerra: in essa dovrebbero puntare tutto su una carta, invece di aspettare il trionfo certo assicurato dalla pace. Inoltre: nessun socialista, di qualunque nazionalità, può desiderare il trionfo militare dell’attuale governo tedesco, della repubblica borghese francese e tanto meno quello dello zar, che equivarrebbe a un soggiogamento dell’Europa. Ecco perché i socialisti di tutti i Paesi sono per la pace. Ma una guerra, in cui quindici, venti milioni di soldati si massacrassero a vicenda, che devastasse l’intera Europa come mai prima d’ora, o provoca l’immediata vittoria del socialismo oppure il completo sovvertimento del vecchio ordine e un tale cumulo di rovine da impedire del tutto la restaurazione della vecchia società capitalista e da rinviare la rivoluzione sociale di dieci o quindici anni: ma essa trionferà, dopo un processo, proprio per questo, più rapido e profondo.

Questo è quanto scrissi per l’Almanach ouvrier français verso la fine dell’estate, quando lo champagne per Kronstadt annebbiava ancora la testa della borghesia francese e le grandi manovre sul campo di battaglia del 1814 tra Senna e Marna portavano all’acme l’entusiasmo patriottico. In quel momento la Francia, quella espressa dalla grande stampa e dalla maggioranza della Camera, era davvero capace di sciocchezze al servizio della Russia e, tra le possibilità, poteva scegliere anche la guerra. Per evitare malintesi all’ultimo momento tra socialisti francesi e tedeschi, nel caso essa fosse esplosa, ritenni necessario chiarire ai primi quale dovesse essere, in base alla mia convinzione, il corretto atteggiamento dei secondi nei confronti di tale guerra.

I guai del gerrafondaio russo

Ma ecco che ora al guerrafondaio russo stanno capitando alcuni gravi contraccolpi. Innanzitutto, si è diffusa la notizia di un cattivo raccolto interno, il che fa prevedere una carestia. Poi è stato reso noto l’insuccesso del prestito di Parigi, che sta affondando definitivamente l’affidabilità creditizia statale russa. Si dice che il prestito di quattrocento milioni di marchi sia stato sottoscritto con margini assai ampi; ma non appena i banchieri parigini hanno tentato di piazzare questi titoli di debito presso il pubblico, i loro tentativi sono falliti; i bravi sottoscrittori hanno dovuto sbarazzarsi dei buoni titoli in loro possesso per poter pagare quelli cattivi; e l’hanno dovuto fare in misura tale che le altre grandi borse d’Europa sono state trascinate al ribasso da queste vendite massicce; i nuovi russi sono scesi di parecchi punti percentuali al di sotto del prezzo di emissione, creando una tale crisi che il governo russo ha dovuto ritirare centosessanta milioni di cambiali e coprire solo duecentoquaranta milioni invece che quattrocento. Ciò significa che anche l’annuncio di un ulteriore tentativo russo di raccolta di capitali (questa volta ben ottocento milioni di marchi), già tanto decantato ai quattro venti, è miseramente caduto nel vuoto, dimostrando che il capitale francese non ha assolutamente alcun “patriottismo”, quanto piuttosto — nonostante gli sproloqui della stampa — una salutare paura della guerra.

Frattanto, il cattivo raccolto ha davvero prodotto una carestia di inverosimili dimensioni come non se ne vedevano da tempo, almeno nell’Europa occidentale, e come non ne càpitano nemmeno in India, paese soggetto a queste calamità, e di dimensioni enormi perfino per la Santa Russia, anche in passato quando non c’erano ancora le ferrovie. Qual’è la causa di tutto ciò? Come spiegarla?

È semplice. La carestia russa non è solo il risultato di un cattivo raccolto, ma l’esito di un’enorme rivoluzione sociale innescatasi nel Paese in seguito alla guerra di Crimea. Le sofferenze croniche legate a quella rivoluzione si sono trasformate, per il cattivo raccolto, in sofferenze acute.

La vecchia Russia si era avviata definitivamente alla tomba il giorno in cui lo zar Nicola, persa ogni speranza per sé e per la vecchia Russia, si avvelenò. Sulle sue rovine sta nascendo la Russia della borghesia.

Gli albori di una borghesia erano già allora presenti: banchieri e commercianti di prodotti importati, soprattutto tedeschi, russi tedeschi o loro discendenti, ma anche russi affermatisi nel commercio interno, in quanto titolari di licenze per la distillazione di alcol e per le forniture militari, arricchitisi a spese dello Stato e del popolo, e qualche proprietario di fabbriche. Da quel momento, soprattutto la borghesia industriale è stata proprio allevata con massicci aiuti statali, sussidi, premi e tariffe protezionistiche gradualmente aumentate a livelli altissimi. L’immenso impero russo doveva diventare un territorio autosufficiente dal punto di vista produttivo, in grado di rinunciare del tutto o quasi alle importazioni dall’estero. E affinché potesse crescere costantemente non solo il mercato interno ma anche la produzione, all’interno del Paese stesso, di beni tipici delle zone calde, ecco le mire di conquista verso territori della penisola balcanica e dell’Asia: Costantinopoli qui, l’India britannica là, come obiettivi finali. Ecco il segreto, la base economica dell’impulso espansionistico dilagante nella borghesia russa, la cui direzione, se rivolta a sud-ovest, si chiama panslavismo.

La servitù della gleba dei contadini era tuttavia assolutamente incompatibile con questi piani di industrializzazione. Fu abolita nel 1861. Ma in che modo inadeguato! A modello fu presa l’abolizione della schiavitù e dei servizi di corvée avvenuta — lentamente, tra il 1810 e il 1851 — in Prussia; con la differenza che avrebbe dovuto essere attuata in un paio d’anni. La conseguenza fu che, per piegare la resistenza dei grandi proprietari terrieri e dei “proprietari di anime”, si dovettero fare loro concessioni ben più consistenti di quelle elargite a suo tempo dallo Stato prussiano e dai suoi corrotti funzionari agli ineffabili proprietari terrieri. E in quanto a corruzione, rispetto al chinownik russo il burocrate prussiano era pur sempre una sorta di bimbo innocente. Per cui, all’atto di suddividere le terre, la nobiltà ottennero la parte del leone, di solito terreni resi fertili dal lavoro di molte generazioni di contadini, questi invece ricevettero solo quanto ad essi necessario, di solito terreni incolti e di cattiva qualità. Boschi e pascoli comuni toccarono in sorte ai proprietari. Se il contadino voleva usarli, non potendo sopravvivere senza di essi, doveva pagare il proprietario.

Ma ciò che rovinò entrambi, nobiltà terriera e contadini, molto rapidamente furono i riscatti ricevuti dal governo: alla nobiltà furono pagate in un unica soluzione somme capitalizzate in titoli di Stato, mentre i contadini le ottennero, a rate, nell’arco di molti anni. Com’era prevedibile, la nobiltà sperperò subito la maggior parte del denaro ricevuto, mentre i contadini grazie al pagamento di somme enormi, per la loro condizione, furono improvvisamente catapultati dall’economia naturale nell’economia monetaria.

Il contadino russo che, in precedenza, a parte imposte di lieve entità, non ha da effettuare quasi nessun pagamento in denaro, ora deve non solo vivere dei terreni decurtati e deteriorati assegnatigli, sopportare la soppressione della legna e del pascolo gratuiti dai terreni comuni e “far svernare il bestiame da lavoro e migliorare la sua terra”, ma deve anche pagare tasse più elevate oltre alla quota del riscatto annuale. Il tutto, in contanti. Era finito in un limbo, sospeso tra la vita e la morte, schiacciato oltretutto dalla concorrenza della nuova industria di massa, che soffocava il mercato dell’industria domestica, principale fonte di reddito di innumerevoli contadini russi o, se proprio non era così, consegnava tale attività casalinga alla mercé del mercante, dell’intermediario, dell’esportatore sassone o del “caporale” inglese, e rendeva così i contadini dell’industria domestica direttamente schiavi del capitale. In breve, chi volesse sapere come è stato trattato il contadino russo negli ultimi trent’anni deve solo leggere, nel Libro I de “Il Capitale” di Marx, il capitolo relativo alla Creazione del mercato interno per il capitale (capitolo 24, sezione 5).

Il passaggio dall’economia naturale all’economia monetaria, principale mezzo di produzione del mercato interno per il capitale industriale, provoca tra i contadini devastazioni che sono illustrate in modo classico da Boisguillebert e Vauban prendendo ad esempio la Francia sotto Luigi XIV. Ma ciò che accadde allora è un gioco da ragazzi rispetto a ciò che sta avvenendo in Russia. In primo luogo, parliamo, qui, di dimensioni tre o quattro volte maggiori e, in secondo luogo, lo sconvolgimento delle condizioni di produzione al servizio delle quali questa transizione viene imposta ai contadini è infinitamente più drastico. Il contadino francese è stato trascinato lentamente nel regno della manifattura, quello russo finisce all’improvviso nel gorgo della grande industria. Se la manifattura stremava i contadini con un fucile a pietra focaia, la grande industria provvede alla stessa bisogna con il fucile a ripetizione.

Questa era la situazione quando il cattivo raccolto del 1891 svela di colpo l’intero sconvolgimento che, pur avvenendo silenziosamente da anni era rimasto invisibile ai filistei europei, e le sue conseguenze. Una situazione tale che il primo cattivo raccolto fa precipitare il Paese in una crisi nazionale: e una crisi tale che non sarà superata per anni e anni. Qualsiasi governo sarebbe stato impotente di fronte a una simile carestia, ma soprattutto un governo come quello russo, che ha addestrato i suoi funzionari al furto. Dal 1861, le vecchie usanze e strutture comunistiche dei contadini russi in parte sono state minate dallo sviluppo economico, in parte sono state sistematicamente distrutte dal governo. La vecchia comunità comunistica si è sgretolata o sta per sgretolarsi, ma se per caso il singolo contadino si rimette in piedi da solo, allora gli viene tolta la terra da sotto i piedi. C’è da meravigliarsi se lo scorso autunno le colture invernali sono state seminate in così pochi distretti? Tra l’altro, là dove sono state seminate, sono state spesso rovinate il tempo. C’è da meravigliarsi se i contadini si sono cibati del proprio principale strumento di lavoro, il bestiame, per l’inconfutabile motivo di non poterlo nutrire? C’è da meravigliarsi se il contadino ha lasciato case e fattorie per fuggire in città, dove cercherà invano lavoro, ma portandovi certamente il tifo della fame?

In una parola, non siamo di fronte a una carestia singola, ma a una crisi enorme preparata da anni di rivoluzione economica silenziosa che il cattivo raccolto ha solo acutizzato. Questa crisi acuta, tuttavia, assume a sua volta forme croniche e minaccia di durare anni. Da un punto di vista economico, essa accelera la dissoluzione della vecchia comunità contadina comunistica, arricchisce e trasforma in grandi proprietari terrieri gli usurai dei villaggi (kulaki) e, in generale, trasferisce la proprietà terriera sia dei nobili che dei contadini nelle mani della nuova borghesia.

Per l’Europa, per il momento, ciò significa pace. L’incitamento russo alla guerra sarà paralizzato per anni. Invece di vedere milioni di soldati cadere sui campi di battaglia, assistiamo alla morte per fame di milioni di contadini russi. E aspettiamo di vedere cosa ne uscirà per il dispotismo russo.

Friedrich Engels. Inviato in Inghilterra per gestire l’azienda di famiglia, conobbe le miserevoli condizioni di vita degli operai nella culla della rivoluzione industriale; in seguito riportò le sue osservazioni nel libro La condizione della classe operaia in Inghilterra (1845).
Nel 1844 abbracciò definitivamente il socialismo e divenne amico di lungo corso di Karl Marx. In seguito, i due pensatori collaborarono strettamente, pubblicando insieme opere come La sacra famiglia (1844), L’ideologia tedesca (1844–46) e Il manifesto comunista (1848).
Sebbene Marx avesse il primato della leadership socialista, Engels ebbe una grande influenza su Marx: lo avvicinò alla comprensione del movimento operaio inglese e portò la sua attenzione sulla critica della teoria economica classica. Fu anche Engels che, grazie alla sua agiata situazione economica di uomo d’affari, fornì a Marx il sostegno finanziario necessario per mantenersi e scrivere Il Capitale; pubblicò persino gli ultimi due volumi dell’opera dopo la morte dell’amico.
Ma Engels svolse anche un ruolo di primo piano come teorico e attivista socialista, nonostante la natura contraddittoria del suo duplice status di uomo d’affari e rivoluzionario: partecipò personalmente alla rivoluzione tedesca del 1848–50; fu segretario della prima Internazionale dei lavoratori (l’IWA) dal 1870; e pubblicò scritti importanti come Socialismo utopico e socialismo scientifico (1882), L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884) e Ludwig Feuerbach e la fine della filosofia classica tedesca (1888).
Dopo la morte di Marx nel 1883, Engels divenne il leader indiscusso della socialdemocrazia tedesca, della Seconda Internazionale e del socialismo mondiale, salvaguardando gli elementi essenziali del marxismo, al quale egli stesso aveva contribuito con approfondimenti riguardanti la futura scomparsa dello Stato, la dialettica e le complesse relazioni tra l’infrastruttura economica e le sovrastrutture politiche, giuridiche e culturali.

Tiziano Tanzini (traduttore), è stato traduttore dal tedesco, dal francese e dall’inglese presso un’organizzazione internazionale, occupandosi prevalentemente di testi di politica e riguardanti gli affari sociali. Per goWare ha tradotto il libro di Karin Harrasser, Corpi 2.0. Sulla dilatabilità tecnica dell’Uomo (2018), Peter Trawny, Cos’è tedesco? L’eredità tradita di Adorno (2019), Heidrun Friese, Limiti dell’ospitalità. I profughi di Lampedusa e la questione europea (2020)

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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