La disinformazione sanitaria dell’imperialismo cinese

di Giulio Sapelli

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Siamo lieti di offrire ai nostri, dal libro di Giulio Sapelli Pandemia e Resurrezione, un ampio estratto che riguarda la Cina.

Merita i 10 minuti del vostro tempo che questo scritto richiede.

Il modello cinese

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La copertina del saggio di Giulio Sapelli con due importanti contributi di Giuseppe De Lucia Lumeno e Alessandro Mangia.

Ed eccoci al modello cinese. Esso è proteso nello sforzo propagandistico, come dimostra l’arrivo in Italia di una missione sanitaria che ha di mira il consolidamento della penetrazione economica e culturale cinese in Italia. Una penetrazione già molto profonda come dimostra il lavorio della diplomazia cinese nel settore delle industrie strategiche delle telecomunicazioni e nei nostri stessi servizi segreti, come si è reso noto anche in sede parlamentare con grande trasparenza.

Ed è attraverso il filtro dell’ascesa cinese nella potenza geopolitica che possiamo leggere altresì il ruolo degli USA anche rispetto alla pandemia.

Tutto ha inizio, di fatto, con la nuova era del potere imperiale cinese impersonificato dall’ascesa dell’attuale segretario generale del pcc. Xi Jinping è segretario generale del Partito Comunista Cinese dal 15 novembre 2012 e presidente della Repubblica popolare cinese dal 14 marzo 2013.

Il nuovo capo della Cina rappresenta la mediazione tra i quadri della gioventù comunista guidati da Hu Jintao e i quadri “tecnocratico-familistici” guidati da Jiang Zemin. Familistici perché tutti eredi dei leader storici del partito e tecnocratici prescelti da Deng Xiaoping nel periodo post rivoluzione culturale per guidare il partito nella modernizzazione capitalistica.

Xi Jinping è uno di questi “principini”, ossia figli della nomenclatura maoista formatisi all’estero e poi ritornati in patria per occupare prestigiosi posti di potere. I militari sono per questa ragione l’ago della bilancia e possono esserlo tanto più oggi e nel decennio che verrà, perché Xi Jinping non ha una leadership personale forte e indiscussa, ma è condizionato dalle due fazioni in lotta. Tutto questo riflette e insieme rafforza la trasformazione della Cina da potenza di terra in potenza marittima.

E questa trasformazione apre un conflitto irrimediabile con gli USA per il controllo dello spazio vitale asiatico, elevando lo scontro in primo luogo con il Giappone e il Vietnam e la Corea del Sud.

Non a caso, il modello di difesa dalla pandemia sud-coreano e vietnamita (che è quello di fatto vincente, come spiegherò dopo), non è altro che un “modello britannico -tedesco unito al modello italiano”. Ciò deriva dal fatto che la minorità demografica di queste nazioni secolari impone di difendere gli strumenti economici della potenza in guisa consustanziale con gli strumenti e l’ingegneria sociale idonea alla difesa del potere demografico: salute ed economia non possono che essere unite. Nessuno deve morire, pochi debbono ammalarsi, pena la diminuzione dell’equilibrio di resistenza al nemico secolare: la Cina imperiale.

Una Cina, in aggiunta, colpita da alcuni anni dalle grandi contraddizioni che iniziano a caratterizzarne l’economia, surriscaldata da un’eccezionale crescita nei beni strumentali ma da un debole rafforzamento, di contro, del mercato interno e naturalmente da una sempre crescente scarsità di fonti energetiche.

La Cina e il dominio marittimo asiatico

Per questo si riprende la tradizione, interrottasi nel 1436, quando gli imperatori Ming proibirono la costruzione di navi e distrussero tutta l’immensa flotta cinese. I dati che possediamo per il periodo dal 1404 al 1407 dicono che in soli quattro anni si costruirono ben 1681 navi, con cui si raggiunsero l’Indonesia e le coste orientali dell’Africa. Perché la Cina si sia richiusa poi in sé stessa è un mistero. Da allora è una potenza terrestre, a lentissima crescita e spesso invasa da eserciti stranieri, sino alla rivoluzione maoista. La Cina è ora impegnata a divenire una potenza marittima. Ciò apre nuovi scenari mondiali.

La posta in gioco è certamente il dominio marittimo asiatico. Ma il confronto è destinato ad allargarsi. Non è mai esistita una potenza marittima di così grande impatto demografico. Questo è il vero nuovo problema dell’ordine mondiale. Dinanzi a tutto ciò l’Europa è assente come potenza politica e marittima, soffocata dai suoi conflitti di potenza che gli osservatori per lo più incolti scambiano per stucchevoli e disastrosi litigi.

Eppure, proprio le potenze continentali europee dovrebbero guardare a ciò che emerge in Asia, se non si vuole essere sommersi dall’imperialismo cinese. Ma per far ciò occorre un pensiero strategico globale. E la condizione culturale con cui si è risposto e si sta rispondendo in Europa alla pandemia dimostra che l’Europa come potenza culturale non esiste. E senza cultura i popoli sono disarmati perché è l’assenza di cultura che disarma, non la mancanza di armi.

Invece è successo, dinanzi alla pandemia, come dinanzi alla crisi economica e all’ascesa minacciosa dell’imperialismo cinese, tutto il contrario di ciò che avrebbe dovuto accadere se le potenze continentali europee e gli USA avessero posseduto un orientamento strategico realistico e fondato sul cosiddetto “interesse prevalente” geopolitico, anziché un orientamento determinato dal potere di condizionamento dell’alta finanza internazionale globalizzata e de-nazionalizzata.

Il ruolo della Cina è, infatti, solo in parte dovuto a ragioni demografico-geopolitiche: certamente essa possiede in misura rilevante i giacimenti dei cosiddetti “elementi strategici” pesanti. Ma la ragione vera del suo possibile monopolio economico relativo risiede nella dismissione della ricerca avvenuta in primis in Occidente.

Per questo le mosse aggressive della Cina, soprattutto in Africa, dove il suo ruolo di imperialismo da debito inizia a divenire preclaro, come nel Sud est asiatico e in India, può rivelarsi un grave passo falso. Così come lo sono le minacce di embargo degli “elementi strategici” scagliate contro l’Occidente in occasione delle ricorrenti “guerre valutarie “in corso e che gli anch’essi ricorrenti G20 cercano invano di porre sotto controllo.

Un fatto, questo, che può far perdere alla Cina quei formidabili alleati che essa possiede in tutto l’Occidente: circoli intellettuali, grandi banche d’investimento e circoli finanziari in generale, che diffondono l’idea — anche in buona fede, in alcuni casi — della non aggressività della Cina.

Non si comprende su quali basi storiche si sia potuta creare una simile corrente ideale, se non grazie alla disinformazione diffusa tanto dall’incompetenza quanto dall’arte della propaganda della raffinatissima burocrazia del Partito Comunista Cinese. Chissà se la questione degli “elementi strategici” ci porrà finalmente dinanzi alla consapevolezza che la Cina non è un paese capitalista come quelli occidentali, ma un regime a capitalismo monopolistico di Stato controllato da una burocrazia dittatoriale protesa al dominio mondiale?

Protesa con ogni mezzo, anche quello militare. E protesa oggi per mezzo della propaganda sanitaria, che certamente può essere benefica per la salute, ma può altresì aprire una strada, in una nazione debole e priva di classi dirigenti come quella italiana, assai pericolosa per la vita stessa della nazione italica. Pericolosa perché le fonti del neo-imperialismo cinese risiedono nella struttura stessa del potere così come si è configurato in forma compiuta con l’avvento al culmine del partito-Stato di Xi Jinping.

Il “principino” Xi Jinping, il partito e lo Stato

Per comprendere bene questo storico passaggio della storia mondiale occorre iniziare con lo studiare le tesi su cui si fonda il pensiero del “nuovo imperatore” cinese, in cui più che gli slogan di Mao si riconoscono quelli di Liu Shaoqi: ricerca della legittimazione sociale della “burocrazia rossa” e stretto controllo dei quadri del partito, accompagnata dallo sviluppo, verso l’esterno, di un potere veramente globale.

Il XIX Congresso del Partito comunista cinese dell’autunno 2017 è stato un evento che segnerà, più di ogni altra assise, la sorte dei rapporti di forza a livello internazionale. È definitivamente terminato quel lunghissimo periodo storico, iniziato a metà del Quattrocento, in cui il già citato Zheng He, grande navigatore cinese di origini musulmane, venne richiamato in patria da un imperatore in decadenza e distrusse le sue navi: fu elevata in tal modo quella barriera invalicabile tra la Cina e il resto del mondo che durò sino alle ottocentesche Guerre dell’oppio.

L’Impero di Mezzo circondato dai barbari dominò per secoli i poteri situazionali, di fatto rinchiusi nelle sue immense terre. I grandi della sinologia internazionale, da Needham a Granet, si arrovellarono per decenni nel definire quale fosse la causa scatenante di quella ritirata dal mondo dei barbari, ritirata avvenuta quando la Cina disponeva di una potenza immensa.

Nessuno dei sinologi del Novecento è mai riuscito a ricostruire cosa sia veramente accaduto. Resta poco chiaro, infatti, perché la Cina, che dal 1405 al 1433 effettuò grandi spedizioni navali verso l’Oceano Indiano, l’Africa orientale e il Golfo Persico, decise poi una svolta strategica radicale.

Da superpotenza navale con l’ammiraglio Zheng He, si ritirò nello spazio terrestre. La potenza navale non era più considerata una priorità: spostata la capitale da Nanchino a Pechino, la difesa della Cina si giocava ormai sulla dimensione continentale, scelta confermata dalla dinastia Qing fino al xviii secolo.

Lo ripeto ancora una volta per sottolineare un punto che mi sembra importante: la grande scelta interna e quella esterna sono sempre state collegate.

Xi Jinping è, lo ribadisco, la risoluzione di un enigma. Con lui la Cina ritorna a essere ciò che era alle sue origini imperiali: una grande potenza protesa al dominio del mondo. E per far questo dà ragione a chi sostiene la tesi del controllo interno come fonte di espansione all’estero: il vecchio Wittfogel teorico del “modo di produzione asiatico”.

Tale paradigma si fonda sullo stretto dominio imperiale dei potentati che controllavano le acque e, in tal modo, l’Impero: per arrivare a questo risultato era assolutamente necessario il controllo interno delle fonti di potere.

Mao aveva tentato di raggiungere quel controllo, ma con costi sociali immensi. La rivoluzione culturale altro non fu che un modo per annichilire le fazioni avversarie di un partito che sin dall’inizio aveva dovuto confrontarsi, a partire dalla sconfitta della rivolta e dagli scioperi di Shanghai nel 1927 e dopo il nazionalismo giapponese, con la rivalità con Stalin e con il peso internazionale dell’Unione Sovietica.

Non vi erano solo i nemici interni: alle loro spalle la grande potenza sovietica era giunta a creare uno stato, la Corea del Nord, per far dipendere dagli aiuti dei soviet la stessa esistenza della Cina, nel confronto prima con il Giappone e poi con gli Stati Uniti.

Mao eliminò fisicamente e moralmente gli avversari sino alla sua morte. E allora Deng Xiaoping poté emergere e fondare quella regola che è stata consensualmente rispettata dalle fazioni in lotta sino all’ascesa al potere di Xi Jinping: tra burocrati non ci si uccide più. Lo stesso, del resto, accadde in Unione Sovietica con l’avvento di Nikita Krusciov.

Xi Jinping quella regola l’ha infranta appena giunto al potere, intensificando via via una lotta alla corruzione che conferma ciò che sappiamo ormai teoricamente dopo decenni di studi sul tema, in ogni parte del mondo: la guerra alla corruzione altro non è — in modo più o meno spiccato — che uno strumento per la lotta interna tra le élite del potere, in forme più o meno cruente in base al grado di legittimazione democratica vigente.

La Cina è tra gli insediamenti umani a più basso grado di civilizzazione giuridica: lo si comprende purché la si studi scientificamente e non per trarne vantaggi economici, come avvenne nel caso della sua ammissione al wto. Un via libera voluto dal Partito democratico americano, guidato dalle cuspidi della finanza sregolata, che ha posto le basi della catastrofe mondiale in cui siamo immersi.

Le due frazioni del PCC

La storia è lineare: quando giunge al potere nel 2012, Xi Jinping lo divide con le frazioni ben attive dei suoi predecessori più immediati: Hu Jintao e Jiang Zemin, ma rompe con le regole della direzione collegiale imposte da Deng. Rapidamente si impossessa del controllo non solo della Commissione militare, come avviene di norma, ma soprattutto di quelle della Sicurezza interna e dell’Economia.

Il congresso sarà la prova della sua capacità di raccogliere attorno a sé fazione di fedelissimi come in questi anni lo è stato Li Keqiang, un primo ministro capace anche nelle relazioni internazionali che ha di fatto controllato il Comitato Permanente del Politburo. E poi anche la fazione più importante di tutte, come era quella di Beria nell’Unione Sovietica: quella di Wang Qishan, il quale ha guidato la campagna anticorruzione che ha distrutto le frazioni raccolte attorno ai sindaci delle più grandi città, in gangli cruciali dell’esercito e soprattutto nell’apparato del partito.

L’età di Wang (nato nel 1948 e quindi più che settantenne) è di ostacolo alla sua riconferma, ma una soluzione organizzativa sarà sicuramente trovata perché, a parer mio, i più di un milione di processi, che si sono succeduti negli anni intercorsi dall’ultimo congresso a oggi, non hanno ancora definitivamente distrutto i potenziali oppositori.

Lo dimostra l’incessante campagna condotta sia a destra sia a sinistra, ossia contro i sempre risorgenti neo-maoismi e gli ancora attivi residui della “cricca di Shanghai” che da decenni insidia il potere centrale di Pechino. Dinanzi a questi pericoli interni Xi Jinping ha scelto una via che potremmo identificare nell’agglutinamento e nella neutralità di ogni altro possibile avversario che non venga dalle viscere del partito.

Ecco allora l’apertura verso le religioni, tutte le religioni, che ha avuto il suo culmine con l’accordo vaticano che sarà perfezionato con il Segretario di Stato Pietro Parolin, appena terminato il Congresso. E poi l’apertura verso le stesse anime buddiste, anche in Tibet, come dimostra l’incessante lavorio condotto dai fedelissimi del presidente in quelle terre. Xi Jinping, per raggiungere questi fini, ha potuto contare su fedelissimi come Li Zhanshu, capo del suo staff e direttore del Comitato Centrale. Questo vecchio amico che lavorava con Xi già nella Provincia Hebel è stato anche il preziosissimo collaboratore che ha preparato tutti i più importanti incontri con Putin.

Come ben si comprende Xi ha posto le basi nel tempo per una nuova fazione del Partito Comunista Cinese esperta e fidata, tanto sul piano interno, quanto sul piano internazionale, preparando in tal modo la proiezione all’esterno del grande Impero di Mezzo, privo ormai del timore di nemici interni.

Questo è stato possibile grazie a incessanti purghe. Sono forse terminate? Certo non sono così cruenti come un tempo. Lo dimostra il caso delle continue repressioni effettuate a Chongqing, dove si è finalmente insediato Chen Min’er che ha solo 57 anni, ma è un candidato sicuro al Politburo.

La posta in gioco e l’Africa

Ciò che Li Zhanshu ha fatto con la Russia, il giovane Vam Yang — che dovrebbe divenire componente dello steering committee — dovrebbe continuare a farlo con gli Stati Uniti. La situazione interna al Partito è tempestosa, a parer mio, per rendere la Cina in grado di lavorare diplomaticamente su molteplici piani (dall’indebitamento sovrano alla minaccia armata al condizionamento economico e alla corruzione delle élite dominanti delle nazioni da sottoporre a controllo o a influenza rilevante) per sottoscrivere, questa è la mia tesi, un accordo di lunga durata sulla spartizione dell’Asia e dell’Africa con gli USA e le potenze nazionali rilevanti, dalla Russia alla Turchia alla Francia, alla Germania, al Giappone e al Vietnam.

Si tratta di un accordo per concludere il quale saranno necessari anni, ma che è inevitabile, a meno che ciò che si definisce “Occidente” non ritorni a essere, sull’esempio francese, quello che è in potenza e ciò che deve essere: una potenza coloniale in Africa, pena la sua scomparsa come civilizzazione.

Giulio Sapelli è nato a Torino nel 1947 e ha insegnato in Europa, in Australia e nelle due Americhe e i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Nel 2018 gli è stato assegnato il Premio “Manlio Germozzi” che va ai più meritevoli sostenitori delle virtù dell’artigianato e delle piccole imprese. Tra gli ultimi libri pubblicati: Cleptocrazia (2016), Un nuovo mondo (2017), Oltre il capitalismo (2018), Chi comanda in Italia (nuova edizione 2018), Nulla è come prima (2019, con Enrico Quintavalle), Perché esistono le imprese e come sono fatte (2019).

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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