La rimediazione dei nuovi media

Da mezzi a protesi tecnico-cognitive?

di Edoardo Ferrini

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Pablo Picasso, “Nudo sdraiato”, 1932, Parigi, Musée National Picasso. Il dipinto è stato uno dei capolavori del pittore spagnolo esposto nella mostra “Picasso metamorfosi” tenutasi a Milano a Palazzo Reale dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019. Picasso è stato un maestro della rimediazione.

La nascita del prosumer

Ogni nuova tecnologia comincia come supporto dello stato esistente e finisce per rimodellarlo completamente. La tecnologia è il più forte fattore di cambiamento di un sistema e può portare anche al suo sgretolamento con conseguenze che vanno ben oltre quelle meramente tecniche.

È successo anche con i media storici, la stampa, il cinema, la televisione, la radio. Non è successo solo questo con l’avvento di Internet. Sono nati proprio dei media nuovi, impensabili appena 20 anni prima. Ecco le applicazioni, i social media, l’autopubblicazione, i videogiochi di nuova generazione, il self broadcating.

In tutti i media, oggi, i contenuti sono prodotti sempre meno da un’élite creatrice, e sempre più per generazione spontanea. Sono i nuovi autori, i prosumer dei media, allo stesso tempo consumatori di contenuti (esigenti, critici e spesso insolenti), ma anche produttori (sovente trascurati, approssimativi e autoindulgenti). Ce ne sono anche di molto bravi che non fanno rimpiangere la generazione del contenuto d’autore.

Però ci sono anche i fraudolenti che hanno visto nei nuovi media, che per loro natura hanno maglie molto elastiche, un veicolo per arricchirsi con l’equazione pagine viste/pubblicità e i contenuti esca.

Gli esiti dialettici della rimediazione sul contenuto

Nell’ultimo ventennio è avvenuto qualcosa che gli studiosi della società di massa avevano già teorizzato, cioè la rimediazione del mezzo. Un processo, in cui un media specifico e storicamente separato dagli altri (come linguaggio, tecnica, diffusione) entra dentro un altro mezzo e lo trasforma intimamente, come avviene in certi film di David Cronenberg. È qualcosa di più dei famosi mash-up di sperimentatori visionari come William Burroughs, o di grandi artisti eclettici, e anche opportunisti, come Picasso.

Succede però che alle volte il corpo invasore cambia i paradigmi dell’ambiente che lo accoglie e non sempre lo evolve. Alle volte lo involve, ma questo si può dire sottovoce, se no si sembra retrogradi. Perché la tecnologia, si metta come si metta, è un fondamento della crescita.

Si può dire senz’altro che il mondo dell’informazione è stato sussunto da Facebook e Twitter senza diventare mica tanto migliore di quando c’erano quelli del quarto potere, anzi. E di questa fallacia se ne sono accordi, non solo la sparuta pattuglia dei tecnoscettici e gli addetti ai lavori, ma anche Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, i due capi dei media d’informazione più potenti della terra.

Ma loro che possono fare, poveretti!, per arrestare l’involuzione. Mica possono fare come il governo cinese o i governi monocratici dell’Islam. Loro la verità ce l’hanno, noi non ce l’abbiamo. Ce l’aveva già spiegato bene Kurosawa nel 1950 con Rashamon .

Zuckerberg e Dorsey potrebbero, però, fare come ha fatto Eve Williams, uno dei fondatori di Twitter, che, nauseato dal microblogging, se n’è andato da Twitter per fondare Medium una cosa molto bella e molto seria che coniuga perfettamente il vecchio modo di fare informazione con il nuovo. Ma lì tanti soldi non si fanno e si lavora nel lungo periodo. È quindi un modello debole.

Rivoluzione nel consumo dei media

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La copertina del volume in uscita a giugno 2020 di Edoardo Ferrini, “Il falso specchio. La crisi del reale da Videodrome a Westworld”, goWare/Sentieri Selvaggi.

Un cambiamento ancora più enorme e avvenuto sul lato del consumo dei media. Una volta i singoli media (cinema, TV, libri ecc.) si offrivano a pubblico in modo separato. I mercati erano compartimentizzati. Il pubblico faceva una scelta di tempo libero che era esclusiva, prevedeva delle modalità di consumo che richievano anche una certa preventiva organizzazione della propria agenda. Si trattava una scelta che un minimo di libero arbitrio lo presupponeva ancora.

Oggi c’è, di fatto, una sola modalità di consumo: quella di una finestra in cui tutti i media si affacciano allo stesso modo. Vi competono e si spintonano come si fa per afferrare il bouquet di Angelina Jolie. Questo modalità è uno schermo collegato a Internet, anche il visore del frigorifero, che offre tutti i media possibili, uno accanto all’altro, senza distinzione di tipo.

Nel brano che segue, tratto da un libro di prossima pubblicazione Il falso specchio. La crisi del reale da Videodrome a Westworld (goWare/Sentieri Selvaggi, 2020), Edoardo Ferrini, l’autore, ci racconta bene le peculiarità del nuovo linguaggio e dell’estetica prodotta dal processo di rimediazione dei nuovi media.

Buona lettura!

La reciproca compenetrazione

Nel 1991 Marshall McLuhan mette in evidenza come i media dialoghino e interferiscano tra loro mischiando i loro linguaggi e la loro estetica e modificando l’apparato percettivo umano. Essi non sono solo strumenti esterni o esteriori, ma protesi tecnico-cognitive, come sostiene de Kerckhove. Mentre Bolter e Grusin, riprendendo le tesi dell’autore canadese, coniano il termine remediation in virtù del quale:

“I diversi media confluiscono l’uno nell’altro”.

O ancora:

“La rappresentazione di un medium all’interno dell’altro non è un artificio occasionale, ma una caratteristica fondamentale dei nuovi media digitali, un vero e proprio principio immanente alla loro evoluzione”.

Se si pensa per esempio allo smartphone, esso contiene la funzione di un vecchio telefono e anche quella di un computer o di un cinema o di una biblioteca.

Vecchi e nuovi media

Negli ultimi anni si è manifestato un forte dibattito sulle peculiarità dei nuovi media, almeno a cominciare dalla pubblicazione di Lev Manovich, intitolata appunto Il linguaggio dei nuovi media. Cosa li contraddistingue rispetto ai media in generale?

In primo luogo il fenomeno della remediation al loro interno è più forte e peculiare, anche più veloce. Basti pensare alla sorprendente velocità con cui escono gli iPhone. Inoltre computer, cellulari, fotocamere di ultima generazione usano il linguaggio digitale, il quale consente ai vecchi linguaggi e formati di essere trasferiti e trasformati, digitalizzati, fenomeno che facilita la rimediazione come non era mai avvenuto.

Il problema però non si ferma qui, perché i nuovi media sono ospitati, amplificati, espansi all’interno della rete, di internet, che è il contesto sociale e culturale più forte della remediation come si può capire navigando su YouTube, in cui chi filma spesso possiede la peculiarità di essere sia autore che attore, come se il filtro della cinepresa diventasse opaco e si venisse osservati in prima persona.

La sostanzialità della rimediazione

Si comincia così a comprendere che l’esperienza della rimediazione è sempre più interiorizzata, come si evince per esempio con l’esperienza del multitasking, e vale la pena ripetere che si tratta di qualcosa di più profondo e complesso rispetto a un semplice dispositivo formale.

I social media, a cui i nuovi media corrisponderebbero, non sono semplici strumenti o esibizioni di popolarità, perché immergono in un rapporto intimo, di corrispondenza simbiotica tra la forma del medium, il suo contenuto e il suo messaggio, al punto che anche e soprattutto la rappresentazione, per molti esibizione, di sé è parte costitutiva del linguaggio mediale.

L’essere umano si è “profilizzato” nell’estetica dei media con cui costruisce la propria immagine. Non si limita a guardare altre persone come avveniva con la televisione, o a ritrarsi in una foto, dove comunque è ritratto da altri.

Osserva se stesso di continuo, apparentemente secondo il proprio punto di vista, fino ad arrivare all’esempio lampante delle visioni in soggettiva, un vero e proprio sguardo incarnato, alla base di videogiochi quali Call of duty o del video lancio per i Google Glass, One Day, analizzato da Ruggero Eugeni.

Il nuovo media come protesi

Occorre precisare che tale tecnologia specifica, incentrata in sintesi su funzioni virtuali presenti negli occhiali stessi, presenta un tipo di immedesimazione che l’analisi accurata di Dario Cecchi (in Isabella Pezzini, Nella rete di Google. Pratiche, strategie e dispositivi del motore che ha cambiato la nostra vita) rinviene nel caso di Google Spotlight Stories, simulazioni interattive presenti in rete, in cui l’utente guardando in soggettiva si incarna nello stesso sguardo del personaggio, diventando così un coautore e un coprotagonista.

Anche qui ci si basa su un’immersione simbiotica del reale nel virtuale e viceversa in cui l’individuo tende a immergersi in tutto e per tutto in una realtà aumentata.

Allora i nuovi media costituiscono, come Facebook esibisce perfettamente, una protesi-specchio senza precedenti. Diversi film, tra tutti The Truman Show, parlano infatti del drammatico viaggio e percorso dall’immagine superficiale di sé alla profondità dell’io, dal modo in cui gli altri ci guardano e vorremmo essere guardati, allo sguardo attraverso di cui parla Emilio Garroni.

Quindi con i nuovi media anche il sé e l’io sono sempre più dentro la rimediazione e il fenomeno dell’immagine di un’immagine, cosa che verrà analizzata nel caso di Scream 4. I nuovi media, dallo smartphone ai computer, hanno perciò un carattere immersivo.

L’annullamento del mezzo

Chi guarda non lo fa da una finestra o da una cornice, è dentro, in tutto e per tutto, come se diventasse trasparente rispetto a sé e rispetto al medium stesso. Tanto è vero che secondo Bolter e Grusin la rimediazione sottende l’ipermediazione, che è appunto l’opacità del medium verso se stesso, verso gli altri media, verso il fruitore e verso la realtà stessa.

Infatti secondo Grusin (2017):

“L’immediatezza trasparente prevede che il contatto del soggetto con il reale dipenda dalla cancellazione del medium, che articola, e quindi nasconde, la relazione tra soggetto e mondo”.

Questo effetto di saturazione si riscontra nelle esperienze simulatorie o simulate in cui la realtà e il sé si manifestano come una sorta di doppio speculare rispetto a quanto si desidera che la protesi simuli, senza che si apra un varco critico o dialogico tra il programma, il soggetto e la realtà che li comprende.

Come vedremo più avanti infatti il termine e concetto di simulazione sottintende la somiglianza, la quale però tende a essere più simulacrale che mimetica. Tale saturazione simbiotica è spesso interna al concetto di intelligenza artificiale la quale cela due pericoli: da un lato si rischia di pensare la protesi come una sorta di proprio dipendente, e dall’altro la protesi, in conseguenza di quanto detto, è pensata come uno specchio narcisistico, quindi del tutto trasparente, rispetto al proprio sé. Il che indebolisce fortemente quel processo proprio della differenziazione coscienziale e del riconoscimento autocosciente.

Confidenza e intimità

La trasparenza inoltre riguarda anche il rapporto di confidenza che si intrattiene con il medium. Non a caso Grusin ritiene anche che i media incarnino — usa spesso il termine embodied — una vita affettiva.

A Google infatti vengono comunicati gusti, preferenze, tratti caratteriali, e lui li rielabora, addirittura facendo emergere una sorta di lettore modello simile “alla persona che non si sapeva di essere”, dal momento in cui scopre nuove attitudini o preferenze seguendo i suggerimenti o i consigli che il motore di ricerca gli fornisce.

In questo senso la trasparenza del mezzo diventa sinonimo di intimità: si rivelano anche segreti, come nel caso di frasi personali su Facebook.

Da questo punto di vista, come Google insegna, molti social media assumono la funzione di motore di ricerca-consigliere, di custode-confidente — che è la più preoccupante — , di promotore-accrescitore-guida sociale — aumentano la popolarità — e anche di localizzatore, basti pensare alle diverse app che servono a tracciare un percorso o a localizzare un luogo.

La mediazione radicale

Grusin è tornato sulle tematiche esposte sostenendo una tesi di grande interesse. Infatti non parla di mediation, ma di radical mediation, intendendo che l’essere umano è da sempre, costitutivamente in un proprio stato, o stadio evolutivo, di mediazione, concetto che egli rinviene primariamente nell’empirismo radicale di William James.

L’essere mediati si può definire come un’ontologia relazionale che secondo l’autore riguarda anche gli organismi non umani. Da questo punto di vista il corpo è il nostro principale medium, anzi è il medium. Non a caso diverse opere oggetto di questa ricerca sottendono la domanda: quale è il mio corpo? Domanda che le creature androidi di Westworld si pongono spesso implicitamente.

Secondo Grusin quindi la mediazione è un processo di soggettivizzazione perché è individuante. Infatti:

La mediazione non dovrebbe essere intesa come ciò che si viene a collocare tra soggetti, oggetti, attanti o entità già formati, ma come un processo, un’azione o un evento che genera o determina le condizioni per l’emergere di soggetti e oggetti, per l’individuazione di entità all’interno del mondo.

Per poi continuare:

Comprendere la natura affettiva ed esperienziale della mediazione, e non soltanto quella visiva, significa pensare alla nostra esperienza affettiva immediata della mediazione in quanto essa è sentita, incarnata e vicina — non distante da noi e quindi non illuminata o immaginata, ma esperita da noi in quanto creature viventi incarnate umane e non umane.

L’esserci della tecnica

L’uomo allora è una creatura contingente che si rapporta alla realtà interna ed esterna proiettandosi ed estendendosi all’interno di quest’ultima. Il discorso tocca da un lato un tema evolutivo, nel senso che l’animale umano si adatta all’ambiente modificandolo e antropomorfizzandolo, dalle grotte di Lascaux fino agli ambienti interattivi virtuali.

Dall’altro pone una questione ontologica che poggia le proprie radici in diversi argomenti filosofici e mediologici: tra tutti l’essere della tecnica di Heidegger secondo il quale la tecnica appunto è una manifestazione propria e specifica dell’esserci umano.

Senza dimenticare che anche la fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty (analizzata da Grusin), in virtù della quale il vedente è un visto e viceversa, così come il corpo è anche carne, ha una forte attinenza con il discorso sostenuto, per non dimenticare poi la forte somiglianza tra la mediazione radicale di Grusin e la “coscienza di”, intenzionale, rivolta e proiettata verso gli “oggetti” dell’esperienza, proposta da Husserl.

Il Leib

Sia Ponty che il filosofo tedesco infatti hanno in comune un soggetto, quello che la filosofia tedesca chiama Leib, o corpo proprio, che non è solo un involucro sensibile e senziente, ma il manifestarsi di una co-appartenenza con l’esperienza che il corpo stesso incontra, esplora e manifesta.

Un concetto simile al corpo estetico o estatizzato che secondo Sergej Ėjzenštejn è alla base del montaggio, idea ampiamente ripresa da Pietro Montani nel suo sostenere la reciproca analogia tra la propensione a estetizzarsi dell’organismo umano e il suo configurarsi in protesi tecniche e tecnologiche che aumentano, potenziano e integrano lo stesso Leib. Il risultato più forte e coinvolgente di tutto questo processo è l’immersività che è un altro modo di dire trasparenza.

Il Leib proprio dell’uomo non si è mai esposto e proiettato dentro e fuori di sé come è avvenuto con lo schermo mobile del cinema, in cui le immagini si muovono e inoltre si concatenano in una narrazione e in un montaggio.

L’antenato dei nuovi media: il cinema

Quale è stato il medium capace di tale immersività se non il cinema? Proprio da questa domanda implicita inizia la riflessione di Lev Manovich secondo il quale il cinema è il progenitore del computer che a sua volta è il genitore di tutti gli altri nuovi media: schermo, immagini, movimento, aumento del realismo, opacità del mezzo rispetto al proprio essere e alla realtà stessa.

Secondo l’autore il computer ha ereditato le peculiarità estetiche del cinema trasferendole ai media successivi, tra tutti i cellulari. L’essere dentro si è così espanso che tali media sono prevalentemente tattili, come indica il termine touch screen. Lo sguardo è così immersivo e onnipervasivo da essere diventato tattile.

I nuovi media propagano quindi un particolare realismo in virtù del quale lo spettatore attore (il broadcast yourself di YouTube) si immerge nella realtà ma per il tramite di un’interfaccia e di protesi opache, “trasparenti”, che non si fanno vedere e percepire, amalgamate all’ambiente, protese nel quotidiano.

La fine dell’uomo rinascimentale

Non a caso Derrick de Kerckhove ha parlato di fine dell’uomo rinascimentale. Nel Rinascimento e non solo dominava la prospettiva, che è sia un guardare a distanza sia un prendere le distanze da ciò che si guarda, e soprattutto un palesare la mediazione simbolica di chi osserva. Si ritrae e si imita una realtà, per quanto la prospettiva emuli alla perfezione il nostro modo di vedere che è tridimensionale.

Il più importante seguace di McLuhan ritiene che con l’avvento e lo sviluppo dei nuovi media il punto di vista è stato sostituito con il punto di essere. Lo sguardo tattile e immersivo è un essere dentro le proprie rappresentazioni, non più un guardare una realtà rappresentata.

Lo sguardo prospettico con i nuovi media è profondamente cambiato, dai primi computer Apple che si inseriscono perfettamente nella familiarità dell’ambiente domestico con il simbolo della mela, fino ai recenti Google Glass con i quali è possibile partecipare a simulazioni di realtà virtuali direttamente indossandoli.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale

Si è passati addirittura a un livello ancora più grande e significativo perché con l’intelligenza artificiale — un ossimoro forse, che io preferisco chiamare connettiva — non è l’essere umano a fare pensare gli strumenti che crea, ma l’uomo pensa insieme e parallelamente ai media con cui è in contatto, o ancora più angosciosamente sono le macchine a pensare al posto nostro.

L’opacità, immediacy nella loro terminologia, del medium di cui parlano Bolter e Grusin allora è duplice perché da un lato si esplica nei confronti della realtà stessa in quanto il medium è immerso al suo interno senza palesare la propria mediazione o rimediazione, mentre dall’altro avviene proprio tra gli strumenti.

Lo smartphone è come un cinema in miniatura e come un computer ma l’estetica dei tre media si è resa trasparente dentro uno solo. Una sola parola guida, quindi: iperrealismo.

Il cinema incorpora tutti i nuovi media

E il cinema come reagisce a tutto questo, come incorpora i linguaggi degli altri media? La rimediazione, traducendo alla lettera, ha come luogo privilegiato il digitale e coinvolge tutte le arti, in particolar modo il cinema. Quest’ultimo deve confrontarsi quasi quotidianamente con le nuove tecnologie, da una parte perché si sente assediato da esse, dall’altra perché inglobandole al suo interno può rammodernarsi e trarne nuova linfa vitale — a parte il fatto che appartengono ormai irrevocabilmente allo scenario contemporaneo e quindi sarebbe cecità non riprenderle.

Gli effetti sono duplici: riguardano film come Omicidio in diretta che incorporano il processo di rimediazione all’interno della storia narrata, o film come Inland Empire di David Lynch che si strutturano per essere programmati non solo nei cinema ma in altre forme mediali, per esempio di “installazioni” all’interno di una mostra o di un museo, ovvero dentro la rimediazione.

Il tratto distintivo più importante del fenomeno è però che rimediazione e intermedialià, ovvero la compresenza di diversi livelli all’interno della riproducibilità mediale e digitale, interagiscono sempre più a cominciare dalla trama dei film.

Perché, se, a partire dal plot, le vicende narrate mettono al centro come loro carattere costitutivo l’intermedialità, il contenuto di questa, per essere esplicitato e tradotto, ha bisogno dell’attivazione del processo di rimediazione.

Testi citati nell’articolo

M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, trad. it., Garzanti, Milano 1991.

J. D. Bolter, R. Grusin, Remediation. Understanding New Media, MIT Press, Cambridge 1999; trad. it., Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Guerini Associati, Milano 2002.

L. Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano 2011.

R. Eugeni, Frammenti di un discorso poroso. I Google Glass come dispositivo postmediale in Isabella Pezzini (a cura di), Nella rete di Google. Pratiche, strategie e dispositivi del motore che ha cambiato la nostra vita, FrancoAngeli, Milano 2017.

Da Edoardo Ferrini, “Il falso specchio. La crisi del reale da Videodrome a Westworld”, goWare/Sentieri Selvaggi, Firenze/Roma, 2020, pp. 28–34

Edoardo Ferrini è laureato in filosofia e si occupa principalmente di estetica in relazione al cinema. Insegna storia e filosofia da diversi anni e, da settembre 2019, anche storia delle religioni presso l’Endo-Fap Lazio, Don Orione di Roma. I suoi interessi hanno trovato un’adeguata cornice nelle iniziative dell’associazione culturale di cui è presidente: Convivialità e Sapere. Il falso specchio. La crisi del reale da Videodrome a Westworld è il suo primo libro.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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